Una bufera in arrivo: Israele-Iran.

Cappuccino, brioche e intelligence n°31

L’Aiea conferma che l’Iran sarebbe sul punto di concludere la sua ricerca per l’uso militare dell’energia nucleare, cioè a breve disporrà di ordigni nucleari. Nonostante le dichiarazioni ufficiali di segno contrario, Israele sembra sia in procinto di realizzare una azione militare sul modello del raid su Osirak del 1980. In due parole stiamo dicendo che sta per arrivare un conflitto di proporzioni non calcolabili.

Iniziamo da alcune considerazioni sulla fondatezza della notizia sul possesso dell’arma nucleare da parte dell’Iran. Il rapporto Aiea conferma quanto già americani ed israeliani (cioè fonti di parte) avevano detto ma, per quel che se ne sa, più che prove ci sarebbero indizi, anche se non pochi o leggeri. Dunque, non siamo affatto sicuri che le cose stiano nel modo in cui vengono presentate, anche se il sentore va esattamente in questo senso.
C’è poi un secondo punto: non è scritto da nessuna parte che se anche l’Iran disponesse della bomba, sia poi deciso ad usarla effettivamente contro Israele ed in che tempi.
Il parere di chi scrive queste righe è che effettivamente l’Iran sia vicino a realizzare la sua bomba nucleare, ma che, al di là delle sciagurate dichiarazioni di Almadinehjad sulla necessità di distruggere Israele (che sono benzina sul fuoco), non sia molto probabile che effettivamente l’Iran mediti di usare la bomba contro Israele. Se ciò accadesse e se anche Israele ne fosse distrutto, la rappresaglia arriverebbe lo stesso dai sottomarini di Tel Aviv sparsi nei mari e sarebbe una rappresaglia nucleare anche quella. E bisognerebbe mettere in conto la reazione americana ed, a quel punto, dell’Onu, visto che, dopo un crimine del genere,con ogni probabilità, neanche Cina e Russia opporrebbero il veto. Insomma il regime di Teheran avrebbe le ore contate. Per quanto Alamdinehjiad ed i suoi non siano dei modelli di razionalità politica, è inimmaginabile che non abbiano messo in conto le conseguenze del loro gesto e non si capisce perchè dovrebbero imbarcarsi in una impresa disperata del genere.

Il possesso della bomba serve a Teheran per altre ragioni: sostenere militarmente il progetto del “grande Iran” assorbendo le province sciite di Irak, Pakistan ed Afghanistan ed assorbendo nella propria orbita i paesi sciiti come il Barhein ed i movimenti similari libanesi, siriani e sauditi. L’arma nucleare e la forte ascesa economica, sostenuta dalla rendita petrolifera, consentirebbero a Teheran di giocare un ruolo da grande potenza prima egemonizzando il mondo islamico non arabo (Pakistan, Indonesia, Bangladesh e forse Turchia) e dopo anche quello arabo. Insomma una riedizione del progetto del grande califfato in salsa iraniana. In questo quadro si capisce il perchè della retorica propagandistica contro Israele, ma di qui a scatenare un conflitto nucleare ne corre perchè la cosa sarebbe del tutto controproducente ed azzererebbe proprio quel progetto di califfato di cui si diceva. Dunque, questo dovrebbe rendere assai cauti sull’ipotesi di un intervento preventivo.

Il punto è che, anche se le notizie non fossero vere o fossero assai incerte, o se l’Iran avesse tutt’altre intenzioni, Israele non è in grado di stabilirlo e deve muoversi in condizioni di incerta conoscenza. Ovviamente, nelle valutazioni di Tel Aviv pesa un fattore: se dovessero sbagliare sarebbero morti, in ogni caso.

Prima ipotesi: effettivamente l’Iran lancia all’improvviso un attacco nucleare contro Israele e lo distrugge.
Israele è un piccolo paese di 20.000 Kmq o poco più e di 7 milioni e mezzo di abitanti  e difficilmente sopravviverebbe ad un attacco nucleare massiccio; magari la rappresaglia ci sarebbe lo stesso, ma sarebbe un massacro generalizzato (nel quale sarebbero colpiti anche i palestinesi: mettiamo anche questo nel conto). Dunque, non essere intervenuti in tempo si rivelerebbe un errore irreparabile.

Ma facciamo l’ipotesi contraria: che Israele intervenga; e poniamoci per primo il problema della natura dell’attacco, se convenzionale o nucleare. Va da sè che un attacco oggi non potrebbe ripetere le modalità di Osirak: i siti iraniani sono diversi e dispersi sul territorio, inoltre sono a 100-150 metri sotto terra. Si parla di bombe di profondità che, in un modo o nell’altro, riuscirebbero a distruggere i siti ma le informazioni in proposito non sono tali da poter stabilire con esattezza se e quanto sia effettivamente possibile distruggere i siti a quelle profondità. Inoltre è plausibile che l’aviazione iraniana (che non è proprio trascurabile) riesca ad abbattere un numero considerevole di aerei israeliani, con il risultato di far fallire in tutto o in parte l’operazione.
E un attacco che non riuscisse ad azzerare i siti nucleari nemici, più che inutile sarebbe disastrosamente controproducente, perchè legittimerebbe una reazione iraniana che potrebbe valersi della bomba nucleare.

Ma, anche se l’attacco raggiungesse l’obbiettivo, questo non significa che l’Iran sarebbe distrutto, per cui è da scontare la reazione. Con una complicazione in più: quale sarebbe la reazione di tutto il mondo arabo? Beinteso: i regimi Saudita, Siriano, Egiziano ed anche Giordano non sarebbero affatto rattristati di una batosta al nemico sciita, anzi, in altri tempi, al di là di prevedibili dichiarazioni di fuoco, probabilmente sarebbero andati scalzi in Moschea a ringraziare Allah per grazia ricevuta. In fondo, è noto che da novembre l’Arabia Saudita ha concesso basi operative agli israeliani e l’Egitto ha consentito il passaggio di unità di quella marina, proprio perchè il nuovo nemico sciita suscitava più allarme ed ostilità del vecchio nemico sionista.

Ma nel 2011 le cose stanno in modo molto diverso: la piazza araba è in piena ebollizione e un attacco del genere la infiammerebbe. Già oggi l’Egitto è assai meno amico di Israele, di fronte ad una sollevazione popolare, potrebbe limitarsi a platoniche proteste diplomatiche? D’altro canto, una bella guerra con Israele sarebbe quel che ci vuole per canalizzare la pressione popolare verso un obbiettivo esterno, depotenziando le rivolte in atto. Anche perchè difficilmente i bombardieri con la stella a sei punte potrebbero fare l’operazione senza violare lo spazio aereo sovrastante di qualche paese arabo, fornendo quindi uno splendido casus belli. E c’è da dubitare che anche la Turchia (a differenza del passato), possa restare estranea ad un vasto conflitto di area, viste le reazioni al caso della Marvi Marmara, ancora per nulla digerito. D’altra parte, anche la Turchia è in corsa per il “progetto califfato” della Umma.
E questa volta Israele troverebbe assai minore comprensione tanto in Europa quanto negli Usa per moltissime ragioni: dalla reazione morale contro una guerra preventiva alla prevedibile ed astronomica impennata del prezzo del petrolio.

C’è un’altra possibilità: che Israele si faccia tentare da una soluzione “radicale” che distrugga con certezza tutti i siti iraniani ed assesti un tale colpo alle reni del nemico da togliergli ogni velleità di replica. Stiamo parlando di un attacco nucleare.
E qui si pone una domanda: si può giustificare un attacco nucleare per prevenire un attacco nucleare? Già il principio della guerra preventiva con mezzi convenzionali  non è, in linea di massima, un principio accettabile (altro fu il caso della guerra dei sei giorni, dove l’aviazione israeliana prevenne di giorni, forse di ore, la coalizione araba), ma un attacco nucleare preventivo non sarebbe accettabile in nessun caso e provocherebbe una sollevazione generalizzata contro Israele. Per non dire delle reazioni del mondo islamico (dal Marocco all’Indonesia) dove le considerazioni appena fatte varrebbero al quadrato.

Ma immaginiamo che una simile idea non passi per la testa neppure del più scatenato militarista di Tel Aviv: in fondo, Israele la bomba ce l’ha da più di trenta anni ma non l’ha mai, non dico usata, ma neppure minacciata. Ha lasciato capire di possederla ma lo ha sempre smentito ufficialmente. Dunque, chiunque dei due si muova per primo pagherebbe un prezzo politico enorme e questo consiglia molta calma e saggezza. Anche perchè i due paesi non sono confinanti e gli effetti potrebbero essere del tutto imprevedibili.

Ma cosa può fare Israele per tutelarsi?
Oggi lo stato ebraico è nelle peste perchè non ha saputo risolvere politicamente la questione palestinese. Ripeto quello che ho scritto altre volte: nel 1967 Dayan vinse troppo e questo ha dato agli israeliani una velenosa sensazione di sicurezza, per cui il linguaggio più efficace con gli arabi resta quello degli sganassoni. E la campagna di Natale contro Gaza nel 2006 ne è la dimostrazione più evidente: militarmente fallita, si trasformò ben presto in una Watterloo politica per chi la aveva promossa. La migliore difesa per Israele è una politica di buon vicinato e collaborazione con i palestinesi, sia perchè questo toglierebbe dalle mani di tutti gli arruffapopolo ed avventurieri presenti nel mondo islamico un argomento efficacissimo, sia perchè un attacco ad Israele diventerebbe anche l’attacco ad un paese arabo ed islamico come lo stato palestinese che, anche fisicamente sarebbe intrecciato con esso. E non darebbe alcun vantaggio politico a chi lo promuovesse.

Occorre che Israele inizi a pensare diversamente le ragioni dei Palestinesi, valutando quali e quanti interessi convergenti ha con quelli che, a torto, considera i suoi primi nemici. Certo, sarebbe bene che anche i palestinesi facessero qualche sforzo per capire le ragioni dei loro antagonisti, ma il primo a dover fare una mossa è proprio Israele che deve comprendere che ritirarsi nei confini del 1967 è la migliore difesa che potrebbe darsi: un confine più arretrato e militarmente più problematico, ma politicamente molto più forte.

Per il resto sarebbe bene che l’intera comunità internazionale si faccia carico di garantire ad Israele il diritto alla sua sopravvivenza, in modo da spegnere pericolose tentazioni che pagheremmo tutti assai caro.

Aldo Giannuli

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Aldo Giannuli

Aldo Giannuli

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Comments (14)

  • C’è chi avrebbe molto a che dire alle sue ultime parole, soprattutto a quel “diritto” di Israele. In ogni caso Israele ha molta strada ancora prima di riuscire ad arrivare ad una politica di buon vicinato. La situazione palestinese è tutt’altro che calma e Israele prima o poi dovrà portare alla cassa tutte le sue rovinose politiche nei confronti dei palestinesi

    • Bene o male un popolo israeliano si è formato ed ora c’è (lasciamo perdere adesso il modo in cui si è formato e se dovesse realizzare il suo stato ed in che parte di Mondo, se in Madagascar, terra del fuoco o Palestina). Ed allora che ne facciamo? Lo buttiamo a mare? Rispediamo ogni cittadino nel rispettivo paese di provenienza familiare? Resto dell’idea che la presenza di Israele in quella parte di mondo possa essere un fatto positivo che favorisce fenomeni di secolarizzazione del mondo islamico, ovviamente a condizione di trovare una sistemazione decente del problema palestinese che non può essere quella dei bantustan circondati dal muro: un orrore che non si capisce come possa essere ritenuto dagli israeliani una soluzione praticabile.

  • Salve. Prima di tutto, un caro saluto e il ringraziamento di un studente spagnolo amante della Italia e degli studi di sicurezza internazionale. Il suo ‘come funzionano i servizi segreti’ è uno dei miei libri permanenti nel comodino. La domanda è questa: quale sarebbe il ruolo degli Stati Uniti, che sempre hanno fatto di ‘grande fratello’ degli israeliani in quanto riguarda alle minacce della zona? Già si hanno fatto sentire, ma c´è secondo Lei la possibilità di vedere un´altra operazione militare statunitense dopo i fallimenti in Afganistan ed Irak?

  • Io concordo con lei e coi diversi che auspicano la creazione di due entità distinte. Ritengo però che per considerare il perchè delle mosse di Israele sia necessario ritornare al modo in cui si sia formato, altrimenti non si spiegherebbe come una classe politica sia stata in grado di affermare questo muro senza che la popolazione si opponesse in modo sostanziale ( Come ha fatto notare un autore, qualche mese fa su Le Monde Diplomatique anche le proteste a Tel Aviv non prendevano in considerazione la situazione palestinese)

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    pierluigi tarantini

    L’idea che un nuovo califfato sia nella mente dei dirigenti iraniani mi ricorda il piano Nabuccodonosor (invasione dell’Arabia Saudita) attribuito a Saddam ai tempi della prima guerra del Golfo.
    Cosa diversa è la volontà iraniana di essere, come in realtà la Persia è da alcune migliaia di anni, potenza regionale.
    Ciò premesso, ritengo che Israele abbia il diritto di tutelarsi rispetto alle sciagurate dichiarazioni di Ahmadinehjad.
    Già qualcun altro, infatti, era stato preso per semplice farneticante nel momento in cui espose i propri intendimenti nel Mein Kampf.
    Spero, quindi, che la comunità internazionale liberi il popolo iraniano dalla cricca che l’opprime.

    • Uso il termine califfato in senso generico, anche perchè in senso proprio è un concetto della culura araba e gli iraniani non sono arabi, ma onsomma diciamo la stessa cosa se parli di piano di potenza regionale degli ayatollha

  • Ottimo articolo, come al solito. Ma ritengo che abbia trascurato una variabile fondamentale: e se gli Stati Uniti intervenissero nel conflitto al fianco di Israele? Dopotutto, mi pare di aver capito che gli stessi israeliani sostengono che l’Iran “starebbe per” dotarsi della atomica ma non ne avrebbe ancora la disponibilità. Perciò, secondo me, potrebbe ipotizzarsi anche un’invasione del territori iraniano conseguente ad un ultimatum dell’amministrazione americana, sul modello Iraq del 2003.

    Penso che la classe politica americana – nonnostante il deficit di bilancio galoppante e il debito stratosferico – potrebbe cedere alle pressioni del complesso militare industriale (che poi, ammettiamolo, è la spina dorsale dell’economia americana), che sarebbe ben felice di lottizzare la torta: dalle commesse militari a gli affari per la ricostruzione, passando – last but not least – per lo sfruttamento delle immani risorse petrolifere iraniane. A maggior ragione se i repubblicani vincessero le prossime elezioni presidenziali.

  • D’altronde, a me sembra proprio che oggi il problema centrale della politica estera americana in Medio Oriente – per la stabilizzazione in Iraq e quella in Afghanistan, per i rapporti con il mondo arabo-sunnita (vedi rischio conflitto settario che parte in Siria e si estende a macchia d’olio), per i rapporti con lo storico alleato Israele, per ridimensionare la politica estera neoottomana della Turchia – oggi sia proprio l’Iran.

  • Condivisibile l’analisi di Aldo, ma sono propenso a non sottovalutare il presupposto ideologico che caratterizza il sionismo, che tre le varie cose si pone l’obiettivo della restaurazione di un regno ben più ampio dello stato attuale.
    Qualora non si capisse questo, la negazione del rientro per i profughi palestinesi, le occupazioni, le colonie, il fosforo bianco, il muro, ecc. sarebbero delle semplici coincidenze. I democratici diritti sui quali si fonda lo stato d’Israele sono razza eletta e territorio per mandato divino: in Germania qualche anno fa si diceva “blut und boden”…
    Per quanto formalmente illegale, Israele ormai è un dato di fatto e il suo diritto all’esistenza non può essere messo in discussione. Diritti però vuol dire anche doveri.
    Possibile che si bombarda l’Iraq o la Libia (a proposito: a quando un articolo sulla nuova Libia democratica?) per il mancato rispetto di una risoluzione dell’ONU, quando Israele (a cominciare dalla questione nucleare) da decenni ne viola, se non sbaglio, una sessantina? Sono Usa, Russia, Cina ed Europa ad avere la responsabilità di disinnescare questo problema. Impongano, anche con sanzioni economiche e no fly zone, il rispetto della legge internazionale. Obblighino Israele ad aprire le porte agli ispettori, lasciar rientrare i profughi palestinesi, consegnare i criminali di guerra ai tribunali internazionali, restituire le terre illegittimamente occupate, abbandonare le politiche di apartheid contro gli arabi. Solo allora avremmo un Medio Oriente pacificato e liberato dai vari Ahmadinejad, che proprio a questa situazione devono la propria fortuna politica, ed espressioni come “diritto all’esistenza”, “sicurezza”, “diritti umani” torneranno ad avere un senso.

  • Secondo il mio parere:
    1) la presenza dei palestinesi sul suolo israeliano costituisce uno scudo umano di fatto

    2)nel caso di un attacco il fall-out toccherebbe molti stati confinanti, anche pesantemente, questo porterebbe la lega araba ad accettare e promuovere una guerra (per la gioia dei saud)

    3) mi preoccuperei di più del materiale fissile prodotto e passato a chissà chi..magari a hezbollah in caso di interferenze in siria..

  • La storia è ciclica dopo ogni grande crisi si nasconde una guerra.Anche in un libro che ho letto di recente (l’opzione H) di Seymour M. Hersh del 1991 che parla dell’arsenale nucleare di Israele di Dimona, cita queste parole IL MESSAGGIO DE L’OPZIONE H E’ INQUIETANTE E INEQUIVOCABILE LA PROSSIMA GUERRA DEL MEDIO ORIENTE POTREBBE ESSERE ATOMICA, forse aveva ragione.

  • L’uso dell’arma nucleare potè avere un valore tattico-strategico quando vi fu asimmetria nella possibilità d’uso (USA su Giappone).
    Oggi, tra nazioni confrontabili sul piano bellico nucleare, è fuori da ogni metodo, perché compromette a priori la capitalizzazione di ogni risultato.
    Paragonando le nazioni a singoli uomini, va detto che si può litigare veramente solo tra sani di mente: tra folli ci si confronta, ma con obbiettivi privi di valore condivisibile e tramandabile.
    Pertanto i capi di stato operano o in funzione di delirii, non escluso quello confessionale, (ed è possibile, perché sono uomini), oppure secondo ragione, (ed allora la bomba nucleare resta confinata al ruolo di totem).
    Il tema andrebbe invece a lungo frugato con quell’efficace specillo che è la domanda: “a chi giova?”.
    In particolare persone ai vertici e sub vertici nazionali protagonisti nel determinismo di conflitti di tali proporzioni che azionariato hanno nell’industria bellica e del petrolio?

  • Fare una guerra ora vorrebbe dire aggravare ulteriormente le finanze precarie dell’occidente durante la crisi incredibile del 2012 dove ogni paese per sé e si salvi chi può. L’unica possibilità di far traballare il regime iraniano, del sudan,… è la discesa dei prezzi delle materie prime.

  • “Resto dell’idea che la presenza di Israele in quella parte di mondo possa essere un fatto positivo…”.
    Forse, la popolazione palestinese massacrata dai nazi-sionisti da decenni, non sarà della stessa opinione del Giannuli.

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