Ma quando si vota? Il groviglione e le strategie in campo

I sondaggi dicono che il 67% degli italiani vogliono andare a votare e logica vorrebbe che così fosse: questo è un Parlamento eletto con una legge dichiarata incostituzionale, per cui avrebbe dovuto esser sciolto appena possibile, poi, un Presidente assai originale decise che prima di essere sciolto avrebbe dovuto fare le riforme istituzionali (per evitare lo stallo fra Camera e Senato che si verificò nel 2013) e rifare la legge elettorale.

Questo poteva anche essere accettato, anche se con molte perplessità: in fondo, è proprio il caso che a toccare la Costituzione e fare la nuova legge elettorale debba essere un parlamento su cui aleggia un sentore di incostituzionalità?

Si poteva votare con il sistema lasciato dalla Corte Costituzionale (un proporzionale con clausole di sbarramento) ed ottenere un Parlamento con compiti costituenti, il che avrebbe prodotto riforme maggiormente condivise. Ma, evidentemente, il Presidente Napolitano aveva (ed ha) una concezione molto personale della democrazia.

Il Parlamento ha poi prodotto una legge elettorale che è sotto giudizio della Corte e che lui stesso ripudia (non vince quello che dovrebbe vincere…), ed una riforma costituzionale sonoramente bocciata dal corpo elettorale.

Che si vada immediatamente a votare dovrebbe essere la cosa più logica del mondo e, infatti così la pensano 2 elettori su tre, magari con la legge elettorale che la Corte confermerà o modificherà.

Invece no: si nomina un governo semi-fotocopia, in attesa di una nuova legge elettorale che dovrebbe fare questo stesso Parlamento fallito ed incostituzionale. Non c’è che dire: l’Italia è la patria del diritto.

Ma allora che si fa? Voteremo ad aprile, a giugno, settembre, nella primavera del 2018? O magari proclameremo questo come “Parlamento a vita”? In fondo ci sono i senatori a vita…

Per sapere come andrà a finire ci vorrebbe la palla di cristallo che non abbiamo. La situazione si è così ingarbugliata che non è possibile dire niente di preciso. Io ho una mia ipotesi (giugno) ma che vale quanto una puntata al tavolo verde. Allora, cosa succederà dipenderà da come si combineranno le azioni di un nugolo di attori:
1.    La Corte Costituzionale
2.    il Presidente Mattarella
3.    il Presidente del Consiglio Gentiloni
4.    il tuttora segretario del Pd Renzi
5.    la tribù degli oppositori di Renzi (Bersani, Franceschini ecc.)
6.    Berlusconi
7.    Salvini
8.    In una certa misura il M5s

Per non dire degli “agenti esterni” (Bce in testa, ma di questi parleremo subito dopo Natale, con il pezzo sul contesto internazionale). E non si tratterà solo della legge elettorale ma anche di diversi altri campi di scontro.

In primo luogo, occorre vedere cosa dirà la Corte l’11 gennaio sui referendum proposti dalla Cgil, se li ammetterà o no. Personalmente vedo in pericolo quello sull’art 18, ma sugli altri due non credo ci saranno problemi.

Ma ne sopravvivesse solo uno, per il Pd sarebbe un pericolo mortale: un referendum contro la Cgil significherebbe perdere secco un 6-7% di viti, rischiare la scissione del partito, rompersi l’osso del collo in un referendum che perderebbe con meno del 30%. In definitiva perdere clamorosamente le politiche prima ancora che siano indette. Dunque, per evitare la sciagura, il Pd ha tre strade: non prendere posizione e lasciare libertà di voto ai suoi elettori, modificare la legge in modo da impedire il referendum, andare prima alle elezioni politiche, rinviando il referendum all’anno successivo.

La prima soluzione è inconsistente: la legge in questione è opera di un governo Pd, per cui la cosa puzzerebbe di trucchetto da due soldi e gli effetti potrebbero essere anche peggiori. La terza soluzione è quella che vorrebbe Renzi ma si scontra con il Niet di Mattarella e con la questione della legge elettorale.

Resta la seconda che è più facile a dirsi che a farsi. In primo luogo per ragioni di tempo: una manciata di mesi durante i quali occorrerebbe (forse) tentare una nuova legge elettorale ed affrontare altre grane come la questione bancaria. La via del decreto legge non risolverebbe niente perché il referendum può essere disdetto solo se esso è trasformato in legge ordinaria e siamo punto e da capo. Poi ci sono problemi politici: nessuna delle forze di opposizione ha interesse a cavare le castagne dal fuoco al Pd, in più la minoranza del Pd sarebbe costretta a tirare al massimo la corda, non fosse altro che per rinsaldare il rapporto con la Cgil e per poter giocare qualche carta alle elezioni politiche. Quindi, soprattutto al Senato la vedo grigia. Ma poi ci sarebbe l’opposizione di Renzi che preferirebbe le elezioni ed userebbe il referendum come ricatto per averle. Peraltro, la ”riforma del lavoro” è uno dei fiori all’occhiello del governo Renzi: fra Corte Costituzionale, Corte dei Conti, referendum e situazione politica è già stato fatto scempio della legge bancaria, della riforma elettorale, di quella costituzionale e di altre ancora. Rimettere mano anche a questa significherebbe deludere la Confindustria e presentare un bilancio miserando alle elezioni. Renzi se lo può permettere? E questa è la prima grana.

Seconda grana, la legge elettorale: le stesse forze politiche hanno concordato di attendere il verdetto della Corte Costituzionale, il che non significa o 24 gennaio ma almeno il 10-15 febbraio per attendere il deposito della sentenza.

Lo scherzo da prete peggiore che la Corte potrebbe fare sarebbe quello di dichiarare costituzionale l’Italicum. Capiamoci: non ce lo auguriamo affatto e riterremmo questa una sentenza indecente, ma ci sarebbe da creparsi dalle risate: tempi sarebbero strettissimi e scarse le motivazioni, dopo che la Consulta abbia detto corretta quella legge. E si andrebbe alle elezioni con l’unica legge che dia concrete possibilità di vittoria alla Camera del M5s.  La cosa più probabile è che la Corte operi una sentenza manipolativa nella quale avrebbero parte attiva le sapienti mani di Amato e Barbera.

Comunque, all’indomani della sentenza, si riproporrebbe la questione della legge elettorale, per approvare la quale (eventualmente con la revisione dei collegi uninominali) ci sarebbero a disposizione tre mesi scarsi (molto scarsi) per votare a giugno e, quindi, si andrebbe quantomeno a settembre.

Ma il problema maggiore è quello della mancanza delle condizioni politiche: il Pd da solo non ce la fa, forse potrebbe farcela con Ala e Ncd, sempre che restino compatti e non si frantumino, ma in questi clima l’ennesima riforma unilaterale e non condivisa potrebbe suscitare forti reazioni nell’elettorato, a parte eventuali nuovi ricorsi alla Corte (e bisognerà vedere che paletti avrà fissato la sentenza). La cosa più sicura potrebbe essere l’appoggio di Berlusconi che, nonostante i guai finanziari, ha già detto che a lui interessa solo il proporzionale. E si capisce il perché: Forza Italia è in ripresa e non ha alcuna intenzione di andarsi a mettere sotto le ali della Lega con la quale non viole affatto allearsi. Potrebbe prestarsi la Lega a sostituire Forza Italia, ma rischierebbe di apparire come la ruota di scorta del Pd.

Quanto al M5s, se riuscirà a liberarsi dal pantano romano nel quale si intestardisce a restare, potrebbe lanciare una iniziativa per una legge proporzionale invitando tutti tranne il Pd. Anche se l’operazione non avesse esito felice, metterebbe il Pd nelle condizioni di essere l’unico ad opporsi isolandosi e confermando la sua vocazione di partito di regime, il che, quantomeno dal punto di vista dell’immagine, sarebbe dannoso per lui.
Terza campo di battaglia: il congresso del Pd che non si capisce neppure se ci sarà. Renzi punta a sostituirlo con delle primarie sul suo nome, ma non sappiamo se il complesso mondo dei suoi oppositori (Franceschini, Bersani, Speranza, Emiliano, Rossi, forse i piemontesi, Martina e persino Cuperlo), lascerà passare questa manovra. Ovviamente, se le elezioni arriveranno subito la manovra di Renzi sarà molto facilitata, vice versa, se slitteranno in autunno non ci sarà ragione di evitare il congresso. Motivo di più per Renzi per andare a votare subito, anche a costo di andarci con il sistema lasciato dalla Corte.

E qui sorge un’altra questione: a facilitare le cose dovrebbero essere le dimissioni di Gentiloni (il suo è stato progettato da Renzi come governo a tempo: una bomba ad orologeria da far esplodere per stroncare il gioco di Mattarella), ma Gentiloni obbedirà? Gli basterebbe prendere un po’ di tempo. Renzi le elezioni le vuole ardentemente perché ha paura di un limbo troppo duraturo, sia perché ha pausa di essere dimenticato, sia perché se qualcuno mette troppe radici a palazzo Chigi poi può affezionarcisi troppo e proporsi come il candidato Pd alle politiche, infine perché 1 anno e mezzo senza nessuna immunità potrebbe essere troppo pericoloso (e lo stesso Renzi ha attirato l’attenzione sul problema).

Ovviamente, di mezzo ci sono i soliti parlamentari in attesa di vitalizio. E poi bisogna vedere che succede sia sul fronte bancario che su quello internazionale.

Ed ovviamente gli sviluppi dello scontro su un fianco attiveranno tendenze e controtendenze negli altri. Vi pare che in queste condizioni si possano fare previsioni che non siano puntate al lotto?

Aldo Giannuli

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Aldo Giannuli

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Comments (13)

  • Professore buongiorno!

    Al lotto, almeno, intervengono cabala e sogni a facilitare il lavoro, qui invece non ci sono sogni che tengano… anzi, non ci sono sogni proprio. 🙂

    Di tutte le variabili proposte, e per cui ti ringrazio perché mi hai chiarito un po’ di più le idee sulle varie forze in campo, mi piacerebbe soltanto che accada quella che potrei intitolare “chi di jobs act ferisce, di jobs act perisce”. Magra, anzi nessuna, soddisfazione. Ma almeno il moloch con cui ha rovinato e rovina la vita a milioni di persone gliela rovinasse anche a lui!

    Infine, un’ultima, amara, constatazione. Sono tra i primi a sostenere che la politica deve essere una cosa e il sindacato un’altra: tuttavia, oggi come troppo spesso già accaduto, dall’inizio del dopoguerra a oggi, il sindacato scompagina l’agenda politica non perché si impiccia di cose non sue, ma perché la politica è INCAPACE di rispondere alle istanze del Lavoro; istanze che il sindacato è costretto, in ultima analisi, a rappresentare non solo da un punto di vista sindacale, ma anche da quello politico. E questa SUPPLENZA del sindacato (altro che cinghia di trasmissione!!!) deve far riflettere chiunque si dica di sinistra. Personalmente, la benedico perché se non ci fosse stata l’azione della CGIL nessuno si sarebbe preso la briga di indire questi referendum. E anche questo dovrebbe fare riflettere.

    Un caro saluto e, se non ci si sente più (domani sarò tutto il giorno in macchina per raggiungere moglie e piccola “abbasciu”)

    Auguri a te, ai tuoi cari, a Martino, a tutti di un

    Sereno Natale!
    Paolo

  • E se questo governo avesse dalla sua il fattore C? Certamente Minniti. Allora: Italicum costituzionale, fanno qualche aggiustamento di facciata alle cose più indecenti della Buona Scuola e del Jobs Act, salvano l’MPS, qualche segno di ripresa economica trainata da un dollaro sempre più forte, Berlusconi e Salvini litigano in modo sempre più pesante, il M5S cade in preda alla rissa interna e… il Pd vince le elezioni.

  • Il M5S non vuole un “proporzionale” ma una legge sufficientemente disproporzionale e non potrà liberarsi di pantani facendone una questione di immagine del “brand”.

    Di questo passo invocheranno la “governabilità” anche contro la democrazia diretta (de video di Casaleggo) che -allo stesso modo- non creerebbe maggioranze “stabili”.

  • Intervento mirabile davvero, chapeau Aldo!
    Continuo a non essere d’accordo sul ruolo di Mattarella (chi mi frega una volta, con opere od omissioni, sono certo che continuerà a fregarmi ancora!), anche perché non spieghi quale potrebbe essere la strategia del PdR, cosa spera o cerca di ottenere, dove immagina di portare l’Italia.
    Perciò, finché non si chiarisce questo dettaglio, per così dire, difficile peraltro da chiarire in quella melma che così bene hai descritto, per me Mattarella è il fedele continuatore dell’opera del suo predecessore e sodale se non a Renzi, certamente al PD. Quindi, Costituzione e ideali democratici non sono in cima alle sue preoccupazioni; magari ci pensa nel chiuso della sua cameretta, ma poi si comporta di conseguenza agli accordi accettati per eleggerlo.
    Ma questo non inficia il quadro che hai fatto delle disgraziate nostre condizioni; vasi di coccio in mezzo a una moltitudine di vasi di bronzo, stivati in una carretta in mezzo ad una tempesta.
    Ho una domanda che mi gira in capo: tutte queste considerazioni e analisi politiche, che effettivo valore hanno presso la stragrande maggioranza degli elettori? Cerco di spiegarmi: la gente è stufa di tante cose, ma si sa che il gregge da sempre si lamenta e protesta, poi però a sera torna tranquillo all’ovile. Ma c’è qualcosa di cui davvero non ne può più: di tutti quei tatticismi, calcoli e calcoletti, fatti alle spalle della gente, da gente indifferente al benessere del Paese e della gente, che hanno un solo scopo: la cadrega!
    La mia idea è che la “ggente”, appunto, non si fa più incantare da chiacchiere e distintivi, le sue reazioni sono divenute imprevedibili e quasi del tutto indipendenti dagli scenari che fino a qualche lustro fa trovavano conferma nelle elezioni.
    La “ggente” è una scheggia impazzita, i suoi comportamenti sono ormai imprevedibili: come quei topi nelle stive delle navi che, avvertendo prossimo l’affondamento del bastimento, corrono di qua e di la’ senza pensare a nulla se non a cercare uno scampo impossibile.

    • La canaglia non ne può più del regime, in primis per l’invasione migratoria e in secundis per il quotidiano smantellamento del proprio benessere. Il primo elemento (autentica radice della vittoria referendaria) prevale sia per l’eclatante impennata a cui i media di regime non hanno fatto in tempo a preparare il gregge, sia perché la ggente, nel suo nulla concettuale ma nel suo intuito pratico, presentisce che l’alternativa allo smantellamento progressivo sarà uno smantellamento subitaneo e violento.

      Ciò che manca è un vero Capo, dotato di integrità e carisma, che sappia integrare questi due versanti in un’efficace sintesi propagandistica. Al momento non ne vedo. Società in piena decadenza come quelle demoplutocratiche hanno grandi diffficoltà ad esprimere istanze autenticamente aggregative.

      • Mah ! Mi ricordo di un capo dotato di carisma propagandistico -tra le altre diceva che la cinematografia è l’arma più potente- che si incaponì su quota novanta e quanto a corruzione pubblica, lasciava correre.
        Ho un piccolo dubbio. Non è che gli ultimi governi si sono mossi nelle strettoie di politiche altrove preparate, senza risolvere nessun problema strutturale?
        Altro dubbio. Quando l’Italia del dopoguerra ha raggiunto negli anni 70 e 80 del secolo scorso posizioni più che ragguardevoli avevamo capi dotati di carismi e integrità?
        Io lo avrei un capo dotato di carisma: Messi!

        • La repubblica ha seguito e segue la parabola del suo conquistatore. Quando si è un protettorato c’è poco bisogno di personalità integre o carismatiche. Queste servono a rompere il giocattolo arrugginito, restituendo al gregge la dignità del dolore e della disperazione.

          • Una rispettabile visione pessimista quasi alla Jacopo Ortis
            Val osservare che la situazione non è la stessa in tutte le provincie dell’impero.
            Delle ragioni, anche interne, vi saranno.

          • Lorenzo le ricordo che se l’Italia è stata “conquistata” è perchè ha perso una guerra, e chi l’ha portata in guerra è stato uno di quei Capi che lei tanto invoca.

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