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Tag: conflitto israelo-palestinese

Una risposta a Simona

Una risposta a Simona.

Simona mi manda un argomentatissimo intervento, che meriterebbe ben altro spazio che quello in coda ad un mio articolo: stiamo pensando di ridisegnare il sito, proprio per dare più spazio e visibilità agli interventi esterni; ma, in attesa di risolvere il problema non posso esimermi da rispondere alle domande che Simona mi pone (anche se poste come domande retoriche).
Dopo aver ricordato i molti altri esempi di muri eretti o erigendi (Marocco, India, Botswana, Arabia saudita, Thailandia, Emirati Arabi Uniti, Messico-Stati Uniti, Spagna, Irlanda, Uzbekistan, Pakistan. Corea, Cipro) e, dopo aver constatato il beneficio della fortissima riduzione di attentati  prodotto dal muro in Palestina, mi chiede:
<< Perche’ quello costruito dallo stato di Israele e’ il solo muro chiamato “muro della vergogna”? Costruire un muro per proteggersi da immigrati poveri ed in miseria è forse più legittimo che non farlo per prevenire l’ingresso di attentatori suicidi?>>

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Al Jidar: is there anybody out there?

fotografie di GiorgioPalmera, introduzione di Gino Bianchi.

in caso di problemi nella visualizzazione delle foto potete vederle anche qui: foto1, foto2, foto3, foto4

La costruzione del muro nella West Bank ha avuto inizio nel 2002 con lo scopo di prevenire gli attentati kamikaze e quindi garantire sicurezza al popolo israeliano nel proprio territorio.
Ora una barriera di cemento alta nove metri e lunga centinaia di chilometri si pone come uno scudo a dividere due popoli, isolandoli e ostacolando qualsiasi tentativo di dialogo e di confronto. Il mostro d’acciaio, con il suo andamento irregolare, si insinua in città e villaggi senza alcuna logica apparente, taglia in due quartieri e strade facendo sì che unità familiari e sociali vengano separate e isolate, creando enormi disagi e umiliazioni a chi si trova a vivere nelle vicinanze del muro.
Per costruirlo sono state confiscate case e terreni, sono stati rasi al suolo interi quartieri e distrutti ettari di terra coltivata che apparteneva ai contadini palestinesi; sono state create zone isolate completamente circondate dalla barriera, prive di ospedali e servizi costringendo migliaia di persone a vivere un’odissea quotidiana solo per raggiungere il posto di lavoro o la scuola.

Pensare a restrizioni di movimento al giorno d’oggi è piuttosto difficile; ci sembra impossibile che qualcuno possa impedirci di andare al lavoro, a scuola, a fare la spesa, che in qualche modo qualcuno ci possa intrappolare in uno spazio chiuso, dicendoci dove possiamo andare e dove no, cosa possiamo fare e cosa no; non tollereremmo mai che ci venissero poste delle barriere al fare ciò che è un nostro diritto per il semplice motivo di appartenere al genere umano, di poter decidere autonomamente della nostra libertà.
Così non è per le centinaia di migliaia di palestinesi che vivono nella West Bank a ridosso del muro, che lo stato Israeliano ha deciso di costruire a dispetto del parere delle Nazioni Unite e della società civile.
Il muro serve a tenere i terroristi lontano da Israele, così ci hanno detto: ma non ci hanno detto di tutte quelle persone che per questa necessità di sicurezza si sono viste sottrarre la terra e distruggere le case, costrette a fare ore di fila davanti ai check-point solo per andare a lavorare o per farsi visitare in un ospedale che solo due anni fa potevano raggiungere in pochi minuti.

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