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Fase politica e nuovo partito della sinistra italiana.

Molto volentieri pubblichiamo questo importante contributo di Franco Astengo, a cui a breve seguirà una approfondita risposta di Aldo Giannuli.

La destrutturazione del sistema

Il tentativo contenuto nella stesura di questo documento è semplicemente quello di raccogliere e riassumere alcune osservazioni svolte nell’arco degli ultimi mesi attorno ai nodi principali che si presentano davanti alla sinistra italiana, in una fase di grande difficoltà politica accentuata dallo svilupparsi di una forte crisi economica, sviluppando anche una proposta di nuova e diversa soggettività politica che, avendo ben presente le necessità dell’oggi e – soprattutto – del delineare un orizzonte per il futuro, sappia raccogliere anche gli elementi di memoria, di storia, di radicamento sociale che non possono essere trascurati nel momento in cui si cerca di riflettere in questa direzione.

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Popolo ed organizzazione politica.

Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo questo contributo di Franco Astengo.

Spiace contraddire il brillante Presidente della Regione Puglia, astro nascente della politica italiana, ma ci sono parse proprio sbagliate, nel profondo dei riferimenti teorici e più direttamente politici, le sue parole, pronunciate durante una manifestazione svoltasi a Roma giovedì 10 Giugno, a proposito di una sinistra che deve ritrovare il suo popolo e poi scegliere il suo leader.
Prima di tutto perchè il popolo (massa indistinta, se così denominiamo l’insieme delle diverse categorie sociali, che invece vanno viste e analizzate nelle loro diverse specificità di relazione interna ed esterna) esiste, vive tutti i giorni le contraddizioni di questa società, rese particolarmente acute da una crisi economico-finanziaria di una durezza inusitata verso i ceti più deboli, da un uso dei mezzi di comunicazione di massa volto ad addormentare le coscienze e rivolgere sempre più verso i meccanismi dell’individualismo consumistico; da una esasperazione violenta delle diseguaglianze a tutti i livelli; da un deficit culturale senza precedenti; da un attacco sconsiderato, in Italia, al quadro equilibrato di diritti e doveri proposto dal dettato Costituzionale; dalla presenza di una destra rozza, razzista, inespressiva nella sua violenza verbale quotidiana.

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Democrazia, economia, guerre: l’autunno che viene.

Molti segnali di euforia accompagnarono le decisioni del G20 nei primi d’aprile: la crisi sembrò risolta, le previsioni di pronta ripresa si inseguirono, promettendola, se non proprio per la fine del 2009, per la prima metà del 2010 e le borse conobbero una nuova fase d’euforia. Ma si trattò di una fase assi breve e, già da alcune settimane, la borsa sembra gradualmente riprendere un andamento oscillante sempre più pronunciato. Le previsioni di ripresa si son fatte più caute e pochi azzardano date, mentre i richiami all’ottimismo appaiono sempre più di maniera come i tanti sorrisi stereotipati sul volto di governanti e finanzieri. D’altra parte, questo “ottimismo di Stato” ci ricorda una frase di Irving Fisher, docente di economia alla Yale University: “A quanto pare le quotazioni di borsa si sono assestate su livelli molto alti”.

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Domenica non andrò a votare, nè per il Referendum, nè per Penati…

Domenica non andrò a votare, nè per il Referendum, nè per Penati…

Domenica si svolgeranno gli ennesimi referendum sulle leggi elettorali tendenti ad accentuare il carattere maggioritario del sistema attualmente vigente. E’ molto importante che, come per le occasioni precedenti, dal 1999 in poi, il referendum fallisca per mancanza del quorum previsto.

Sedici anni fa, sulla spinta delle inchieste di mani pulite e della conseguente ondata di

protesta, un referendum-truffa decretò la fine del sistema proporzionale nel nostro paese ed inaugurò la seconda repubblica. Agli italiani venne fatto credere che il nuovo sistema maggioritario avrebbe garantito governi di legislatura evitando elezioni anticipate, avrebbe impedito i giochi di Palazzo dei governi di coalizione, avrebbe consentito di scegliere con più accuratezza i propri rappresentanti che, in virtù del collegio uninominale avrebbero rappresentato il territorio di provenienza con molta maggiore fedeltà, infine, che il sistema basato sul collegio uninominale avrebbe consentito campagne elettorali meno costose.

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