Turchia ad un anno dal colpo di stato di Erdogan

A un anno dal fallimentare tentativo di golpe condotto da elementi deviati delle forze armate contro lo strapotere del Presidente Erdogan, soffocato nella notte tra il 15 e il 16 luglio 2016 con un bilancio di circa 300 morti, la Turchia rimane un Paese fortemente fratturato al suo interno, caratterizzato da una profonda instabilità politica e da una perenne indecisione circa il suo futuro posizionamento internazionale.


Il fallito colpo di Stato, condotto con facilloneria e scarsa coordinazione da ristretti settori delle forze armate preoccupati dalla crescente ostilità del Presidente nei loro confronti, ha offerto a Erdogan un alibi eccezionale per giustificare l’accelerazione del suo progetto basato sull’accentramento dei poteri garantiti dalla Costituzione, sul superamento del tradizionale laicismo dell’apparato statale e, soprattutto, sulla rivalutazione del ruolo del capo dello Stato, destinato a trasformarsi in “uomo solo al comando” dopo l’esito favorevole alla riforma costituzionale nel referendum dell’aprile scorso. La battaglia politica per la riforma costituzionale, trasformatasi a tratti in schermaglia diplomatica con Germania e Paesi Bassi, ha sancito al tempo stesso l’apice del successo e l’inizio della fase di maggiori difficoltà per l’aspirante Sultano di Ankara: formalmente, Erdogan ha infatti ottenuto l’approvazione popolare per la svolta presidenzialista che dovrebbe porre le basi per il superamento della tradizionale eredità kemalista e aprire le porte alla completa “occupazione dello Stato” da parte del suo partito, l’AKP, a causa degli enormi poteri di nomina garantiti alla figura del Presidente. Tuttavia, il “Sì” ha prevalso con uno scarto tanto marginale da mettere a nudo le profondi divisioni interne alla politica turca, riflesso di una linea di faglia tra anime del Paese fortemente contrapposte: la riforma ha prevalso nelle roccaforti dell’Anatolia interna, tradizionale base di consenso dell’AKP, laddove anche le proposte di reislamizzazione della società sono viste con maggior interesse, mentre al contrario le aree mediterranee, prima fra tutte la città di Izmir, hanno reiterato la loro opposizione a Erdogan. Il Presidente paga il fio di anni di esasperazione di un vero e proprio clima da guerra civile interna, delle sue ambigue scelte politiche e, soprattutto, dell’aggressiva strategia repressiva seguita al golpe: sebbene non vi è dubbio che Fetullah Gulen, l’ex imam miliardario che vive esiliato in Pennsylvania, vedrebbe di buon occhio un’estromissione di Erdogan dal potere, numerosi elementi lasciano supporre che le accuse mosse nei suoi confronti per il coinvolgimento nel colpo di Stato, che hanno portato a profonde purghe di suoi presunti sostenitori nei vari settori della pubblica amministrazione, siano quantomeno circostanziali., siano quantomeno circostanziali.

Il compattamento del 48% dell’elettorato nel contrasto alla riforma costituzionale targata Erdogan ha portato le opposizioni a riguadagnare coraggio e ad avviare una sfida diretta al Presidente non più ostacolata dalle minacce di una repressione che, dopo aver colpito giudici, militari e giornalisti, interessa ora principalmente i vertici delle organizzazioni non governative: nei giorni scorsi si è conclusa a Istanbul la lunga marcia di protesta itinerante guidata da Kemal Kilicdaroglu, leader del partito CHP, e denominata “Marcia per la Giustizia”. Dopo aver percorso 450 chilometri in 25 giorni, Kilicdaroglu ha scelto lo scenario dell’ex capitale imperiale per sfidare personalmente la deriva autoritaria del Sultano: a un anno dal golpe, la grande sfida per Erdogan viaggia finalmente su canali legali e si sta strutturando nella forma di un’alternativa politica concreta. Divisa, fratturata e polarizzata, la Turchia, dodici mesi dopo il colpo di Stato, non conosce pace: l’arco di instabilità che da anni avvolge l’intero Medio Oriente potrebbe essere destinato ad espandersi, nei prossimi anni, sino alle sponde del Bosforo.

Andrea Muratore

 

aldo giannuli, andrea muratore


Aldo Giannuli

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Comments (4)

  • “Başaramayacaksınız. Milletimizi bölemeyeceksiniz. Bayrağımızı indiremeyeceksiniz. Vatanımızı parçalayamayacaksınız. Halkımıza boyunduruk vuramayacaksınız. Bizi yolumuzdan geri döndüremeyeceksiniz. Biz dostumuzu da düşmanımızı da biliyoruz. Daha doğrusu kim olduğumuzu nereden geldiğimizi nereye gittiğimizi biliyoruz.”
    Trad. “Non ce la farete. Non dividerete mai la nostra nazione. Non ammainerete mai la nostra bandiera. Non farete mai a pezzi la nostra Patria. Non soggiogherete mai il nostro popolo. Non ci farete mai tornare indietro sui nostri passi. Noi conosciamo sia i nostri amici, che i nostri nemici. Meglio ancora, sappiamo chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo”. (Tayyip Erdogan, dal suo discorso del 15/07/2017 in celebrazione dell’anniversario del fallito golpe. http://www.hurriyet.com.tr/erdogan-isimlerini-sayarsak-uluslararasi-kriz-cikar-40521540)

    Caro Andrea,
    quando Erdogan parlava, aveva ben chiaro il nuovo corso che la Turchia aveva intrapreso. Ce lo hanno cacciato, in questo nuovo corso, le stesse cancellerie occidentali, visto che quel fallito colpo di stato fu orchestrato da chi lo aveva sostenuto fino ad allora (gli americani in chiave antisiriana) e smascherato da chi lo aveva fino ad allora osteggiato (i russi protagonisti di una crisi diplomatica senza precedenti fino a pochi mesi prima).
    Ed Erdogan non si è fatto pregare. Ora
    – siede anche lui ad Astana, insieme a Russia e Iran;
    – consente, grazie al controllo dei “suoi” jihadisti nelle cosiddette “zone di diminuzione”, il dislocamento sul fronte orientale di truppe siriane impegnate prima in azioni di contenimento nei loro confronti (con risultati sul campo che non si sono fatti attendere, si veda a proposito l’ultima cartina in un pezzo che ho appena scritto sulla questione curda alla luce delle recenti scelte di campo a opera dell’YPG https://byebyeunclesam.wordpress.com/2017/07/06/la-questione-curda/ L’esercito siriano ha liberato in soli sei mesi quello che non aveva fatto in anni di conflitto);
    – costituisce una minaccia per i curdi di Afrin (la parte ovest del Rojava curdo) e obbliga l’YPG a dislocare truppe a loro difesa e a usare le rimanenti per concentrarsi sulla sola Raqqa, anziché puntare dritto verso i territori a sud dell’Eufrate nella provincia di Deir Ezzor; questo, ovviamente, a tutto vantaggio delle unità speciali siriane Qawat Al-Nimr (Forze Tigre) che stanno scendendo da Resafa battendoli, ancora una volta, sul tempo.
    – manda via a calci nel sedere i tedeschi dalla base aerea di İncirlik e negozia coi russi l’acquisto di sistemi antiaerei S-400 (http://colonelcassad.livejournal.com/3543115.html)
    – sbarca nel Qatar con un piccolo drappello “a scopo dimostrativo” (http://colonelcassad.livejournal.com/3551262.html)
    – non da ultimo, sbatte la porta in faccia all’UE e ai cosiddetti “valori occidentali”, alimentando la retorica nazionalistica di cui sopra.

    Clap, clap, clap. Davvero un grande applauso per le cancellerie occidentali e per il loro lavoro diplomatico negli ultimi anni. Quanto a Erdogan, è meglio che lo lascino in pace. Non basta piazzare qualche base in un Paese per capirne la cultura: Non dico aprire qualche libro, che leggere tra un po’ sarà reato; cominciassero almeno, a Bruxelles come a Washington, a vedersi qualche film di Şaban (al secolo Kemal Sunal 1944-2000); si farebbero due risate e imparerebbero qualcosa del Paese a cui pretendono di indicare la “strada buona”. E più lo cercheranno di far fuori, più – da ottusi quali sono – otterranno l’effetto contrario.

    Per chiudere, a proposito di incendi starei più attento non solo a quelli nostrani, che ogni estate vediamo di non farci mancare, ma a quelli che ci stanno scoppiando senza nemmeno che ce ne accorgiamo. L’ultima miccia nel Donbass è stata innescata oggi. Aleksandr Zacharčenko, capo della RPD, una delle due autoproclamate repubbliche indipendentiste, ha illustrato il suo progetto Malorossija (Piccola Russia, antico nome dell’Ucraina), uno stato multietnico che entro tre anni dovrà prendere il posto della morente Ucraina e che dovrà quindi associarsi all’unione fra Russia e Russia Bianca (o Belarus’). Boutade dovuta alla calura estiva? Oppure prologo di una nuova ondata di azioni belliche a tutto campo dopo aver messo, definitivamente, fine a quella farsa chiamata “Accordi di Minsk”? E in questo caso, resterà tutto confinato a quel martoriato Paese o interverranno “altri”, sia da Est che da Ovest?

    Instabilità a gogo, in queste notti di mezza estate…

    Grazie e un caro saluto.

    Paolo

    • Grande Paolo, lo hai rimesso con i piedi per terra: della narrazione dei lor signori, ripetuta da chi non ha più voglia di studiare a fondo, ne ho fin sopra i pochi capelli.
      Però un piccolo appunto lo farei anche a te. Tu dici oggi turchi russi iraniani siriani iracheni sono alleati, ma domani chissà. Io scommetto che lo saranno anche domani e spiego il perché.
      Non è Israele (Washington) che vuole impedire la logistica fra Iran, Siria e Libano (come dice il gran maestro Maurizio Molinari, altro ripetitore dei lor signori), ma è Teheran che vuole bloccare la via che la NATO, o chi per lei, userebbe per raggiungere l’Azerbaijan da Israele, aggirando la Turchia, allo scopo di tagliare le infrastrutture internazionali ivi esistenti e boicottare quelle ben più pesanti in cantiere fra Russia e Iran e fra Kazakhstan (Cina) e Iran.
      Da parte sua Erdogan, attorno al 10 Luglio 2016, sotto pressione cinese (forse un vero e proprio ricatto economico finanziario), promise a Russia e Iran, che non avrebbe permesso alla NATO l’accesso all’Azerbaijan attraverso il suo territorio, e tanto meno l’accesso al Rojava, via Afrin, dal porto di Alessandretta (dove dal 2003 stazionava abusivamente un’intera divisione corazzata statunitense).
      Se fai una ricerca troverai che, dopo le bombe al Parlamento, Teheran ha subito arrestato 40 terroristi in Azerbaijan Occidentale (provincia iraniana) con l’accusa di preparare una secessione. Per contro, chi è nato da quelle parti mi dice che i giovani a scuola studiano in lingua farsi e dunque è difficile credere che la lingua parlata dai loro nonni (l’azero) sia sufficiente per indurli ad una rivolta contro Teheran, a meno che non sia “colorata”, magari di arancione.
      Faccio una piccola e utile digressione: è significativo che Orchosani e Tsinagari siano due villaggi che i russi hanno fatto fortificare nella parte più meridionale dell’Ossezia del Sud, con trincee che arrivano a meno di un chilometro dall’autostrada E60, dove la NATO dovrebbe passare in caso di intervento in Azerbaijan sbarcando a Batumi o Poti. Ti dice qualcosa che con il Bosforo controllato da Erdogan (che con le sue navi vuole peraltro essere presente anche alle esercitazioni NATO in Ucraina) gli USA preferiscano oggi una volta di più evitare di accedere dai porti di Batumi e Poti, per preferire il “più gestibile” varco curdo da Israele via Deir Ez-zor?
      Secondo me i curdi potranno ottenere l’indipendenza con 4 referendum, solo dopo che avranno permesso e completato la costruzione di gasdotti e ferrovie eurasiatiche sulle aree limitrofe e poi sulle loro stesse, a tutto vantaggio del benessere comune: d’altra parte il Kurdistan non è stato mai contemplato nell’assetto anglosassone dell’ex Impero Ottomano, ed è evidente, perché sarebbe stato un Paese montano intercluso senza sbocco al mare, e quindi avrebbe costituito un perenne fattore di incentivo alla logistica internazionale terrestre (strade e ferrovie) in una regione altamente strategica (sia per i sovietici, sia, con ragioni opposte, per i signori del mare), in cui tutti i Paesi della spartizione (Turchia, Siria, Iraq) e l’Iran avrebbero potuto commerciare con chiunque altro attraverso i loro rispettivi porti (sebbene a costi esorbitanti) senza “impelagarsi” nella concertazione di strade e ferrovie internazionali.
      Dunque se i curdi invece pensano di ottenere l’indipendenza con l’appoggio degli americani la loro terra diventerà un teatro di guerra spaventoso, in cui alla fine Israele e USA uscirebbero comunque sconfitti, e quindi anche loro. Credo l’abbiano capito. Non è un caso che non si siano diretti verso, Mosul e addirittura, Deir Ez-zor o At-Tanf, come invece pretendevano gli americani (il Califfo era stato già allertato per cedergli terreno).

      • Caro M,
        Si, hai ragione, probabilmente l’alleanza durerà ancora nel tempo. Ma di fronte a un matrimonio di interesse non metterei mai la mano sul fuoco! 🙂 E’ una situazione abbastanza critica, che si sostiene su equilibri molto fragili, quasi magmatici e ancora, per certi versi, “reversibili”. Gli amici di oggi diventano nemici di domani, e viceversa. Pensa solo a questo dato di ieri: chi l’avrebbe mai detto qualche mese fa che Erdogan, tramite la Anadolu Ajansi, avrebbe spifferato al mondo, in turco e in inglese, la posizione di DIECI BASI SEGRETE USA IN ROJAVA? (cartina qua http://colonelcassad.livejournal.com/3551621.html e fonte originale qui https://twitter.com/anadoluagency/status/887326053156495360).
        Lasciamo stare, per un attimo, la gravità della notizia, ovviamente censurata (mai parola fu più appropriata…) in Occidente. Lasciamo, quindi, stare, il fatto che avrei dovuto già riscrivere una parte del mio pezzo sull’YPG, perché la scelta è già stata fatta da tempo, concedendo una densità di basi militari USA per ettaro a dir poco vergognosa, svendendo la propria sovranità ad “alleati” che li porteranno, a conflitto ultimato, a creare uno stato fantoccio destinato a durare poco in quanto semplice “merce di scambio”.
        La notizia è anche il fatto che i turchi abbiano scritto quello che hanno scritto. I rapporti fra i Paesi Nato si stanno allentando sempre di più, e una Turchia “battitore libero” in MO è un “lusso”, chiamiamolo così, che gli occupanti a stelle e strisce non si possono permettere. E, se dovessero calare le braghe sulla questione curda, non so come potrebbe andare a finire, tornando al matrimonio di interesse di cui sopra. Tanti, troppi “colpi di scena” in questi anni.
        Parlo volentieri di Azerbaigian, o Azərbaycan che dir si voglia: un Paese che ho imparato a conoscere da adolescente nelle cronache del conflitto che li oppose (e oppone) all’Armenia e, più avanti, nel mio anno di servizio civile in un CPA di Milano, quando ospiti furono tre famiglie azere, che rimasero a me legate per anni. Galeotto fu il centro di prima accoglienza, verrebbe quasi da dire. In quella mia vita precedente, ero “fidanzato in casa”, come diremmo noi. Non solo vissi da vicino le vicissitudini di allora, ma condivisi un intero pezzo di storia, che iniziava con lo Scià e finiva con Gejdar Aliev. Imparai anche l’azero, procurandomi grammatiche russe e dizionari sia da loro, che dall’allora prof di Lingua e Letteratura Turca a Ca’ Foscari, Giampiero Bellingeri, che mi fotocopiò materiali disponibili solo in dipartimento. Chi sa l’azero può fare come loro, ovvero relazionarsi sia con turchi (per affinità linguistiche) sia con persiani (per affinità culturali). Può vedere i film di Şaban e ascoltare le canzoni di Gugush. Nella prima ditta di trasporti dove lavoravo, c’era un servizio camionistico sull’Iran. Gli autisti erano tutti persiani azeri, gli unici in grado di spararsi di traverso tutta la Turchia senza farsi fregare il contenuto, imbarcarsi e arrivare a Bari (in import) e viceversa (in export). Ovviamente, ne approfittavo per parlare con loro in azero. Anche molti iraniani residenti in Italia provengono dalla regione azera che ha come capitale Təbriz (che non a caso è anche un tipo di tappeto…): vivono di compravendita e riparazione tappeti, e fra di loro parlano in azero. L’identità azera è, a mio parere, parimenti forte sia nel nord indipendente che nel sud persiano. Quello che cambia, E NON POCO, è la mentalità. Una ragazza azera di Baku va in giro in minigonna di questo periodo, a differenza della sua coetanea di Təbriz. Namaz lo sa fare la seconda, non direi lo stesso della prima, che non disdegna accompagnare un pranzo a base di carne al fuoco con sensibili dosi di vodka, a differenza della seconda (avrò visto questa scena centinaia di volte, in quegli anni https://www.youtube.com/watch?v=ywYiOLd7AsE e ancora oggi quando guardo Kavkazskaja Plennica muoio dal ridere al ricordo) . Entrambe però si commuovono cantando “Ayrılıq, Ayrılıq, aman Ayrılıq”, entrambe festeggiano Novruz (insieme ai curdi, peraltro). In ultima analisi, ci sono affinità ma anche differenze sostanziali. Te ne lascio immaginare quante ce ne possano essere, peraltro, fra curdi turchi, curdi siriani, curdi iraniani e curdi provenienti dall’ex-URSS. Ed è in questa differenza che sta la loro ricchezza, peraltro, perché significa una capacità di dialogare fra persone totalmente diverse fra loro che da noi sarebbe impensabile. Uno Stato multinazionale, o una confederazione, un’unione di nazioni, sarebbe, a mio avviso, l’unica soluzione pacifica e duratura. Spero che, alla fine, tutto si ricomporrà in un quadro di questo genere. Lo spero… 🙂
        Strani ricordi di vite passate
        in queste sere di mezza estate… 🙂
        Ciao!
        Paolo

  • Tenerone Dolcissimo

    Scusa Giannuli, ma tu che sei sicuramente più informato di noi e valuti meglio i fatti, si è capito come è andato ‘sto golpe e se c’è stato veramente?

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