Perché occuparci della rivoluzione d’ottobre.

Da circa 60 anni si è affermato un curioso modo di fare storia per anniversari: si parla di un determinato argomento nell’anno un cui cade il ventennale, trentennale, cinquantenario o secolo da un certo avvenimento (meno osservate sono le altre decine: quarantesimo, sessantesimo, settantesimo, ottantesimo e novantesimo) ed allora gli editori sfornano in quantità titoli su fenomeno o il personaggio celebrato, gli autori di predispongono da due o tre anni prima alla scadenza, giornali e tv propongono speciali eccetera. Dopo di che, di quell’argomento non si parla più sino al successivo anniversario.

Questa è la regola generale. Poi ci sono le eccezioni: gli anniversari che passano sotto silenzio o in tono minore; questo talvolta dipende da una qualche distrazione o dalla scarsa notorietà del personaggio di cui cade l’anniversario. Ad esempio, in nessuna scadenza si è dedicata attenzione (e lo stesso sarà nel centenario che cade nel 2025) alla ricorrenza della morte di Alexander Helfand (detto Parvus), personaggio storico tutt’altro che marginale, ma conosciuto solo dagli specialisti. Ma ci sono anche altre ragioni che possono indurre al sottotono di una determinata ricorrenza, sono gli “anniversari imbarazzanti” che sono quelli che interessano di più, perché l’imbarazzo dipende dal fatto che essi sono “disturbanti” il che dice che la sua eredità è ancora attuale. Sono i personaggi e gli avvenimenti che “non disturbano” quelli che ricevono la maggior attenzione, perché parlando di qualcosa che è definitivamente assimilato dal presente, omologato e risolto senza strascichi.

E’ accaduto con il centocinquantesimo dell’Unità Nazionale che è stato celebrato decisamente in tono minore: pochi libri (e pochissime opere di valore come il Cavour di Viarengo), un diluvio di noiosissime e vuote celebrazioni istituzionali, un po’ di speciali dei giornali (ma senza esagerare), distratte trasmissioni televisive, ma non un solo vero dibattito storiografico capace di fare un bilancio di 150 anni di vita unitaria.

A dire del livello della discussione sul perché l’unità sia stata un bene, ricordo una frase per la quale “Il Regno di Sardegna o quello delle Due Sicilie non avrebbero vinto il campionato mondiale del calcio”.

Ma come “maneggiare” un argomento così ingombrante mentre la retorica europeista e globalizzante celebra (o auspica) la fine dello stato nazionale ? Si può esaltare l’unità nazionale, a rischio di rafforzare il senso di appartenenza nazionale mentre si celebra la “cittadinanza europea” che quelle identità nazionali vuol sostituire? Molto meglio affogare tutto nelle trombonate del grande oratore di turno e nelle curiosità storiografiche e nel colore (il sito della Presidenza del Consiglio sul tema fu una importante vetrina della gastronomia nazionale).

Questo sta accadendo, almeno sinora, anche per il centenario della rivoluzione russa: pochi libri, almeno sinora, e prevalentemente ripubblicazioni di testi di mezzo secolo fa, come le memorie di Victor Serge, qualche serie di articoli giornalistici (forse solo Repubblica), rare trasmissioni televisive e, soprattutto, nessun vero dibattito storiografico. Dopo la “volgare vulgata” dei vari Conquest, Courtois, Whert ecc., sono comparse opere un po’ più meditate, meno faziose, ma i tentativi di trovare un punto di equilibrio fra riconoscimento e condanna non superano, nella maggior parte dei casi, la riproposizione di vecchi argomenti precedenti la caduta dell’Urss, o semplici constatazione di buon senso che restano ancora decisamente al di sotto della portata del tema che richiede una visione di insieme e di lungo periodo capace di indagare in pieghe sin qui poco osservate, tanto più che abbiamo a disposizione una massa documentaria importante.

Questo accade non tanto perché manchino, a livello mondiale, storici della capacità metodologica o delle conoscenze necessarie, ma perché questo problema storiografico si interseca fatalmente con il dibattito politico attuale, creando non pochi nodi assai ardui da districare. La schiera degli storico comunisti, o comunque, simpatizzanti dell’ottobre russo, si è grandemente assottigliata ed è ormai uno sparuto gruppo residuale, più impegnato nello sforzo di difendere tutto, o quasi, di quella esperienza che di tentare una interpretazione nuova di essa.

Più complesso è il quadro degli storici accademici di altro orientamento socialdemocratico, liberale, cattolico o conservatore. Qui si realizza quell’imbarazzo di cui dicevamo, perché toccare quel tema significa fare contemporaneamente i conti con l’egemonia culturale neo liberista che si è costruita essenzialmente intorno al racconto del fallimento del comunismo. Di fatto, l’egemonia culturale neo liberista è compatibile solo con la versione criminalizzante del comunismo dei vari Courtois, Pipes, Conquest che risentono fortemente della tradizione storiografica che, attraverso Cobb, risale a tutto il filone anti rivoluzionario da Benjamin Constant, Alexis de Tocqueville e Hippolyte Taine, arriva a Francois Renè de Chateaubriand e Joseph de Maistre sino a Edmund Burke, per i quali è la rivoluzione, a prescindere dai suoi esiti, ad essere un male in sé, perchè sovverte il principio di autorità. Quel che è messa in discussione è la radice rivoluzionaria della modernità. Ed in questo senso, il processo alla rivoluzione russa non è che il punto di arrivo del processo iniziato al giacobinismo (di cui sarebbero eredi i bolscevichi) ed alla rivoluzione francese nel suo complesso. Il neo liberismo consacra il ruolo delle èlites, tanto politiche, quanto finanziarie, manageriali o culturali, e, simmetricamente, condanna come ”populista” qualsiasi protesta popolare contro di esse, dunque si comprende perché sia proprio questo filone neo legittimista ad essere quello più compatibile con l’egemonia neo liberista. Dopo la sbornia ideologica degli anni novanta, è emerso con chiarezza lo scarsissimo valore storiografico delle opere di Courtois, Pipes, Conquest, ma non per questo si è sostituito ad essi un indirizzo storiografico diverso. Sono comparse opere di valore diverso e comunque maggiore livello storiografico rispetto a quelle della “vulgata volgare” (citiamo solo alcuni autori di orientamento non antirivoluzionario come Orlando Figes, Roy Medvedev, Andrea Graziosi, Wendy Goldman, Silvio Pons, Pier Paolo Poggio e, per certi versi Robert Service) ma questo non ha dato luogo al formarsi di un nuovo indirizzo o scuola, dotato di una propria coerenza interna. Si è trattato spesso di opere settoriali anche molto valide, ma deboli sul piano di una riconsiderazione complessiva della vicenda del comunismo in questo secolo. Più compatta è stata la pattuglia degli storici di area comunista o comunque più simpatetici con l’esperienza comunista (soprattutto Domenico Losurdo, ma anche Aldo Agosti, Luciamo Canfora, Angelo D’Orsi, o Zisek), il cui limite è stata la pur legittima difesa di una esperienza storica, piuttosto che la ricerca dei motivi che ne hanno decretato la caduta e la definizione di un nuovo giudizio complessivo di essa.

La debolezza dello schieramento non antirivoluzionario (ma che potremmo definire latamente liberale o, in qualche caso, socialdemocratico) tradisce un evidente imbarazzo che è lo stesso che troviamo oggi in questo strano anniversario fatto più di silenzi e reticenze che di reinterpretazioni complessive. I due punti decisivi sono quello relativi al diritto del popolo alla rivoluzione ed al rapporto fra stato e mercato.
Sul primo punto è evidente che legittimare nuovamente il diritto del popolo alla rivoluzione significa andare allo scontro frontale co l’egemonia neoliberista, quello che la maggior parte degli storici liberali non è disposta a fare. D’altro canto, a frenare su questa strada è anche la predicazione non violenta che, pur scontando non pochi imbarazzi, come quelli relativi alla Resistenza o le stesse insurrezioni contro i regimi comunisti (si veda il caso rumeno), contribuisce alla disapprovazione della rivoluzione russa. L’altro punto è quello relativo al problema del rapporto fra Stato e mercato: oggi sono certamente assai pochi i fautori dello statismo economico puro, nemici di ogni forma di mercato, ma questo esclude qualsivoglia forma di mercato? Paradossalmente, sono proprio i momenti di riformismo economico nell’Urss (la Nep, le riforme di Libermann e Trapeznikov di epoca krusceviana, il tentativo di Gorbaciov di conciliare il mercato con un sistema ancora socialista) a creare i maggiori imbarazzi. E questo dato che, se è facile criticare il comunismo di guerra, la collettivizzazione forzata o il lungo letargo brezneviano, lo è molto meno formulare una critica puntuale di questi periodi di riformismo mercatista e la difficoltà maggiore è stabilire sino a che punto sia opportuno controllare il mercato o lasciarlo completamente libero (almeno in teoria). Si verifica un paradossale rovesciamento per il quale, al di là dei limiti di un eventuale contemperamento fra Stato e mercato, o si accetta l’idea liberista che il mercato deve essere assolutamente libero, oppure si ammette un principio di regolazione del mercato che mette in discussione il caposaldo principale della filosofia nei liberista. Ed anche qui, gli storici di indirizzo liberale sono in serio imbarazzo, dato che, peraltro, sul banco degli accusati, insieme al comunismo ed alla socialdemocrazia siede anche il barone John Maynard Keynes.
Peraltro, ripercorrere la parabola storica del comunismo significa anche toccare un’altra serie di punti dolenti del presente globalizzante: è superato il principio di Stato nazione? Quale è l’eredità dell’esperienza sovietica in paesi emergenti come Cina, India, Algeria, Egitto ecc dove ci sono tracce di statalismo economico abbastanza evidenti.

E gli imbarazzi peggiori riguardano proprio la Russia di Putin: una condanna complessiva non è possibile perché la modernizzazione della Russia è stata in gran parte compiuta dal regime sovietico e peraltro pagine e personaggi di quell’epoca sono ancora nel pantheon nazionale, a cominciare proprio da Stalin che è sempre ricordato come il vincitore della guerra patriottica contro i tedeschi, ma una celebrazione dell’anniversario suonerebbe come una sgradita riabilitazione dell’esperienza comunista. E, se, paradossalmente, Stalin può essere salvato e riletto in chiave nazionalista, di Lenin l’attuale regime non saprebbe davvero che farsene. D’altro canto la memoria positiva di Lenin è ancora condivisa da una parte importante della popolazione ed i segni del passato sovietico sono persistenti: la grande parata sulla piazza rossa (che continua ad esser detta tale, anche se più dalle mura del Cremlino che da un richiamo ideologico) continua a sfilare il 1° maggio e l’Armata continua ad essere l’Armata Rossa.

Dunque, tutto sommato, meglio non celebrare nulla e lasciar cadere la cosa. Come si vede, parlare di rivoluzione russa è più imbarazzante che mai, perché non significa parlare del passato ma del presente.

Aldo Giannuli

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Aldo Giannuli

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Comments (31)

  • Concordo appieno, professore. Eppure, secondo me basterebbe poco per riaprire un dibattito, una ricerca interrotti. I testi di base ci sono. Così, di primo acchito mi vengono in mente
    Carlo Boffito, Efficienza e rapporti sociali di produzione, contributo alla critica della concezione tradizionale dell’economia comunista, Einaudi 1979 e
    Syroežin, I. M. “Pianificabilità, pianificazione, piano: (lineamenti teorici)” (Планомерность, планирование, план: (теоретические очерки)), Moskva, Ekonomika, 1986.
    Ma ce ne sono senz’altro di migliori in giro.
    Così come sarebbe utile un manuale di politekonomija, magari nella sua ultima versione prima della cosiddetta “perestrojka” (l’unica “ristrutturazione” culminata in una completa distruzione), magari commentato come feci io ormai dieci anni fa recuperandone uno in abbandono presso l’associazione Italia Russia (http://www.bibliotecamarxista.org/autori/economia%20politica.htm), anzi, auspicabilmente, MEGLIO di come feci io dopo le otto ore lavorative e prima di iniziare un dottorato che mi avrebbe assorbito il prima, il dopo e a volte anche il durante delle stesse per quattro lunghi anni.
    D’altro canto, non mi aspetto che un non comunista celebri Lenin. Celebrarne l’opera e l’eredità del Grande Ottobre è (dovrebbe essere) compito dei comunisti, non per nostalgia, ma perché è dall’esperienza sovietica che occorre ripartire per riprendere i fili di un discorso interrotto. Proprietà sociale dei mezzi di produzione e piano: all’interno di questi capisaldi si PUO’ declinare tutto (ma non il contrario di tutto! vedasi recentemente le vie intraprese dai Paesi se-dicenti socialistici); all’interno di questi capisaldi si DEVE declinare l’interpretazione contemporanea di un’etica comunista, ovvero di un sistema valoriale dove la MERCE sia al servizio dell’UOMO o, meglio, di quello che Marx chiamava TOTALER MENSCH: un uomo libero dallo sfruttamento e dall’alienazione, libero di esprimersi a trecentosessanta gradi nelle proprie capacità e nelle proprie possibilità e inclinazioni: da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo il suo lavoro. Una MERCE che sia considerata unicamente per il suo valore d’uso e per la sua maggiore o minore gradevolezza estetica, non in quanto FETICCIO, da un uomo libero che se ne serve per soddisfare in maniera matura e consapevole i propri bisogni, anziché esserne servo o, peggio ancora, schiavo.

    Un piccolo esempio. Nel 1989 si svolse un incontro fra costruttori e fotografi professionisti, entrambi sovietici, ripreso dalla rivista della fabbrica KMZ (produttrice delle linee Zorki e Zenit) “Sovetskij Patriot” (http://www.zenitcamera.com/articles/cameras/what-they-want.html). Si badi all’anno: in quel periodo spopolavano già le autofocus motorizzate giapponesi, e la produzione sovietica e di tutto il blocco dell’est (le Praktica e le Pentacon Six, per esempio) erano già definite “antiquariato”. Ebbene, ancora in quel periodo, nonostante fossero derisi alle fiere internazionali come la Photokina di Colonia, tuttavia i fotografi sovietici facevano una colpa ai costruttori di “inseguire modelli occidentali” (гонятся за западными образцами). Alla fine, e come dagli torto, se il padreterno ci ha fatto la manina sinistra per ruotare le ghiere dei diaframmi, dei tempi, e della messa a fuoco, il cervello per valutare tipo, intensità e diffusione della luce, la memoria per ricordarci degli errori o dei risultati positivi ottenuti, in fase di ripresa piuttosto che di camera oscura (o chiara, se vogliamo coinvolgere anche la fase di digitalizzazione del negativo), a che serve un mangiabatterie elettronico che costa immensamente di più, che pensi per noi e magari il contrario di quello che noi vorremo che uscisse? Ecco, ancora nel 1989, un’idea di forma merce diversa da quella che già allora era dominante, espressa da gente competente, che il fotografo lo faceva per lavoro e per passione, e che colpevolizzava i produttori non perché le loro macchinette non erano elettroniche, ma perché avrebbero dovuto
    – aumentare i controlli qualità sul prodotto finito (i cosiddetti “difetti” erano, in ultima analisi, raramente di progettazione, molto, molto più spesso di cattivo assemblaggio, a differenza di altri settori dove nessun errore era tollerato, come nell’aeronautica civile e militare, giusto per dirne uno)
    – progettare macchine a diffusione di massa ma con una gamma più ampia di tempi di otturazione (la linea delle Zenit “popolari” ebbe sempre l’otturatore a tendina che proponeva 1/30,1/60,1/125,1/250,1/500 e posa B, ed era lì che i fotografi premevano: fare macchine per tutti ma con otturatori con una scelta maggiore di tempi di scatto).
    invece di investire soldi in un’elettronica che si sarebbe rivelata da quattro soldi (per esempio, la proverbiale impossibilità di quattrocchi come me di “fidarsi” dell’esposimetro Zenit a causa delle fughe di luce provenienti dal mirino non perfettamente chiuso “a tappo” dall’occhio occhialuto, cosa che non accade nell’esposimetro di una coeva, “milionaria” Nikon FM2). Soldi risparmiati da una parte e reinvestiti in un’altra. Il conto è pari, la macchina continua a costare uguale, ma aumenta enormemente il proprio valore d’uso. N’est-ce pas?
    Anche questo discernere, questa capacità di orientare la produzione in un senso, piuttosto che in un altro, è Ottobre.
    Un caro saluto e grazie per aver scritto su questo, prezioso, argomento.
    Paolo

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    Venceslao di Spilimbergo

    Buonasera professore
    Analisi in gran parte condivisibile (in particolare riguardo la “questione degli anniversari”) quella che ci ha proposto, ma vi è un punto che francamente non comprendo: Lei crede veramente che esista e/o possa esistere, anche solo a livello teoretico, il “diritto alla Rivoluzione”? Che esista, per chiunque si definisca Liberale (e lo sia davvero) un diritto alla critica, alla contestazione, addirittura alla rivolta nei confronti di coloro che detengono il Potere è assodato… ma il diritto a poter generare una Rivoluzione, non me ne voglia Chiarissimo, sarebbe tutt’altra cosa (nel caso potesse esistere), un non senso logico: mentre infatti la rivolta in quanto tale non presuppone di per se la sostituzione del sistema in cui si vive ma solamente (si fa per dire) il tentativo di modificare le decisioni prese e/o di “cambiare in maniera forzata” la classe dirigente (totalmente o parzialmente che sia), la Rivoluzione invece presuppone come suo elemento caratterizzante il sovvertimento dell’intero sistema! Un eventuale “diritto alla Rivoluzione” sarebbe pertanto da configurarsi come il diritto di una comunità, di una civiltà (e conseguentemente di una cultura) al “suicidio”… una sorta di auto soppressione politico- economico- sociale- culturale di massa! Come si può anche solo pensare ad una simile possibilità, che per sua natura sarebbe in palese opposizione ai principi base delle leggi naturali (principio di autoconservazione della specie, intesa sia in senso letterario come insieme dell’Umanità, sia in senso figurato come metafora per comunità di appartenenza)? E se anche si volesse realizzare una cosa del genere (dopotutto i diritti sono niente di più che convenzioni artificiali che l’Uomo crea per se stesso, in funzione dei suoi bisogni e nel rispetto dei principi etici a cui crede), come si potrebbe poi applicarla materialmente? Tutte le Rivoluzioni sono originate dal degenerare spontaneo e quasi sempre non previsto di una rivolta… dove inizierebbe il diritto a sovvertire il sistema e dove si fermerebbe, giuridicamente ma anche praticamente parlando, quello a chiedere solamente il cambio dei vertici? Non me ne voglia professore ma, in tutta onestà, ritengo che quanto da Lei enunciato non sia molto ragionevole. Mi permetta in aggiunta a questo un rapido accenno al punto da Lei trattato del rapporto tra Stato e Mercato: da Conservatore (e quindi da Liberale) le posso assicurare che sono pochissimi quelli fra di noi che sostengono che il secondo non debba avere alcun limite nelle sue funzioni… infatti la maggior parte di noi concorda che entrambi, sia lo Stato che il Mercato debbano avere dei vincoli; vincoli che devono essere flessibili e variare adattandosi al contesto storico in cui esistiamo: se in periodi pacifici e tranquilli è un bene che il Mercato sia favorito rispetto allo Stato è però altresì vero che in tempi particolari, non molto rari a voler fare i conti (quali gravi eventi naturali, guerre, crisi economiche), sia lo Stato a essere sostenuto piuttosto che il Mercato. Si tratta di semplice buon senso… sostenuto anche teoricamente da personalità quali il già ricordato Keynes ma anche il tanto ingiustamente vituperato Von Hayek. E se è vero che vi sono Stati a questo mondo che hanno ancora in adozione sistemi economici cosiddetti “statalisti” (eredità dell’URSS) è altrettanto vero che si tratta di Paesi molto più deboli di quanto possa apparire, con gigantesche problematiche socio- economiche interne; problematiche che in un caso in particolare ne determineranno il fallimento delle sue aspirazioni internazionali (la Cina non prenderà mai il posto degli USA, come qualcuno auspicherebbe in Europa; ha troppi punti deboli per poter riuscire in una tale impresa).
    La saluto augurandole ogni bene e una buona serata

    P.S.
    Il motivo del crollo dell’Unione Sovietica è risaputo: per poter essere una Superpotenza quanto più possibile simile (ma mai eguale) agli USA, Mosca ha dovuto farsi carico di impegni di gran lunga superiori alle sue forze… e il suo sistema alla fine non ha retto (in particolare dopo il calo del prezzo del petrolio a partire dagli anni 80). Le varie esperienze di “riformismo economico Sovietico” non andrebbero pertanto, a mio parere, interpretate come “tentativi di conciliazione tra il Socialismo e il Mercato (ovvero il Capitalismo)”… quanto piuttosto come estremi, necessari correttivi per permettere al sistema di non collassare e all’URSS di sopravvivere. Non momenti di sperimentazione volontaria ma “obbligate boccate di ossigeno” per un malato condannato, sin dal primo momento, a perire. Manifestazioni plateali del suo ineluttabile fallimento.

  • – Maestà, i bankster reclamano a parole più libertà e meno stato.
    – Corbellerie! Gli appalti per costruire le carceri e per le forniture militari, li diamo poi ai cinesi?

  • – Maestà, il popolo ha fame e noi abbiamo in cassa titoli tossici sul grano e crediti inesigibili dai nostri amici. In più il pirata J. Morgan depreda i nostri avanzi primari.
    – Primo Ministro, mandi in vacanza low cost il popolo, stampi soldi per i nostri amici e paghi Morgan il pirata.
    Il popolo si arrangerà.

  • Ultimamente mi chiedo cosa sarebbe successo se alla guida del Partito Bolscevico fosse rimasto, al posto di Lenin, Bogdanov. La filosofia di Bogdanov, l’ Empiriomonismo, direttamente derivato dall’Empiriocriticismo di Mach e Avenarius, era fortemente anti-autoritaria. La concezione secondo la quale non si possono imporre a priori principi astratti alla realtà dei fatti e che pensiero e oggetto sono forme differenti degli stessi elementi avrebbe avuto, come conseguenza, lasciare che fosse il movimento reale a sviluppare la società socialista e non, come poi fece Lenin, “provvedere a instaurare l’ordine socialista”. Il comunismo non è un ideale a cui conformare la realtà. Nulla può essere conformato a niente. (anche Gramsci intendeva “conformare” ). Secondo me anche la contrapposizione tra stato e mercato è fasulla. Il capitalismo può essere sia di stato che di mercato. In una forma o nell’altra c’è sempre chi comanda, in alto, e chi sta sotto in posizione subalterna. Regolare il mercato può servire a riequilibrare; ma è un riequilibrio del sistema di dominio. Allo stesso modo si potrebbe parlare di riequilibrio dello stato introducendo forme di democrazia in esso. Più che il gestore del’economia conta la finalità dell’economia; se finalizzata al benessere di tutti o al benessere soltanto di qualcuno.

  • Professor Giannuli, se proprio vogliamo parlare della rivoluzione bolscevica, sarebbe anche il caso di dire come sia stato possibile che avvenisse. Ad esempio, dicendo che la plutocrazia internazionalista ha finanziato i bolscevichi prima e dopo l’Ottobre, e che Lenin li ha ripagati riservando loro numerose concessioni minerarie.

  • – Maestà, il popolo minaccia la rivoluzione.
    – E voi, Primo Ministro, abbutatelo di cosce, fesserie, moine, televisioni, ma non di caffè, seno’ chille s’incazza.

  • – Maestà, le casse sono vuote e non possiamo stampare denaro.
    – E ce fotte a nui. Ce li facimme presta’ dal pirata J. Morgan. Chille li tene.

  • Prof Le nuove tecnologie hanno svilito il ruolo delle masse.
    In epoca postmoderna le “rivoluzioni” le fanno tre volte a tavola… e ne parlano per descrivere i “materiali plastici” dei TenaLady (sic).

    Penso che se invece della salma avessimo il cervello di Lenin, ci parlerebbe di nuove (im-possibili) strategie e non celebrerebbe nulla.

  • L’articolo vale come breve introduzione alla storiografia sovietica recente, ma soprattutto come plaidoyer sulla debordante disonesta’ intellettuale che domina le discipline storiografiche, sospese fra rivendicazioni scientifiche, propensioni ideologiche, servilismo di partito-cordata-dipartimento e rincorsa degli equilibri dottrinali dominanti (quelli conculcati dal vincitore di turno).

    Da stampare e sbattere sul muso, incollato alla suola dello stivale, al prossimo collega-scribacchino che rivendica la scientificitä della disciplina o lamenta la “strumentalitä” (arriva sempre) delle opere storiche di parte non plutocratica.

    Il sacrificium intellecti e’ il primo e piü sacro fra i doveri che ogni regime esige dai suoi imbrattacarte.

    • L’atto amministrativo o la legge come carta imbrattata e’ un grande passo per tutta l’umanità. E perché no i bilanci pubblici??
      Mi ricordo che una volta un tipo pelato fu mandato in esilio temporaneo in un’isola italiana e si lamentò che la strada principale fosse non asfaltata, benché lui avesse stanziato per ben cinque volte i fondi necessari.

      • Acme news
        Interviste impossibili.
        – Cavalier Coccia, lei, anzi voi, che siete stato al potere per un ventennio e conoscete bene lo spirto delle genti italiche, come mai non abbiamo avuto una rivoluzione al pari di inglesi, tedeschi,americani, francesi, russi, cinesi?
        – Perché la rivoluzione degli italiani non è tanto impossibile, quanto inutile.

  • “Dopo la sbornia ideologica degli anni novanta, è emerso con chiarezza lo scarsissimo valore storiografico delle opere di Courtois, Pipes, Conquest” –> Perdoni la domanda professor Giannuli, ma esattamente dove sarebbe emerso questo dato? Forse i crimini e gli orrori narrati da questi storici sono falsi, i massacri descritti inventati? Il sistema di terrore e morte descritto campato in aria?
    Se non sbaglio tra l’altro in Italia si bercia ancora sulle glorie “democratiche” cosidetti partigiani, in gran parte comunisti, che volevano fare come in Russia… Possibile motivo d’imbarazzo per parlare di Lenin & CO?

  • – Maestà, il popolo chiede giustizia.
    – Allora giustiziatelo e se Perry Mason costasse assai, prendete quatto scalzacani per fargli recitare uma farsa -atto unico- di processo

  • Professore, nessuna menzione di uno dei grandi protagonisti di quel episodio e fondatore dell’Armata che “continua a sfilare ogni 1º maggio”: omissione incosciente o deliberata?

  • O.t.
    – Mezza Maestà, i fassisti stanno per marciare sulla Capitale. I Caramba sono pronti a fermarli…
    – Mezza Maestà, i teutoni stanno per occupare la Capitale. L’esercito va riorganizzato…
    – Mezza Maestà, il sottotenente Sordi dice che americani e tedeschi si sono alleati ad Anzio. Bisgna serrare i ranghi …
    – Uffa, tutte queste scocciature, manco fossi io romano. Che me frega a me, mica so’ il re. So’ mezzo re. A Brindisi che sanno cucinare bene? Muoviamoci, prima che il ristorante chiuda.

  • nella sua immane e complessa vicenda la rivoluzione d’ottobre, cioè la rivoluzione scatenata dai bolscevichi, è stato il primo e per ora unico esempio di trasformazione radicale della società; mai era accaduto nella storia ove il potere passava da una assemblea eletta a suffragio, a un potere di democrazia diretta espresso dalla volontà delle masse attraverso lo strumento dei soviet.

    in un momento storico come quello, irripetibili all’oggi perché il controllo tecnologico delle menti lo impedisce, le masse hanno decretato la fine dello sfruttamento del capitale sul lavoro.

    in termini stretti dunque le cose andarono così: lenin fomenta, provoca la rivoluzione, stalin la stabilizza, krusciov inizia a decostruirla, breznev la ingessa e gorbaciov la distrugge definitivamente.
    domanda: perché l’impulso leninista-trotzkista della rivoluzione marca l’impasse kruscioviana-gorbacioviana fino alla sua dissoluzione?
    perché le masse non sono riuscite ad affrancarsi definitivamente dall’egemonia del capitale?

    a mio avviso c’è stato un evidente problema burocratico: l’apparato dello stato non ha saputo o voluto flessibilizzarsi adeguatamente alle esigenze naturali della produttività del lavoro e alla sua qualità; in fondo la qualità delle merci in uno stato comunista non è mai stato preso in seria considerazione perché ritenuto evidentemente superfluo.

    dopo la morte di stalin quindi, invece di segnare la fine di un sistema che sulla necessaria repressione era in parte basato e che ha fatto la fortuna del socialismo in un solo paese, avrebbe dovuto dare slancio nuovo al sistema economico iniziando un’innovazione di prodotto che avrebbe davvero rilanciato le conquiste della rivoluzione.
    il paese dei soviet non doveva trasformarsi un paese del razionamento e delle code, ma un paese ove la distribuzione e la relativa abbondanza di prodotti anche e soprattutto di qualità significavano l’emancipazione definitiva delle masse sul capitalismo.
    i dirigenti sovietici dopo stalin hanno fallito tutti.
    l’urss è caduta per l’incapacità di alcuni tra i dirigenti più importanti di leggere il periodo storico; ciò che invece non è accaduto per la cina; infatti la cina è ancora diretta da un partito comunista che pur essendo lontano anni luce dal maoismo è pur sempre formalmente legato a un concetto marxista.

    saluti e viva la rivoluzione d’ottobre!

    alb

    • … sol che la Cina non ha avuto un buco nero afgano né la corsa alle guerre stellari. Prove ne sian la Corea, gli Stetti e le isole contese.

  • Buongiorno Aldo

    Una domanda rapidissima: cosa ne pensi di “Compagni” di Service? E’ un’opera che trovo “agrodolce”. Non fa sconti al comunismo-regime (e pochi ve ne sono da fare), è impietosa nei confronti degli errori delle classi dirigenti dei vari PC occidentali (e anche questo è doveroso, specie considerando la fine fatta dai “postcomunisti” odierni) eppure riesce a non trascendere mai nella pedofagia dei vari “libri neri” (“mangiavano i bambini”). Ha il merito di restituire una storia del comunismo davvero globale ma il demerito di essere un po’ povera di analisi e di contesto. A mio avviso promuovibile ma non come riferimento unico, bensì abbinata ad altro.

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