Il nazareno è risorto?
Il Cavaliere annuncia che, nonostante lo schiaffo preso per il Quirinale, lui starà ai patti e continuerà sul cammino delle riforme istituzionali. Dunque, evviva: il Nazareno è risorto! E’ davvero così? Direbbe un noto personaggio storico “Ma quante divisioni ha il Cavaliere?”. Forse fare l’inventario dei danni subiti potrebbe essere utile al Napoleone di Arcore.





All’inizio della scorsa settimana il Pd sembrava propenso a continuare il dialogo iniziato con il M5s al punto che il suo segretario indirizzava una lettera (per la verità un po’ confusa e con qualche bestialità costituzionale) nella quale poneva 10 domande, senza accennare alla richiesta di una risposta scritta, al punto che si parlava di un incontro per giovedì. Poi, silenzio sino a tutto mercoledì. Giovedì la proposta di spostare l’incontro a lunedì senza alcuna richiesta di risposta scritta preliminare, al punto che viene fissata la richiesta della sala per l’incontro. Poi sabato si inizia a parlare di risposta scritta, al punto che Di Maio concede una intervista al Corriere per dire che la risposta del M5s sono “8 si su 10” lasciando in parte impregiudicata la questione dell’entità del premio di maggioranza mentre si dice che è accettato anche il doppio turno. Una risposta chiara, direi, che dovrebbe sostituire ad abbundantiam la letterina richiesta, visto che eventuali chiarimenti sarebbero potuti venire nell’incontro. Invece si registra un improvviso irrigidimento del Pd, attraverso la bocca di uno dei vice segretari, che pone la richiesta della lettera come ultimativa: o richiesta scritta o niente incontro, che in effetti salta con particolari tragicomici di cui si dirà in altra occasione.
Questo articolo è tratto da un mio intervento ad un convegno del marzo 2013 presso l’Università Guglielmo Marconi sul populismo. Buona lettura.
Il commento ai risultati elettorali somiglia molto da vicino al “lunedì dello sport”: discussioni infinite fra gli spericolati giustificazionismi dei perdenti impegnati e i crassi trionfalismi dei vincitori. E‘ un copione già scritto: chi perde si arrampicherà arditamente sugli specchi cosparsi di vetril per lamentare il fuorigioco che l’arbitro (quel venduto!) non ha voluto vedere e la solita sfortuna che si accanisce, con l’ala destra che alla ripresa aveva la caviglia dolorante; chi vince vanterà la sicura superiorità atletica della sua squadra, l’impeccabile tecnica di gioco, la passione dei giocatori e via tifando. E, infatti, caratteristica del tifoso è la fede incrollabile che resiste a qualsiasi evidenza. D’altra parte, con il tifo, come con il cuore, non si ragiona. E nel calcio si può capire. Ma in politica il tifo fa solo danni, perché così non si impara mai niente dall’esperienza fatta. 