Aldo Giannuli
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Commenti (3)

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    francesco cimino

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    Vero ciò che sostiene l’interessante articolo: il lavoro non scompare con l’informatica e l’automazione, c’è un interesse del capitalismo a nascondere varie attività…soltanto, con l’automazione e l’informatica la stessa quantità di prodotto o servizio costa una minore quantità di lavoro oppure no? Questa è la domanda posta da chi vede le conquiste tecnologiche come una possibile fonte di emancipazione, argomento non nuovo…non è che Lafargue o Russell, o lo stesso Marx magari, mirassero a favorire o sfruttamento quando propugnavano una crescita del tempo libero. L’articolo sostiene, pare, che un vero ” Stato sociale ” sarebbe reso improbabile da un’ampia disoccupazione portata dall’automazione. Ora, comunque si voglia valutare il “reddito minimo garantito”, l’automazione non porterebbe una caduta della produzione pro – capite e lo Stato sociale sarebbe allora questione di redistribuzione.

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    Paolo Selmi

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    Grazie del contributo, professore! Ottimi spunti di ulteriori analisi e riflessioni. Una fra tutte: domani fallisce la Cina (il che significa che fallisce la Corea con i suoi telefonini che esplodono, il Giappone che ha delocalizzato ancor prima, gli USA, l’Europa e tutti i terminali delle catene di produzione Hi-Tech che da lì partono): eccoci di colpo piombati sul pianeta Terra. La lavastoviglie si è guastata e dobbiamo tornare a lavare i piatti a mano. Sicuramente sarebbe una crisi epocale senza precedenti, proprio perché una scellerata divisione del lavoro non più a livello locale, di kombinat o di distretto industriale, ma a livello mondiale, ha ripartito mezzi di produzione e conoscenze in maniera non facilmente reversibile verso luoghi lontani da noi 10.000 km e circa uno zero in meno a livello salariale. Dice bene l’Autore quando parla di lavoro nascosto. Ai tempi di Marx, la merce NASCONDEVA il lavoro e il pluslavoro contenuto. Oggi, è il lavoro stesso sotterrato, come gli scantinati degli operai cinesi che frequentavo quando facevo l’insegnante di italiano per stranieri. In questo scenario, quindi, non sarebbe sostenibile rifare l’Olivetti (o la Sinclair, o l’Alcatel…) ripopolando Ivrea del patrimonio umano e materiale dilapidato. Torneremo a lavare i piatti nel lavello? Non penso, non penso che si verificherà, anche se nei momenti maggiore incazzatura tifo per l’ipotesi estrema à la Jena Plissken di John Carpenter e al suo “Welcome to the human race” che accompagna lo spegnimento di tutto, ma proprio di tutto. Carpenter è un genio, ma la sua resta una provocazione. Torneremo a passare i nostri giorni davanti a pezzi di plastica, ma forse anche no, o meno, o diversamente. Il nostro compito, come questo lavoro fa mirabilmente, del resto, è ricostruire, svelare, rendere di pubblico dominio, le contraddizioni insite nell’attuale sistema e in quelli a venire, staccare le croste di ipocrisia una a una fino all’ultima, scoprire il verminaio che c’è sotto, convincere l’assuefatto mondo occidentale che, in ultima analisi, non è neppure una questione di filantropia: brechtianamente, “alla fine” è arrivato anche il loro turno. Grazie ancora e
    un caro saluto.
    Paolo

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    Roberto B.

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    Ottimo articolo grazie. E grazie anche per avermi costretto a vedere la puntata di Presa Diretta, eccezionale per chiarezza e completezza.
    Dall’articolo e dalla visione del programma, si conferma in pieno quanto avevo detto in un mio commento sull’argomento A.I. (vedere l’articolo del prof.: “Come interpretare l’ultimo video di Roberto Casaleggio.”.
    Il computer non è intelligente, nel significato che attribuiamo alla parola, non potrebbe esserlo, perchè non è umano: è solo rapidissimo e può memorizzare una massa enorme di dati e correlarli tra loro in modo da fornire le risposte ed anche “inventarne” di nuove, a problemi che sarebbe impossibile per qualsiasi uomo, o team di uomini. Purchè, beninteso, nell’ambito del dominio per cui è stato programmato a rispondere.
    In realtà l’intelligenza c’è, eccome, ed è quella degli umani che lo alimentano: lì c’è l’opera della mente umana, la sola capace di capire e selezionare i dati e le informazioni che devono essergli fornite. Oltre, naturalmente, a quella a monte di chi lo ha programmato e lo manutiene.
    Per convincersene, basta pensare a questo: nel servizio di Presa Diretta, si fa cenno a giornalisti che perderanno il lavoro perché già adesso ci sono computer in grado di scrivere un articolo indistinguibile da quello che potrebbe scrivere un umano. Si dimentica però di dire che il computer non “inventa” le notizie: qualcuno, un umano evidentemente, deve fargli sapere che è accaduto un certo fatto e che su quel fatto il giornale vuole pubblicare un articolo.
    E non è vero affatto che il computer non può sbagliare; anzitutto perchè “se gli dai merda, ti restituisce merda in altra forma”. Nell’esempio, se gli fornisci una notizia inventata, ci costruisce sopra un pezzo magari stilisticamente ottimo, ma fasullo come la notizia.
    Infine, messo nelle stesse condizioni ripete sempre l’identico errore , fintanto che un umano non intervenga a scoprire e correggere il “baco di programma” che ha originato l’errore.
    Questa definizione di “intelligenza” è tipica di coloro che pensano che sia un attributo misurabile con appositi test, per cui ad esempio Einstein aveva un Q.I. altissimo, mentre l’indigeno australiano bassissimo: ma Einstein, a differenza dell’indigeno, se abbandonato nel deserto australiano non sarebbe sopravvissuto più di una settimana.

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