Referendum in Veneto e Lombardia: un segnale da non trascurare.

Sembra che in Lombardia abbia votato il 40% , mentre è sicuro che in Veneto lo abbia fatto il 57%, scontatamente fra i votanti i favorevoli alla proposta “autonomistica” vanno dal 95% in su.

Si tratta di referendum consultivi e di nessuna efficacia giuridica immediata, lo so, ma non per questo va trascurato il significato politico, distinguendo fra le due regioni. Se in Lombardia la prova ha avuto un esito ad esser generosi mediocre, in Veneto il risultato è un netto successo ed occorre chiederci il perché di questo successo che, insieme al caso scozzese ed a quello catalano è la terza occasione di tendenze centrifughe che registrano un successo di massa.

In nessuno dei quattro casi il tentativo è andato pienamente a segno: in Scozia ha votato più della metà degli elettori ma la tesi secessionista, pur di poco, è andata in minoranza, mentre in Catalogna e Lombardia le percentuali dei Si sono state oltre il 90% ma ha votato meno della metà degli elettori.

In Veneto gli elettori hanno votato massicciamente per l’autonomia ed ha votato ben di più della metà degli elettori, ma il referendum è solo consultivo. Ciò non di meno, i referendum dicono che circa la metà della popolazione è schierata con la spinta separatista. Anche nel caso del lombardo veneto inteso complessivamente, siamo intorno a quei valori.
Si tratta di casi molto diversi fra loro: quello italiano, ad esempio, è assai più recente degli altri due che vantano antiche radici irredentiste e, inoltre, non ha il retroterra culturale degli altri due casi, ma tutti tre hanno in comune la rivolta contro il fisco (un po’ meno nel caso scozzese).

Il caso italiano richiede qualche spiegazione in più. Di fatto, il separatismo fu un fenomeno recente, dei tardi anni ottanta primi novanta incarnato dalla Lega, ma andò declinando già al 1998-99 per poi sprofondare con la bocciatura della riforma della devolution (referendum del 2006) e con gli scandali della Lega.

Nel 2008 l’ipotesi secessionista era il ricordo di una nube passeggera e la conferma più evidente venne dal corso politico della Lega salviniana, che abbandonava il profilo secessionista del “sindacato territoriale”, per abbracciare quello della Lega nazionale, pronta a sbarcare nel sud, ad imitazione del Fn della Le Pen.

Ora scopriamo che quel sedimento separatista è ancora vivo e mantiene le sue radici e non possiamo che chiederci perché e da chi è costituito. Che si tratti di un fondo culturale è sicuramente da escludersi nel caso lombardo (salvo un certo antimeridionalismo della provincia, che c’è sempre stato, ma che ha un carattere essenzialmente sub culturale): la regione con la massima partecipazione al moto risorgimentale prima e resistenziale dopo.

Mentre c’è qualcosa di più vero nel caso Veneto: regione che, salvo Venezia, ha partecipato molto scarsamente al moto risorgimentale e la cui base contadina e cattolica è stata a lungo una delle capitali del non expedit. Dunque una regione da sempre segnata da un assai limitato senso di appartenenza nazionale.

Queste radici hanno avuto il loro peso, e in parte spiegano il differenziale di comportamento delle due regioni, ma la molla principale è stata un’altra: quella fiscale. L’Italia è da sempre una delle nazioni europee a più forte pressione fiscale (senza, peraltro, offrire i servizi dei paesi scandinavi), ma dal 2011 è nettamente in testa alla classifica con un valore del 55% che, ormai ci siamo abituati a considerare una cosa normale.

Di questo, la responsabilità ricade su Monti, ma, più ancora sul Pd che di Monti fu fervido sostenitore ed il cui indirizzo fiscale ha proseguito con Letta, Renzi ed ora Gentiloni. Ci sono state piccole limature, ma, nella sostanza, il Pd ha fatto del montismo senza Monti. E le conseguenze sono queste. Ed è sintomatico che a rivoltarsi siano (come in Catalogna e in Scozia) i ceti medi delle regioni economicamente più forti, in cui c’è un forte tessuto di Pmi: le più colpite dall’inasprimento fiscale. Poi, la coincidenza del referendum lombardo veneto con quello catalano ha contribuito a ridare fiato alla protesta. Sintomatica, in questo senso, la confluenza dell’elettorato del M5s determinante in Veneto (come rivelano le analisi dell’Istituto Cattaneo): il che conferma il carattere antisistema del voto al M5s.

Ora vediamo le ripercussioni politiche prevedibili partendo da quelle generali ed istituzionali, per poi affrontare quelle nei partiti. In primo luogo, è facile prevedere una spinta convergente in Friuli e, forse in Alto Adige (non nel Trentino), ma, a seguire, anche altre regioni potrebbero reclamare lo statuto speciale, mettendo a dura prova l’unità del paese, anche perché, a differenza degli anni novanta, questa volta potremmo trovarci di fronte a tendenze centrifughe nel meridione. E la cosa potrebbe man mano avere conseguenze anche fuori di Italia: ad esempio potrebbe prendere quota un diverso progetto della comunità dell’Alpe Adria.

A metà anni ottanta si profilò una intesa a scavalco fra le regioni rivierasche del nord della Jugoslavia, del nord est italiano ed alcune regioni austriache limitrofe. All’inizio il disegno era molto ambizioso e puntava alla nascita di un soggetto decisionale con poteri abbastanza pervasivi, poi, l’allargamento alla Baviera ed ad altre regioni austro ungariche annacquò il progetto, che finì per costituirsi come una cosa di mezzo fra un patto di consultazione ed un centro studi. Alla fine la comunità nacque con l’adesione del Veneto e del Friuli, della Baviera, della Slovenia, della Croazia (entrambe poi diventate stati sovrani) della Carinzia, del’Alta Austria, della Stiria, del Salisburghese (che poi è receduto), Man mano si sono aggiunte le regioni ungheresi del Baranya, del Somogy, del Vas e dello Zala, l’autriaco Burgerland e la Lombardia. Una area di circa 200.000 Kmq e quasi 30 milioni di abitanti. Va detto che i rapporti fra la Rft e la Baviera non sono dei migliori e una spinta secessionista potrebbe innescarsi anche lì. Insomma, potrebbe riprendere fiato il progetto originario del soggetto interstatale a scavalco, diretto interlocutore della Ue (e magari andare anche al di là).

E’ sintomatico che, invece non ebbe alcuna fortuna il progetto gemello sul fianco occidentale del Mediterraneo che avrebbe dovuto mettere insieme la Catalogna, il Midì francese, la Liguria ed il Piemonte all’epoca chiamato “Bananone”. Molto dipenderà da come verrà gestita la partita dalla politica italiana, ma occorre capire che ci sono venti che soffiano potentemente nella direzione sfavorevole all’unità italiana.

Occorre convincerci che gli stati-nazione certamente sono fondati su basi culturali e linguistiche, ma non sono solo questo. Gli stati nazionali sono sistemi di interessi organizzati in equilibrio dinamico fra loro. Tanto gli interessi dei gruppi sociali quanto quelli territoriali trovano una propria composizione intorno allo Stato che agisce come magnete che tiene unito il sistema e lo regola.

Con la globalizzazione (e, in Europa, con la stravagante architettura della Ue) il magnete di ciascun paese è stato fortemente indebolito: molte attribuzioni dello Stato sono passate ad organismi sovrastatali (ad esempio la moneta in Europa), la normativa fiscale neo liberista ha consentito ai grandi contribuenti di scegliersi lo stato cui pagare le tasse, i patti sociali interni ne hanno sofferto, i flussi migratori -ed in più generale nomadismo della nostra epoca- hanno indebolito la coesione interna, le multinazionali e i poteri finanziari hanno molto più potere condizionante verso gli stati ecce cc. Per di più, la vulgata ideologica globalizzante, che vorrebbe superate le identità nazionali, contribuisce a far impallidire l’immagine degli Stati e questo ha, per conseguenza imprevista, quella di spianare la strada alle tendenze separatiste dei vari stati. Di fronte all’indebolirsi della sovranità statale (spesso ridicolizzata come “sovranismo” una delle idee più stupide degli ultimi due secoli), si profila una sorta di “sovranismo dei piccoli”, il cui scopo vero è quello di entrare nel sistema di contrattazione mondiale come soggetti non mediati o, almeno, illudersi che ciò possa essere.

Ora accade che lo spettro magnetico degli interessi territoriali, affievolitosi il magnetismo dello stato nazionale, si stia riorganizzandosi: la Catalogna pensa ad un sistema autocentrato con una irradiazione rivierasca, la Scozia ad un analogo ruolo nel mare del nord, il Veneto pensa realisticamente ad un rilancio dell’Alpe Adria intesa come soggetto contrattuale plurilingue, puro patto economico culturalmente eterogeneo. E’ sintomatico che nessuno dei tre pensi di uscire dalla Ue: quasi che il magnete si sia spostato dalle rispettive capitali nazionali a Strasburgo o forse a Francoforte. Così come è sintomatico il relativo fallimento del referendum lombardo: il Veneto pensa ad una espansione delle sue esportazioni verso il centro Europa, ed ha limitati interessi al rapporto con le regioni centro meridionali (salvo, forse, la Romagna).

Al contrario la Lombardia è legata al resto d’Italia da una fitta serie di legami: il blocco bancario la lega tanto al San Paolo di Torino, quanto alla Banca di Roma, è regione importatrice di capitali dal resto del paese, una buona parte dei suoi prodotti finisce sul mercato interno, il porto di Genova è il naturale sbocco verso i mercati d’oltre mare, eccetera. Infatti Milano è stata la più fredda nella partecipazione referendaria con il suo 21% e non ha mai superato la media regionale nelle altre città capoluogo, mentre la partecipazione è stata massima nella provincia ed in particolare il quella alpina, più facile preda del fascino dell’Alpe Adria.

Ed è a partire da questo che occorre ridisegnare la mappa degli interessi nazionali per reagire a questa spinta e la partita fiscale sarà al centro del dibattito. Soprattutto, occorrerà mediare con le spinte reattive che vengono dal sud e non sarà cosa semplice.
E questo ha molto a che fare con quel che accade nei partiti. Iniziamo col dire che quelli che corrono rischi interni più pesanti sono proprio i “vincitori”: Lega e M5s.

Nella Lega questo risultato avvia il tramonto di Salvini: il suo disegno lepenista è stato sconfitto proprio per il tracollo della Le Pen, mentre risorge il modello del sindacato territoriale, proprio in sintonia con i fatti catalani. E, il ritorno alla vocazione settentrionalista trova due possibili leader in Maroni e, soprattutto, Zaja che possono contare sin da questo momento, sull’appoggio di Bossi. Questo significa anche la rinuncia a competere con Berlusconi per la leadership del centro destra, anche se poi non è detto che si torni ai tempi felici dell’asse B-B. Ma questa rinuncia alla leadership italiana non potrà che essere contrappesata da una ripresa delle spinte secessioniste o quantomeno fortemente autonomiste.

Quanto al M5s, è evidente che il cuore della sua base veneta e, in parte, lombarda, batte per l’autonomismo leghista (ed il Veneto è con Sicilia, Lazio, Sardegna, Piemonte è uno dei suoi punti di forza elettorale), ma come reagirà la sua base meridionale. Certo anche nel sud emergono le spinte separatiste del neo borbonici, ma si tratta di un separatismo reattivo ed anti “nordista”, e, peraltro, anche il Piemonte non ha mai manifestato pruriti separatisti ed è sempre stato il punto debole della Lega a nord del Po.

Mentre questa posizione attuale del M5s odora troppo di leghismo per piacere a meridionali, romani e piemontesi. Insomma, se dovesse aprirsi la partita “super autonomistica” il M5s si troverebbe con una linea nordista, con un leader che più meridionale non si può, alla testa di un partito con basi elettorali territoriali divaricanti: bella situazione.

Quanto al Pd, non ci vuole molto a capire che anche questa tegola ne affretta il declino, anche se quel furbastro di Renzi ha subito giocato la carta del calo della pressione fiscale.

Aldo Giannuli

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Aldo Giannuli

Aldo Giannuli

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Comments (22)

  • Non sarò mai beneficiario di una polizza vita, ma al vitalizio posso aspirare.
    Domattina fondo il Fronte di Liberazione Regionale dall’Italia e mi presento almeno alle regionali.
    Mi pare che qualcosa del genere lo hanno fatto in Sud Tritolo.
    Che ridere vedere la passionaria (che più passionaria non si può) dei Tritolesi prendere felicemente il vitalizio dall’odiata Italia !

  • ACME NEWS
    L’autorevole Village Street Journal ha pubblicato nell’ultimo numero in edicola i piani segreti degli strateghi del Pd per arginare le spinte separatiste del Lombardo-Veneto.
    Secondo le teste d’uovo del partito dei fratelli Laqualunque, in assenza del dissolto Impero Asburgico, si potrebbe contare sull’aiuto dell’amica Svizzera.
    Il piano consisterebbe nello spedire mediante raccomandata con ricevuta di ritorno una dichiarazione di guerra al governo federale di Berna, nella speranza che colà abbocchino, quindi farsi invadere fino al Po. Nel frattempo il Ministro dell’Economia dichiarerebbe che il debito italiano è passato interamente in mano alla Svizzera. A questo punto si potrebbe pensare di riconquistare le regioni del nord, libere, belle e senza debiti.
    La fuga di notizia trapelata sulla stampa rischia di mandare a monte il piano piddino.
    Gli gnomi di Zurigo di primo acchito sono scettici sulla convenienza del piano.
    Il piano B consisterebbe, sempre secondo il V S G, nel farsi invadere dalla Francia.
    Dall’Eliseo il portavoce di Macron ha dichiarato alla stampa estera accreditata che non ne vale la pena, perchè gli italiani già acquistano quello che vogliono le imprese francesi.
    Al Pd non resterebbe che farsi invadere dalle Guardie Svizzere del Vaticano.

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    Venceslao di Spilimbergo

    Buonasera Professore
    Essendo per ½ di sangue Veneto, nonché vivendo nel Friuli, posso testimoniare quanto sia peculiare la cultura Veneta rispetto a tutte le altre del centro- nord Italia, Alto Adige/ Sud Tirolo escluso. Poggiante da un lato su una profonda, pervasiva presenza della Chiesa (sia intesa in quanto istituzione, sia come associazionismo di stampo Cattolico), dal altro lato su un costante e retorico richiamo al “mito della Serenissima” (tanto leggendario quanto lontanissimo dalla verità storica), la “civiltà” Veneta tende per sua natura a diffidare ed a contrastare qualunque potere non proveniente dal suo mondo, considerandolo occupante. Questo modo di pensare, da sempre esistente in quelle terre ma rafforzatosi durante la “Guerra Fredda” (in quanto ideologie di matrice Universalista, sia il Cattolicesimo Politico sia il Socialismo Marxista hanno per anni criticato e contestato in qualunque momento e luogo la sola idea di Stato- Nazione… favorendo, così facendo, tanto gli ideali sovranazionali quanto quelli subnazionali), è infine esploso in una aperta accusa verso lo Stato Centrale, a seguito della crisi economia e della incapacità di Roma a fronteggiarla. La cosiddetta “Liga Veneta”, che funse da modello per le altre Leghe prima di essere assorbita controvoglia da queste ultime, non fu altro che un primo evidente sintomo di cosa stava ribollendo nelle profondità di quella terra. Da qui il risultato del referendum in quella Regione e nelle zone ad essa limitrofe, in particolare nelle campagne, in quei piccoli comuni che dal Trevigiano vanno fino al Bresciano (Brescia e Bergamo sono culturalmente e storicamente legati a Venezia da secoli)… ove lo “Spirito Veneto” è più forte e radicato. Preso atto di questo, ora sarà fondamentale sapere se i Veneti intenderanno l’autonomia o come un fine da raggiungere, accontentandosi di poter ridisegnare il loro rapporto con le Autorità Centrali; o se invece intenderanno l’autonomia come uno strumento mediante cui ottenere qualcosa di altro e di più sostanzioso: la secessione. Purtroppo i discorsi del signor Zaia, successivi ai risultati del voto, non lasciano intendere nulla di buono al riguardo: o ci troviamo di fronte ad un negoziatore tanto audace quanto temerario, che mira ad alzare la posta il più possibile per poter ottenere il massimo da Roma; o ci troviamo dinnanzi ad un “radicale” intenzionato, vuoi per ideologia vuoi per interesse, a dare i primi colpi di una progettata rottura tra Venezia e il resto d’Italia. In tutti i casi, visto che manca oramai poco alle elezioni, è tutto sospeso fino all’insediamento del nuovo Governo. Se ne riparlerà tra almeno sei mesi.
    La saluto augurandole ogni bene e una buona serata

    P.S.
    Le assicuro Chiarissimo che qui in Friuli di propositi secessionisti o simil tali non ne sussistono. Questo essenzialmente per tre ragioni: I) Siamo ferventemente anti Austriaci (per quanto li rispettiamo); II) Siamo ancora di più anti Veneti (il dominio della Serenissima sulla nostra terra fu periodo di tragica miseria per i nostri antenati); III) L’esperienza della Grande Guerra ci ha “vaccinati” definitivamente da siffatti propositi. Mentre nel resto d’Italia non sono molto sentite, dalle mie parti le celebrazioni per gli anniversari del 24 Maggio, del 24 Ottobre e del 4 Novembre sono ancora oggi molto sentite dalla popolazione.
    Nuovamente i miei omaggi e… l’augurio per un buon anniversario della XII Battaglia dell’Isonzo

    • Ah già, le gloriose avanzate sull’Isonzo.
      Non vedo molto da celebrare in quelle carneficine. Ma presumo sia quel mio problema di odiare il sangue dei poveri versato per i ricchi.

      Cordialmente.

      • È sempre un piacere sentirla, Herr Lampe. Posso fare una domanda personale? Ho saputo da poco dell’esistenza di Martin Lampe, di cui l’illustre Emmanuelle (Kant) scrisse: “Il nome di Lampe deve essere completamente dimenticato…”

        • Confermo. Emanuele decise di “ricordare” così il proprio domestico. In realtà il testo pare fosse: “Dimentica Lampe” ma sono sfumature.

          Perché ricordarlo in modo così curioso? Non si sa con certezza, forse il senso di colpa.

          Quindi indovinato. Ora però dimentichi tutto!

          • Mi ricorda una poesia di Pere Gimferrer dedicata a Hölderlin che cominciava: Si pierdo la memoria, qué pureza; felicemente emendata, nella prima edizione, dal refuso: Si pierdo la memoria, qué pereza…

            Con i miei omaggi, Herr.

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        Venceslao di Spilimbergo

        Buonasera Esimio signor “Lampe”
        La ringrazio per il commento offerto al mio scritto di quattro giorni fa. Prendo atto del suo legittimo punto di vista ma, sperando non me ne vorrà, devo confessarle che non riesco a farlo mio: è mia opinione Esimio che, insieme ad altri pochi eventi la cosiddetta “Grande Guerra” (sia in senso generale, sia per quanto concerne i suoi episodi particolari… quali per esempio le dodici battaglie nella zona del fiume Isonzo) sia da considerarsi come uno degli atti fondativi della Nazione Italiana… infatti, per quanto accertato storicamente che esistesse già a partire dall’Alto Medioevo, è altresì indubbio che essa rimase per secoli circoscritta ad una minoranza della popolazione della Penisola, costituita da appartenenti a classi e/o ceti elevati. Fu solo grazie ad eventi popolari, di massa (quasi sempre di carattere militare, come appunto la I Guerra Mondiale) che la coscienza Nazionale riuscì finalmente a fare breccia nell’animo del resto del popolo. Se vogliamo salvaguardare la nostra (fragile) identità non possiamo non rammentare, con i dovuti omaggi, quelle esperienze che furono fondamentali per la sua esistenza… anche se si tratta di esperienze tanto sanguinarie quanto dolorose. A prescindere da questo, si tenga poi conto Esimio che, se noi tutti dovessimo celebrare solamente gli avvenimenti storici che non furono causa di carneficine, beh… il nostro calendario sarebbe de facto completamente vuoto.
        Ringraziandola nuovamente, la saluto augurandole ogni bene e una buona serata

  • Perfetto! Così è stato tagliato fuori l’unico politico davvero contrario all’euro.
    Prepariamoci al governo di Giggino, prodromico a quello di Marione Nasone.

  • Dedicata ai legaioli.
    A Bonaparte liberatore

    … Ma de l’Italia o voi genti future,
    me vate udite cui divino infiamma
    libero Genio e ardor santo del vero:210
    di Libertà la non mai spenta fiamma
    rifulse in Grecia sin al dì che il nero
    vapor non surse di passioni impure;
    e le mura secure
    stettero, e l’armi del superbo Serse215
    dai liberi disperse
    di civico valor fur monumento:
    ambizïon da le dorate piume
    sanguinosa le mani,
    e di argento libidine feroce,220
    e molli studj, piacer folli e vani
    a libertà cangiar spoglia e costume.
    Itale genti, se Virtù suo scudo
    su voi non stende, Libertà vi nuoce;
    se patrio amor non vi arma d’ardimento,225
    non di compre falangi, il petto ignudo,
    e se furenti modi
    dal pacifico tempio
    voi non cacciate, e sacerdozie frodi,
    sarete un dì a le età misero esempio:230
    vi guata e freme il regnator vicino
    de l’Istro, e anela a farne orrido scempio;
    e un sol Liberator dievvi il destino.
    (Ugo Foscolo)

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    Tenerone Dolcissimo

    M5s determinante in Veneto (come rivelano le analisi dell’Istituto Cattaneo): il che conferma il carattere antisistema del voto al M5s
    ***
    E io sottolinerei DEL VOTO precisando che non si tratta DEL VERTICE

  • il Piemonte c’è e ci sarà anche in futuro: qui (soprattutto Torino) si sentono tutti italiani, e non potrebbe essere altrimenti per chi dopotutto questo paese lo ha fatto con le idee e con le azioni.
    non riesco in due minuti a giustificarlo con solide ragioni culturali politiche e giuridiche, ma fatto sta che questi indipendentisti e secessionisti mi stanno sullo stomaco. non sono altro che pulsioni tribalistiche ed egoistiche di chi alla fine vuole più risorse. peraltro ovviamente non cambierebbe nulla dal punto di vista politico data in ogni caso l’adesione a UE e NATO.
    ma in fin dei conti: perché non farli andare? veneti siciliani sardi altoatesini (gli unici che avrebbero i motivi storici per cercare indipendenza), andassero tutti al diavolo con i loro mini-stati falliti.

  • Professor Giannuli, le butto lì una domanda secca: non ritiene che l’affermarsi dei movimenti regionalisti e separatisti, a cominciare da quegli in Scozia e in Catalogna, si spieghi anche (se non soprattutto) col sostegno finanziario fornito loro dagli usurocrati apolidi per distruggere gli stati-nazione, unici baluardi al dilagare della plutocrazia mondialista? Indizi in tal senso sarebbero non solo, come ha rilevato lei, il filoeuropeismo spinto di tali movimenti, ma l’esibito immigrazionismo e lo sfacciato cosmopolitismo dei catalani, i cui esponenti principali, da Jordi Pujol a Carles Puigdemont, intrattengono rapporti cordiali con i miliardari sionisti, come scritto su questo articolo in inglese che mi permetto di linkarle: https://wideawakegentile.wordpress.com/2017/07/24/catalonia-the-newest-european-kosher-state/

    • questo è il punto.
      la distruzione degli stati nazione come baluardo anti-sistema.
      questa fase di capitalismo post-proletario e post-borghese per sua natura trasversale è la fonte di tutto il movimentismo anti unitario da vent’anni a questa parte.
      emblematico è il ricorso all’attacco pensionistico dei signori della finanza per erodere quel poco di potere che gli stati possono garantire al futuro dei lavoratori.
      se cadono le pensioni, cade un principio di salvaguardia dello stato nei confronti dei cittadini a reddito fisso dipendente, con conseguenze funeste sulla fiducia di questi nello stato e con conseguenze positive di queste per le spinte separatiste: in breve è solo una questione di soldi, o di danè, o di bes, o di schei a dipendere dalla lingua in cui lo si vuole tradurre.

      ultimamente ho girato un pò al sud e ho trovato situazioni che non versano a favore dello sviluppo sociale-economico e ambientale degno di una repubblica democratica fondata sul lavoro; dobbiamo parlare chiaro: il sud è una palla al piede, un serbatoio da prosciugare senza dare spazio a una imprenditoria sana che progredisca nello sviluppo socio-economico di una determinata regione: anche qui è una questione di soldi, o di picciuli a dipendere dalla lingua cui lo si vuole tradurre.

      l’italia è uno stato in smantellamento da parte del capitale finanziario e alcune regioni, soprattutto al nord, lo hanno capito benissimo e cercando di salvarsi letteralmente il sederino la scelta secessionista pare la più adatta allo scopo; d’altra parte il potere tosco-emiliano-romagnolo che attualmente vessa la nostra repubblica non è altro che la faccia sporca di un movimento operaio che ha scelto il capitale finanziario per assurgere a poltrone di potere giocandosi il tutto per tutto a costo di smantellare le istituzioni della repubblica.

      costoro dovrebbero essere giudicati da un tribunale speciale, ma siccome siamo ancora in democrazia, io voglio credere (si, ingenuamente certo, ingenuamente) che alle prossime elezioni saranno spazzati via.

      non abbiamo alternative per tenere l’italia unita, altrimenti sarà secessione o peggio distruzione.

      saluti

      alberto p.

  • Caro Professore, bentornato.

    Le chiederei per cortesia un parere su la versione espressa in questo articolo nel link (ma sussurrato da diversi soggetti)..ossia che le spinte autonomiste, Catalonia inclusa, sono volte ad un piu’ vasto progetto di riassetto generale delle entita’ politiche in europa..per farla breve, creare l’Europa a due velocita’, quella dei ricchi (della quale Catalonia e Lombardo-Veneto farebbero parte) e una dei poveri.

    Sarebbe un progetto di lunga durata, ma come lei nota e’ il significato politico di questo referendum cio’ che piu’ conta.

    http://federicodezzani.altervista.org/referendum-lombardo-veneto-sullautonomia-i-poteri-del-1992-1993-tornano-allattacco/

    Non le chiedo tanto se la cosa puo’ aver senso, quanto se le sembra possibile che ‘lorsignori’ ci stiano effettivamente pensando.

    Con stima, saluti

    Edoardo

  • ACME NEWS
    La Basilicata ha votato l’unione al Regno Unito.
    Oggi il Consiglio Regionale lucano ha votato all’unanimità il passaggio dall’Italia al Regno Unito.
    Theresa May, interpellata dall’Economist, in un impeto di verità, si è dichiarata indifferente. “Abbiamo le nostre trivelle in quella terra che succhiano il petrolio. Che bisogno abbiamo di avere tutto il resto?”

  • ACME NEWS
    Il duo Zaia & Maroni ha vinto al gratta e bevi un viaggio premio negli Stati Confederati.
    Sarà l’occasione per studiare le gesta del generale Lee e portare finalmente in Veneto le sue statue che gli americani non vogliono più.
    Intanto i monumenti della Teresona (alias Maria Teresa d’Austria) osservano guardinghi gli sviluppi della situazione.

  • Sì torna a parlare di autonomia e chissà, anche di secessione nel caso del Veneto, in un momento di possibile ridefinizione dei confini europei in funzione della filiera produttiva tedesca.
    Il Nord Italia, ormai ridotto alla funzione di “contoterzista” della Germania potrebbe rientrare nella cosiddetta Kerneuropa con al centro il colosso tedesco che si riserverebbe di scegliere i pezzi migliori degli altri Stati, più facilmente integrabili nel suo sistema economico.
    La Germania, a capo della filiera produttiva, in questo momento detta i prezzi e taglia i margini di guadagno delle aziende del Nord Italia, che devono per forza affrontare il problema della riduzione fiscale.
    La Germania si sta preparando una via d’uscita nel caso d’implosione della UE e della fine dell’euro.

  • Che il rafforzarsi dell’unità europea in senso federale (progetto per ora frenato da un sistema di potere europeo non democratico) avrebbe ridato voce e spazio alle identità locali schiacciate da secoli di centralismo nazionalistico, è una vecchia tesi dei Federalisti Europei che sta trovando conferma.
    Qui però mi interessa sottolineare il rovescio della medaglia, nel caso italiano: il completo fallimento del sistema istituzionale e di potere di Roma come perequatore economico nazionale. Il soldi prelevati al Nord si sono trasformati in rendite se non in ruberie a Roma e, quando sono arrivati al Sud, hanno generato clientelismo e fallimentari e inquinanti cattedrali nel deserto. Però il problema rimane: è necessario che il Nord finanzi il decollo economico e civile del Sud. L’idea che tutto il prelievo fiscale venga investito sul proprio territorio impedirebbe qualsiasi progetto perequativo. E quindi, cosa proporre?

  • Un’Europa di piccole patrie sarebbe ancora più succube rispetto ai poteri forti globalizzatori e non è al momento un obiettivo auspicabile. Tuttavia, le pulsioni indipendentiste in quanto tali aggiungono crepe alla macrostabilità del cadente regime plutocratico e devono essere valutate posivitamente.

    Dire poi che i referendum sanciscano la sconfitta ipso facto del progetto lepenista di Salvini mi sembra una grossolana esagerazione.

  • 1. Senza fare dietrologie, un articolo di ieri sul sole 24 ore “In Sicilia tanti dirigenti quanti in 15 regioni” evidenzia bene che cosa i veneti non sono più disposti a finanziare con il loro residuo fiscale. E l’hanno dimostrato con un atto concreto di democrazia diretta, non con le parole, con una maggioranza inequivocabile. Nessun altro territorio ha fatto lo stesso. E’ un atto di portata storica.
    2. Perchè quello che hanno 15 regioni, non può essere concesso a un’altra regione che lo chiede con atto popolare? Tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge o alcuni sono più eguali degli altri?
    3. Molte analisi banalizzano richiamando solo la questione fiscale, “egoisti”! Bisognerebbe richiamare la storia, maestra di vita, ma è faticoso… Sorprende quindi, ma credo che non sia casuale, che nessun analista abbia richiamato la specificità storica e culturale di un territorio che ha avuto 1000 anni di indipendenza, la cui memoria è ben presente nel territorio e richiamata dagli onnipresenti leoni alati. Dispiace che ad alcuni questo dia fastidio. Il più importante stato italiano per secoli, con una dimensione internazionale, plurinazionale, plurireligiosa, culturale e linguistica, Slavi, Albanesi, Greci, con struttura federale che assicurava l’autogoverno dei popoli.
    4. E’ una mera coincidenza che la provincia lombarda che più ha votato per l’autonomia sia quella di Bergamo che faceva parte della Serenissima?
    5. Bella l’ode del massone Foscolo al ladro di opere d’arte Napoleone, confiscatore dei monti di pietà, contro il quale è insorta mezza Italia (rovesciando la storia le insorgenze antinapoleoniche potrebbero essere considerate una guerra di liberazione nazionale).

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