Una risposta a Simona

Una risposta a Simona.

Simona mi manda un argomentatissimo intervento, che meriterebbe ben altro spazio che quello in coda ad un mio articolo: stiamo pensando di ridisegnare il sito, proprio per dare più spazio e visibilità agli interventi esterni; ma, in attesa di risolvere il problema non posso esimermi da rispondere alle domande che Simona mi pone (anche se poste come domande retoriche).
Dopo aver ricordato i molti altri esempi di muri eretti o erigendi (Marocco, India, Botswana, Arabia saudita, Thailandia, Emirati Arabi Uniti, Messico-Stati Uniti, Spagna, Irlanda, Uzbekistan, Pakistan. Corea, Cipro) e, dopo aver constatato il beneficio della fortissima riduzione di attentati  prodotto dal muro in Palestina, mi chiede:
<< Perche’ quello costruito dallo stato di Israele e’ il solo muro chiamato “muro della vergogna”? Costruire un muro per proteggersi da immigrati poveri ed in miseria è forse più legittimo che non farlo per prevenire l’ingresso di attentatori suicidi?>>

Bene. Intanto io non penso –e non ho mai detto- che l’unico muro della vergogna sia quello costruito da Israele: quando si affida la sicurezza di un paese alla costruzione di un muro, è sempre una sconfitta per la politica. Ma, vengo al merito, io ritengo che la soluzione del muro sia errata militarmente, moralmente inaccettabile e, in definitiva, controproducente da un punto di vista politico.

Da un punto di vista militare, la costruzione di barriere fisse e fortificate ha sempre creato una sensazione di sicurezza che si è poi rivelata del tutto illusoria, come la linea Maginot e la linea Stalin dovrebbero aver esaurientemente dimostrato. E se quel tipo di difesa non funziona con eserciti regolari ed in conflitto aperto, figuriamoci quanto può essere efficace in una guerra irregolare basata sul continuo mutamento delle forme di lotta e sulla clandestinità. Il muro in Palestina ha dato, per ora, eccellenti risultati, ma è facile prevedere che questo porterà all’adozione di altre forme di combattimento, che non è detto siano meno dannose per la sicurezza di Israele.

Da un punto di vista etico occorre tenere presenti alcuni aspetti in relazione alle modalità con cui esso è eretto. In primo luogo esso sorge in gran parte su spazio destinato ai Palestinesi dalle ipotesi di accordo, quindi sottrae loro ulteriore territorio. In secondo luogo la sua linea frastagliata induce effetti devastanti: villaggi spaccati in due, comunità ristrette da mura altissime in spazi angusti, come un in penitenziario ecc. E tutto questo rende il fenomeno particolarmente odioso.

Da un punto di vista politico un’opera del genere ha senso solo se ci si predispone ad un lunghissimo periodo di braccio di ferro, il che induce a far dubitare dell’effettiva volontà di giungere alla pace in tempi ragionevoli. Pessima cosa per l’immagine internazionale di Israele. Il conflitto dura già da 60 anni, non si può accettare di programmarne la durata per altri decenni.
In questo conflitto non c’è soluzione di forza che non sia quella dello sterminio di uno dei due contendenti, perchè nessuno dei due è disposto ad accettare la condizione di sconfitto ed è disposto a combattere sino all’ultimo uomo ed all’ultima cartuccia. Ma la comunità internazionale non permetterebbe una soluzione estrema nè in un senso nè nell’altro (e meno male!). Per cui l’unica soluzione stabile, ai problemi della sicurezza di Israele ed al diritto all’esistenza dei Palestinesi, sta solo in una pace onorevole e soddisfacente per entrambi. E non si può pensare di cogliere questo risultato con le proposte sinora fatte ai Palestinesi: uno Stato che forse non è uno Stato, che non ha un esercito e che ha un territorio fatto da una serie di ritagli ed enclaves: gli Israeliani accetterebbero queste condizioni per se stessi? Credo non se ne parli nemmeno.

Ma, mi si farà notare, Israele le guerre le ha vinte e quei territori se li è guadagnati con il sangue dei suoi combattenti.
Non è un ragionamento che si possa applicare a questo, nel quale ragioni etiche e ragioni politiche sono del tutto interdipendenti.
La principale base di legittimazione dell’esistenza di Israele sta nel diritto di un popolo a darsi uno Stato –il “focolare ebraico”- dopo gli orrori della Shoa, per i quali tutta la comunità internazionale ha avvertito un debito di giustizia da soddisfare. E’ tragico che questo abbia colpito i Palestinesi, che non hanno alcuna responsabilità nell’Olocausto, ma era uno stato di fatto che non aveva altre soluzioni praticabili.
Però questo ha delle conseguenze logiche: se la legittimazione di uno Stato è così caratterizzata eticamente, non può essere abbandonata quando si passa a discutere dei suoi confini, per essere sostituita dalla logica brutale dei rapporti di forza. Accettare questo significa liquidare le basi stesse della legittimazione di Israele e fare il più tragico errore politico.

Cara Simona, è possibilissimo che io sbagli, ma, credimi, non sono mosso da alcuna ostilità o prevenzione verso Israele, anzi, proprio perchè me ne sento amico –non meno che dei Palestinesi- penso sia mio dovere dire queste cose. Credo che il compito della sinistra europea non sia quello di fare il tifo per l’uno o l’altro contendente, ma fare l’impossibile per spingere entrambi a chiudere un conflitto che non ha più una “vittoria” da conseguire per alcuno.

Aldo Giannuli, 17 settembre ’09

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Aldo Giannuli

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Comments (4)

  • Ho letto ed apprezzato la tua risposta ma mi sembra che non tenga conto di un altro fattore importante: come entità autonoma, la Palestina non è mai esistita, né sono mai esistite una lingua e una cultura palestinesi. I palestinesi, come i giordani, i siriani, i libanesi e gli iracheni (tutte entità nazionali inventate dopo la prima guerra mondiale) sono arabi, proprio come i giordani, i siriani e così via, e tali unicamente si considerano. Per quasi 1900 anni l’area designata con il nome greco-romano di Palestina (per far dimenticare il nome stesso di Giudea) non è stata una nazione e non ha avuto frontiere, ma solo confini amministrativi.
    I palestinesi sono, in primis, i pronipoti dei tanti lavoratori arabi giunti in Palestina insieme agli ebrei un secolo fa, gli stessi che hanno rifiutato il piano di spartizione della terra e dato il via alla Guerra del ’48 al grido di “ributtiamo a mare gli ebrei”. Oltre a questi ci sono grandi gruppi di cittadini giordani, egiziani e siriani espulsi dai rispettivi stati e tenuti forzatamente in regime di “rifugiati” (con tutti i benefici economici che ne derivano e che di certo non finiscono nelle loro tasche ma in quelle di chi li “governa” e mantiene nella povertà).
    Che queste realta’ esistano e abbiano acquisito una coscienza nazionale, prima del tutto inesistente, è sicuramente vero e che abbiano diritto ad un loro territorio ed ad un loro Stato autonomo oltre alla Giordania, dove più dei due terzi degli abitanti sono palestinesi, è ormai altrettanto accettato ma non è stravolgendo la Storia che questi diritti diventano più sicuri.

  • No, non è vero. Per favore, Simona, queste argomentazioni ricordano quelle dei negazionisti della Shoa, e sono un insulto all’intelligenza. Israele ha occupato militarmente dei territori nel corso di una guerra (anzi di più guerre), non ha mai ritirato i suoi militari da quei territori e anzi ha fatto di tutto per scacciarne gli abitanti. Non ha mai rispettato le risoluzioni dell’ONU e non ha mai tenuto in nessun conto la voce della comunità internazionale. Ti invito a fare un viaggio in Cisgiordania, ammesso che le “democratiche” autorità israeliane te lo consentano, io so quanto sia difficile. Forse le parole “razzismo” e “discriminazione” assumeranno per te un senso diverso, se sgombri la mente dai pregiudizi.

  • L'”asimmetria”, parola che oramai è comunemente utilizzata per descrivere il conflitto israelo-palestinese, non richiama solo il raggiungimento di un elevato grado di efficienza tecnica (riduzione delle proprie vittime) ma di solito implica anche dei deficit sul punto di vista delle giustificazioni morali. Simona ad esempio tralascia di riportare la variazione delle vittime palestinesi dopo la ricostruzione del muro. Per quanto mi riguarda questo mi basta per considerare che è pratica comune dei popoli in guerra non considerare negativamente le perdite civili dell’avversario (cosa che non si applica per chi non è coinvolto in una guerra e che considera un bambino morto un bambino, e non un futuro avversario in meno) e credo che questa scarsa considerazione dei morti altrui non abbia giovato molto all’immagine di Israele. D’altra parte il fatto che il muro non rappresenti un confine stabile, ma uno strumento strategico, non è un particolare: esso non sancisce dei confini che debbono essere riconosciuti o rispettati da qualcuna delle parti in causa, ma aumenta semplicemente la capacità militare di una delle due parti, sia in termini difensivi che offensivi. Sono pienamente d’accordo con Aldo quando dice che un confine legittimamente riconosciuto non può essere fondato contemporaneamente con la forza bruta e con il richiamo all’etica.
    La risposta di Simona, che fa notare l’assenza di uno stato palestinese a carattere nazionale è quasi imbarazzante, se si considera che ammette la presenza di una realtà geopolitica e di un’identità etnica araba. Identità che, in quanto attigua a realtà prevalentemente arabe, non aveva comunque motivi per manifestarsi. Ma il fatto che i palestinesi di allora non concepissero l’idea di uno stato nazionale (e non avessero quindi un esercito regolare) non significa che non godevano dei diritti di amministrare il territorio in cui abitavano, semplicemente che non avevano gli strumenti giuridici (e bellici) per fare valere questi diritti.
    E poi c’è la triste attualità: i nuovi coloni sono la risposta agli appelli alla distensione dell’amministrazione USA, con la quale Israele ha assunto degli atteggiamenti visceralmente ostili, dopo la fine dell’idiliio con Bush (presidente che rimpiangono solo lì).
    Considerare il nucleare iraniano come la massima priorità per la pace in medioriente è altresì indicativo. Un attacco nucleare ad Israele è prospettiva improbabile e suicida, dato che quest’ultimo ha la possibilità di rispondere con il suo arsenale (non riconsciuto ufficialmente) armato su sommergibili. Quindi difendere Israele da un attacco considerato irrealistico anche dai vertici militari israeliani è la priorità per la pace in medioriente?
    In fondo se ahnmadi-nejad (il cui golpe è stato un vero colpo di fortuna per Israele, dato che ha fatto arenare i tentativi di dialogo) chiedesse una riduzione dell’arsenale atomico israeliano come pegno per la rinucia ai propri progetti nucleari ci sarebbe da divertirsi a sentire le reazioni…
    Anche se credo che in fondo Ahmadi-Nejad trovi l’Israele tutto a destra di oggi funzionale al perseguimento delle sue politiche e mai farebbe una cosa del genere. E credo che si tratti di una funzionalità reciproca: senza questo presidente iraniano avrebbe vinto Lieberman?
    I nemici sono spesso più preziosi degli amici.

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