Università pubblica non significa necessariamente Statale.

Altro pezzo che farà storcere molti nasi. A sinistra c’è un dogma che è assolutamente tabù, per il quale pubblico è sinonimo di statale. Senza eccezioni e senza differenze.

Per cui, ad esempio, la proprietà pubblica significa senza dubbio dello stato, dopo di che si capisce poco la differenza fra socialismo e capitalismo di stato.

Personalmente sono un sostenitore della ripresa dell’intervento statale in economia e l’ho scritto spesso, ma questo non vuol dire che ogni intervento statale sia sempre utile, opportuno ed auspicabile. Soprattutto non è affatto detto che pubblico sia sempre e solo statale. Dal dogma statalista discende un altro dogma per cui “mercato” è sempre sbagliato e di destra, mentre una economia di sinistra è sempre pianificata e sterilizza le tendenze di mercato. Ottima premessa per fallire facendo la fine dell’Urss.

L’antimercatismo è una scemenza perfettamente simmetrica a quella di chi crede alle virtù taumaturgiche del mercato. Il mercato è il dispositivo primario di difesa della società civile dal potere politico. Ma, ovviamente, va regolato, contrappesato e, soprattutto, non bisogna credere che sia un orologio svizzero che non sbaglia mai: ogni tarto bisogna riportare le lancette un po’ indietro o un po’ in avanti. Mercato e stato sono meccanismi complementari.

Uno dei campi in cui la confusione fra pubblico e statale ha fatto più danni è quello dell’istruzione, includendo in essa scuola ed università. Noi siamo certamente favorevoli alla scuola pubblica, ma esistono diversi modi di intendere il carattere pubblico dell’istruzione,  oltre quello statale. Ad esempio c’è quello degli enti locali, diffuso soprattutto negli stati confederali come Svizzera e Stati Uniti. Oppure forme sostenute da soggetti sociali come sindacati, cooperative, associazioni ecc. O forme miste fra i vari tipi.

L’istruzione statale origina nel XIX secolo fra Germania e Francia e poi, man mano, estesa all’Europa continentale. Bisogna dire che si è trattato di un modello che ha avuto la sua ragion d’essere e la sua funzione positiva per oltre un secolo. Senza di esso non ci sarebbe stata acculturazione o istruzione di massa, ci sarebbe stata meno mobilità sociale, si sarebbero fortemente rallentati i processi di formazione dell’identità nazionale, lo Stato sarebbe stato assai meno centralizzato. E l’esempio degli Usa (ed in parte dell’Inghilterra) non vale affatto a smentire questa valutazione storica, per le particolari peculiarità della formazione sociale che consente maggiore mobilità, mentre altri aspetti come l’acculturazione di massa, il carattere decentrato dello Stato, la particolare identità nazionale sono tutti aspetti che, per certi versi risentono della spessa specificità del caso, per altri, confermano le dinamiche che indicavamo.

Dunque, fuori discussione la validità storica dell’istruzione statale che, fra l’altro, ha garantito standard professionali di docenti e studenti più omogenei. Ma, come sempre, una soluzione –anche la più valida – contiene i problema successivo e non ci sono soluzioni buone una volta per tutte. Con il tempo è inevitabile che i costi aumentino, i benefici calino e, sempre più prepotenti emergano gli effetti controintuitivi, per cui non esiste una soluzione definitiva buona una volta per tutte.

Lasciamo da parte la scuola, di cui parleremo in altra occasione, e concentriamoci sull’università.

La statizzazione dell’insegnamento ha portato con sé effetti indesiderabili che sono andati via via crescendo:

a- ingerenza politica con pericolose tentazioni verso una “verità di Stato” particolarmente evidenti nei regimi totalitari;

b- tendenza al dirigismo ministeriale nei regimi non totalitari  come i quelli liberali che garantiscono un limitato (insisto: limitato pluralismo, per non  dire dei casi in cui lo Stato si fa portatore di ingerenze religiose) che comporta un appiattimento della ricerca e, soprattutto della didattica, in ossequio ai “programmi o piani di studio ministeriali”;

c- tendenza ad attuare il principio di eguaglianza come uniformità, per cui tutto è regolato allo stesso modo, con le stesse procedure burocratiche, che si tratti di preparare un insegnante di lettere o un laureato in informatica, un medico o un architetto. Tutto è studiato per essere assolutamente uniforme a cominciare dal calendario a finire all’arredo scolastico o al disegno delle aule. Ed ovviamente questo azzera ogni possibile sperimentazione;

d- Il principio di uniformità produce danni particolarmente gravi nella formazione del corpo docente, organizzato sul modello gerarchico dell’esercito, con precisi gradi cui corrispondono altrettanto precisi livelli retributivi, quale che sia la capacità didattica ed il carico di lavoro del docente, con il risultato finale di dar luogo ad una “corporazione irresponsabile” (soprattutto nell’università) che attua selezione e promozioni con caratteri esclusivamente clientelari e nepotistici (diciamocelo una volta per tutte) ed ogni possibile riforma si infrange contro l’inattaccabile roccia della corporazione accademica;

e- La strutturazione corporativa della docenza, insieme all’ingerenza della politica ed all’invadenza degli indirizzi ministeriali, spinge verso il più piatto conformismo culturale e la riprova si è avuta con l’affermazione del pensiero unico neo liberista che ha ricevuto la pronta adesione dei docenti non solo di economia ma anche di ampie fasce di storici, politologi, sociologi e, soprattutto, giuristi in tutta Europa;

f- E il tutto garantito dal tabù del valore legale, per cui, se vuoi che il titolo che concede la tua università (statale o parificata che sia) sia spendibile per professioni e concorsi, devi fare quelle materie, con quei metodi di insegnamento, quel tipo di esami, quel tipo di tesi ecce cc e senza nessun “colpo di fantasia”.

Non si tratta di difetti di poco conto che, per di più tendono ad aggravarsi in una società con i caratteri di quella attuale. Si pensi ad un particolare: la (scellerata) riforma Berlinguer varò una infinità di corsi di laurea (circa 3.000 sulla carta) con un diluvio di nuove materie, con il fine di far corrispondere ciascuno di essi ad un profilo professionale preciso e fu una pioggia di scemenze esilaranti: da “gattologia” a “scienza dei fiori”, “Turismo lacustre”, ecce cc. Ma, al di là degli aspetti più demenziali, la riforma è stata un fallimento completo, sia per quanto attiene al tentativo di ridurre sensibilmente la dispersione universitaria, sia sul piano della corrispondenza titolo/figura professionale e questo sia per le deliranti trovate della commissione ministeriale, sia perché l’attuazione ha richiesto tempi abbastanza lenti, dopo dei quali le tendenze del mercato del lavoro sono mutate ed alcuni di quei profili sono scomparsi, mentre ne sono emersi di nuovi che non trovano soddisfazione nei corsi esistenti.

Vedremo meglio in altra occasione il perché di questo disastro, per ora segnaliamo il problema dell’eccessiva lentezza delle procedure ministeriali rispetto alle tendenze di mercato, sempre più veloci.

Ed allora che si fa? Interverrò diverse altre volte sul tema, qui dico subito dove voglio andare a parare: demolire pezzo per pezzo l’università statale, cominciando dal valore legale del titolo di studio, ma salvando il carattere pubblico dell’Università. Ovviamente, con la gradualità necessaria e senza “cariche renziane”, ma puntando con decisione al risultato finale. In uno dei prossimi articoli esporrò quale modello possa sostituire l’attuale ordinamento, per ora mi preme che si discuta non di principi astratti ma di tendenze e fenomeni reali.

Una avvertenza: non rispondetemi dicendo quali sono i difetti della università privata perché li conosco e non è quello che propongo.

Aldo Giannuli

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Aldo Giannuli

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Comments (20)

  • Stimo il prof. Giannuli e apprezzo molto il suo blog, pur non condividendo sempre le sue posizioni. Il pezzo di oggi però contiene una premessa che mi lascia stupefatto: “dal dogma statalista discende un altro dogma per cui “mercato” è sempre sbagliato e di destra, mentre una economia di sinistra è sempre pianificata e sterilizza le tendenze di mercato”. Se fossimo nei primi anni 80, credo che questa analisi sarebbe corretta, ma siamo nel 2015, e abbiamo visto e compreso come la sinistra in Italia e in Europa si sia convertita da anni al dogma del mercato: le privatizzazioni le hanno fatto Prodi Amato e Bersani, molto più di Berlusconi, l’euro, Maastricht e Lisbona sono bandiere del PD non certo di Forza Italia, Monti con le sue “riforme” iperliberiste è stato sostenuto con entusiasmo dal PD. Forse c’è qualche gruppetto extraparlamentare che ancora invoca lo statalismo in economia, ma non credo che il prof. Giannuli si riferisse a queste realtà marginali. Ho invece l’impressione che in questo caso egli si sia purtroppo (e sorprendentemente) aggiunto a quella schiera di commentatori e editorialisti che da una ventina d’anni continuano a invocare la fine dell’ideologia statalista e di sinistra, fingendo di non accorgersi che il pensiero unico neoliberista e la lotta di classe dall’alto verso il basso hanno stravinto da tempo. La stessa opinione pubblica, bombardata quotidianamente dai cantori del mercato e dai fustigatori dello statalismo parassita e corrotto, ha ormai introiettato perfettamente l’ideologia dominante, che individua le istituzioni pubbliche, a cominciare dal Parlamento, nella fonte di tutti i mali, luoghi di spreco e di malaffare. Se c’è un Paese in Europa dove trionfano disprezzo e livore contro tutto ciò che è pubblico (o statale) è proprio il nostro, e in ogni caso, tutti i giorni, i vari Rizzo, Stella, Panebianco, Floris, Mentana e compagnia si impegnano senza soste nell’indottrinamento liberista e pro-mercato, sicchè le possibilità di sopravvivenza del – pur temibile – virus statalista mi sembrano davvero ridotte a zero.

    • provo ad essere più chiaro: non parlavo derto della “sinistra” intesa come Pd o simili, e, in fondo nemmehno delle organizzazioni neo socialdemocratiche come Sel o simili che pasticciano con questi concetti senza che si capisca bene cosa vogliano dire. Parlavo di una mentalità diffusa nella sinistra a livello di elettori o “popolo di sinistra” che nutre una giustificatissima diffidenza nei confronti del mercato, ma che esagera, in questo senso, sbandando in senso statalista.

  • Aldo, non finisci di sorprendermi.
    Oggi, affronti un problema chiave come quello dell’assetto dell’università, come potrebbe fare un piddino. Infatti negli snodi fondamentali del tuo ragionamento, tu non ti curi di argomentare, ma vai avanti con il buon senso che, come noto, significa secondo la mentalità comune, e quindi secondo l’ideologia dominante. Nel buon senso, c’è appunto un senso condiviso che deriva dalla cultura in cui si opera, e che tende a mantenere lo staus quo.
    In effetti, mi pare che la ritroviamo in pieno nel PD, ma è difficile capire perchè tu ci tenga a tanto a definirti di sinistra, ed addirittura di estrema sinistra.
    In questo senso, è illuminante ciò che dici del mercato e dello statalismo, per cui la soluzione migliore è un mix dei due.
    Un argomento così complesso e determinante lo risolvi con la logica del “in medio stat virtus”, a livello, perdonami, di discussione da bar.
    Innazitutto, oggi non abbiamo il mercantilismo. Il mercantilismo è finito ai primi dell’ottocanto. Dalla metà di quel secolo, abbiamo la società di mercato, che è tutt’altra cosa. Sono i marxisti a fare confusione insistendo nell’uso del termine “capitalismo”, inteso come sistema in cui la proprietà dei mezzi di produzione è privata. La questione è che nella società di mercato la mercificazione diviene un processo universale, e quindi coinvolge anche lo stesso uomo che così smette di essere il fine della politica, e diviene un mezzo in funzione delle esigenze di crescita economica.
    Nella società di mercato, il potere è saldamente nelle mani dei capitalisti, al di là dell’aspetto formale, in quanto riescono con i loro ingenti mezzi finaziari, ad esercitare un controllo mediatico totale delle menti, e con le loro sclete di investimento determinano anche la vita dei loro concittadini: tipico il caso delle emigrazioni di proporzioni bibliche dal meridione verso Torino per l’aumento vertigionoso di mano d’opera nella FIAT in qeugli anni.
    L’imbroglio del liberalismo sta qui, nell’affrontare il tema delle scelte politiche non dall’inizio ma da metà strada. Sei libero di votare chi ti pare? Allora quella società è democratica. Peccato che così trascuriamo l’aspetto più importante, cioè le modalità attraverso cui le intenzioni di voto si costruiscono, e tutto ciò è possibile perchè la società viene ignorata come entità collettiva e diventa il semplice accostamento di un certo numero di individui. La società è molto di più degli individui che la compongono, ed essa precede i singoli individui, per cui la logica conclusione dovrebbe essere che le persone non vanno considerate come semplici individui, ma anche come componenti di una collettività, con gli effetti conseguenti.
    Una società in cui esiste uno come Marchionne, semplicemente non può essere democratica.
    Io penso che sia possibile l’iniziativa privata in una società democratica, ma purchè le condizioni non siamo tali che quella proprietà determini una dislocazione del potere verso i capitalisti.
    Poi definisci una proprietà pubblica ma non statale. Sarebbe interessante che spiegassi perchè una cooperativa sia differente da una società anonima, in cui l’azionariato è in effetti diffuso. Non si capisce se la cooperativa è pubblica, cosa mai sarebbe privato, le ditte individuali?
    Continuo sull’università in un successivo intervento.

    • se riesxco ancora a stupirti vul dire che va bene
      però
      1. se confondi la mia posizione con quella del Pd e
      2 se capisci che io voglia fare un “mix” di mercato e stato
      ho l’impressione che non abbia capito molto del mio pezzo ovviamente per colpa mia che sono stato meno chiaro
      però si capisce benissimo che tu sei uno di quelli che pensano che mercato = capitalismo e che per essere di sinistra occorra essere statalisti. Proprio l’odeologia che combatto

      • Aldo, l’ultima cosa che vorrei fare, è stare a polemizzare. Mi limiterò a fare osservare che anche questa tua risposta è fatta in un stile perfettamente assertivo, senza alcun tentativo di argomentarlo, e quindi non si presta neanche ad una possibile replica da parte mia.

        • ripeto: conosci istituzioni che non siano decadute nel tempo? Un organismo umano è detinato nel tempo a decadere e morire è una affermazione assertiva ma mi pare che non ci sia bisogno di alcuna argomentazione, basta constatare. Ogbno organismo (individuale o collettivo) porta in sè le cause della sua dissoluzione mi pare una cinstatazione. Poi magari mi potrai obiettare che non è detto che questo momento sia giunto per la scuola statale ed io ti risponderò “guardati intorno”

  • Prima di tutto, ma che significa che “Dunque, fuori discussione la validità storica dell’istruzione statale che, fra l’altro, ha garantito standard professionali di docenti e studenti più omogenei. Ma, come sempre, una soluzione –anche la più valida – contiene i problema successivo e non ci sono soluzioni buone una volta per tutte. Con il tempo è inevitabile che i costi aumentino, i benefici calino e, sempre più prepotenti emergano gli effetti controintuitivi, per cui non esiste una soluzione definitiva buona una volta per tutte.”?

    Ancora una volta il buon senso. come se le soluzioni debbano per destino ineluttabile divenire col tempo inefficaci. Ma chi l’ha detto, ma cos’è questa mania nuovista, per cui c’è un degrado automatico di qualsiasi istituzione? Ma dove sta l’argomentazione?

    Entrando poi nel merito, elenchi tutta una serie di problemi dlel’università, attribuendoli, e qui proprio non si capisce perchè, alla statalizzazione.

    Così, mescoli problemi che semmai sono opposti tra loro, ad esempio l’uniformità e la moltiplicazione fantasiosa degli insegnamenti, che non mi pare possano essere attribuiti alla stessa causa.

    La realtà è che, proprio a partire da Berlinguer che tu giustamente citi, si avvia all’università un processo di decentramento con una progressiva autonomizzazione dei singoli atenei.

    Tutto ciò viene fatto all’insegna della competitività.

    Tutto deriva da lì, ateneo contro ateneo, dipartimento contro dipartimento nella stesa università, docente contro docente nello stesos dipartimento. La scarsità di risorse si traduce in un tutti contro tutti.

    Si tratta in efeftti di un processo globale, aprtito come quasi sempre dagli USA, dove addirittura i docenti più prestigiosi si offrono al maggior offerente.

    Insomma, anche nel settore della rirca e dell’insegnamento, anche all’interno del mondo accademico procede senza soste e senza tentennamenti il processo di mercificazione. Neanche la conoscenza si sottrae a diventare merce, ad essere quindi quantifiabile in un certi ammontarte di denaro.

    La cosa si è perfezionata nel peggiore dei modi attraverso il processo di valutazione.

    Intendiamoci, la valutazione nel mondo della ricerca c’è sempre stato. Periodicamente chi fa ricerca presenta i risultati della sua ricerca a duna comunità internazionale attraverso la pubblicazione dei propri lavori su riviste scientifiche secondo la prassi della “perer review”, cioè i propri lavori vengono sottoposti all’esame dei colleghi che operano in settori limitrofi a quello dell’esaminato, e puà pubblicare solo se supera questo esame, anche attraverso chiarimenti e modifiche supplementari.

    Altrettanto importanti sono i convegni scientifici, in cui il lavoro viene presentato anche oralmente ad un uditorio molto competente in materia, che ha la possibilità di chiedere pubblicamente conto e ragione di ogni risultato presentato.

    Queste procedure di valutazione ci sono sempre state, nulla è più trasparente del mondo della ricerca. Ma questo apparentemente non bastava, si è introdotta la novità di quelal che chiamo la valutazione burocrativca, efefttuata sotto l’egida dell’ANVUR, un organismo appositamente creato e di nomina politica (e quindi anch’esso politico), che ha il compito di tradurre la valutazione in un numero attraverso una serie di parametrizzazioni.

    Il problema delle parametrizzazioni sta nel fatto che sno degli strumenti rigidi, e permettono così ai furbetti che non mancano mai di aggirare l’effetto che si voleva ottenere, perchè a questo punto la ricerca non è più ricerca di conoscenza , ma ottimizzazione di punteggi, nel senso che l’attività viene finalizata ad aumentare il proprio punteggio.

    L’altro meccanismo che sta distruggendo la ricerca scientifica è la destinazione dei finanziamenti, sempre più centralizzati verso strutture considerate di eccellenza. Al solito, il problema è capire perchè avere tanti ricercatori se poi li si lascia senza mezzi finanziari per condurre i loro progetti.

    Io invece penso che l’attività di ricerca debba essere garantita da un’autorità centrale che, invece di stilare classifiche che spettano invece alla stessa comunità scientifica nel suo complesso, si occupi di mettere tutti i docenti nelle condizioni di fare il loro dovere, insegnare al meglio ai propri allievi, e portare avanti i propri progetti a livello delle risorse disponibili, invece di credere che esistano geni che vanno finanziati a piè di lista, e tutti gli altri debbono arrabbattarsi con mezzi molto modesti che non consentono di ottenere risultati significativi.

    La centralizzazione non è la causa dei mali di cui l’università è afflitta, ma anzi è stato il processo di autonomizzazione a distruggere l’università, ormai ridotta a un laurificio ed a una succursale di industrie di ogni tipo.

    Dico distruzione perchè siamo in presenza di un fenomeno storico, l’università proprio davanti ai nostri occhi ha perso la sua caratteristica di luogo della conoscenza disinteressata, cioè essa non esiste più, è un’altra cosa.

    • sul resto dirò in altro momento, mi diverte l’osservazione per la quale ritieni “mania nuovista” pensareche ci sia un degrago automatico di qualsiasi istituzione. A parte che cerco di spoiegarlo, ho una curiosità: qunte istituzioni eterne conosci?

      • Eterne non ne posso conoscere, come dovrebbe essere ovvio.
        Pensa alla chiesa cattolica, duemila anni ti bastano? La durata non è prevedibile, nè può costituire una categoria di giudizio.
        Decretare la fine di un’istituzione sulla base della sua data di fondazione, mi pare assurdo, a te no?
        Tutti diventati renzisti, nuovisti, riformisti del peggio possibile?

          • Tutta la conoscenza odierna è indirizzata verso uno scopo e questo scopo è l’industria. Il male è tutto qui.
            Quando una istituzione è pensata per corrispondere all’animo umano, essa può durare millenni interi.
            E’ quando il subumano si insinua in essa che si determinano le condizioni per la sua marcescenza.
            L’esagerata importanza che si attribuisce alla fisica , alla chimica e alla tecnologia sono già espressione di quel subumano di cui sopra. Fisica chimica e tecnologia che lungi dall’aver risolto un solo problema dell’umanità, stanno conducendo il pianeta, per la prima volta nella storia umana, ad una catastrofe globale.
            Ecco, più che riflettere su pubblico o privato, io ritengo dovremmo partire da queste considerazioni.

          • parleremo anche di questo ch lei dice, per ora una cosa per volta. Adesso affrontiamo questo aspetto

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            Massimo De Angelis

            Se posso, alle due critiche ben argomentate da Vincenzo si é risposto quasi con permalositá rifiutando un’etichettatura che, qualora ci fosse, é stata comunque razionalmente spiegata. Sarebbe interessante una risposta piú nello specifico, se ha tempo e voglia ovviamente.

  • La sua diagnosi del sistema universitario è impeccabile e capisco anche la frustrazione che si ha nell’approcciare un discorso senza pregiudizi sul mercato, vista la cultura imperante a sinistra.
    La volta scorsa le scrissi che l’abolizione del valore legale del titolo di studio, così a crudo, sarebbe stata solo una mossa a tutto vantaggio del padronato che, con la propaganda del “sapere e saper fare oltre il pezzo di carta”, avrebbe azzerato ulteriormente il grado di mobilità sociale. Certo, vista nell’ottica di una radicale riforma dell’istruzione la cosa potrebbe avere anche una prospettiva accettabile, attendo di leggere i suoi prossimi articoli.
    Quanto al piattume culturale, nel mio ramo la cosa assume contorni davvero deprimenti: è praticamente impossibile dibattere della concezione dei sistemi viventi al di là del paradigma molecolare imperante: esso ha la sua utiltà, beninteso, ma è solo un paradigma che non spiega tutto; la teoria dei sistemi complessi praticamente non esiste; mettere in luce tutte le falle logiche e l’atteggiamento ideologico della teoria evoluzionista ti bolla come creazionista senza appello. Insomma l’università, quando non è una scuola tecnica, è un grimaldello ideologico. Urge una sana demolizione.

  • La prima parte dell’articolo sui fallimenti del mercato è chiara.
    Son decenni e decenni che talune funzioni pubbliche sono allocate (anche) ai privati -cui si applica il diritto il pubblico- non essendo queste ontologiche e variando storicamente. Il primo pensiero sulle organizzazioni spurie corre alla Sanità Pubblica, al cui interno sono inclusi enti non statali come il Galiera di Genova, la Casa Sollievo della Sofferenza di S. Giovanni Rotondo, o il Miulli di Acquaviva delle Fonti. Ma di esempi se ne potrebbero fare molti altri e citare plurimi moduli organizzativi.
    Si inizia a pensare in Italia di far persino gestire ai privati le carceri.
    Per il resto non riesco ad indiviadure il/i modello/i universitario di riferimento, tanto più se penso che il sistema universitario è (già) pubblico, passando esso per le Gazzette Ufficiali.
    LUISS, Mercatorum, Bocconi, Sacro Cuore, e-Campus, Mediatori Linguistici, … o tutti insieme ???
    Mi pare che l’istruzione civica sia un settore recessivo falcidiato dai tagli .. non oso pensare a ciò che potrebbe accadere in un comune in dissesto finaziario al settore universitario. Il binomio università – comuni dal punto di vista storico mi sfugge, se non in periodi consegnati alle mitologie fondative.
    I sistemi universitari di alcuni paesi del Golfo Persico avevano problemi pesanti quanto i nostri. Politicamente hanno deciso di tagliare il bubbone .. e ci sono riusciti .. e non si tratta solo del potere dei petrodollari.
    Forse la tendenza italiana del settore è la liceizzazione.
    P.s. Quanto costerebbe l’immatricolazione nel sistema da Lei sostenuto?

  • Bè… avendo esperienza di insegnamento in Italia, Germania e Stati Uniti l’argomento mi interessa. Ci si potrebbe scrivere un libro. Butto giù un paio di osservazioni.

    – è errato discutere le riforme dell’università – in realtà dell’intero sistema educativo – intercorse negli ultimi 25 anni come fossero progetti autonomi. I loro fini ispiratori sono sempre e soltanto due:
    1) uniformare l’istruzione italiana ai parametri di quella anglosassone;
    2) tagliarle i fondi nell’intento di realizzare una privatizzazione strisciante. Gli istituti o le facoltà coll’acqua alla gola non hanno altra scelta che rivolgersi al “mercato”.

    – tutto quello che Giannulli dice sull’ingerenza politica dello stato, il conformismo culturale e la limitazione del pluralismo vale per le università private americane e quelle laenderizzate tedesche più che per quelle statali italiane. Qui come altrove non conta tanto l’organizzazione interna dell’istituzione quanto il livello di irreggimentazione della compagine culturale e razziale di ciascun Paese. Il pensiero unico è nato in America, anzi è la quintessenza dell’American way of life.

    – un discorso non distante vale per il nepotismo. Nel Baden-Wuettenberg le scuole si scelgono liberamente gli insegnanti da assumere e (quasi) nessuno si sogna di impiegare parenti e amici. Si provi a realizzare lo stesso sistema a Napoli o a Palermo. Il sistema per combattere il nepotismo c’è, ma non è la destatalizzazione.

    – discuterò la proposta di Giannulli quando la posterà, ma qualsiasi progetto di destatalizzazione, nel contesto odierno, è condannato a risolversi in dissoluzione iperliberista. Qui come altrove si consumano le velleità di una sinistra per ridere che invece di distruggere il sistema vuole educarlo e indirizzarlo mentre ne riceve le prebende. E’ il metodo Rifondazione nel governo Prodi.

  • Pezzo intelligente. Il pubblico e lo statale non coincidono necessariamente. Anzi, spesso sono all’antitesi. Un superamento, graduale ma deciso, dei rapporti di produzione capitalistici richiede coraggio e fantasia. Attendo con interesse il seguito dell’articolo promesso da Giannuli. Cordiali saluti, Paolo Bartolini

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