Un risultato molto chiaro. Ma non definitivo.
Risultato netto e di non ardua interpretazione: Renzi ha vinto, il M5s ha perso, il centro non esiste più, la destra è in via di dissoluzione, piccole ma significative affermazioni di Lega e Lista Tsipras. Inutile cercare attenuanti o giustificazioni: i numeri parlano chiaro. Ora cerchiamo di vedere cosa c’è “dentro” questi numeri, cercando di tener presenti percentuali e voti assoluti anche se non completissimi (mancano solo 60 sezioni, per cui possiamo ritenere i dati definitivi, salvo piccolissimi discostamenti finali). In primo luogo, va detto che la forte astensione prevista c’è stata, ma si è distribuita in modo molto più disomogeneo del passato: è stata molto alta nel sud e nelle isole, mentre, al contrario i risultati più favorevoli alla partecipazione si sono avuti nei due collegi settentrionali ed, in parte, al centro.
All’inizio fu il “cerchio magico” stretto intorno a Bossi, dopo il suo ben noto incidente cerebro vascolare: familiari ed amici strettissimi, che impedivano a chiunque di accedere al capo, per preservarne la tranquillità. Era composto da Rosy Mauro, dal giovane deputato Federico Bricolo, dal Presidente della Provincia di Varese Marco Reguzzoni, ma soprattutto, dalla moglie Manuela e dal figlio Renzo (il Trota per chi non lo ricordasse). In breve, esso si trasformò in un gruppo di potere che gestiva a proprio piacimento l’illustre infermo, in nome del quale si imponevano scelte politiche ed operative a tutti. Poi si iniziò a parlare di “cerchio magico” via via per Berlusconi (a capo di cui sarebbe la fidanzata Francesca Pascale), Bersani, Renzi e via dicendo. Che un politico abbia una ristretta cerchia di consiglieri e collaboratori è perfettamente naturale, è sempre accaduto e si è sempre parlato di “stretto entourage”, Staff , inner circle e persino “squadra”. Ma, allora, che bisogno c’era di inventare una nuova espressione così particolare? Solo una coloritura giornalistica per il gusto di far sensazione? La “coloritura c’è, ma anche la sostanza.
Gentile Gianroberto,
E’ consuetudine chiamare il governo con il nome del Presidente del Consiglio, ma, nella prima Repubblica spesso si faceva seguire a quello il nome del principale alleato, per esprimere la formula di maggioranza. Ad esempio, il secondo governo Andreotti fu definito Andreotti-Malagodi-Tanassi (ma più spesso “Andreotti-Malagodi”) per dire che la formula era Dc-Pli-Psdi, oppure i primi governi di centro sinistra furono chiamati Moro-Nenni e poi Rumor-De Martino per dire che la formula base era l’alleanza Dc-Psi, cui concorrevano in posizione minore Psdi e Pri.
La presentazione delle liste si avvicina, per cui mi sembra opportuno dare la precedenza ad una questione tecnica. Come tutti sappiamo, alla Camera non dovrebbe esserci partita, con un Pd che, nei sondaggi, stacca di 10-12 punti il blocco di destra; la battaglia vera sarà al Senato. Il Pd ha bisogno di vincere anche in quelle regioni a rischio (Lazio, Sicilia, Campania e soprattutto Lombardia) che potrebbero determinare la situazione di ingovernabilità che spalancherebbe le porte a Monti (il peggio che ci possa capitare). E’ da escludere un’ intesa anche solo tecnica con Grillo, che sta facendo una partita tutta sua di cui torneremo a parlare (come anche del pittoresco schieramento berlusconiano, dalla Lega a Grande Sud). L’unico apporto esterno al Senato può venire da “Rivoluzione Civile” che non ha la più lontana speranza di beccare un solo senatore (ditemi in quale regione potrebbe fare l’8%…) e se la vede brutta alla Camera, dove deve fare il quoziente per non restare fuori. Gli arancioni giurano di avere sondaggi che li danno al 5% e qualcuno azzarda persino il 7%, ma gli unici sondaggi che si leggono sui giornali parlano di valori oscillanti fra il 2,8 ed il 3,7%. 
