Rivoluzione araba: qualche ipotesi sul caso libico (seconda parte).

Diversi degli intervenuti hanno sottolineato la difficoltà di esprimere un
giudizio sui fatti di Libia perchè abbiamo a disposizione notizie scarse e poco affidabili.
Per quanto riguarda l’affidabilità è ovvio che l’unica è sottoporre ogni informazione a vaglio critico –come, peraltro, bisognerebbe fare sempre- e ricavare dal confronto fra esse e dalla loro logicità gli indici di credibilità.
Per quanto riguarda la scarsità, questo poteva essere vero nei primi giorni, ma ormai possediamo una considerevole massa informativa su cui lavorare (alla fine dell’articolo segnalo i materiali su cui ho lavorato e che vi segnalo).
Isoliamo alcuni nodi di analisi.
1 – Il giudizio sul regime di Gheddafi.

E’ da notare che molti dei dubbi riguardanti l’insurrezione di Bengasi non sono stati sollevati nè a proposito della Tunisia nè a proposito dell’Egitto, anche se, per la verità, non è che le informazioni sugli insorti fossero molto più abbondanti o provenienti da fonti diverse da quelle sulla Libia.
In realtà, è scattata una diffidenza istintiva, sia perchè nel caso libico c’era un supporto occidentale, sia perchè una parte della sinistra dà di Gheddafi un giudizio diverso da quello su Mubarak o Ben Alì.

Il colonnello, infatti, è sempre stato avvolto da  un alone antimperialista che ne ha favorito le simpatie a sinistra. Ricordo che nell’ottobre del 1971 vidi  a Roma scritte di Lotta Continua inneggianti al “compagno” Gheddafi. Poi le ripetute e plateali prese di posizione contro “gli occidentali” (cacciata degli italiani residenti in Libia, guerra del Ciad contro la Francia, ripetuti scontri con gli Usa.) hanno consolidato questa immagine. Ma la realtà storica suona tutt’altra musica. In primo luogo Gheddafi il suo colpo di Stato lo ha realizzato con il supporto determinante dei servizi italiani che hanno costantemente vegliato sulla sua sopravvivenza  sventando operazioni di inglesi o americani in almeno due occasioni (1971 e 1986).

Di fatto, Gheddafi, al di là delle sceneggiate, ha sempre operato all’ombra dell’imperialismo petrolifero italiano (se vogliamo usare questa categoria) e ne è testimonianza anche la “visita” fatta da Cossiga prima della guerra del Kossovo (1999) per assicurarsi la neutralità libica, che l’ex Presidente ottenne proprio in virtù delle aderenze italiane a Tripoli. O vogliamo parlare dei cordialissimi rapporti fra il servizio libico ed il governo Andreotti a fine anni settanta?

Quanto alla guerra del Ciad non si trattò per nulla dell’appoggio alla lotta di un fronte di liberazione contro un colonialismo europeo (francese per la precisione) quanto dello scontro fra due colonialismi.
Dunque, Gheddafi si differenzia dagli altri regimi arabi non per un particolare tasso di antimperialismo, quanto per l’opzione verso l’Italia piuttosto che verso Francia, Inghilterra, Usa, Urss ecc.

Nè ha senso parlare di una eccezione libica in riferimento al ruolo del regime di Tripoli nella finanza internazionale: il fondo sovrano libico è perfettamente  inserito nei giochi della finanzia mondiale esattamente come quello saudita o quello degli Emirati e partecipa alle stesse operazioni con le stesse modalità.

Quanto poi alle caratteristiche politiche del regime, la Libia è una società ancor più chiusa ed autoritaria di quella egiziana o marocchina e con una presenza poliziesca fra le più invadenti.

Anche dal punto di  vista della sua caratterizzazione ideologica, il leader libico  non si colloca al di fuori del ventaglio di opzioni prevalenti nel mondo arabo. Emerso dopo la sconfitta di Nasser nella guerra dei sei giorni che segnò la sconfitta del “Socialismo arabo” (Egitto, Siria e Irak) primo tentativo di laicizzazione lontano parente del kemalismo, Gheddafi rappresentò una prima correzione di rotta nel senso di una re-islamizzazione di questo tipo di regimi, facendo in qualche modo da battistrada all’ondata fondamentalista (che si affermerà qualche anno dopo in Iran) dalla quale, peraltro, rimarrà distinto. L’Islam politico di Gheddafi si colloca pertanto un una posizione intermedia fra il socialismo militarista panarabo ed il fondamentalismo jiadista (fu proprio Gheddafi a riesumare per primo il termine Jihad), spesso viene confuso con l’una o con l’altra cosa, in realtà rappresenta una opzione a sè stante.

Dunque, non c’è alcuna seria ragione per distinguere il regime libico dagli altri. Questo non vuol dire che la Libia non abbia sue particolari caratteristiche che spiegano (o che possono spiegare) l’andamento peculiare della sua rivolta. A cominciare dal rilevante peso della dimensione tribale che rende la Libia un paese molto meno unitario dell’Egitto, della Tunisia o del Marocco. Ma è soprattutto il tipo di regime che presenta sue accentuate specificità.

2 – Le particolarità del regime libico.

Se è vero che quella gheddafista è una autocrazia militare simile ad altre come quelle baatiste, è anche vero che dà luogo ad una struttura di potere unica nel suo genere. Infatti, nei paesi ad impronta di socialismo arabo (Egitto, Algeria, Siria, Yemen , a suo tempo l’Irak e Tunisia -che ha caratteristiche politiche proprie espresse dal “Partito Socialista Nesturiano”-) l’esercito è assolutamente centrale nel sistema di potere (in questo similmente a quanto accade nel modello kemalista turco): sono regimi sorti da pronunciamenti militari contro i rispettivi regimi monarchici e continuano ad avere una impronta spiccatamente militare. Non mancano –anzi abbondano-  esempi di regimi che hanno affiancato alle forze armate tradizionali una qualche forma di milizia politica, come la Guardia Repubblicana -che era la parte scelta dell’esercito di Saddam Hussein- o i pasdaran iraniani. Quello che rende particolare il caso libico è la netta preponderanza della milizia sull’esercito regolare che, a differenza di quello siriano, irakeno o egiziano, di fatto, non ha mai combattuto una vera e propria guerra (ed il caso del Ciad non fa testo) ed è una realtà politicamente e militarmente molto debole.

Inoltre Gheddafi ha fatto ricorso anche ad un reclutamento mercenario nei paesi confinanti, facendo leva sulle rilevantissime risorse economiche a sua disposizione. Infatti -altro aspetto peculiare del regime gheddafiano- la Libia dispone di uno  dei più importanti fondi sovrani del mondo arabo, che è controllato personalmente da Gheddafi e dalla sua famiglia (al pari di quanto accade negli assolutismi monarchici della penisola arabica). Essendo chi tiene in mano i cordini della borsa, il Rais esercita una autocrazia personale ancora più spiccata di quella dei generali algerini (che hanno una struttura un po’ più collegiale) o di quella di Assad in Siria (che non dispone della quantità di risorse di gas e petrolio della Libia).

Questo contribuisce a spiegare la lunghissima durata della sua permanenza al potere (42 anni, che non hanno riscontro nelle altre autocrazie militari).
In questi 42 anni si sono succeduti diversi tentativi di colpi di mano (in particolare dagli ambienti dell’aviazione, unica arma di qualche consistenza militare) ma senza successo.

Di fatto, l’unico reale limite al potere di Gheddafi è quello delle tribù, per cui la struttura del potere in Libia è sostanzialmente quella di un autocrate che media fra le diverse tribù ed etnie, protetto da una guardia pretoriana pagata con i proventi del fondo sovrano e con opposizioni interne ed esterne al regime, sin qui troppo deboli per rovesciare il Rais. E questo spiega –almeno in parte- la particolare resistenza del regime di Gheddafi alla rivolta sostenuta dall’aviazione occidentale.

3- Cosa sappiamo degli insorti?

Uno dei motivi ricorrenti dei dubbi sulla rivolta libica è “Ma cosa sappiamo degli insorti? Quanti e chi sono?
In realtà questa obiezione aveva qualche fondamento all’inizio, ma ormai abbiamo diversi elementi  per iniziare a capire.
Del Consiglio Nazionale di transizione (l’organismo di 31 persone che, nato con l’aspirazione ad essere una sorta di Assemblea Costituente, è poi diventato il governo di fatto della Cirenaica) fanno parte ex gerarchi dei regime come Mustafà  ‘Abd  al-Galil (ex ministro della giustizia e promotore del Cnt che attualmente presiede) o Abd  al-Fattha Yunis (ex ministro dell’Interno) che, inviati in Cirenaica per prevenire la rivolta, me hanno assunto la leadership per rovesciare il Rais. Ma ne fan parte  anche un personaggio abbastanza noto della battaglia per i diritti civili, come Fathi Tirbil, l’avvocato che assiste i familiari del 1.200 fucilati nel carcere di Tripoli nel 1996. E ci sono  anche antichi dissidenti come Umar al_hariri, uno degli “ufficiali liberi” che parteciparono alla rivoluzione del 1969 ma che poi entrò in conflitto con Gheddafi e venne per questo arrestato e condannato a morte nel 1975, successivamente graziato, passò 15 anni in carcere per poi passare agli arresti domiciliari.

C’è anche il ramo libico dei Fratelli Musulmani che però non sembra contare granchè, visto che si oppose proprio all’ammissione degli ex “ufficiali liberi” al Cnt, ma che non sono stati affatto ascoltati. Ci sono poi esponenti locali della città di Bengazi come ‘Abd al-Hafiz Gawqua (Ghoga) che avevano dato vita ad un proprio comitato e sono poi confluiti nel Cnt (di cui attualmente Ghoga risulta essere il vice presidente). E ci sono anche esponenti della Libia pre-gheddafiana come Ahmad Zubayr più legato alla tradizione senussita.

Un insieme piuttosto composito, come si vede e il seguito del Cnt lo è ancora di più.
E’ realistico pensare che fra i bengazini ci sia quella borghesia professionale nata intorno alla rendita petrolifera (ingegneri, tecnici, avvocati ecc) che guarda ai modelli di democrazia occidentale, ma anche pezzi di vecchio regime, componenti tribali come i Zuwayya, i Furjan ed i Tebu di Kufra storicamente avverse ai Tripoli, ed anche pezzi di malavita del porto di Bengasi. E’ altrettanto ragionevole che ci siano vecchi membri della Senussia (forse sopravvissuta come società segreta), monarchici ed anche schegge quaediste, ma tutto lascia pensare che si tratti di frange marginali e non influenti. D’altro canto c’è anche un’area che non si identifica nè con Gheddafi nè con il Cnt, come i Warfalla –la tribù più numerosa  con il suo milione di persone che, storicamente legata al Colonnello, ora manifesta una posizione a lui sfavorevole, senza per questo riconoscere ancora il Cnt. Anche i berberi,i tuareg ed i Magariha sembra che per ora abbiano una posizione autonoma (forse anche  caso delle difficoltà di comunicazione esistenti). Anche la recente conferenza di Roma dei rappresentanti delle varie tribù ed etnie ha chiesto a Gheddafi di abbandonare il paese ma, sostanzialmente, non ha riconosciuto Bengazi come proprio governo.

Certamente la rivolta ha investito la parte orientale del paese mentre è meno sviluppata in quella occidentale.
Tuttavia, almeno in Cirenaica, sembra che gli insorti contino sulla partecipazione militante di parecchie migliaia di persone, diversamente sarebbero state agilmente sopraffatte dalle forze governative già prima dell’intervento occidentale. Si capisce, tuttavia, che si tratta di uomini senza nessuna esperienza militare, come dimostrano sia le foto, che documentano la scarsissima cura professionale con cui reggono le armi, che la pratica pericolosa delle raffiche in aria ad ogni vittoria o gli evidenti errori tattici sul campo ecc. E’ plausibile, peraltro, che a loro fianco operino anche mercenari anglo francesi o unità delle special forces in funzione di istruttori.

Naturalmente, è impossibile dire quanta parte dei libici stia con Gheddafi, quanta con i bengazini e quanta in quella fascia grigia cui abbiamo accennato. Sembra comunque ragionevole ipotizzare che la parte gheddafiana, pure di consistenza non trascurabile, sia ampiamente minoritaria.

4 – Le questioni del razzismo e della bandiera.

Una delle ombre più pesanti sulla rivolta in Cirenaica è data dall’accusa di razzismo verso i neri (qui adombrata anche da Giovanni), a sostegno della quale vengono addotti episodi di repressione (arresti o anche uccisioni) di persone di colore. Le cose sembrano stare in modo un po’ diverso: si sa che Gheddafi  recluta mercenari di colore in Niger, Mali, Ciad ecc. Occorre anche tener presente che, anche per le caratteristiche della guerra che richiede ai combattenti di parte gheddadfiana di occultarsi per sfuggire ai raid aerei, le colonne di mercenari operano spesso non in divisa e con mezzi militari mimetizzati, per cui è difficile identificarli. E questo dà luogo ad una infinità di incidenti, errori, ecc.

In particolare a Bengasi, nei primi giorni della rivolta, è accaduto che le maestranze di colore di alcuni stabilimenti –che non erano affatto mercenari- siano state schierate per proteggere gli impianti; gli insorti hanno pensato che fossero mercenari e li hanno sopraffatti ed arrestati. Diverse delle foto di prigionieri di colore con le mani legate si riferiscono esattamente a questo episodio.
Nella situazione di caos esistente, è facile che episodi del genere possano accadere, ma di qui a parlare di un azioni determinate da una caratterizzazione ideologica razzista ne corre: per quanto mi risulta, nessuno degli atti del Comitato di Bengasi ha un contenuto razzista nè la propaganda degli insorti contiene elementi culturali razzisti. Può darsi però che il Comitato tolleri comportamenti della “base” o, più in generale, della popolazione contro le persone di colore e questo non è sicuramente un demerito da poco, ma va detto che pregiudizi ostili verso le genti di colore sono piuttosto diffusi fra gli arabi in generale e non solo in Libia.

Quanto alla bandiera  rosso-nero-verde degli insorti, che recupera i colori del periodo monarchico, abbiamo già detto in questa sede che non esprime alcuna idea di ripristinare la monarchia (non si registra nessuna presa di posizione in questo senso di alcuna componente del Cnt) quanto, piuttosto, l’idea di una Libia unita e federale di cui i tre colori indicano le tre regioni del paese.

5- Le particolarità del caso libico nel quadro generale della rivoluzione araba.

Da questo rapido schizzo ricaviamo che ci sono alcune costanti di questo inizio di rivoluzione araba (inizio: non certo rivoluzione compiuta). In primo luogo, le rivolte hanno investito con maggiore violenza i regimi a carattere militar-nazionale (Tunisia, Yemen, Libia, Egitto, Siria), mentre (con la sola eccezione del Barhein dove, però, ha contato la particolarità di una rilevante quota di popolazione sciita) hanno avuto un decorso assai meno virulento nelle autocrazie monarchiche come Marocco, Arabia Saudita, Giordania. Va detto, però, che in tutti questi tre casi i rispettivi sovrani sono intervenuti molto tempestivamente, sia promettendo riforme politiche, sia smobilitando ingenti quantità di riserve valutarie (in particolare del fondo sovrano saudita) per acquistare cereali, distribuire reddito e smorzare in questo modo la rivolta (almeno per ora). Considerato che i rapporti con l’Occidente sono tradizionalmente migliori da parte delle autocrazie monarchiche questo potrebbe far pensare a qualche influenza occidentale diretta o indiretta nel favorire queste ricolte. Ma sarebbe una soluzione semplicistica: se si può ragionevolmente capire gli interessi che hanno spinto contro  Gheddafi, è assai meno certo che fosse così conveniente attaccare Ben Ali o Mubarak (che, infatti, venne tempestivamente informato dai servizi israeliani di quel che bolliva in pentola) ed anche nel caso della rivolta in  Siria è poco probabile che essa vada nel senso degli interessi occidentali considerati i rapporti di forza nell’area, in particolare  a causa della questione iraniana. C’è una spiegazione meno “apparente” ma più “solida”: proprio perchè caratterizzati da regimi nazional-militari, questi paesi (Libia, Egitto, Tunisia, Siria, Yemen) hanno messo in discussione il principio di legittimità tradizionale-monarchico, dunque, hanno subito un primo processo di modernizzazione- secolarizzazione  (almeno sul piano politico) che li ha resi più vulnerabili alla  pressione popolare. In qualche modo, le stesse modalità di raccolta del consenso di questi regimi (meno religiose e più affidate ad una intensa propaganda politica) ha provocato una politicizzazione delle masse che, alla fine, si rivolge contro quegli stessi regimi.

Altra caratteristica comune ai paesi in cui la rivolta ha dilagato, la presenza di una iniziale richiesta di diritti civili (diretta conseguenza del punto precedente, ma anche del diffondersi di canali come internet e dell’emigrazione verso i paesi europei) che ha posto le basi di un diffuso malcontento.

In secondo luogo, in tutti i casi il rincaro dei generi alimentari –in particolare dei cereali- ha giocato il ruolo di detonatore della rivolta. A tutto questo la Libia non fa eccezione, ma tutto ciò considerato, certamente il caso libico ha proprie accentuate caratteristiche che ne fanno un caso all’interno del più generale rivolgimento del mondo arabo.

Aldo Giannuli

segue terza parte.

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Aldo Giannuli

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Comments (11)

  • analisi equilibrata e condivisibile come al solito, ma noto che non vengono affrontati molto gli aspetti relativi al pil pro capite libico, che è dalle 4 alle 6 volte maggiore di quelli di tunisia e libia. certo la cosa potrebbe significare poco, dato che quando la statistica produce un valore medio non dice come è distribuito, e francamente non so fino a che punto il maggiore pil sia concentrato in una porzione esigua della popolazione. Ma gheddafi aveva affrontato anche lui le proteste con elargizioni economiche. stando al giustissimo principio da lei esposto precedentemente, secondo cui circostanze economiche come ad esempio la diminuzione dell’indice di natalità siano spesso la base dei cambi di regime, continuo a credere che nel caso libico tutto ciò si sia declinato in una maggiore disoccupazione e nell’assenza di sbocchi propria di un regime economicamente chiuso, situazione aggravata dall’apertura ad imprese estere e di privatizzazioni poco efficaci in termini di impatto sull’occupazione. si tratta sempre di qualità della vita, solo che non è detto che i libici abbiano le stesse aspettative economiche degli egiziani o dei tunisini.
    esistono tuttavia moltissimi aspetti comuni, come la richiesta di democratizzazione proveniente dal basso (anch’essa sicuramente fomentata dall’apertura all’occidente e ai relativi media, come facebook e twitter), o il superamento della forma di governo monarchica, e non è detto che gli aspetti economici siano più rilevanti di questi aspetti più sociali. ma, sebbene il consigio dei ribelli sia una realtà eterogenea, l’organizzazione militare e la necessità di vincere una guerra creano sempre una richiesta di qualità militari piuttosto che politiche nella classe dirigente, che quindi viene selezionata per essere efficace sul campo di battaglia e non sul campo della politica. credo quindi che sia facile che gli equilibri di potere tra i ribelli si sbilanciano progressivamente a favore dei militari. detto questo non mi sbilancio ulteriormente con ulteriori giudizi di valore, tranne uno: credo che in libia sia andata male rispetto ai paesi confinanti. non credo che si passi di male in peggio, dato che gheddafi mi fa un pò schifo. ma credo a questo punto sia meglio prepararsi all’eventualità che quello dopo di lui faccia schifo comunque. e non perchè credo che le rivoluzioni non si possano fare. foucaut, nonostante in iran non sia andata molto bene, in linea di principio ha detto l’unica cosa che si può dire in questi casi: ben venga che si siano ribellati. anche se la rivoluzione non riesce.

  • Maurizio Melandri

    Concordo in tutto e per tutto.

    Quel che dispiace è la palese assenza delle forze progressiste europee, in particolare dei comunisti. Una volta si parlava di far denotare le contraddizioni all’interno del campo imperialista (10, 100, 1000 Vietnam, ricordate?) ora le uniche contraddizioni che denotano sono quelle interne a noi…per cui invece di attivarci per aiutare, che so, il partito comunista tunisino, ci accapigliamo fra di noi sull’appoggio o meno ad un sanguinario dittatore.

    Tristezza e fastidio.

  • Ciao a tutti,
    che faticata leggere articoli e commenti! Interessante però.
    Non riesco ad avere idee chiare in proposito: le analisi di Aldo sono assai convincenti, ma non ho letto nulla afferente ad altre fonti, seppur meno autorevoli, diverse da quelle di questo blog (per pigrizia, tempo, priorità ecc.) per cui, non esprimo pareri, quanto la speranza (ultima a morire no?:-) che il processo di secolarizzazione in atto nei Paesi arabi, seppur con tutte le contraddizioni intrinseche a qualsiasi cambiamento radicale, apra a nuovi assetti politico-economici che costringano l’occidente a riconsiderare il proprio ruolo.
    Concordo col pensiero di Melandri sulla ns incapacità di “esserci” con posizioni che si traducano in aiuto (non militare, ma politico).
    Un caro saluto,
    Paola

  • La solita superficialità. Analisi basate sul sentito dire. La solita sinistra italiana a cui piace tanto fare il verso alle potenze anglo-americane. I soliti italianucci che stipulano allenaze e poi le disattendono. Oltre 100 giorni di spietati bombardamenti e di sporchi tentativi di far saltare un regime che, se non fosse supportato dal popolo, sarebbe imploso dopo pochi giorni. Come si fa a non tenere conto delle imponenti manifestazioni di Tripoli e Sabah ? Come si può dare credito ad un manipolo di cani sedotti dalle false promesse capitaliste ? Viva Gheddafi ed il Socialismo Arabo ! Voi tenetevi Grillo, Bertinotti e Vendola…

  • Prego. Non mi sembra di aver usato nessuna parola fuori posto. Se poi a voi piace fare i paladini della democrazia bombardando chi la pensa in maniera diversa da voi fate pure… Essere di sinistra, quella vera, è un’altra cosa

    • Le faccio notare:
      1. che nel prossimo pezzo troverà i riferimenti bibliografici su cui ho basato il pezzo: potranno non pacerle, ma non si tratta di “sentito dire”
      2. non sono affatto un sostenitore dell’esportazione della democrazia a base di bombe (anche se nel caso specifico ho assunto una posizione particolare) nè sono un ammiratore delle “potenze anglo americane”
      3. quanto alle “imponenti manifestazioni di tripoli e Sabah” le faccio notare a a piazza Venezia ce ne erano altre dello stesso genere sino al giugno 1943
      4. Se le sembra che l’espressione “manipolo di cani sedotti dalle false promesse capitaliste” le sembra una espressione normale analizzando un fenomeno politico faccia pure
      5. Non sono neppure un seguace di Vendola, Bertinotti o Grillo, ma perchè l’alternativa dovrebbe essere gheddafi?
      6. Se il socialismo che Lei apprezza è quello del regime della Jhiad faccia pure: de gustibus… Le faccio solo presente che Gheddafi non usa l’espressione socialismo arabo.

  • Che le piaccia o no, il compito di rovesciare un regime deve spettare alla popolazione e non a chi dalla caduta di Gheddafi può trarre soltanto importanti utili economici. Non mi risulta che gli Iracheni abbiano abbracciato gli americani dopo la caduta di Saddam. Chieda agli anglo-americani di venirla a liberare da berlusconi no ? Nessuno può arrogarsi il diritto di dire che le bande di Bengasi siano il bene e Gheddafi il male. Chieda agli abitanti di Tripoli (sempre che lì abbia contatti diretti…) – e non ad Al Jazeera – se preferiscono i monarco-islamici spalleggiati dall’occidente oppure Gheddafi, i Comitati Popolari e la Jamahriya ?

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