Rifondazione: che fare?

Diversi interventori mi hanno posto la domanda: e adesso cosa proponi di fare? Non basta criticare ecc. Risposta: “Dipende: stiamo parlando di Rifondazione o di altro?” Per Rifondazione la risposta è molto semplice: niente. Non c’è più niente da fare. Forse non avete letto l’ultimo rigo del mio articolo precedente che si autodefiniva “referto di una autopsia” e di fronte ad una autopsia voi cosa pensate che si possa fare? Il fatto è che i residui militanti di Rifondazione si illudono di poter fare finta di niente, in attesa di qualche imprevedibile zattera di salvataggio, consolandosi con il dire: “Siamo ancora in trentamila…” Certo, ci sono (forse) ancora trentamila iscritti e quando ce ne saranno diecimila si potrà sempre dire “siamo ancora in diecimila”, quando saranno mille “siamo ancora in mille ecc.”. Ma la domanda che ci si deve porre in questi casi è un’altra: “Abbiamo ancora la massa critica sufficiente per essere partito?”.

Dove, per partito intendiamo non una qualsiasi aggregazione che si chiami tale: nel 1970 ricordo che a Bari c’era il Partito Comunista Marxista Leninista Maoista che aveva tre sedi in tutta Italia e si e no 70 militanti, si sciolsero dopo pochi mesi, mentre ci sono gruppi bordighisti che hanno anche meno di 70 persone e vanno avanti da mezzo secolo e passa, ma né l’uno né gli altri mi pare che possano essere considerati partiti.

Per partito, nelle condizioni storicamente date, intendiamo un soggetto organizzato nazionale in grado di competere sul terreno della rappresentanza istituzionale. Non dico che non ci siano altri modi di fare politica (l’azione rivendicativa, le lotte sociali, l’iniziativa culturale, il volontariato, ecc, ecc.) ma per questo ci sono altri soggetti (sindacati, collettivi di base, centri di iniziativa culturale, movimenti ecc.) non c’è bisogno di essere partito.

In altre condizioni storiche potremmo pensare che il ruolo del partito possa essere quello di agire nella clandestinità o dirigere una insurrezione popolare, ma non mi pare che siano queste le condizioni attuali della lotta politica. In questo contesto, quello che distingue un partito dalle altre forme di partecipazione politica è proprio la sua proiezione istituzionale. Punto. Tutto il resto sono chiacchiere per perdere tempo. Ed allora, dobbiamo chiederci se Rifondazione sia in condizione di tornare a competere elettoralmente.

Consideriamo i dati con freddezza: Alle politiche Rivoluzione Civile (Rifondazione, Pdci, Idv, gruppo Ingroia, Verdi, Arancioni, nuovo Partito d’Azione e gruppi minori) prese 765.000 voti. E’ realistico pensare che Rifondazione ne fosse il gruppo principale, ma è altrettanto realistico che il suo peso non andasse oltre il 50% del totale, per cui diciamo che la forza elettorale presumibile del Prc si aggiri intorno ai 350.000 voti. Però c’è anche da considerare che c’è stata una sconfitta che ha tolto credibilità, per cui è abbastanza logico che solo una parte di quegli elettori tornerebbe a votare per una lista sconfitta in partenza.

Con una quota intorno ai 300.000 voti (calcolando ottimisticamente) il Prc ha speranza di ottenere da sola una rappresentanza parlamentare solo se passa una legge elettorale proporzionale, senza clausole di sbarramento e con collegio unico nazionale. Non mi pare che questo sia probabile.

Allora, si può pensare ad una aggregazione con altri, l’ennesima coalizione arcobaleno o simili. E con chi? Rossa è solo un pezzo della stessa area che non mi pare aggiunga nulla, mentre Alba e Cambiare si Può non so se esistano ancora e comunque non credo abbiano seguiti elettorali significativi.

Restano Sel, Fiom, comitati per la Costituzione ecc. A marzo avevo suggerito in un articolo la confluenza in Sel (cosa salutata dalle proteste di chi non intendeva mescolarsi con “gli alleati del Pd”) e parlavo di confluenza perché mi pare che Nichi abbia detto, in tutte le lingue ed anche cantando, che di accordi con Rifondazione in quanto tale non vuol sentir parlare. Peraltro mi pare che oggi anche Sel sia nei guai, avviandosi ad un congresso difficile, fra chi vuole andare nel Pd e chi vuole “aprire a sinistra”, mentre Vendola ha altri grattacapi da affrontare.

Ipotizziamo pure che una parte di Sel, qualche fuoriuscito del M5s, la Fiom, Pdci ed altri pezzi del genere ci stiano, alla fine verrebbe fuori qualcosa di non molto diverso da quello che era Sinistra Arcobaleno di venerata memoria. E non credo che l’eventuale candidatura in Italia di Tsipras (di cui pure si sta parlando) cambi molto le cose: chi lo conosce già vota per queste liste.

Alle europee, magari una lista del genere potrebbe prendere realisticamente fra il 2 ed il 3%, forse addirittura sfiorare il 4%, anche se mi pare un po’ troppo ottimistico come dato. Ma in caso di elezioni politiche che si fa? Ragionando sulla legge elettorale esistente, occorre prendere il 4% da soli o il 2% in coalizione, per cui si riproporrebbe il problema di allearsi con il Pd o no: quanto durerebbe una coalizione elettorale del genere senza spaccarsi di fronte a questa scelta? Tenendo anche conto che questo è il Pd di Renzi che, magari, non ha neppure voglia di allearsi con cose troppo rosse.

Dunque, anche questa ipotesi, che è la più favorevole, mi sembra di ardua riuscita e di più ardua realizzazione. Diciamo che, allo stato dei fatti, c’è si e no un 10% di probabilità che la cosa vada in porto felicemente e riporti in parlamento tre o quattro deputati di Rifondazione (che, manco a dirlo, sarebbero i soliti tre o quattro scalda sedia che non sanno fare nulla. Questo riporterebbe un po’ di soldi con cui garantire la vita del partito e dargli un minimo di visibilità: non è molto, ma garantirebbe una stabilizzazione minoritaria in attesa della meritata pensione.

Terza ipotesi possibile: candidare propri uomini all’interno delle liste del Pd o del M5s (sempre che gli interessati li accettino) e cercare di eleggerne qualcuno. Anche qui, probabilità bassissime di realizzazione ed esito utile solo a garantire la pensione di qualche dirigente e poco più.

Dunque, tirando le somme, allo stato attuale, la scelta più favorevole è la seconda, che ha un 10% di probabilità di riuscita e che non garantisce niente di più che la mera sopravvivenza di un apparato ai margini del sistema politico: ipotesi difficile e, tutto sommato, neppure auspicabile.

“Ma ci sono sempre trentamila iscritti…” già, ma i trentamila (posto che esistano davvero) sono divisi, demoralizzati, hanno scarsissimi mezzi finanziari e poche idee ben confuse. D’altra parte, cari amici, molti di voi, e soprattutto quelli che mi criticano perché non dico cosa si dovrebbe fare, mi spiegano che l’insuccesso non è colpa di questo gruppo dirigente, perché ci sono state le trasformazioni socio economiche e culturali, l’elettorato vota uomini come Berlusconi, poi c’è la responsabilità di quelli che escono dal partito (di comicità irraggiungibile un commento in questo senso), i soldi che mancano, i media che discriminano e via con il solito rosario di scuse autoconsolatorie. Va bene, ammettiamo che tutto questo sia vero e che le condizioni oggettive siano state proibitive, allora: mi spiegate cosa è cambiato? Mi pare che le condizioni oggettive, se possibile, sono peggiorate, quindi perché questa volta dovrebbe andare meglio?

Ergo: per Rifondazione non c’è più niente da fare ed ormai siamo anche oltre l’accanimento terapeutico. Allora che si fa, tutti a casa? Nemmeno per sogno, resta il problema di costruire una soggettività anticapitalistica al livello dello scontro e che abbia consenso di massa e presenza nelle istituzioni. Ma la strada passa tutta fuori di Rifondazione.

E ne riparleremo a breve. Appunto, ne parliamo dopo, prima dobbiamo stabilire con certezza un dato di partenza: che Rifondazione ha fatto fallimento e non è possibile sorvolare. Bisogna ricominciare da condizioni di partenza molto più arretrate dell’esistenza di un partito organizzato, per quanto piccolo, che però non esiste più.

Aldo Giannuli

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Aldo Giannuli

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Comments (40)

  • Condivido il finale: non ha alcun senso parlare di RC (come degli altri partiti di questo tipo). Tutta l’analisi precedente, tecnicamente ineccepibile, è assolutamente inutile.
    Parlare di RC e simili implica l’accettazione dello status quo e quindi il tentativo di muoversi negli schemi attuali. Operazione fallimentare.
    Quello che è invece necessario è spezzare gli schemi, a partire dal riconoscimento di un fatto fondamentale: oggi lo spazio della sinistra è occupato da un partito di destra (il PD). Liberare questo spazio è essenziale per dare voce e rappresentanza a chi (e siamo tanti) non condivide la politica portata avanti da almeno 20 anni.

  • Analisi lucidissima, un po’ demoralizzante, ma realistica. Realistica anche la via di uscita “di costruire una soggettività anticapitalistica al livello dello scontro e che abbia consenso di massa e presenza nelle istituzioni”.
    Professore, io che personalmente, a livello ideologico, sono agli antipodi del suo pensiero, non vedrei però affatto male, la rinascita di una presenza del genere che in questo momento di distruzione totale dello Stato sociale, non lasci la protesta popolare e la difesa delle classi lavoratrici solo nelle mani retoriche delle destre. Lei sa meglio di me che la Storia non si fa con gli “Io vorrei”, ma segue i suoi corsi, i suoi tempi.
    L’esempio dell’Urss e dei paesi Arabi è significativo: i sovietici appoggiavano i paesi arabi per ragioni loro, geopolitiche e visto che Jalta implicava un accordo con gli Usa per la spartizione del mondo, l’appoggio sovietico agli arabi era anche condizionato. Per esempio, mai sono state fornite ai paesi Arabi, da Nasser in avanti, armi e tecnologie di offesa, ma solo di difesa. Limiti evidentissimi e tutti ci rammaricavamo che in tal modo i paesi arabi erano esposti alle mire espansioniste di Israele. Tuttavia la presenza sovietica, se non altro, impediva che, più di tanto non si andasse. Crollata l’Urss, americani e israeliani hanno fatto del mondo arabo carne di porco. Quello che sta accadendo in questi giorni a Gaza, nel silenzio dei mass media, grida vendetta al cielo. Per tornare al problema italiano, qui c’è da rimpiangere anche il vechio Pci con tutti i suoi limiti. PENSI UN PO’.

  • E’ una visione davvero limitativa quella che restringe la funzione del partito politico al ruolo istituzionale. e c’è, a mio parere, davvero poco con la storia del comunismo:nè Lenin, nè Gramsci nè chiunque altro avrebbe sottoscritto questa visione che è invece profondamente liberale. In un sistema che diventa sempre più elitario, sempre più simile al sistema politico precedente alla prima guerra mondiale (e a quello ora vigente negli Usa), la presenza istituzionale deve essere l’ultima delle preoccupazioni dei comunisti (il che non vuol dire rinunciare alla partecipazione elettorale).
    La funzione del partito è proprio tutto quello che tu escludi: politica culturale, lotta sindacale, formazione dei militanti, organizzazione della resistenza locale e nazionale alla crisi e all’austerità etc…

    Detto questo, è chiaro che lo stato del movimento comunista in Italia è il buco nero di un continente già in crisi (ma non ovunque, vedi Grecia, Portogallo, Repubblica Ceca etc…) e che Rifondazione vive le conseguenze delle proprie contraddizioni costitutive.

    • battisti80: Lenin e Gramsci avevano in testa un partito che preparasse l’insurrezione; non mi pare sia quesyo il tema attuale.
      Mettiamola più in generale: il partito politico ha senso in relazione alla conquista del potere politico. Nelle condizioni storicamente date questo avviene essenzialmente attraverso la competizione per la rappresentanza anche se non esclude altri terreni come la battaglia culturale o la presenza nella conflittualità sociale. Peraltro mi pare che Rifondazione non ha fatto n’è l’una nè l’altra cosa. E tantomeno ha fatto formazione politica, formazione di organismi di autoresistenza ecc. Faccio notare che tutte queste attività è giusto che vengano svolte dal partito, ma non necessariamente da esso: in fondo, sindacati, cooperative, grupèpi culturali, movimenti possono farle anche da soli, memntre il problema specifico del partito è quello del rapporto con il potere politico. D’altro canto, se la presenza nelle istituzioni non è poi così importante, perchè Rifondazione si ostina a presentarsi ogni volta alle elezioni?

  • Quindi hai in mente la formazione di una soggettività anticapitalistica al livello dello scontro e che abbia consenso di massa e presenza nelle istituzioni.
    Dici poco!
    Mi pare che già altri lo abbiano pensato, penso a Ross@ per esempio, che non ti piace perchè molti componenti provengono da Rifondazione. Quindi nella tua idea il funerale di Rifondazione e l’esclusione dei suoi dirigenti “falliti” (non dei militanti mi pare di capire, perchè in fondo qualche braccia per volantinare può ancora servire), consentirebbero la nascita e la proliferazione del “consenso di massa e della presenza nelle istituzioni” di questa nuova formazione.
    Su quale base? Perchè questa formazione dovrebbe avere più appeal dei “vecchi arnesi” per dirla alla Flores D’Arcais?
    Se ipotizzi una formazione “anticapitalista”, e che si caratterizzi come tale, la vedo dura sul piano elettorale, esattamente come per gli attuali “vecchi arnesi”; se invece hai in mente una formazione trasversale, più digeribile dall’elettorato italiano, allora sì che lo spazio è già occupato dal movimento 5stelle.
    Non la vedo facile, comunque auguri.

    • sonia:
      1. non è vero che Rossa non mi piaccia, dico solo che aggiunge poco a quello che giù c’è
      2. non considero i militanti braccia per manovalanza, anzi penso che uno dei difetti del modello di rifondazione sia stata qproprio questa divisione sociale del lavoro fra dirigenti e manovali
      3. ho in mente una cosa molto più diversa e processuale, ma ne parleremo
      4.penso ad una cosa che si costruisce non in pochi mesi e neppure uno o due anni ma che proceda per tappe

  • Caro Battisti80,

    non solo Lenin e Gramsci pensavano a un partito che preparasse l’insurrezione, come ha detto Giannuli, ma le consiglio di rileggere attentamente Gramsci. Non solo Gramsci fu un comunista critico in un’epoca in cui questo si pagava con la morte, ma fu anche un “comunista liberale”, come lo definì Luigi Russo nel 1947.
    Non mi dilungo oltre ma se ne vuole una dimostrazione può trovarla nelle citazioni di Gramsci che ho proposto in questo pezzo: http://www.appelloalpopolo.it/?p=10226.
    Per il resto, l’analisi di Giannuli mi pare impeccabile e non saprei cos’altro aggiungere.
    A presto e buon anno

    Domenico

  • Caro Aldo, prendo il tuo pezzo e lo pubblico sul blog: http://sinistrainparlamento.blogspot.it. Intanto sto dando un’occhiata a Ross@, ho partecipato come forse saprai al seminario nazionale. I limiti non sono quelli della provenienza da Rifondazione. Bisognerebbe discuterne. Intanto di seguito:
    ITALIA: UNA SINISTRA DI ISPIRAZIONE GRAMSCIANA
    Ci troviamo al centro della temperie di una delle situazioni più drammatiche affrontate, a livello globale, dalla classe subalterna: gli epigoni del capitalismo dell’oggi stanno gestendo il ciclo con una ferocia senza pari rispetto anche a loro lontani predecessori, impoverendo le masse, restringendo i margini di agibilità della stessa democrazia liberale, agitando gli eterni spettri della guerra, della fame e della paura.
    Per la prima volta, a memoria di diverse generazioni (e forse anche rileggendo la storia di secoli) si verifica un vero e proprio arretramento nella qualità della vita culturale, politica, economica e sociale: un fenomeno che si può ben definire di vera e propria regressione.
    A fronte di questo stato di cose la sinistra italiana (per quel che valgono, ovviamente, le vicende politiche di un paese come l’Italia: che pure, però, rivestono la loro importanza ben oltre lo stato reale delle condizioni materiali e politiche del suo proletariato) è praticamente sparita, nella sua capacità d’incidenza anche a livello istituzionale e non semplicemente sociale, di mobilitazione dal basso, di aggregazione culturale e politica.
    Si cerca, allora, di indicare di seguito una semplice scaletta di lavoro sulla base della quale sviluppare un dibattito, il più possibile allargato nella sua prospettiva di partecipazione, per la (ri)costruzione di una sinistra di classe, anticapitalista al riguardo della quale deve essere cercata ispirazione nell’opera del più grande pensatore marxista che ha avuto il nostro Paese. Antonio Gramsci.
    Gli assunti di fondo sulla base dei quali va sviluppata questa discussione sono, essenzialmente, tre:
    1) L’affermazione dell’attualità del conflitto, sociale e politico;
    2) L’idea della politica intesa come lotta per il “potere” e non semplicemente per il “governo”, o peggio alla riduzione di questo alla mera “governabilità”;
    3) L’obiettivo della formazione di un “intellettuale collettivo”.
    I punti sui quali sviluppare la riflessione, promuovere lo studio, costruire il confronto per poi pervenire, in tempi rapidi ad elaborare delle proposte concrete sulla base delle quali rivoluzionare davvero l’agire politico della sinistra italiana, nel contesto mondiale ed europeo, possono allora essere così riassunti (a semplice livello di titolo):
    Attorno al tema dell’unità tra teoria e prassi, ineccepibile fondamento filosofico dell’intero impianto, occorre rivisitare con chiarezza ciò che è mutato, nel corso degli ultimi anni. Anche e soprattutto per via di una tumultuosa trasformazione tecnologica, nel rapporto tra struttura e sovrastruttura: si tratta di una revisione indispensabile al fine di comprendere al meglio qualità e dislocazione sociale delle “fratture” sulle quali operare in modo che i soggetti politici possano misurare i loro programmi e le loro azioni attorno all’attualità di contraddizioni realmente operanti nella società.
    Deve essere sviluppata un’analisi mirata a comprendere la realtà della fase: ci si trova, almeno questa è l’opinione contenuta in questa nota, in una fase di fortissima – ed anche inedita per qualità e intensità – “rivoluzione passiva” all’interno della quale è possibile condurre soltanto una “guerra di posizione” la cui durata non è, ovviamente, ipotizzabile a questo punto ma che sicuramente non traguarderà semplicemente il “breve periodo”.
    All’interno di questa fase di “rivoluzione passiva” si dovranno sviluppare due elementi di fondamentale importanza: la ricostruzione, sul piano teorico, di un “senso comune” opposto a quello dominante a partire dalla contraddizione di classe sviluppandone gli elementi fondativi sul terreno culturale e sociale (verrebbe quasi da usare l’antico termine di “controcultura” intendendo il termine cultura nel senso della “kultur” nell’interezza del significato di questo termine che si trova nella lingua di Hegel, Kant e Marx); la messa in opera di un’adeguata soggettività politica che dovrà essere chiamata a sviluppare la sua iniziativa sul terreno dell’opposizione, ponendosi l’obiettivo di recuperare anche una presenza istituzionale che si ritiene comunque necessaria.
    Sarà sulla base dei modelli che saranno scelti attraverso un forte dibattito di massa per decidere la forma da far assumere, nell’oggi, a questa soggettività, che si potranno costruire nel tempo le condizioni culturali e politiche adatte all’affermazione, a tutti i livelli, di una nuova, adeguata, élite dirigente.
    Elite dirigente della quale è necessario, indispensabile ed urgente procedere alla formazione partendo dalle tante avanguardie sparse in una pluralità di situazioni e attualmente prive di riferimento politico nelle fabbriche, nelle Università, nei nuovi movimenti sociali e che deve essere unificata all’interno di una organica visione del ruolo intellettuale e politico.
    Temi difficili, tutti questi appena elencati, al riguardo dei quali va sviluppata un’opera di riconoscimento intellettuale e di proposta di azione politica: nel segno, proprio, dell’intreccio necessario tra teoria e prassi.
    Franco Astengo

    • Caro Franco grazie, nei prossimi giorni (o forse qualche settimana) vedrai che cambierò un po questo blog facendone una cosa un po più collettiva, per cui accolgo con entusiasmo la tua proposta di aprire un dibattito su quei temi A presto

  • Cari Gianulli, al di là delle consistenze numeriche (ma in realtà anche questo è legato) c’è un problema ancora più grande: le idee. Nel 2013 fare finta che esista ancora la vecchia società fordista, keynesiana e socialdemocratica non è particolarmente utile. Forse questa sinistra sedicente ‘radicale’ non dovrebbe leggere Lenin ma piuttosto André Gorz.

  • Prof. Giannuli, lei accennava a Tsipras come un’ipotesi poco sostenibile, una specie di riedizione della sinistra arcobaleno..ma in effetti Flores d’Arcais parla di qualcosa di diverso da un’accozzaglia di vecchie sigle che porterebbe a penalizzare tutti. Un progetto che in verità mi sembra poco credibile, velleitario, ma che pure potrebbe essere un punto di partenza. Che dice? http://temi.repubblica.it/micromega-online/flores-darcais-%E2%80%9Calle-elezioni-europee-una-lista-della-societa-civile-con-tsipras%E2%80%9D/

    • Gerardo: magari alla fine potrei anche votare per una lista del genere (anche se ho i miei dubbi) però credo poco a quessti rassemblement dell’ultima ora: stassa scena dell’anno scorso, fra Natale e Capodanno di mette insieme un pateracchio. Va bene questa volta si vota a maggio, non a febbraio, ma le pare che una operazione del genere (troivare l’accordo, fare le liste, rccogliere le firme, far conoscere il simbolo, fare campagna elettorale ) si fa in fretta e furia in qualche mese? Sarà… e poi ho il forte dubbio che questi il coraggio di oprendere posizione contro la Ue e l’Euro non lo avranno e per questo faranno un buco nell’acqua

  • Dottor Giannuli, a volte trovo stucchevole quando tutti cercano di insegnarle la Storia. Io la ringrazio particolarmente per bombe ad inchiostro e L’abuso politico della storia.
    Io non vorrei sembrarle paradossale ma penso, che a sinistra, è ora di cominciare a leggere un po’ anche De Maistre, Burke chesterton ecc. anche perchè ho sempre pensato che l’uomo più proficuo e meno ascoltato a sinistra nel dopoguerra, è stato Pasolini. Non so se concorda, ma io lo trovo simile a quei personaggi.

    penso che un varco leggero per raggiungere il 4 % ci sia, fare proprie al vertice, le “idee” di Porcaro e Boghetta, tanti come me tornerebbero volentieri a votare, e perchè no, magari tuta quella galassia di gruppuscoli comunisti potrebbero tornare a riunirsi’ forse qui esagero.

  • Professore, capisco che un intervento da parte mia, possa sembrare come girare il coltello nella piaga, ma mi creda ne vale la pena. Tornare a Gramsci? Ma stiamo scherzando vero, l’Italia ha già conosciuto un gramscismo devastante, totalitario e fallimentare, negli anni settanta.Tutti omologati nella figura dell’intellettuale organico del partito, ove si assisteva alla deriva per cui tutti ma proprio tutti si definivano di sinistra, in una atmosfera plumbea, fatta di miti fasulli e votati sicuramente al fallimento, come poi è avvenuto regolarmente di fronte alla dura realtà dei fatti.Rammento come un incubo, preti,casalinghe,attori,cantanti,miliardari,
    giornalisti,editori,invertiti,scrittori,sindacalisti,tuttologhi,reduci,sopravvisuti,fontanologhi,ballerini,sindaci, ex partigiani,militari,poliziotti,femministe,lesbiche,docenti di tutti gradi, operai,bottegai,tutti dico tutti, rigorosamente gramsciani e di sinistra.Un conformismo ributtante e stomachevole, ecco una delle cause principali del fallimento.Non è colpa né di Bertinotti, né di Ferrero né dei rifondaioli. Poi l’unica possibilità di sopravvivenza per la sinistra radicale, è l’attuale modello cinese di comunismo con relativo partito comunista.Una casta di mummie imbalsamate ancorate ai dogmi del marxismo-leninismo,feroce detentrice del potere politico,ma per le masse beote (di tutti i tempi ed epoche) consumismo sfrenato fino alla nausea,non comunismo.Il comunismo rimane una rispettabile utopia ma solo una utopia irrealizzabile, poichè ignora la vera realtà umana, appanaggio esclusivo di una elite mai delle masse.Concludo citando Giovanni Gentile, il quale nel suo celebre discorso del 1944 (che gli costò la vita) defenì i comunisti, dei corporativisti impazienti.Decidetevi cari compagni, seppellite Gramsci, tornate a Gentile,vero padre spirituale della sinistra italiana.

  • Concordo con Giulietto Chiesa.
    Sono tempi in cui bisogna procedere verso la costituzione di un Fronte Popolare in cui confluiscano tutti, ma proprio tutti, quei soggetti che si trovano al di qua del turbocapitalismo finanziario.

    Questa è la battaglia dei nostri tempi. Una volta respinto il nemico, si potrà tornare ai particolarismi partitici.

  • Ripeto quanto detto precedentemente in un commento al precedente articolo.
    Rifondazione Comunista è quel che è, ma senza, per chi vuol fare veramente conflitto può essere un ottimo appoggio, almeno, per me lo è.
    Può tranquillamente essere una base da cui partire per ricostruire.
    Se non ci fosse sarebbe tutto molto più difficile.

  • Caro Germani,

    tra tornare a Gramsci e tornare al gramscismo degli anni Settanta passa la stessa differenza che c’è tra riscoprire Marx e recuperare la tradizione marxista: un abisso.
    Anche qui, mi pare che si stia parlando degli epigoni di Gramsci e niente affatto di Gramsci. Per cui invito anche lei a una rilettura non solo dei Quaderni ma anche degli scritti giovanili. Scoprirà che Gramsci, quello autentico, complesso e poliedrico, non quello della vulgata costruita ad arte da Togliatti, in Italia non ha mai attecchito davvero, il che rappresenta una vera occasione mancata perché si tratta di uno dei pensatori più originali del Novecento, tra i pochi ad avere saputo leggere Marx e interpretarlo in maniera creativa.
    Tra l’altro, su questa linea, scoprirà anche che Gramsci non è affatto contrapposto a Gentile, che invece stimava: entrambi possono essere ricondotti persino alla stessa matrice culturale, quella idealistica.
    Insomma, Gramsci non è quel burocrate ideatore dell’intellettuale collettivo che certa vulgata ha contribuito a radicare. Gramsci è un pensatore originale, un linguista (già, perché Gramsci fece studi di glottologia e, se non fosse stato per la Rivoluzione d’Ottobre, si sarebbe votato alla ricerca scientifica e all’insegnamento accademico), che dalla vastità e dalla profondità dei suoi studi ha tratto ispirazione per l’elaborazione di concetti come l’egemonia, che, se riletti oggi senza la lente opaca dell’appartenenza di partito, costituiscono una miniera ancora tutta da scoprire e capace ancora d’insegnare qualcosa. Tutto sta nel voler imparare, cosa che, come Giannuli ha mostrato nel caso di Rifondazione comunista, è una disposizione d’animo a cui l’intelighenzia e gli apparati sono allergici per natura.

  • Il progetto Tsipras non solo difficilmente potrà riuscire, ma se invece riuscisse, sarebbe davvero la fine di ogni ipotesi di abbandono della UE ultraliberista e del suo euro.
    Tsipras si è chiaramente schierato in favore dello stentio progetto privo di qualsiasi prospettiva di trasformare le strutture della UE dall’interno, ignorando in maniera incomprensibile che tutto ciò non può avvenire perchè tutto il progetto della UE, almeno a partire dagli anni novanta, è organicamente ed indissolubilmente legato a un’ideologia ultraliberista, tutto è finalizzato a costituire l’europa della finanza. Dell’attuale struttura comunitaria europea c’è solo una cosa da fare, distruggerla dalle fondamenta, e solo allora ci potrà essere una residua speranza di avere una vera e propria federazione di stati.
    Se non si capisce questo, si finisce con l’interpretare il ruolo degli utili idioti che lavorano per il re di prussia.

  • Di Russo,diciamo che i primi a rendersi conto dello spessore culturale di Gramsci, furono i giudici del tribunale speciale fascista, che dopo la condanna inflittagli, dissero che era un cervello a cui bisognava impedire di funzionare. Ma male gliene incolse:Gramsci nella sua cella aveva centinaia di libri, ed era abbonato a decine di riviste scientifiche e culturali.La migliore produzione culturale la fece in galera. Inoltre aggiungo che quando a causa del suo fisico gracile (non per la carcerazione) si aggravò, fu ricoverato sollecitamente,in una clinica privata di Roma, ove si spense.Se fosse stato nel “paradiso dei lavoratori” sovietici non avrebbe goduto di simile privilegio.Quindi possiamo affermare che ebbe più nemici tra i comunisti che tra i fascisti, prima, durante e dopo il bieco ventennio.Voglio ricordare che Mussolini sul Popolo d’Italia, lo attaccò pesantemente, a seguito di un suo articolo, sostanzialmente di comprensione con gli anarchici che fecero la strage al teatro Diana di Milano, il 23 marzo 1921. Mussolini in quel frangente scrisse che Gramsci era mostruoso non solo fisicamente, ma anche moralmente.Per tornare a Giovanni Gentile ribadisco che è il vero e grande ispiratore della sinistra italiana, nascosto celato ai più dalla cultura ufficiale italiana, la quale a lui nel novecento deve tantissimo.Per non parlare degli intellettuali di sinistra del dopo guerra, tutti figli suoi.

  • secondo me andrebbe definito l’attuale contesto storico. Marx,lenin,Gramsci avevano il loro, oggi le cose sono un po’ diverse come ricorda barozzi.

    per il comunismo in italia e crisi di contenuti, mancano proposte e progettualità a fronte di riforme
    inique e penalizzatrici delle classi più deboli, mancano punti di contatto con la gente il tessuto sociale si disolve da qui i suicidi, il suo relativo smantellamento. il lavoratore (direi anche l’imprenditore) influisce modo molto scarso sulle merci vendute,
    siano prodotti bancari o salamelle, da qui c’è sempre meno bisogno di persone per la produzione, la crisi di natalità che perdura da 30 anni non è un caso.

    io mi pongo alcune domande sulla forma partito, e in specifico sul PCI: il partito politico è diventato una azienda (di pubblica utilità)?
    come vi aderiscono i suoi componenti? quali sono le finalità tra programma e azienda?

    tutti devono accedere a contenuti leggivili, il programma di cuperlo o pittella non erano in questa
    direzione, essere folgorati dalla favella è auspicabile.

    escludere rizzo e il suo gruppo da questa analissi è sbagliato

  • AHAHAHAHAHAHAHA

    che fare? risposta di giannuli: “niente”

    aaahahahahahaha ecco scoperto il niente.

    Ora torniamo a cose serie, ormai qui siamo alla farsa.

  • Vincenzo Cucinotta: dici che è velleitario cambiare l’europa e… proponi di distruggerla. Cosa semplicissima, a portata di mano.

    Ma quando ci sono le riunioni, i congressi, le platee, i geni come voi dove sono? Ci mancate, nel frattempo noi facciamo politica tra quelli che riusciamo a contattare, con difficoltà.

    Fate un partito (magari in meno di 20 anni come propone Gianulli…), così impariamo come si fa da voi.

    Per il resto, Rifondazione c’è, esiste, funziona. Altro non vedo, i blog contano qualche decina di persona al massimo.

  • @ aldo e vincenzo. non sono assolutamente convinto sdelfatto che basti essere contrari all’euro per sfoderare progetti politici vincenti, e ripropongo altre perprlessità. innanzitutto a quanto ho capito dovreste essere a favore a una nazionalizzazione delle banche di credito italiane in caso di uscita dall’euro. a parte le considerazioni sulla fattibilità eccetera, siete così sicuri che tutto il fronte no euro voglia nazionalizzare? berlusconi ad esempio non mi pare proprio, e nemmanco grillo ha detto che vuole nazionalizzare settore credito di unicredit sanpaolo e tutto il resto. molto comodista subordinare tutto il resto delle discussioni, come ad esempio la gestione del risparmio, al discorso “padre” sull’euro. ma quando viene fuori alla luce che questa galassia noeuro in realtà è composta da gente che probabilmente non è d’accordo su nulla cosa pensate di fare? i diversamente no euro? epotrei fare discorsi del genere su argomenti come scala mobile, ma anche le posizioni sull’intervento pubblico sull’economia, che io non darei affatto per scontate.
    poi francamente quando leggo articoli come quello di borghetta (http://www.italianhairfashion.com/arstep/aprile_00/sbs15.html) che parlano del nazionalismo come panacea per i problemi del proletariato italiano oppure di lotta di classe fatta rigorosamente interclasse, con gli industriali che lottano insieme a noi, mi viene voglia di proporre “la proletarizzazione” di gianfranco manfredi come colonna sonora di questa farsa.

    La proletarizzazione è
    una gomma americana
    l’allunghi l’accorci come
    fosse una sottana la tiri la molli,
    come più ti fa piacere giù vicino
    alle caviglie o al disotto del sedere.
    Il terzo stato è diventato
    proletariato, proletariato
    Il comunista è sbigottito
    non gli rimane che fare il Partito
    E non c’è più il ceto medio,
    non ci sono i contadini
    non ci sono più le donne
    forse non ci sono neanche più i bambini
    il comunista ci rimane soddisfatto
    perché sono tutti in fila
    ‘n zieme col proletariato.
    Sono espropriato, sei espropriato a
    egli è espropriato, siamo espropriati
    slate espropriati, sono espropriati
    siamo tutti quanti proletari-tarizzati
    Ecco è giunto il grande giorno:
    scateniam l’insurrezione
    alle sette siamo in piazza
    col fucile col pugnale
    con il mitra e col cannone.
    Ci siamo tutti: viva la rivoluzione
    ma al momento dl sparare
    non si trova più il padrone
    E’ appena giunto tutto sudato
    anche lui in fila col proletariato
    e ci sorride con emozione
    oh che miracoli fa la proietarizzazione!

    http://www.bibliotecamarxista.org/Audio/Manfredi/manfredi.htm

  • gianulli: hai seguito il congresso? Segui quello che facciamo ogni giorno? In Veneto apriamo portelli sociali, gruppi di acquisto, aiutiamo chi viene sfrattato anche opponendoci fisicamente allo sfratto, portiamo proposte a livello regionale contro le delocalizzazioni e per l’acqua pubblica.

    Sarà poco o tanto non so, ma almeno informati.

  • Xiuri e Xaldo

    se vaete voglia di rimbercarvi come bambini potete scambiarvi le email o trpvarvi in chat. qui stiamo cercando di fare una discuzione inutile per alcuni ma interessante per altri

  • Amici, Romani, compatriotti, prestatemi orecchio; io vengo a seppellire Ferrero, non a lodarlo. Il male che gli uomini fanno sopravvive loro; il bene è spesso sepolto con le loro ossa; e così sia di Ferrero. Il nobile Grassi v’ha detto che Ferrero era ambizioso: se così era, fu un ben grave difetto: e gravemente Ferrero ne ha pagato il fio. Qui, col permesso di Grassi e degli altri – ché Grassi è uomo d’onore; così sono tutti, tutti uomini d’onore – io vengo a parlare al funerale di Ferrero. Egli fu mio amico, fedele e giusto verso di me: ma Grassi dice che fu ambizioso; e Grassi è uomo d’onore. Molti prigionieri egli ha riportato a Roma, il prezzo del cui riscatto ha riempito il pubblico tesoro: sembrò questo atto ambizioso in Ferrero? Quando i poveri hanno pianto, Ferrero ha lacrimato: l’ambizione dovrebbe essere fatta di più rude stoffa; eppure Grassi dice ch’egli fu ambizioso; e Grassi è uomo d’onore. Tutti vedeste come al Lupercale tre volte gli presentai una corona di re ch’egli tre volte rifiutò: fu questo atto di ambizione? Eppure Grassi dice ch’egli fu ambizioso; e, invero, Grassi è uomo d’onore. Non parlo, no, per smentire ciò che Grassi disse, ma qui io sono per dire ciò che io so. Tutti lo amaste una volta, né senza ragione: qual ragione vi trattiene dunque dal piangerlo? O senno, tu sei fuggito tra gli animali bruti e gli uomini hanno perduto la ragione. Scusatemi; l’inchiesta giace là nella bara con Ferrero e debbo tacere sinché non ritorni a me.

    Il problema che ci troviamo ad affrontare non è quello di un gruppo dirigente che la base del partito debba sostituire, si può fare. Caro Aldo , il problema della sinistra è quello di tutti quei “gruppi dirigenti” senza base e senza partito che pascolano a ruminare le stesse parole e poi si ripresentano con nuove parole ad ogni appuntamento con in tasca il “solito vecchio piano della doppiezza di lotta e di governo” La sinistra è piena zeppa di questa corte di Versailles che citando la Corte dei Miracoli tenta di farsi passare per rappresentanti affidabili delle istanze operaie e proletarie. Mi piacerebbe che tu dedicassi un tuo intervento rispondendo a questa domanda:” Una volta che il PRC si sia giustamente liberato del suo gruppo dirigente responsabile di tanti errori come farà la sinistra a liberarsi di tutti quei “gruppi dirigenti” sotterranei e senza base e senza partito che nessuno riesce a far dimettere? Come riusciremo a tenerli fuori dagli incontri e dalle assemblee, come faremo a spammarli sui blog ? Sottoscriviamo biglietti per Cuba o per la Ucraina e li mandiamo in perenne gita premio ?

    ciao Paolo

  • scomodare Shakespeare per Ferrero è stata una spiritosaggine ma non era mia intenzione “innalzare” troppo il segretario di PRC. Me ne scuso. Sottolineo la seconda parte del mio commento e ti ripropongo la domanda finale.
    “Come farà la sinistra a mandare a casa quei “gruppi dirigenti” senza base e senza partito che quindi nessuna mozione e nessun congresso può mandare a casa ? ”
    Non vorrei fare nomi ma mi riferisco ai gruppi dirigenti di tutte le scissioni che hai elencato. E mi riferisco a tutti quei personaggi “pensanti” che stanno sospesi tra una scissione e l’altra, pieni di idee e grandi progetti. Capaci solo di muoversi tra citazioni casuali e indicazioni inutili anche per una semplice politica delle alleanze. Non vorrei fare nomi , ma tutti coloro che hanno contribuito alla presentazione di Ingroia e della sua lista a chi risponderanno per le loro affermazioni ?
    Mi piacciono i retori e la retorica (*) ma in questo caso sono interessato a sollevare il problema e a conoscere il tuo parere.

    (*) Lo zen e la manutenzione della motocicletta

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    Domenico Di Russo

    Caro Germani,

    quel che scrive su Gramsci non mi è nuovo e mi trova d’accordo. È noto infatti che i detenuti politici del regime fascista non avevano accesso alle letture né potevano scrivere, per lo meno testi di riflessione politica e più generalmente culturale. Cose che invece a Gramsci furono consentite, probabilmente, anzi diciamo pure sicuramente, su approvazione dello stesso Mussolini, che aveva intuito quanto Gramsci, proprio in quanto comunista “atipico”, fosse prezioso nei rapporti con Mosca. Come conclude un po’ paradossalmente Franco Lo Piparo in un recente bel saggio, controverso ma a mio avviso molto utile perché ristabilisce alcuni dati di fatto oscurati della vulgata comunista italiana nel dopoguerra, possiamo leggere Gramsci grazie a Mussolini, il quale, pur avendolo messo in carcere, gli ha consentito di studiare e di elaborare il suo pensiero, e a Togliatti, il quale, pur avendo fatto in modo che in carcere ci restasse, ha poi provveduto alla pubblicazione dei Quaderni, nonostante il carattere edulcorato e a quanto pare parziale di tale operazione editoriale. Gramsci, infatti, se fosse stato libero, magari persino residente in Unione Sovietica nei primi anni Trenta, semplicemente non sarebbe vissuto più di una settimana e sarebbe stato forse tra i primi a essere purgati.
    Per fortuna non è andata così, anche se questo non toglie l’immane sofferenza che Gramsci dovette vivere.

  • Di Russo,ti consiglio di leggere il recente libro di Canali dedicato a Gramsci. Allora apprederai che il grande teorico sardo, fu vittima di due capi comunisti. Il primo è il più noto fu Palmiro Togliatti,nel suo ruolo di “realista più del re”, vale a dire di stalinista più di Stalin, ovviamente nell’epoca in cui era Ercole Ercoli. Poi il secondo fu Ignazio Silone,noto come “Silvestri” informatore dell’OVRA, il quale segnalò il ruolo eminente di Gramsci all’interno del partito comunista.Su Silone spia dell’OVRA è calato un silenzio omertoso;lo fece forse per salvare il fratello Romolo,ingiustamente accusato della strage di piazzale Giulio Cesare avvenuta il 12 aprile 1928 a Milano dalla milizia ferroviaria, ma non dall’OVRA molto più professionale.In realtà la strage fu opera dei “liberogiustizieri” milanesi facenti capo ai noti, Rossi, Calace,Bauer, Rosselli.Concludo affermando che Mussolini intuito lo spessore culturale di Gramsci, tutto sommato permise a lui di scrivere tranquillamente in carcere e lo fece curare adeguatamente nella fase terminale della sua vita. Lo fece anche per smentire la campagna di stampa internazionale in atto all’epoca, che lo dipingeva come suo nemico acerrimo, che lo voleva morto.Stalin invece lo avrebbe semplicemente fatto fucilare, quindi tutto sommato se Gramsci è diventato quello che è diventato “obtorto collo” lo deve anche a Mussolini, non certo a Togliatti o a Silone.

  • Condivido l’analisi lucida. Molto pratico come sempre il mio carissimo amico Aldo. Sulle prospettive penso che bisogna aprire un serio confronto con il Movimento 5 Stelle che non considero affatto un partito con tendenze “liberiste”. Anzi. Penso che a sinistra bisogna superare pregiudizi con i pentastellati.

  • Ho letto solo ora i tuoi tre articoli sui partiti a “sinistra”.
    Mi interesserebbe una tua opinione anche su Sel, e perchè no, su pdci.
    Se puoi grazie

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