Rilanciare la cultura dell’interesse nazionale: una sfida chiave

Le dinamiche della globalizzazione hanno, nel corso dell’ultimo quarto di secolo, più volte spiazzato un’Italia ritrovatasi molto spesso impossibilitata a comprendere quali fossero le sue prospettive, le sue priorità e, soprattutto, le sue potenzialità nell’approccio agli eventi del mondo.


A ignorare, in altre parole, la definizione delle linee guida a cui dovrebbe conformarsi l’interesse nazionale, espressione troppo spesso abusata ma che di fatto è definibile, in maniera chiara, come la somma delle priorità della politica estera di un Paese, del loro rapporto con le principali dinamiche economiche e sociali e degli strumenti di cui l’apparato politico si dota per poterle realizzare concretamente.

“Per varcare la linea d’ombra”, ha scritto Lucio Caracciolo nell’editoriale d’apertura al numero di Limes di aprile 2017, “dobbiamo emanciparci dall’idea che il nostro interesse nazionale consista nel non averne, salvo aderire a quello, tra gli altrui, che ci pare prevalente”: in questa osservazione di Caracciolo è riassunto, in maniera convincente, il vulnus principale del nostro Paese, ovvero il decadimento della cultura del pensiero strategico.

Riflessioni sull’Italia che non sa più “pensare” l’interesse nazionale
Le direttrici tradizionali su cui la geopolitica italiana si è imperniata nel secondo dopoguerra, quella atlantico-continentale e quella mediterranea, sono state progressivamente abbandonate da Roma che, se sul primo fronte ha, con diverse intensità, optato per il docile appiattimento linee fissate dagli Stati Uniti in campo Nato e dalla Germania in sede comunitaria, nel secondo è andata letteralmente in corto circuito, come ignorando che nel Mare Nostrum abbiamo la prima linea della nostra proiezione nel mondo.
Questa tesi è condivisa da Guido dell’Omo e Leonardo Palma, che in un recente, interessante articolo pubblicato su Nazione Futura hanno invitato a un ripensamento completo dell’approccio italiano alla politica estera e al concetto stesso di “interesse nazionale” e segnalato la mancanza, in Italia, di una classe dirigente e di figure capaci di “affrontare al meglio le sfide epocali che si prospettano cercando contemporaneamente di tutelare l’interesse, la storia, la cultura del proprio popolo e della propria nazione”.
“Qui si parla di mancanza di visione”, aggiungono i due autori. “Nessun politico italiano sa che tipo di Italia desidera nel concreto. L’Italia non è più in grado di formare classe dirigente; ha smesso di produrre statisti. E di questi c’è bisogno per capire che ruolo poter ritagliare per l’Italia in un mondo che vede sfide e opportunità enormi. La classe politica non è attrezzata culturalmente, politicamente e moralmente per elaborare una politica estera coerente e di ampio respiro”.

A dell’Omo e Palma fa eco l’analisi puntuale di Alessandro Sansoni che su Il Giornale ha aggiunto un’ulteriore pregiudiziale sfavorevole al nostro Paese, ovvero l’assenza di interesse per le tematiche internazionali tanto nel contesto mediatico quanto nel dibattito pubblico. “Si tratta di una patologia che inquina il dibattito ed impedisce all’opinione pubblica di farsi un’idea chiara in politica estera. […] solo in casi eccezionali i quotidiani dedicano più di un paio di pagine agli esteri. A ciò va aggiunto l’approccio dei media mainstream: sempre ideologico, orientato alla ricerca dei buoni e dei cattivi, mai a un’analisi razionale dei fatti in una prospettiva collegata all’interesse nazionale […] Talvolta i giudizi veicolati sono così smaccatamente contrari ai nostri interessi da far pensare che ci sia malafede. In realtà c’è un problema più profondo: dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in Italia è stato considerato equivoco qualunque atteggiamento patriottico e messa al bando la formazione geopolitica delle classi dirigenti e degli intellettuali. Mancano insomma gli strumenti culturali per pensare l’interesse nazionale”.

Mancanza che si inserisce in un quadro di mediocrità divenuto oramai generale in cui forte è la necessità per una nuova cultura politica e partitica che ponge i presupposti per una rifondazione della Repubblica. A questo tema si è dedicato, di recente, Ernesto Galli della Loggia: “La democrazia italiana ha bisogno di un forte richiamo a un impegno nazionale comune”, da attuarsi attraverso una nuova cultura politica che superi la palude in cui quella attuale è intrappolata e in cui non si trova spazio per qualsivoglia ragionamento organico di lungo termine.

Le prospettive dell’Italia
Galli della Loggia inserisce il rilancio della politica italiana in un contesto di “rifondazione della Repubblica”. L’interesse nazionale e la politica estera hanno come presupposto l’ordinato funzionamento dello Stato e del sistema-Paese. E oramai non è solo la politica a latitare: Giuseppe Berta, nel suo fondamentale saggio Che fine ha fatto il capitalismo italiano?, ha sottolineato le responsabilità del mondo imprenditoriale italiano nella transizione di sistema verificatasi agli albori della globalizzazione post-Guerra Fredda.
Le prospettive strategiche dell’Italia devono fondarsi, in primo luogo, sulla realpolitik e su un equilibrato bilanciamento della relazione tra obiettivi e capacità disponibili per concretizzarli: in questo contesto, la globalizzazione offre per noi opportunità importanti all’Italia, “Paese strategico che rifiuta di esserlo”, come ha scritto il già citato Caracciolo. Il posizionamento al centro del Mediterraneo, lo storico rapporto di buon vicinato con la Russia e la crescita delle ambizioni economiche cinesi ci permetterebbero, se volessimo, di ottenere ottimi risultati senza mettere in discussione il solido ancoraggio occidentale, che non può risolversi nel mero ondeggiare tra Berlino e Washington ma deve evolversi attraverso la lettura dei vari scenari in cui l’Occidente è coinvolto in chiave della massimizzazione dell’interesse nazionale.

In questo contesto, è interessante la lettura data da Virgilio Ilari sull’ultimo numero di Limes di quella che dovrebbe essere la via maestra su cui sviluppare le politiche di consolidamento dell’interesse nazionale, ovvero la valorizzazione della “funzione geoeconomica dell’Italia, in cui la Penisola diventa il segmento centrale di una linea di comunicazione globale Est-Ovest […] La grande Farnesina della gloriosa Prima Repubblica pilotata dall’Eni si avvicinava alla realtà, con la metafora dell’Italia “crocevia” tra Est e Ovest (e tra Nord e Sud”. Uno spunto che basta a farci capire come la prima linea della partita per il rilancio dell’Italia si giochi, di fatto, sull’acquisizione di un sistema di infrastrutture, portuale e ferroviario in primo, degno per una strategia di così ampio respiro che massimizzerebbe l’ampiezza dei limitati spazi di manovra dell’Italia”.

andrea muratore, interesse nazionale


Andrea Muratore

Andrea Muratore

Andrea Muratore, classe 1994, è studente magistrale di Economics and Political Science all’Università degli Studi di Milano; collabora con “Gli Occhi della Guerra” e con il sito di Aldo Giannuli.

Comments (11)

  • “Talvolta i giudizi veicolati sono così smaccatamente contrari ai nostri interessi da far pensare che ci sia malafede.”
    No, no ! Il caso Savona sta a dimostrare che si tratta di dolo.

  • .. senza andare troppo indietro, si è visto nella mancata nomina di Savona quale sia il rapporto tra interesse nazionale e interessi contrapposti esteri.
    Nulla da dire sulla Libia, con la quale B. si è guadagnato la defenestrazione?
    Non importa se si è liberali, fascisti, cattolici, comunisti, laici, liberisti, sovranisti … il punto degli alleati finti è dare scacco matto /asservire/controllare l’Italia, indipendentemente da chiunque sia al governo.
    Ho dimenticato il nome di un presidente della repubblica che fu direigente del PCI, ma anche di un’altro …
    P.s. Il Britannia galleggia ?

  • Vogliamo ricordarci di cosa hanno fatto Francia e Germania nei Balcani … sempre in funzione anti-italiana … giusto per non andare al tradimento dei Patti di Londra ?

  • Quiz di politica estera, si fa per dire estera.
    Chi ha pronunciato la seguente frase:
    “I mercati insegneranno agli italiani a votare in modo giusto”,
    1) Oettinger, commissario europeo, dello stesso partito della Merkel;
    2) Mattarella, presidente della Rapubblica, dello stesso partito (ideologico) della Merkel;
    3) Merkel, dello stesso partito di Oettinger e Mattarella?
    4) Savona scambiato per Savonarola ?

  • Avatar

    vinicio giuseppin

    10 articoli di questo tenore pubblicati sui maggiori quotidiani e discussi sui talk schow cambierebbero il mondo dell’informazione italiana.”Massimizzare i risultati dell’interesse nazionale” dovrebbe essere l’agenda politica di ogni italiano,soprattutto della classe dirigente.
    Però Macron ieri discuteva da solo con i diarchi libici,e sembra che per la prima volta abbiano discusso anche del petrolio considerandolo-meglio per noi-un bene della Libia e non solo della Tripolitania o della Cirenaica.Un risultato eccellente,se fosse vero, alla sola presenza della nostra ambasciatrice! Ritornando all’articolo,credo che la nostra impotenza sia non solo da attribuirsi alla dissolvenza dell’industria e degli imprenditori,un fenomeno esistente da decenni,ma nel fatto che non ci sono ragionevoli analisi su quanto capitato e,quindi,qualsiasi ulteriore argomentazione non insegna nulla ed è pura constatazione.Manca persino nelle città e nei comuni una cultura della solidarietà e del volontariato per aiutare i poveri e i disoccupati a sbarcar lunario e ad essere utilizzati utilmente per la comunità.E’ una cultura che va organizzata nelle singole comunità dalla politica,ma nella realtà vi manca un minimo accenno ,mentre siamo i primi a inviare denaro ad ogni calamità e a partecipare agli aiuti dopo alluvioni e terremoti,ecc.Aiutare i più bisognosi dei nostri cittadini,per me ,significa anche avere chiaro la edificazione di una cultura finalizzata all’interesse nazionale . Creare una cultura solidale e integrativa potrebbe essere l’obiettivo della politica nei prossimi anni e tale sforzo avrebbe ,ritengo,benefiche ricadute sia sul bene comune sia sull’interessse nazionale.In politica estera vedo per adesso il potenziamento delle relazioni in Africa settentrionale ed oltre ,nei Balcani sino in Siria e coi Paesi arabi per diversi ineressi:migrazioni,petrolio e commerci.In Europa ,un impegno per rifondare la UE secondo principi più equi degli attuali e che tengano conto della storia recente e passata dei diversi popoli,aiutandoli a liberarsi delle scorie e dei gravami non sintonizzati con la spietatezza della globalizzazione che provoca ovunque diseguaglianze.

  • Egregio dott. Muratore,
    nel preciso contesto in cui ci troviamo, direi in queste ore, il suo articolo ha il forte merito di spalancare le finestre dell’Italia per far entrare aria pulita capace di spazzare il via il forte odore di ristagno politico, culturale ed economico. Mi si passi la metafora.
    Direi che gli interventi da lei riportati sono quanto di meglio ci possa offrire il panorama degli analisti oggi, con particolare riferimento a tutto il team di Limes Geopolitics di Lucio Caracciolo, a proposito del quale mi permetto di segnalare l’intervento inserito in https://youtu.be/yiNeYxwj6_s e riguardante una bellissima disamina del neo-bonapartista Macron.
    Sarò pure datato ma la politica estera italiana mi sembrava conclusa con la fine rovinosa dell’impianto moroteo, iniziato con la strategia di Mattei e con Craxi quale ambiguo epigono di una stagione iridescente.
    Date queste premesse, e soprattutto gli esiti della stagione ricordata, non mi pare sia troppo complicato digerire la difficile lezione: non ci sono dati grandi spazi di manovre autonome. Condivido l’idea che lo scoglio maggiore sia solo interno al sistema Italia, come rilevano tutti gli analisti che lei cita, ma proprio per questo le iniziative altrui e i diktat internazionali hanno un peso dirimente sulla questione ancora oggi.
    Mi permetto, però, di avanzare alcune considerazioni su motivazioni nuove, a mio avviso, non focalizzate con la necessaria convinzione oggi:
    1. l’assoluto bisogno di sganciamento da dipendenze europee in tema di sostegno internazionale e di apertura a nuovi mercati;
    2. la epocale trasmigrazione dei popoli del sud che interessa l’Italia più di qualunque altro Paese europeo e che la legittima ad azioni internazionali autonome visto l’isolamento cui è destinata nella loro gestione;
    3. l’affrancamento della diplomazia vaticana di Bergoglio da larvati ma reali schieramenti di solo un decennio fa. Questo è l’unico reale partner di cui l’Italia può godere per una qualsivoglia azione internazionale.

  • Piu’ che di interesse nazionale parlerei di interesse pubblico, che implica l’armonizzazione tra interesse nazionale e quelli personali. L’interesse pubblico non puo’ che essere incentrato sul ruolo dello stato, non conosco alternative. Ad esempio, se il modo per redistribuire ricchezza e’ il lavoro e i privati, per interesse e calcolo di parte, falliscono nel rispondere all’esigenza del lavoro, DEVE essere lo stato ad intervenire. Lo stato investa in attivita’ produttive, definendo limiti e condizioni per la loro sostenibilita’.

    L’alternativa e’ la lamentela e in risposta il paternalismo: una pioggia di denaro che cade “a pioggia” indistintamente su privati e imprese, spesso senza tenere conto della condizione economica reale di chi riceve questo denaro. Fatevene una ragione guardando qui http://www.contributieuropa.com/v3/store/veditutti.asp o su Invitalia. Un esempio eclatante: in relazione al Jobs Act si continua a parlare dei posti di lavoro e poco si ricorda il fatto che lo stato ha regalato/distribuito 15-20 miliardi alle imprese. Quindi si e’ trattato di aiuti alle imprese piu’ che ai lavoratori. Quante persone avrebbe potuto assumere a tempo indeterminato lo stato investendo la stessa cifra in attivita’ produttive gestite direttamente (o in convenzione con privati)?

    L’interesse pubblico e’ un’enorme vuoto sviluppatosi nella politica italiana. Anche i populisti illudono e falliscono in cio’. La questione e’ chiara: o si mette davanti l’interesse del capitale pubblico e la sua redistribuzione nel lavoro e nei servizi oppure si continua a perseguire l’interesse del capitale privato….di pochi, dei soliti noti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.