Se proprio vogliamo discutere di cosa fu il craxismo…. (3) “La Grande Riforma”

Se proprio vogliamo discutere di cosa fu il craxismo…. (3)
“La Grande Riforma”

Craxi fu certamente un grande animale politico dotato di grande istinto. Non di altrettanta riflessione teorica, però.
E questo gli giocò un brutto tiro, soprattutto quando fece troppo affidamento sul proprio fiuto politico, in materie in cui questo non basta.
Un grande disegno politico non nasce solo dall’intuizione, più o meno geniale, di un uomo, chiede molto altro.
E questo limite si coglie molto bene in quella che riteniamo la scelta politica più discutibile di Craxi: la cd “Grande Riforma” delle istituzioni, volta a trasformare la nostra in una “democrazia governante”.

Il che sostanzialmente, si riduceva a due punti principali: repubblica presidenziale (di tipo francese) o, in subordine, cancellierato alla tedesca e clausola di sbarramento al 5% per le elezioni politiche. Nelle intenzioni, questo avrebbe consentito al Psi di assorbire i socialdemocratici, i radicali e forse anche liberali e repubblicani, consentendo la nascita di una “terza forza” intorno al 20-25% decisiva per ogni coalizione: sia con la Dc che con il Pci, che non potevano ripetere l’esperimento delle “grandi intese” fra loro due, dopo il fallimento della “solidarietà nazionale”.
Un piano tre volte sbagliato. In primo luogo velleitario: la riforma avrebbe dovuto trovare alleati, ma essa era ritagliata esattamente sulle esigenze del Psi, per cui non si vede perchè gli altri avrebbero dovuto accoglierla. Il Pci e la  Dc  non avevano alcun interesse a far crescere un terzo polo; i laici e i radicali  si sarebbero visti costretti al vassallaggio nei confronti del Psi. Di Dp non mette neppure conto dire. Il Msi era presidenzialista ma vedeva con giustificato timore (dal suo punto di vista) la clausola di sbarramento. E, infatti, il Psi restò solo nella sua proposta.
In secondo luogo era viziata dal consueto politicismo che affidava la costruzione del nuovo modello istituzionale e del nuovo sistema politico, tutto alle alchimie intrapartitiche, non cercando alcun reale supporto nei processi sociali in atto.
In terzo luogo, era tecnicamente sbagliata, perchè la prospettiva dell’elezione diretta del capo dello Stato o del Governo avrebbe provocato processi di tipo bipolare che avrebbero spazzato via Psi e laici, ingoiandoli nei blocchi di destra e di sinistra. Dunque, se Craxi sognava di essere il “centro” vincente, avrebbe ottenuto solo di essere distrutto. Come poi è accaduto.
Soprattutto fu una scelta assai incauta e, sul medio periodo,  suicida: sino a quel punto, assetto costituzionale e legge elettorale proporzionale erano oggetti intoccabili messi al di fuori della contesa politica. I progetti del “presidenzialismo avventuroso” alla Sogno o alla Pacciardi erano stati sbaragliati e nè la Dc nè il Pci avevano la minima intenzione di mettere mano a quel capitolo. L’iniziativa socialista non riuscì ad ottenere la riforma che si riprometteva (e che non si capisce come avrebbe potuto ottenere), ma ebbe l’effetto non voluto di rimuovere il tabù costituzionale e di spingere i due antagonisti maggiori su quel terreno.

Fu così che Segni e Pannella, sino a quel punto votati al fallimento, trovarono l’alleanza di Occhetto e prese le mosse quel movimento per la riforma elettorale che avrebbe portato al referendum del 1993 che ebbe il Psi come suo primo bersaglio. A quel punto, non serviva più a nulla dire che si voleva una modesta  correzione della legge proporzionale e non il maggioritario: i giochi erano fatti.
La grande riforma fu uno dei più sconcertanti autogoal che la storia politica ricordi…(continua)

Aldo Giannuli, 17 gennaio ’10

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