Tendenze europee: che si ricava dalle elezioni di domenica?

Passeremo diverso tempo ancora a discutere di queste elezioni che sono state molto più importanti delle precedenti, da un punto di vista storico. Nel 2009, ad esempio, votammo ad un anno (forse due se consideriamo il 2007 come data di inizio) dal manifestarsi della crisi. Ma, sino a quel punto la crisi aveva colpito essenzialmente gli Usa risparmiando molto l’Europa. Oggi è proprio la vecchia Europa nell’occhio del tifone, logorata da cinque anni di crisi continua e senza che se ne veda l’uscita. E, conseguentemente, i risultati hanno sconvolto la mappa politica del continente. Una prima osservazione: anche se si parla di elezioni “europee”, di fatto si tratta solo della sommatoria di elezioni nazionali.

Come ha scritto Lucio Caracciolo:

<<Nessuno Stato che esibisse come parlamento l’assemblea di Strasburgo, con i suoi limiti di autorità e potestà legislativa, senza un governo da votare, controllare e sfiduciare, potrebbe infatti passare il test preliminare di democrazia. Sicché, una volta insediato, i media di tutto il mondo si disinteressano quasi totalmente di ciò che accade in quell’esoterico emiciclo. Né si tratta di un’elezione europea in cui ognuno di noi sceglie i suoi deputati a prescindere dallo Stato di origine. Semmai, di 28 scrutini nazionali. Su liste composte in base a logiche domestiche nei diversi paesi dell’Ue, cui seguono molto virtuali campagne elettorali, centrate sui temi che interessano le opinioni pubbliche locali. Le quali lo considerano un voto nazionale di serie B, un test in vista del vero voto politico, quello interno. >>

La conseguenza di tutto questo è che difficilmente, in questo tipo di elezioni, si verificano tendenze omogenee per le quali un partito avanza o arretra in tutta Europa, salvo isolate sacche. Di solito, ogni paese segue le sue dinamiche interne e il risultato finale è piuttosto disomogeneo, salvo tendenze generalissime e poco specifiche.

Nel nostro caso, si sono verificate due tendenze generali: il tendenziale calo dell’affluenza al voto (un po’ dappertutto, ma con particolare riguardo ai paesi dell’est) e la tendenza alla frammentazione della rappresentanza con il successo dei partiti cd “euroscettici”. Due dati convergenti nella sfiducia verso il progetto Ue.

Ovviamente, tutto è liquidato con la solita sufficienza dei commentatori che lamentano la scarsa affezione alla grande Madre Europa da parte degli immaturi cittadini europei, populisti e astensionisti, per concludere con il consueto mantra del “Ci vuole più Europa” magari con qualche ritocchino qua e là. Dove per “più Europa, si intende qualche fumoso slogan per nascondere un ulteriore giro di vite della tecnocrazia di Bruxelles e dei grandi poteri finanziari contro la democrazia.

Ma questa volta non è così: non si tratta solo della perdita di alcuni punti percentuali dei votanti, ma di uno stato di malessere diffuso e piuttosto profondo. Queste sono elezioni un po’ particolari anche perché si svolgono in 27 paesi diversi con 27 diversi sistemi politici organizzati su centinaia di diversi  partiti e raggruppati in una decina di gruppi parlamentari che contengono molte sfumature interne. D’altro canto, molte differenze di cultura politica più nette all’origine, sono andate impallidendo nel tempo e perdendo molto senso. Ad esempio, ancora negli anni ottanta, la contrapposizione fra democristiani (diventati più genericamente “popolari” che includevano anche partiti non confessionali) e socialisti-socialdemocratici era piuttosto marcata, soprattutto su terreni quali la difesa del welfarestate o i diritti civili, mentre, dagli anni novanta, con il passaggio dei socialisti in campo neo liberista questa differenza è andata assottigliandosi. Soprattutto, dagli anni novanta in poi, quattro grandi partiti europei (popolari, socialisti, liberali e verdi) sono confluiti nel comune progetto della Ue senza sostanziali divisioni fra loro. Una sorta di “superpartito europeista” che monopolizzava la rappresentanza popolare (insieme, raccoglievano oltre l’85%-90% dei voti popolari) ed era al potere in quasi tutti i paesi dell’Unione. Questa era l’area della “legittimazione europeista” che conosceva un’unica alternativa possibile (quella fra popolari e socialisti) e che faceva coincidere l’aspirazione all’unità europea con lo specifico progetto della Ue.

Questo è stato il quadro sino al 2009. Queste elezioni segnano il declino di questo super partito che lascia sul campo molte decine di seggi, al punto che è virtualmente finita l’alternanza interna al “partito europeista”, fra popolari e socialisti. Anche alleando i popolari con liberali e verdi non si raggiungono i 360 voti necessari a far maggioranza e, per la prima volta, tocca prendere in considerazione quella grande alleanza che ha già avuto le sue grandi prove in Germania ed Italia. La formula della maggioranza delle “ampie convergenze” si avvia a diventare da eccezionale e nazionale, in formula di medio periodo e continentale. Tacciono le differenze interne all’ “area della legittimazione” mentre emergono le differenze fra partiti “interni” al sistema e partiti anti-sistema: i “barbari” come già li chiamano a Strasburgo.

Per questo si tratta di un voto che, per la prima volta mette in discussione la legittimazione stessa del sistema e che vede convergere il boom dei partiti cosiddetti “euroscettici” (o, se preferite, eurocritici) con l’incremento dell’astensione, per cui l’ “area della legittimazione europea” si riduce sino a meno del 30% del totale degli aventi diritto al voto. Certo: sappiamo che non tutti gli astenuti sono tali per scelta, protesta o indifferenza, ce ne sono sicuramente anche di casuali e di impossibilitati, per cui occorre deputare il totale dell’astensione da quella di natura “fisiologica”, per ottenere l’”astensione politicamente significativa”. E, per apprezzare il valore di quest’ ultima, basta un confronto con la media delle astensioni nelle elezioni politiche, ottenendo il margine di incremento che segnala l’indifferenza, se non l’ostilità, verso le istituzioni europee. E sommando questa fascia aggiuntiva di astensionismo alla somma dei voti “Euroscettci” di vario tipo, si ottiene che “area della legittimazione” ormai oscilla pericolosamente intorno al 50% e, in diversi paesi, va decisamente sotto.

Va però detto che l’area “euroscettica” ha molte sfumature interne e, per molti versi, presenta poli altitetici che si collocano sia a sinistra che a destra del “partito della legittimazione”, per cui non rappresenta alcuna alternativa in positivo, ma esprime solo la contestazione dell’esistente.

C’è chi è contro l’idea stessa di unità europea e chi vuole un diverso modo di realizzarla. Siamo ancora ad una fase embrionale di questa crisi del progetto Ue. Sull’analisi di come sia cambiata la mappa del potere in Europa, e quali siano i risultati per ciascuna area politica (euroscettici, socialdemocratici ecc.) dopo questa mareggiata elettorale, avremo molto da discutere più avanti. Per ora partiamo da questo punto: si è aperta la crisi politica del progetto europeista espresso dalla Ue mentre ancora non emerge qualcosa di alternativo con caratteri propri e positivi.

Di fronte a questo assistiamo al rinchiudersi “a riccio” dell’area della legittimazione nella formula delle “larghe intese” che, paradossalmente, porta acqua al mulino degli anti-sistema. Sulla base di queste considerazioni, nei prossimi giorni, cercheremo di capire il senso delle dinamiche per aree geografiche e politiche.

Aldo Giannuli

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Aldo Giannuli

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Comments (7)

  • Non si può più fare analisi del voto senza rendere conto dell’astensione, altrimenti si distorce la realtà creando delle tigri di carta. In termini assoluti (tenendo cioè conto di tutti gli aventi diritto al voto), il PD ha raccolto il 22,5% dei consensi e il Front National circa il 10%. Questo vuol dire che in Italia e in Francia non esistono masse epocali che fanno riferimento a Renzi o alla Le Pen, ma se i media presentano una realtà distorta c’è il rischio di profezie che si autoavverano.

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    Pierluigi Tarantini

    @Aldo
    con la tenacia da pit bull che ti riconosco non fai in tempo a perdere un referendum sull’euro (parole tue) che subito inizi a cercare qualche altra ragione per vedere la crisi del Progetto europeo.
    Non mi stupisce quindi che tu voglia sottolineare la tendenza alla frammentazione della rappresentanza anche se l’Italia non mi sembra un osservatorio privilegiato per questo problema.
    Quanto al calo dell’affluenza al voto inizio a pensare che non sia un male: perlomeno si eviterà a tanti noeuro repentini cambi di umore, dall’esaltazione alla depressione, che in una società nevrotica come quella attuale non fanno certo bene.
    Importante, invece, mi pare la raggiunta consapevolezza relativa al fatto che … l’area “euroscettica” ha molte sfumature interne …. per cui non rappresenta alcuna alternativa in positivo, ma esprime solo la contestazione dell’esistente.
    Insomma: vogliamo tutto, lo vogliamo subito, non sappiamo cosa vogliamo ma lo chiediamo strillando.
    Se gli avversari del Progetto europeo fossero veramente questi intonerei le note del è bello vincere facile.

  • Ottima analisi, professore. Migliore di quelle che vado leggendo sui siti internazionali. Una domanda: le sembra possibile che il “partito europeista” – come ventilato già domenica sera – si affidi alla Lagarde come Presidente della Commissione Europea? La direttrice del FMI? Sarà pure vero che il potere non potrà avere mai paura degli stupidi, ma il discorso vale anche al contrario….

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    Pierluigi Tarantini

    Ps.
    Se il Parlamento europeo non decide niente, non vedo quale problema possa rappresentare una grosse coalition.
    Ce ne faremo una ragione soprattutto noi italiani sopravvissuti al consociativismo più deteriore.

  • mi sembra una lettura abbastanza superficiale, per vari motivi. innanzitutto perchè non viene individuato il partito a cui queste elezioni sono andate meglio, che è il partito popolare. i popolari infatti, nonostante anni di governo durante la peggiore crisi della storia europea dal dopoguerra ad oggi – crisi peraltro gestita malissimo – hanno dimostrato di essersi logorati relativamente poco, dato che superano tranquillamente gli avversari. i voti degli euroscettici attualmente sono un dato poco significativo, oltre ad essere politicamente inifluente per i motivi sottolineati da aldo (differenze interne, mancanza di una linea comune).
    la mia analisi è che la linea neoliberista pro austerità non subirà sostanziali battute d’arresto per il voto europeo, sia per il forte consenso ottenuto dal ppe, sia perchè i noeuro non hanno una posizione unitaria e contraria alle politiche di austerità. e a questo va aggiunta la crisi della socialdemocrazia. francamente ho trovato insopportabile tutto questo appellarsi a shultz come se fosse il novello geuscristo: sia perchè fa parte di un partito che per il nazionale non ha trovato di meglio che piazzare l’ex misistro dell’economia della grosse koalition, cosa che riscontra voglia di vincere scarsa e soprattutto idee zero. ma il punto è che hanno perso miseramente anche a questo giro, come hanno sempre fatto, e come era prevedibile che accadesse (data anche la presenza del terzo polo). questo avvitamento moderato è una cosa che si vede spesso, ed è una cosa da cui di solito non si esce facilmente.
    considerando tutto, vedo il risultato di queste europee come indice della prosecuzione su questa strada, a meno di altri colpi di scena, mentre la crisi del progetto europeo c’era già tutta anche 4 anni fa, nonostante oggi si tenda a starnazzare di più e, tendenzialmente, a fare ancora più confusione

  • e non mi si venga a ricordare qual’è la percentuale dei voti persi dai popolari: in proporzione a come hanno governato, gli è andata comunque di lusso.

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    Pierluigi Tarantini

    Ps.
    Il primo insegnamento che traggo da queste elezioni è che la realtà di oggi rende frenetici anche i tempi della politica.
    Non ci si può rifugiare nell’attesa della maturazione dei promettenti del M5S.
    Il M5S ha perso un’occasione irripetibile per condizionare in senso positivo la storia politica di questo paese dopo le ultime politiche.
    Renzi invece è stato magistrale nella conduzione del suo blitz.
    Il secondo insegnamento che traggo mi ricorda la Royal Navy: quando si hanno di fronte due bastimenti nemici se ne punta uno fino a prenderlo o affondarlo.
    Solo a questo punto si affronta l’altro, magari dopo averlo blandito con un Enricostaisereno.
    In quest’ottica sarebbe il caso di accellerare la dissoluzione di B. rendendo più difficile il riciclo dei suoi.
    Anzicchè limitarsi a volerlo vivisezionare si propone una bella legge su frequenze TV in uno alla disponibilità a votare una legge elettorale appena decente.

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