Uscire dalla crisi si può, ma dobbiamo prima di tutto dirci quali sono i termini reali della situazione

Uscire dalla crisi possiamo, ma solo se non ci raccontiamo favole e ci diciamo come stanno le cose, comprendendo che significa l’esplosione del debito delle economie di Usa, Giappone ed Europa.
Lasciamo per un momento da parte il debito privato (che pure ha la sua parte nel tutto), quello delle aziende, delle banche ed anche quello degli enti locali o delle società sponsorizzate da Stati e parliamo solo del debito statale che oggi è il cuore del problema. Questi sono i dati nudi e crudi: (nella prima colonna è indicato il debito pro capite, nella seconda la percentuale sul rispettivo Pil, secondo la tabella pubblicata dal S24 15 agosto 2011 p. 11)
Giappone             86.083                    199.9%
Stati Uniti          47.773                     98.4
Italia               37.184                    119,8
Spagna               19.087                     68,9
Germania             27.620                     76,7
Gran Bretagna        28.879                     79,7
Francia              33.740                     86.7
Canada               34.206                     82,1
Olanda               28.982                     67,4
Belgio               40.162                     101,6
Grecia               34.094                     134,4
Austria              29.894                     70,8
Polonia               6.394                     52,2
Portogallo           16.711                     87,9
Irlanda              37.977                     85,0

Dalla tabella del S24 abbiamo tratto solo i dati riguardanti i paesi occidentali (includendo in questa espressione anche i Giapponesi, che lo sono ad honorem, per la loro appartenenza al blocco liberista dalla fine della II guerra mondiale), ed il totale dice che il loro debito complessivo, in cifra assoluta è di poco inferiore ai 40.000 miliardi di dollari, il che significa che è quasi pari al Pil complessivo di questi paesi (ed è più della metà del Pil mondiale).

Kenneth Rogoff –studiando una serie di 44 paesi in 200 anni- dimostra che, quando il debito pubblico di un paese supera il 90% del suo Pil, la crescita risulta inferiore a quella che ci sarebbe senza, anche in presenza di  stimoli allo sviluppo che si rivelano sostanzialmente ininfluenti. Quindi il declino relativo agli altri paesi diventa praticamente certo, eccetto il caso di biforcazioni catastrofiche (come guerre, grandissimi eventi naturali, enormi movimenti migratori, cambio della moneta ecc) che azzerano la situazione.

Questo debito è in parte interno allo stesso blocco Occidentale (il Giappone è il secondo creditore degli Usa ed ha titoli europei; i paesi Ue, a loro volta hanno titoli Usa ecc) per cui in parte si compensa, in parte è posseduto da cittadini ed enti interni. Occorrerebbe disaggregare minuziosamente, Stato per Stato, la composizione del debito statale per capire quanto di esso sia in mano ai paesi emergenti, ma una stima di circa 20.000 miliardi dei 40.000 complessivi non è azzardata. Cui andrebbero aggiunti i crediti che gli emergenti hanno verso imprese o banche per l’acquisto di bond privati o per forniture di materie prime.

Come si vede, anche la virtuosa Germania (che impartisce lezioni di rigore monetario urbi et orbi) ha un debito pari al 76,7% del suo Pil, per non dire del “ricco Giappone” che è al  200%. Anche se si tratta essenzialmente di un debito “interno” e che sia l’uno che l’altro hanno crediti in eccedenza che, teoricamente, li portano più che in pareggio. Ma  solo “teoricamente”, perchè questo è legato al verificarsi del pagamento dei loro crediti da parte dei debitori (essenzialmente gli americani), quello a cui non crede nessuno, a cominciare dagli stessi creditori.

In realtà, la situazione è questa: tutti i creditori (Cina compresa) sanno perfettamente che il capitale investito non sarà mai restituito interamente e può esserlo solo in parte minoritaria, ma sanno anche che il loro credito esiste sino a quando non lo mettono all’incasso. Ragion per cui, rinnovano le quote in scadenza, limitandosi ad incassare gli interessi, che ormai costituiscono una sorta di rendita finanziaria eterna. Nel frattempo quei titoli possono essere esibiti come garanzia della propria solidità economica, contando sul fatto che anche chi riceve quella garanzia farà finta di credere che quei titoli valgano più della carta su cui sono scritti (anzi, ormai il Tesoro americano non emette più titoli cartacei ma solo comunicazioni on line, per cui non valgono neppure quanto un pezzo di carta).

I Cinesi si accontenterebbero che gli americani si fermassero non emettendo altri debiti e corrispettivi dollari, ma gli Americani –giustamente dal loro punto di vista- ritengono che se si è fatto trenta si può far trentuno. E magari trentadue, trentatrè….trentanove…
Quando si chiede su cosa si fonda l’improbabile speranza del rientro dal debito di americani ed europei, la risposta fissa è : “Sul lungo periodo e con lo sviluppo. Se il Pil cresce, il debito si riduce in proporzione ad esso, cresce anche il gettito fiscale, per cui lo Stato non fa più disavanzo ed, anzi, può restituire parte del debito riducendolo a proporzioni minuscole, appunto, sul lungo periodo”.

Lo fa anche Riccardo Sorrentino (ottimo commentatore economico del S24 di cui leggiamo ogni pezzo con molta attenzione, spesso condividendolo –S24  15.8.2011 p. 11) che richiama precedenti storici di situazioni ancora più gravi e poi felicemente risoltesi: Inghilterra e Francia dopo le due guerre Mondiali, la Francia dopo il collasso dell’Algeria, la Russia dopo la caduta dell’Urss, l’Argentina dopo il crack, sostenendo che la soluzione è sempre la crescita. Però, dimentica di dire che in tutti i casi citati sono accaduti eventi con caratteristiche di “biforcazione catastrofica” (la liquidazione degli imperi coloniali per Inghilterra e Francia, il passaggio ad una nuova moneta per la Francia, il piano Marshall, la decisione Argentina di non pagare i debiti contratti, la scoperta di enormi giacimenti di gas e petrolio per la Russia ecc.) ma si tratterebbe di un esame lungo, minuzioso e poco risolutivo.

Il nostro problema è capire se ci sia una via di uscita del genere per i paesi occidentali in questa crisi che è caratterizzata:

a- da un livello di generalizzazione senza precedenti, che vede contemporaneamente tutti i paesi occidentali affondare nei debiti

b- dall’elevatissimo debito aggregato che non ha precedenti

c- dal particolare problema fiscale che vede i grandi capitali in larga parte sottratti alla sovranità di ciascuno Stato.

Inoltre occorre tener presente che:
1- occorre fermare il disavanzo per evitare che il debito cresca insieme al Pil lasciando le cose allo stesso punto o peggio, ma come vedremo, questo è più facile a dirsi che a farsi.

2- ma se si applicano politiche di taglio di bilancio o di aumento della pressione fiscale, è difficile che poi ci sia sviluppo economico ed il rischio è quello della stagnazione o, peggio, della recessione, per cui il debito, pur rimanendo stabile in cifra assoluta, cresce in proporzione al Pil.

3- nel frattempo, ovviamente, occorrerà pagare gli interessi sul debito, per cui anche questo peserà nelle economie di bilancio, spostando verso gli Emergenti risorse che sono così sottratte agli investimenti in Europa ed Usa.

4- il trasferimento di risorse verso i paesi emergenti acuirà lo squilibrio della bilancia commerciale fra Occidente ed Emergenti, quello che accelererà il sorpasso dei secondi sui primi. E, infatti, il colosso della consulenza economica Prince Waterhouse Coopers calcola questa serie di sorpassi del Pil:
Cina (2018 sugli Usa, diventando il primo produttore mondiale)
India (2045 Usa)
Russia (2014 Germania)
Brasile (2011 Francia, 2013 Inghilterra, 2025 Germania, 2037, Russia, 2039 Giappone)
Indonesia (2018 Canada, 2030 Italia, 2040 Francia, 2044 Inghilterra, 2047 Germania)
Turchia (2020 Canada, 2033 Italia)
Messico (2019 Italia, 2028 Francia, 2031 Inghilterra) (S24 12.8.11 p. 13)

E questo perchè il Pil di Usa, Europa e Giappone crescerà molto più lentamente di quello degli Emergenti. Ad esempio, la previsione Pwc ritiene che, mentre la Cina passerà dai circa 9.000 miliardi attuali ai 59.475 del 2050, marciando ad un tasso medio che oscillerà fra il 3,5 ed il 5,5% e l’India avrà una crescita ancor più veloce, gli Usa passeranno dai circa 18.500 miliardi attuali a 37.876 nel 2050, con una crescita media fra lo 0,7 ed il 2% annuo. Anche il Giappone passerà dai circa 4.000 attuali a 7.664 miliardi del 2050, con una crescita un leggermente più favorevole, comunque inferiore al 2%; i paesi europei dovrebbero avere lo stesso trend fra l’1,3% ed il 2%.

Per farla corta: gli Occidentali (ex paesi industrializzati) cresceranno al ritmo dell’1-2% all’anno, se tutto va bene, mentre gli Emergenti avranno una crescita percentuale più che doppia e, in qualche caso, tripla.
Si tratta di una previsione che, come tutte le previsioni può sbagliare (e, solitamente, più la previsione è di lungo periodo, più cresce la probabilità di errore), ma non è detto che una eventuale correzione debba andare necessariamente a favore degli occidentali. Anzi, ci sono ottime ragioni per credere che, se una correzione verrà, sarà in senso ancora più deprimente per l’Occidente. Infatti c’è un problema che stenta ad entrare nei dibattiti fra politici ed economisti: la curva demografica.

A partire dal 2015 (vale a dire dopodomani mattina), il saldo fra morti e nati vivi in Europa sarà negativo e l’unico incremento della popolazione verrà dall’immigrazione (previsti 60 milioni di arrivi entro il 2060) che però, dal 2035 non sarà sufficiente, per cui la popolazione complessiva europea calerà mentre dovrebbero crescere solo Francia e Gran Bretagna per effetto dell’immigrazione.
Nel frattempo occorre ricordare che la popolazione europea è per oltre la metà oltre i 49 anni, dunque, non lontana dalla pensione, mentre diminuirà fortemente la massa dei lavoratori attivi: ad esempio, in Germania si perderanno 15 milioni di lavoratori attivi entro il 2026.

I giapponesi non stanno molto meglio, da questo punto di vista, mentre un po’ meglio (ma neanche tanto) va agli americani, ma, più che altro, grazie all’immigrazione clandestina dei chicanos.

Pertanto:
1. a partire dai prossimi 10 anni andranno in pensione i baby boomers per cui assisteremo ad una esplosione della spesa pensionistica e sanitaria (visto che più vecchi significa inevitabilmente più spesa sanitaria), con tanti saluti al tentativo di tagliare la spesa pubblica oppure, con la fine totale del welfare e la riduzione in miseria di oltre metà della popolazione. Come peraltro ha ricordato anche Francesco Giavazzi (che, per una volta, ha detto una cosa sensata): “Non è una novità che l’invecchiamento della popolazione metta a rischio nel mondo occidentale i conti pubblici” (CdS 11.8.2011)

2. la forte diminuzione di lavoratori attivi, per quanto parzialmente compensata dagli sviluppi tecnologici, lascia ipotizzare una caduta del Pil

3. anche la diminuzione assoluta della popolazione spingerà verso un decremento del Pil o, quantomeno, verso una crescita lentissima (e qui si conferma il trend dei sorpassi di cui abbiamo appena detto).

Dunque, proprio sul lungo periodo la situazione degli Occidentali peggiorerà, rendendo ancor meno restituibile il debito, ed allora, non è il caso di dirci che triple A o doppie A sono solo un modo di prenderci in giro e che

a- Europa, Usa e Giappone non sono in grado, neppure in prospettiva, di restituire il debito accumulato

b- che la persistenza del debito comporterà l’ulteriore trasferimento di ricchezze verso gli Emergenti

c- entro 15 anni i paesi occidentali probabilmente non saranno in grado neppure in grado di pagare gli interessi e le rate in scadenza del debito.

Può essere deprimente, ma  iniziamo a guardare in faccia la realtà e, forse, ne verremo fuori.

Aldo Giannuli

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Comments (6)

  • In una situazione di mercato “perfetta” nel lungo periodo l’Europa avrebbe potuto rilanciare l’economia, perchè con la crisi economica i suoi prodotti sarebbero diventati più convenienti o ricercati, un po’come la Cina adesso.In Italia stiamo già assistendo a tentativi di acquisti cinesi e molti turisti cinesi spendono in prodotti alla moda cifre veramente impressionanti. Forse però non avevamo considerato che In Cina e in parte anche in India e gli altri paesi produttori del cosiddetto terzo mondo l’economia è rigidamente pianificata e imbrigliata dalla politica, perciò le importazioni di prodotti voluttuari sono contingentate e destinate solo alle classi dirigenti, il popolo rimanendone escluso. Ne è derivato pertanto, per noi furbi ocidentali, liberisti a giorni alterni, il buffo risultato che sono stati fregati proprio dalla programmazione “comunista” o meglio dal capitalismo di Stato, che pianifica anche quanta gente e chi debba stare bene o meno, accumulando nel frattempo immense riserve valutarie da spendere per consolare o ricattare questo o quel Paese, questo o quel mercato. Non sarebbe il caso di riprogrammare l’unione europea, tornando indietro almeno ad una pianificazione economica tra stati concordata?

  • Caro Aldo, sto seguendo da pochissimo i tuoi lucidi post sulla crisi, che in effetti mi convincono e mi turbano…Non che voglia tornare al vecchio Marx o abbandonarlo, invece, per approdare a Toni Negri: ma la politica mi sembra del tutto sparita dai tuoi ragionamenti. L’impero sta finendo, questo è certo! ma le moltitudini non sono (ancora) pronte. Certo che se ne può uscire! Marxianamente e “tecnicamente” lo sviluppo delle forze produttive può ancora produrre salti paradigmatici rilevanti, sulla faccia di questo pianeta. Il valore-lavoro neo-industriale, quello vero e “non drogato” dalla finanziarizzazione, che ne potrebbe scaturire, a Pechino come a NY o perfino a Milano, è l’unica salvezza per un “PIL” “diverso” che non deve però finire nelle mani degli gnomi delle Borse. Quindi, vedi bene..il problema è sempre di rappresentanza sociale e politica dei “produttori”. Quando penso ai nuovi paradigmi, alludo a energie non-oil, nuove ICT, biotech,..Del debito alla fine – solo così – potremmo anche fregarcene e figurativamente “cancellarlo” in una nuova Bretton Woods. Un caro saluto.

  • Ciao Aldo,
    come mai non hai pubblicato le mie due righe?
    Condivido, in linea generale, la riflessione di Verio Massari.
    Cari saluti,
    Paola

  • Tutto molto interessante, non c’è dubbio. In larga parte condivisibile. Però si dimentica un particolare: la crescita misurata in termini di aumento di PIL significa maggior consumo di risorse. Oggi l’umanità sta consumando ogni anno più risorse di quelle che il nostro pianeta è in grado di produrre (il giorno in cui l’umanità ha consumato le risorse rinnovabili si attesta oggi, se non erro, in settembre). In questa ottica, se sicuramente appare improponibile un ripianamento dei debiti Occidentali nel lungo periodo, appare comunque impossibile uno sviluppo dei paesi Emergenti come ipotizzato. Questo, ovviamente, a meno di una guerra per il controllo delle risorse…

  • Finalmente ho letto un articolo vero, la realtà e’ quella evidenzia nell’articolo, non vedo pero’ la soluzione, e’ difficile ma se non si vuole sfasciare l’ euro la Germania e i paesi deL nord devono accettare una politica monetaria espansiva della bce tramite monetizzazione del debito pubblico dei paesi euro per almeno un 50% in un decennio, eurobond o altre forme di debito comune per la rimanente parte e divieto al debito pubblico per i paesi euro.
    L’alternativa a queste misure e’ l’uscita dall’euro per l’Italia, si puo’ adottare il dollaro come moneta legale, in fin dei conti una volta l’America ha salvato militarmente l’Europa, oggi verra’ salvata economicamente con le politiche monetarie della Fed.

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