Perché non è riuscita la rivoluzione in occidente. 


Sul piano storico cento anni non sono un tempo troppo lungo, ma sono più che sufficienti per valutare l’efficacia di una strategia di lungo periodo. Il leninismo fu una strategia che puntava alla rivoluzione mondiale e, anche se credeva ad una rapida espansione nei paesi avanzati dell’Europa continentale, scontava l’idea che per compiersi in tutto il mondo (o quasi) richiedesse un periodo ben più lungo. E, nella strategia leninista, il progetto rivoluzionario coincideva con la vittoria di un moto insurrezionale o, comunque, con un abbattimento violento del regime capitalistico. Lenin aveva come modello di rivoluzione quelle borghesi di Olanda, Inghilterra, America e, soprattutto. Francia. E per i Pc prima e la sinistra radicale di marca leninista dopo, la rivoluzione ha continuato ad essere il miraggio di una qualche forma insurrezionale, magari passando per forma di guerriglia urbana o per un intreccio di essa con le lotte sociali.


Il risultato paradossale è stato che questo progetto di rivoluzione mondiale ha avuto successo nei paesi che si immaginavano più lontani dall’obiettivo (Cina, Vietnam, Cuba, Corea), ma in nessuno dei paesi che si immaginavano più pronti. E cento anni sono sufficienti a stabilire che quella strategia è stata perdente e senza appello. Anzi, ogni ondata successiva alla congiuntura del “biennio rosso” è stata più debole, sotto il profilo rivoluzionario. Anzi, va detto che dal 1848 in poi, nessuna insurrezione ha mai vinto nei paesi di Europa, America del Nord , Giappone ed Australia.

Dunque, una visione prospettica di lungo periodo si impone per cercare di comprendere il perché di questo esito.
Partiamo da un dato storico inoppugnabile: in nessuno dei 4 paesi di modernizzazione classica (Olanda, Inghilterra, Francia, Usa) si è verificata alcuna rivoluzione vincente dopo quella di fondazione. Per cui non ci sono state né rivoluzioni socialiste né regimi fascisti. Peraltro, anche nel biennio rosso, la spinta rivoluzionaria in questi paesi è stata molto più debole di quella di altri paesi (Ungheria, Italia, Germania, dove, dopo la sconfitta dei movimenti socialisti, si sono imposti regimi fascisti). Il che fa pensare ad una particolare stabilità dei sistemi politici di “modernizzazione classica”. E la cosa è confermata anche dall’esito delle due successive ondate della Resistenza e del sessantotto cui dedichiamo qualche rapida riflessione.

La Resistenza ebbe una intensità molto differente nei vari paesi occupati dai nazisti. Sul piano della partecipazione popolare (e di conseguenza dell’efficacia militare) essa ebbe forte peso in Russia, Polonia, Cecoslovacchia, Jugoslavia, Albania, Grecia, ebbe dimensioni ragguardevoli in Italia, fu minoritaria e militarmente inconsistente in Francia, ma ebbe peso poco più che simbolico in Olanda, Belgio, Norvegia, Danimarca e quasi inesistente in Germania ed in Austria. Il che significa sostanzialmente che ebbe peso notevole nei paesi dell’Europa orientale che (con l’eccezione della Cecoslovacchia e, in parte, della Polonia) non erano affatto paesi industrializzati o modernizzati. In ogni caso, non erano affatto fra i paesi più avanzati. La vittoria di regimi “popolari” in quei paesi (salvo che in Grecia, dove non giunse l’Armata Rossa e ci fu una repressione sanguinosissima da parte monarchica appoggiata dagli inglesi) fu determinata dall’arrivo della Armata Rossa. Unici paesi in cui la rivoluzione vinse da sola e produsse regimi di tipo “socialista” furono Jugoslavia ed Albania cioè paesi a dominante contadina fra i più arretrati d’Europa.

Vice versa in nessuno dei paesi occidentali, con l’eccezione dell’Italia, la Resistenza ebbe un peso politico-militare significativo. Il che ha fatto nascere il mito della Resistenza come rivoluzione tradita che non ha riscontro in tutti gli altri paesi dell’Europa occidentale. Ma è un mito fondato? Come tutti i miti, anche questo si è formato intorno ad un nucleo di verità, per poi evolvere in un immaginario complessivamente suggestivo ed ingannevole. Di vero c’è che la Resistenza ebbe un consenso di massa (anche se non maggioritario) nelle regioni settentrionali e che le formazioni più numerose furono le Garibaldi che erano a maggioranza comunista per cui avrebbero visto come sbocco naturale una rivoluzione di classe, e adesse potremmo aggiungere alcune brigate Matteotti (socialiste o anarchiche) ed altre di Giustizia e Libertà (ma spesso orientate verso altro tipo di rivoluzione).

Di contro, dobbiamo considerare che nel sud la Resistenza non c’è stata (anche se non mancarono isolati movimenti di rivolta) ed anche nel nord c’è stata una massiccia “zona grigia” estranea alla Resistenza e gli stessi ranghi della Resistenza ce ne erano di non orientati ad una rivoluzione socialista (militari, fiamme verdi, parte dello stesso partito socialista e delle brigate Gl).

La componente “di classe “era maggioritaria nella Reistenza ma non esclusiva, ma la Resistenza tutta era minoranza nel nord e con limitate simpatie nel sud.

Già queste considerazioni dovrebbero avvertire circa la debole eventualità che la Resistenza potesse evolvere in rivoluzione socialista, anche se è vero che è proprio delle rivoluzioni espandere rapidamente la loro base di consenso, conquistando in breve tempo indifferenti, tiepidi e persino avversari. Ma, a rendere assai poco probabile una dinamica del genere era la situazione specifica seguita alla fine della guerra: la stanchezza popolare -dopo cinque anni di bombardamenti, battaglie e stragi- non lasciava presagire un’ampia partecipazione ad un moto insurrezionale che, per di più, avrebbe dovuto vedersela con i massicci eserciti di invasione potentemente armati, oltre che con i residui eserciti regio e di Salò. Una vittoria militare in quelle condizioni non sarebbe parsa molto credibile e questo agiva come potente depressore degli umori rivoluzionari. Anche se il Pci concesse troppo ai partner moderati ed avrebbe potuto ottenere di più di quel che ottenne, aver evitato un esito di tipo greco fu una scelta politicamente realistica che torna a merito soprattutto di Togliatti.
Per quanto riguarda il sessantotto, va detto subito che, in realtà, l’idea che si trattasse di un secondo “Biennio rosso” ha a che fare più con l’immaginario del movimento degli studenti, che con una realistica analisi politica. E’ vero che in Italia (ed in misura inferiore in Francia) ci furono forti movimenti operai non riducibili solo alla dimensione rivendicativa, che avanzavano una richiesta di maggior partecipazione, ma, nel complesso, la stragrande maggioranza del movimento operaio non si orientò in senso rivoluzionario e, per la verità, non ci fu alcun credibile episodio insurrezionale. Né le cose migliorarono con la scia del “partito armato” che sognò si poter suscitare quella fiammata insurrezionale, che era mancata, con le tecniche della guerriglia urbana mutuate dal Sud America. Per inciso: esse non ebbero successo neppure in quei paesi dove, piuttosto, favorirono l’insediamento di sanguinari regimi militari. Per fare una rivoluzione non basta volerla, occorrono anche condizioni oggettive che non si possono inventare. Di fatto, dell’originario progetto leninista restava solo un insensato soggettivismo che ripeteva gli errori del blanquismo e che aveva perso per strada il forte realismo proprio di Lenin. In fondo, fare un errore nel 1920 o 1923 non è sta sessa cosa che continuare a ripeterlo per un altro mezzo secolo e dopo ina valanga di sconfitte.

Si trattò solo di impazienza rivoluzionaria? Si trattò di fughe in avanti che precedevano, compromettendolo, il “momento buono” quando le condizioni oggettive si fossero date? Già, ma è sicuro che un simile momento dovesse (o debba ancora) necessariamente darsi? La convinzione sull’inevitabilità storica della rivoluzione fu il prodotto dello storicismo marxista, per il quale la storia è un succedersi inevitabile di diversi sistemi di produzione, determinati dall’evolversi delle capacità produttive: quando un sistema non è più compatibile con l’evoluzione dei mezzi di produzione, si rende necessario sostituirlo con un altro più adatto e, siccome questo comporta un avvicendarsi di classi dominanti, e quelle al potere non sono disposte a farsi da parte, ecco che il cambiamento deve avvenire in modo violento. Così come avvenne per l’andata al potere della borghesia che sostituì le classi feudali o gentilizie con le rivoluzioni di Olanda, Inghilterra, America e Francia (e un ruolo simile lo ebbero anche le rivoluzioni anticoloniali bolivariane dell’America Latina). La storia degli ultimi due secoli, tuttavia, non ha confermato molti degli assunti di base di questa teoria del mutamento sociale. In primo luogo, il capitalismo, sempre dato alla sua “fase suprema” e non in grado di governare lo sviluppo delle forze produttive si è rivelato molto più vitale di quanto non si pensasse. L’dea di un capitalismo agonizzante è stata clamorosamente smentita dalla capacità del capitalismo di adattarsi alle varie rivoluzioni tecnologiche succedutesi in questi ultimi 150 ed è ormai un luogo comune quello per cui “il capitalismo ha i secoli contati”. In secondo luogo, l’esperimento socialista sovietico non ha affatto promosso lo sviluppo tecnologico e, pur registrando successi parziali o in singoli settori, complessivamente è restato costantemente indietro rispetto agli sviluppi tecnologico dell’occidente. E tutto questo, se da un lato porta a rileggere la stessa opera marxiana e la sua analisi del capitalismo, dall’altro spiega il progressivo indebolimento dell’attrattiva per il modello socialista. Sino agli anni sessanta fu possibile sostenere che l’Urss era indietro rispetto agli Usa ed all’Europa, per le sue arretrate condizioni di partenza, ma che stesse crescendo a ritmi ben più veloci di quelli dell’Occidente e la gara spaziale offriva di che nutrire questo immaginario. Ma dai tardi anni settanta, anche questa giustificazione cadde: l’economia sovietica stagnava, il peso del complesso militar industriale era sempre maggiore, i salari crescevano, pur se lentamente, ma i negozi erano vuoti per la costante debolezza dell’industria leggera e orientata al consumo ecc. e fu chiaro che l’economia sovietica si era fermata. La breve stagione gorbacioviana produsse una effimera ripresa di speranze, ma ormai era troppo tardi ed il sistema sera fatalmente avviato al suo crollo finale.

Ovviamente, il progressivo affievolirsi della credibilità del modello sovietico si tradusse in una parallela legittimazione del modello liberoscambista (o preteso tale).

D’altra parte, la guerra contro il nazifascismo e la resistenza europea ebbero l’effetto di una ri-legittimazione delle democrazie liberali, perché il nuovo modello di democrazia, ispirato dalle politiche newdealiste e keinesiane, si basava su un welfarestate che accoglieva molte istanze delle classi popolari, istituendo meccanismi di mediazione che riequilibrarono fortemente il sistema sociale. E tutto questo restituì una verginità al sistema capitalistico-liberale rispetto al suo recente passato.

Ma potremmo citare anche altre cause del persistere del modello liberal-capitalistico come lo scambio ineguale con i paesi del terzomondo che consentiva una redistribuzione di ricchezza al suo interno, la conseguente nascita di una robusta fascia di ceti medi ostili ad ogni mutamento radicale, gli sviluppi del movimento operaio nel quale prese piede una massiccia burocrazia sindacale e politica, parimenti ostile ad ogni evoluzione radicale. Le stesse lezioni di Gramsci e di Rosa Luxemburg (cui potremmo aggiungere pensatori “eretici” meno celebri come Carlos Mariategui, Maximilien Rubel, Cornelius Castoriadis ed altri ancora) che proponevano una visione più complessa ed articolata della rivoluzione in occidente diversa da quella leninista ma sempre radicale, restarono sostanzialmente fuori dall’orizzonte della cultura politica delle organizzazioni del movimento operaio. Anzi, nel caso di Gramsci, venne data una lettura forzatamente moderata, funzionale al corso riformista del Pci (e qualcuno ha provato ad usarlo anche a supporto del renzismo). Dunque, nel complesso, il movimento operaio ha seguito una linea di totale integrazione nel sistema, sino alla piena omologazione nel processo neo liberista (salvo piccole minoranze leniniste o anarco sindacaliste) ma non si può essere nello stesso tempo rivoluzionari ed integrati nel sistema “per la contraddizioni che nol consente”. E con questo, venivano meno le precondizioni soggettive per un progetto di ogni “rivoluzione in Occidente” ed un complesso intreccio di fattori oggettivi e soggettivi poneva fine a quella prospettiva.

Il Pci, aveva rinunciato ad ogni mutamento si sistema già dagli anni cinquanta, anche se dietro il paravento del suo richiamo all’Urss ha potuto nasconderlo per qualche decennio.

Non è affatto detto che questa prospettiva di mutamento di sistema debba essere definitivamente abbandonata ed, anzi, è possibile che il tema si riproponga, ma questo non è un discorso di natura storica e riguarda il dibattito puramente politico sul futuro, quel che esula da queste considerazioni. Su un piano storico, possiamo concludere che ad essere definitivamente superata è la formula leninista e se il discorso sulla rivoluzione in Occidente debba riproporsi, esige forme, strategie, modelli organizzativi ecc. totalmente diversi e da inventare. E la riflessione sulla traiettoria secolare della vicenda comunista non sarà affatto inutile a questo scopo.

Aldo Giannuli

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Aldo Giannuli

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Comments (21)

  • Come ho detto in una recente discussione sullo stesso tema, io mi sento attratto dal pensiero di Bogdanov(1873-1928). Lui cercò di operare una sintesi tra il marxismo e l’empiriocriticismo di Mach e Avenarius. Questi ultimi avevano criticato il meccanicismo sul quale si basava la concezione della natura da Cartesio in poi. Proposero di rinnovare la scienza liberandola da ogni metafisica. La loro concezione dell’esperienza pura come unità di fisico e psichico era antidogmatica, antiautoritaria e considerava la coscienza umana come un prodotto di questa esperienza. Di conseguenza, anche la coscienza sociale, e quindi l’essere sociale, sono un prodotto della complessa interazione dei nostri sensi con la realtà. Il mondo non esiste, per noi, all’esterno dei nostri sensi. Bogdanov arrivò alla conclusione che il socialismo sarebbe stato il frutto di una lenta evoluzione culturale e scientifica del proletraiato che doveva, innanzitutto, creare una propria cultura alternativa a quella borghese. E anche una scienza alternativa: la tectologia, scienza della costruzione dell’organizzazione, funzionale al collettivismo. Nel suo romanzo “Stella Rossa” tratteggiò l’utopia di una società fondata su questi concetti: una società dove non esiste l’obbligo di lavorare, dove ognuno si impegna volontariamente (senza costrizioni di sorta) e dove vige una assolutà parità di genere e libertà sessuale. La concezione di Bogdanov era radicalmente alternativa, incompatibile, con qualla di Lenin. Ai suoi occhi affidarsi ad una ristretta avanguardia che doveva trasformare la società dall’alto significava ricadere nel sistema concettuale borghese. Ed infatti Lenin lo espulse dal partito nel 1909 in quella che fu la prima “repressione sovietica”. Bogdanov, a mio modo di vedere più libertario di Gramsci, aveva aggiornato il marxismo agli ultimi sviluppi della scienza. Lenin invece ritornò addirittura più indietro di Marx, si rifece a Robespierre, roba del 1793. Quindi l’esperimento sovietico era destinato a perire ancora prima di incominciare.

  • la rivoluzione non è riuscita in occidente perché nessuno l’hai mai voluta veramente.
    in occidente il più grande deterrente per la sua non riuscita è senza dubbia il grande carrozzone mediatico-popolare: per esempio, a mio avviso, l’avvento della musica rock e la sua trasformazione in cinghia di trasmissione del motore consumistico occidentale è uno dei suoi paradigmi.
    ma è pensabile che una delle canzoni più in voga negli anni ’60, all you need is love’ possa competere con uno slogan tipo : ‘tutto il potere ai soviet’ ?
    a me viene da ridere della grossa!
    insomma è inutile che con le categorie del 1917 o del 1789 si tenti di dare una spiegazione del perché non si sia fatta la rivoluzione in occidente.
    la rivoluzione per farla bisogna prima volerla, accettare di avere una discreta quantità di morti alle spalle e soprattutto la capacità organizzativa di mantenerla e gestirla.
    a dire il vero le menti non mancavano: ne abbiamo un esempio perché tutti i “grandi organizzatori” del ’68 sono tutti entrati nel gran guignol del capitalismo industriale-mediatico-finanziario internazionale e si sono fatti i soldi; non per ultime le rockstar.
    provate a immaginare una folla di 250.000 persone che invece di andare a vedere vasco rossi a modena e ascoltare le sue aneddotiche mene esistenziali si fossero riversati a roma per prendere palazzo chigi!!
    quindi non sono d’accordo sul fatto che una rivoluzione non basta volerla: una rivoluzione bisogna volerla e qui siamo con nietsche: la volontà di potenza che tutto può; il nostro fine secolo XX e inizio secolo XXI è disseminato invece di volontà d’impotenza!
    cioè, come ricordo disse un tempo un mio grande sindacalista: ci facciamo tranquillamente mettere nel sedere il cetriolo condito con la vasellina che noi stessi ci spalmiamo sul didietro.
    insomma una generazione di smidollati…..all you need is love…..all yuo need is love….al you need is love…… but empty pocket money is mine………

    alb

  • La teoria mardochai-marxiana delle condizioni oggettive era una crosta finalizzata a conferire una legittimazione scentista – si era in tempi di positivismo trionfante – alla sua profezia di Heilsgeschichte (“storia sacra” o storicismo sacrale) sul prossimo avvento del comunismo-paradiso ad opera del poverello evangelico-proletario moderno.

    Il marxismo è una religione escatologica che ha preso il posto del morente cristianesimo presso popolazioni non ancora decadute al punto da completare il processo di liquefazione del ‘politico’. Le rivoluzioni hanno trionfato nei Paesi arretrati perché una popolazione miserabile è più dura e portata all’esercizio tanto della violenza che della credenza superstiziosa, oltre che per il fatto che le classi dirigenti erano meno organizzate.

    Là dove il consumismo non ha ancora trasformato il gregge in un fascio atomistico di larve consumistiche, come nei Paesi arabi, la religione continua a motivare violenza rivoluzionaria. Per avere qualche sviluppo in Europa bisognerà che il sistema completi la sua parabola autodistruttiva e dia inizio a un nuovo ciclo di guerre interstatali o interimperiali (tutte le grandi rivoluzioni del XX secolo: in Russia, Italia e Germania, sono venute dalla guerra). Ma verosimilmente si tratterà di conflitti legati a motivazioni razziali, identitarie e religiose, più che collettivistiche o ridistributive.

  • Intanto rimane assurdo un Socialismo che non organizzi la società riguardo alle istanze ecologiche, proprio per la “contraddizione che nol consente”…

  • Professore buona sera.
    Riesco a leggere solo ora il tuo lavoro, assai ricco di stimoli. Provo con due, che mi vengono così, di primo acchito.
    1. Kto pobedit? chi vincerà? E’ l’interrogativo che si pone un Lenin maturo alla vigilia della NEP. Lontane sono le tesi d’aprile, ma stessa è l’impostazione. L’esatto opposto del corso cinese attuale. Il capitalismo come stampella necessaria, come polmone aggiuntivo a un Paese appena uscito da una terribile guerra civile, isolato, e assolutamente bisognoso di investimenti. Il socialismo, già allora, non è il futuro ineluttabile, è un futuro possibile, è il futuro auspicabile. La stessa politica rivoluzionaria del Comintern nei confronti delle colonie è una storia di passi avanti e passi indietro, di insurrezioni e alleanze con la borghesia “nazionale”. Nulla di precostituito. Il socialismo è un modo di produzione superiore, perché abolisce lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dà da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo il suo lavoro, grazie alla proprietà sociale dei mezzi di produzione e alla pianificazione economica che ne è diretta conseguenza ed emanazione. Ma non è nulla di automaticamente ottenibile grazie al lento, graduale, passare del tempo.
    2. Quasi mezzo secolo più tardi Robert Havemann, nel suo Dialettica senza dogma, rimane nell’ambito del marxismo-leninismo e si pone anche lui la stessa domanda. D’altro canto, oggi ancor più lontane sono le certezze del diamat e di certo, come dice un adagio popolare, c’è solo la morte. Viceversa, paradossalmente, il capitale in questo scorcio di secolo non se ne è stato con le mani in mano, con buona pace di chi vorrebbe la lotta di classe morta e sepolta. Anzi. Ma l’egemonia del capitale sul lavoro, ridotto a nuova schiavitù, non è solo l’unica, immediatamente tangibile, conseguenza. Ce n’è un altra, molto meno tangibile e sotto i riflettori. Ce ne parla il buon Katasonov in un articolo sulla mutazione di ruolo e funzione delle banche centrali. E cita, guarda un po’, Lenin. Le banche centrali devono essere nel modo di produzione socialistico uno strumento “di calcolo e controllo” (инструментом «учёта и контроля»), laddove il ruolo del denaro come strumento di accumulazione diviene sempre più marginale. https://www.fondsk.ru/news/2017/07/04/centrobanki-vedut-mir-k-propasti-44256.html)
    A questo punto osserva: anche oggi il contante circola sempre meno, diviene sempre meno mezzo di accumulazione e le banche centrali divengono sempre più strumento di “calcolo e controllo”… ma dei nuovi schiavisti (i padroni del denaro) sui nuovi schiavi.

    E qui diamo, ancora una volta ragione, al buon Marx che diceva che l’economia dei Paesi capitalistici si sarebbe prestata meglio per la transizione al socialismo perché già “socializzata”. Vero, verissimo: con una sigla di un container sono in grado di tracciare decine di migliaia di euro di merce da un punto di partenza a quello di destino, sono in grado di muovere altrettanto facilmente capitali, siti produttivi, settori produttivi, da parti meno redditizie a parti più redditizie. Con un chip vedo cosa compri, quando lo compri e, tramite incentivi guidati (sconti tessera e raccolte punti), faccio ricerche di mercato su cosa ti piace e cosa ti piacerebbe. Incrociando i dati vedo quanto guadagni e quanto spendi. Tutto quanto servirebbe per elaborare un piano di produzione che i matematici sovietici, con le schede perforate, si sarebbero sognati: un piano aggiornabile e verificabile in tempo reale, né più né meno di come fanno i manager delle multinazionali che hanno sullo smartphone quale punto vendita sta guadagnando cosa e con che margine, incrociato con i movimenti di persone registrati ai portelli d’ingresso. Altro che code per il pane. Con uno strumento del genere anche la distribuzione integrata ridurrebbe al minimo le scorte e le spese di logistica, su cui il privato è TUTT’ALTRO che efficiente, ANZI! Quindi, permettimi di dissentire sul fatto che il socialismo non trionferebbe da noi perché mancherebbero le condizioni oggettive. A mancare è la volontà politica e un movimento comunista completamente disgregato, assente, staccato dal lavoro che dice di voler rappresentare perché, semplicemente, incapace di approcciarsi alle tematiche del conflitto moderno Capitale-Lavoro in maniera critica come fecero, a loro tempo, sia Marx che Lenin. Cosa ne sa Ferrero, bontà sua, di cosa passa al porto di Genova? O di dove è prodotta la 500L (alla Zastava di Belgrado suo tempo bombardata anche da noi col beneplacito dei suoi ex-compagni…) e che margini di profitto intercorrono fra le spese di produzione in dinari di quel sito e il prezzo di vendita qui in euro fra i più alti del suo settore? Ha mai pensato Ferrero a una strategia per ridurre il passivo dello scambio commerciale con la “socialista” (sic!) Cina dai 17 miliardi di euro attuali che ci sta trasformando in un Paese economicamente sempre più sottosviluppato e dipendente? Non darei la colpa al povero Lenin se i marxisti attuali sono del tutto incapaci di cogliere i “segni dei tempi” e preferiscono accodarsi al carro dei vincitori del momento, magari per un semplice riflesso pavloviano antiamericano.
    Non da ultimo, non sottovaluterei le occupazioni delle terre e la politica del PCI e della CGIL nel meridione nell’immediato dopoguerra. Ci vollero esercito, banditi, neofascisti e mafia per disperdere un moto che assumeva proporzioni davvero ingenti e che, comunque, produsse parecchi risultati. Nel paese di mia moglie parecchi “straccioni”, con sommo scorno dei latifondisti locali, ottennero alla fine le terre per cui avevano lottato e su cui avevano, fino ad allora, faticato sempre per altri.

    Un caro saluto e buona domenica.
    Paolo

    • Noi camerati comprendiamo le speranze in un sole mai sorto, se non per mediocri albeggi )-:.
      Ma su una società di calcolo e controllo, come quella in cui ci stiamo inoltrando con la gioa di farci un selfy e subito farlo sapere a tutti; come se non bastassero tutti i meta-dati che regaliamo. L’anello invisibile di controllo che emerge va ben oltre il sogno di qualsiasi dittatura.
      Nessun droga appanna la volontà meglio del ludismo, che annulla la noia e riempie il tempo, anche se poi i margini economici sono scarsi. Ma tutti possono accedere a una spessa adatta al loro borsello. E la capacità di fare rete,unione,sindacato è inibita e delegata. Anche la solitudine amplia la sua sfera di influenza. ))-:

      • “L’anello invisibile di controllo che emerge va ben oltre il sogno di qualsiasi dittatura.”
        Hai perfettamente ragione. E c’è chi va anche oltre il semplice, silente, controllo tramite strumenti indiretti di gestione (e manipolazione) del consenso, dei gusti, delle coscienze.
        Ti propongo questi tre articoletti, magari un po’ ripetitivi tra loro, ma in italiano, sul cosiddetto sistema dei “crediti sociali” in atto presso il Celeste Impero in salsa tecnocratico-capitalistica di Stato, variante “singaporensis”.
        http://www.prismomag.com/credito-sociale-cinese/
        http://www.pagina99.it/2017/02/06/sistema-di-credito-sociale-pechino-amazon-grande-fratello-cinese-l/
        http://www.remobassetti.it/il-futuro-della-democrazia/crediti-sociali-cinesi/
        Il primo è più descrittivo, il secondo riporta una serie di commenti a latere, il terzo è il più suggestivo in termine di implicazioni. E a me ha suggerito molto. Di approfondire, per esempio, ulteriormente il nesso in Cina fra potere e doppio binario confuciano-legistico rispetto a quanto già svolto nella mia tesi di dottorato (https://www.academia.edu/3394081/Il_substrato_confuciano_e_tradizionale_del_marxismo_di_Mao_Zedong). Se, infatti, il confucianesimo nella sua utopia si spinge fino al giusnichilismo (non c’è bisogno di nessuna Legge (FA) in un Paese in cui dominano i Riti (LI) e, quindi, la Virtù (DE)) il legismo è l’applicazione più stretta della legge del bastone e della carota. Un micidiale sistema di controllo sociale armonizzato che regge da OLTRE duemila anni: bastone e carota e liste di proscrizione da un lato (queste ultime necessitate dal bisogno antico, confuciano, di “classificare” per “conoscere”), e possibilità pressoché infinita di “redenzione” dall’altro per i peccatori, dato che, sia per il discepolo di Confucio Mencio, che per la “gente del Libro”, senza andare troppo lontano, la natura umana è BUONA, ovvero nasce buona, e sono le “cattive compagnie” a sporcarla, a renderla cattiva. Da qui, i “campi di rieducazione”. Per i legisti, invece, si nasceva cattivi, da cui il sistema retribuzioni-punizioni come unico metodo per governare chi era in grado di ragionare solo con la pancia (o il “ludismo”, come tu accenni nella tua riedizione del “panem et circences”. E, da noi come anche nel Celeste Impero, c’è tanto “ludismo”, come moderna riedizione del bastone-carota.
        L’ultimo tuo accenno alla solitudine, è anch’esso largamente trasversale. Un miliardo e duecento milioni di cinesi si scoprono sempre più monadi, un po’ come da noi, sempre più come da noi. Non ti voglio assolutamente istigare a comportamenti che possano inficiare i tuoi “crediti sociali” (tanto, ci stiamo arrivando anche noi…) ma “procurati” La strada verso casa di Zhang Yimou (1999) 🙂
        https://it.wikipedia.org/wiki/La_strada_verso_casa_(film_1999)
        Fatto quasi vent’anni fa da Zhang quando ancora non era semplice corifeo di regime, ma usava ancora il cervello per produrre qualcosa che facesse riflettere, riflette una società che da allora si è ancor più disgregata. E fa riflettere anche noi.

        Oggi come venti anni fa, purtroppo, nella vita faccio altro. Il dottorato è stato una parentesi prima e dopo le otto ore (e spesso durante, perché con la testa ero lì). Non so neppure come sia riuscito a farlo, ancora oggi, che non riesco neppure a fare un saggio da quindici cartelle dattiloscritte perché dopo le 22 mi si chiudono gli occhi, me lo chiedo. Ma il cervello gira lo stesso, anzi forse più di prima. E non penso che la pista di ricerca che ho individuato conduca altrove… anzi. Sicuramente fuori dagli Istituti Confucio (e dagli atenei, di conseguenza). Ma molto più vicino a una comprensione non superficiale di quanto sta accadendo in quel continente rispetto a quella semplice ricetta condita di nozioni e analisi sempre concilianti (e tutto fuorché marxiane) con la cui ripetizione si passano gli esami di Storia I e Storia II e, magari, a furia di ripeterle bene, si ricevono fondi per convegni fatti apposta per ripeterle meglio…

        Ciao!

        Paolo

        Ciao e grazie
        Paolo

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    Venceslao di Spilimbergo

    Buonasera a Lei professore e all’Esimio signor Iniziato
    Congratulazioni per l’analisi offertaci: molto interessante, con diversi punti sui quali mi trovo in buona parte d’accordo… più perplesso invece su altri. Sarà per la mia formazione Conservatrice ma è mia convinzione che una risposta chiara, documentatissima al ruolo giocato dal signor Lenin nei confronti dell’idea di una Rivoluzione globale sia stata elaborata dal fu professor Melograni nella sua opera “IL MITO DELLA RIVOLUZIONE MONDIALE; LENIN TRA IDEOLOGIA E RAGION DI STATO, 1917- 1920”, Laterza editore 1985. In essa emerge come il fu Capo Bolscevico, avendo ben studiato il precedente della Rivoluzione Francese e la sua conclusione, cercò in tutti i modi impedire l’estendersi della “fiamma rivoluzionaria” al di fuori della Russia… sia perché riteneva che essa non sarebbe riuscita ad attecchire e/o consolidarsi presso le altre Nazioni dell’Europa Occidentale (era parere del signor Lenin che la Rivoluzione fosse riuscita ai Russi non per merito loro o del partito Bolscevico, quanto piuttosto per una serie di fortuite situazioni e coincidenze venutesi a creare in seguito degli errori commessi dai loro avversari politici; cosa che emerge anche dagli studi compiuti da parte di Orlando Figes, Niall Ferguson o anche Luciano Canfora), sia perché era convinto che una espansione della Rivoluzione al di fuori dei confini Slavi avrebbe generato una controffensiva, tanto filosofico- teorica quanto pratico- militare, da parte delle classi dirigenti delle Nazioni Liberali… similmente a quello che era accaduto alla Francia post 1789, che dovette affrontare diverse coalizioni composte dalla Monarchie Europee fino alla sua cessazione. Il compagno Lenin non poteva permettere che una simile esperienza si ripetesse, poiché non solo la conclusione di un simile scontro era di per se scontata (Il fu Capo Rivoluzionario, da realista pragmatico quale era, non ebbe mai dubbi sul fatto che le Nazioni Liberali fossero maggiormente potenti della Russia Bolscevica) ma altresì perché egli sapeva benissimo di aver bisogno dell’aiuto dell’avversario Capitalista per poter far sopravvivere lo stato e, assieme ad esso, la Rivoluzione appena compiuta; abbisognava dell’aiuto Liberale sia dal punto di vista economico (per ricreare la oramai distrutta economia Russa) sia dal punto di vista logistico, essendo la maggior parte della nuova classe dirigente Rivoluzionaria totalmente ignorante su come far funzionare la necessaria macchina burocratica. Nel primo caso il signor Lenin si servì, come già accaduto per il suo rientro in patria, del supporto proveniente dalla Borghesia straniera… la quale acconsentì a concedere finanziamenti a lunghissima scadenza e a bassissimi interessi un po’ per ragioni ideologiche (storicamente parlando la maggior parte dei sostenitori degli ideali Socialisti sono provenuti dalle fila della ricca Borghesia, molto meno da quella delle classi medie e basse della società), un po’ per ragioni umanitarie (molto forte fu in tal senso la campagna di sensibilizzazione portata avanti dalla Chiesa Cattolica per raccogliere fondi da mandare ai disperati popoli dell’ex Impero Zarista, oramai ridotti alla fame più nera), un po’ per la speranza di fare grandi affari nel momento che il nuovo stato Russo si fosse consolidato (in particolare per quanto concerne lo sfruttamento delle materie prime presenti sul suo suolo), un po’ per ragioni geopolitiche (impedire l’implodere definitivo della Russia e la sua esplosione in una miriade di piccoli staterelli fragili, precari e in perenne conflitto fra loro, la cui esistenza avrebbe comportato lo sfaldamento di qualunque ordine internazionale in Eurasia… non è un caso che la maggior attenzione a impedire un simile scenario fu posta dagli USA che finanziarono ampiamente, anche con fondi pubblici federali, la disastrata economia Slava. Inerente a questo fatto è la trattativa, ipotizzata dal signor Lenin, per ricevere maggiori finanziamenti da parte Americana cedendo a Washington la sovranità su buona parte della Siberia… similmente alla cessione della colonia Russa dell’Alaska compiuta, sempre per motivi economici, nel 1867 dall’Imperatore Alessandro II). Nel secondo caso invece il signor Lenin si servì dei vecchi esponenti della Burocrazia Imperiale, provenienti, come la maggior parte dei capi Rivoluzionari, dalle fila della piccola aristocrazia Russa e/o della borghesia cittadina e provinciale; non più perseguitati, essi poterono tornare a svolgere le loro funzioni precedenti alla Rivoluzione… talvolta con tanto di promozioni immediate; questo permise allo stato Russo di poter essere ricostruito a partire dalla forma logistica e organizzativa del decaduto Impero Zarista, con il risultato sul breve periodo di poter sopravvivere alle sfide interne inerenti la sicurezza, ma sul lungo termine di veder la nuova Federazione Sovietica degli stessi problemi di rigidità e oppressività del Regime degli Zar. Problemi organizzativi che si andavano a sommare ai problemi economici mai pienamente risolti, a causa della impossibile (sia sul piano teorico sia su quello pratico) applicazione del Socialismo Reale tanto in una società industriale, tanto più in una società agricola appena uscita da una guerra mondiale devastante e da due terribili guerre civili. La cosiddetta “NEP” sotto questo punto di vista (come ho avuto modo di esporre in precedenti occasioni anche in questo sito) non fu altro che l’estremo tentativo di permettere la sopravvivenza dello Stato Russo, oramai in piena fase di ricostruzione, sacrificando in maniera implicita la Rivoluzione… accettando, per quanto in maniera indiretta e annacquata, il ritorno dell’odiato ma molto più produttivo Capitalismo all’interno del paese che lo aveva espulso dalle proprie frontiere. Una tacita ammissione del fallimento di un esperimento filosofico e sociale tanto grandioso quanto terribile… morto di per se già negli anni Venti del Novecento ma portato avanti, con brutalità e manu militari, sino agli anni Ottanta senza mai riuscire anche solo a posizionarsi sul medesimo livello delle Nazioni Liberali. Rimane paradossale che molti abbiano creduto in una simile follia; tanto più se si tiene conto che molti di essi erano esponenti e figli (privilegiati) proprio di quel mondo Capitalista che, a detta dei Rivoluzionari Bolscevichi, doveva sparire.
    Scusandomi per il mio esporre prolisso e congratulandomi nuovamente per la bella analisi propostaci, saluto sia Lei Chiarissimo sia l’Esimio signor Inizato augurando ad entrambi ogni bene e una buona serata

    • la ringrqazio per la sua consueta cortesia, quanto a Melograni non ne ho una grande cosniderazioni come storico e trovo per nulla ragomentate le sue tesi (fra l’altro che che sarebbe stato Lenin il mandante dell’assassinio di Rosa Luxemburg, appunto, e senza un bricolo non dico di orova ma di indizio) sul tema parleremo ancora

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        Venceslao di Spilimbergo

        Buonasera professore
        La ringrazio per la gentilezza mostratami nel rispondere al mio (prolisso) commento di ieri e per le belle parole rivoltemi. Per quanto sia meno critico di Lei nei confronti dei lavori del scomparso professor Melograni, condivido il suo giudizio rispetto alla sua tesi riguardante la morte della signora Luxemburg: uno studio veramente poco e male documentato.
        Attendendo di leggere nuovamente, su questo affascinante argomento, il parere suo e dell’Esimio signor Iniziato (che approfitto di salutare), la saluto augurandole ogni bene e una buona serata.

        P.S.
        Perdoni il cambio di argomento ma, come sono certo, avrà senza dubbio sentito la notizia della sospensione dei voli delle compagnie Francesi e Spagnole da/per il Venezuela. Temo che la resa dei conti stia arrivando sempre più velocemente. Ideali politici a parte, spero che non verrà versato troppo sangue
        Nuovamente a Lei i miei ossequi

          • quando una guerra civile è alimentata dall’esterno di un paese, NON è una guerra civile, è un golpe fascista. Ma per ammetterlo dovrebbe ammettere che Maduro ha ragione, e allora meglio cianciare di guerra civile, come se le due parti fossero sullo stesso piano, e non ci fossee una borghesia nazistoide che vuole distruggere qualsiasi forma di stato sociale.

  • A me pare che l’uiltima ipotesi fatta sia quella più consistente ovvero che le rivoluzioni non sono scoppiate in occidente proprio grazie al surplus di risorse derivante dalla rapina mondiale. Anzi guarda caso fli unici Paesi occidenteli in cui si sia avuta qualche febbre rivoluzionaria sono proprio quelli in cui tale rapina era meno massiccia. Tuttavia questo è solo un dato empirico, credo che le stesse teorie capitalitsiche e quella marxista incorporino senza accorgersene questa centralità della rapina, senza la quale tutto engtra in crisi.

  • Ho esposto il mio pensiero in proposito anni fa in un opuscolo non molto gradevole da leggere. (www.bibliotecamarxista.org/talpone/il_part_com_eu.pdf). In seguito, ho cambiato idea su molti particolari, ma non sui concetti fondamentali, in particolare sull’interpretazione dell’impossibilità della rivoluzione leninista in Occidente. Ho ricevuto varie critiche, ma sempre “esterne”: utopismo, eccessiva fiducia nella tecnica (falso), antimarxismo piccolo borghese ecc. A titolo di curiosità. il lavoretto è stato pensato per la prima volta nel 1994, quando è stata annunciata la disponibilità di internet.

  • ” è ormai un luogo comune quello per cui “il capitalismo ha i secoli contati”.
    A parte il fatto che 150 anni sono NULLA sul piano della lunga durata (per dire, un sistema produttivo di assoluta inefficienza come il feudalesimo durò un millennio in occidente, e molto di più nell’Europa Orientale), Marx non ha MAI scritto, neppure per sbaglio, che l’avvento del comunismo fosse imminente, o che il capitalismo fosse allo stadio finale. Al contrario, fino alla sua morte ritenne il capitalismo ancora in fase espansiva e ben lungi dall’aver raggiunto il suo apice di efficienza. QUel luogo comune è solo uno straw man.
    Passando alle rivoluzioni borghesi classiche, sarebbe anche ora di finirla con la barzelletta della prima guerra di secessione americana spacciata per rivoluzione. Non ci fu nessuna rivoluzione, le classi dirigenti prima e dopo la rivoluzione erano assolutamente le stesse, soltanto che si erano prese il potere politico che non volevano più delegare alla madrepatria.
    Quanto alle rivoluzioni che non ci sono state in occidente, si nega l’evidenza del fatto che il colonialismo occidentale ha dato una ricchezza al proletariato occidentale medesimo (vuoi in WS per chi rimaneva a fare l’operaio in madrepatria, vuoi in ricchezza depredata direttamente da chi emigrava per fare il colono o si arruolava negli eserciti colioniali) che fu Marx stesso (che pure di imperialismo non parlò mai, anche se era al suo apogeo alla sua morte) ad ammettere che il proletario inglese era più cartista che comunista perchè prendendo parte anche solo alll’1% del banchetto imperiale avrebbe vissuto molto meglio dei proletari del resto del mondo.
    Infine, le resistenze europee e le loro diverse dimensioni. Molto semplicemente, erano proporzionali alla violenza nazista. L’Est Europa, che veniva visto come una terra da colonizzare come il Far West yankee (che fu il modello DICHIARATO da Hitler nel MK per l’espansione a est), gli abitanti erano visti come subumani da sterminare (esattamente come fecero gli yankee coi nativi americani), e l’occupazione agì di conseguenza. Il razzismo nazista non era altrettanto spietato coi popoli occidentali, e le violenze sistematiche erano “limitate” a qualche divisione guidata da un comandante particolarmente fuori di testa, Le maggiori stragi furono quasi sempre compiute da una stessa divisione (la Reichsfuhrer in Italia : S.ANna di Stazzema, Marzabotto e tante altre in mezzo, la Das Reich in Francia, ecc.). In Oriente macelli come Marzabotto e Oradour non erano eccezioni, erano la regola quotidiana. Anzi, erano al di sotto della media. E’ ovvio che di fronte a un nemico che persegue apertamente il genocidio, la resistenza era assoluta.

    • veramente il capitalismo dura, quantomeno, dal settecento. Per quanto riguarda la secessione americana si legga Losurdo che non dovrebbe sembrarle uno storico borghese. Ma soprattutto: legga qualcosa

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