Prime riflessioni sul voto alle regionali.

Dati ancora incompleti ma sufficienti per ragionarci su. Cominciamo dalle evidenze:
-la “spallata” non c’è stata, il governo resta in piedi e non si voterà in primavera per le politiche
-Salvini incassa la sua prima sconfitta elettorale dal 2018 e vede incrinata la sua ledership carismatica
-M5s e Forza Italia praticamente non esistono più
-Il blocco di centro destra esce sconfitto, ma non battuto definitivamente perché vince in Calabria e prende quasi il 45% dei voti nella regione roccaforte della sinistra, per cui è ancora un competitore temibile
-Le “sardine” sono state importanti, anche se probabilmente Bonaccini avrebbe vinto egualmente senza di loro, ma con uno scarto molto inferiore a questo 8%
-La sinistra radicale è ridotta al lumicino non solo perché le tre liste minori (Potere al Popolo, Pci di Rizzo ecc.) prendono risultati infinitesimali, ma anche perché la sinistra più istituzionale, che appoggiava Bonaccini con la sigla Emilia Romagna coraggiosa, non fa nemmeno il 4%.

E veniamo ai presumibili effetti sulle diverse forze politiche:

Movimento 5 stelle: è la fine che avevo previsto sin dall’autunno del 2018 e le dimissioni di Di Maio non solo non hanno spostato niente in positivo ma hanno aggiunto confusione al casino. Ora, per le prossime regionali (Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Campania, Puglia) la scelta è partecipare o meno? Se si presentano prendono una sfilza di risultati sotto il 5% ed anche il residuo elettorato inizia a pensare che non vale la pena di votarli neppure alle politiche, se non si presentano, comunque escono dal radar degli elettori e alle politiche prenderanno pochissimo. Di Maio tutti i danni che poteva fare li ha fatti ed ora non c’è salvezza.

Lega: ha ancora una solida base elettorale, ma la sconfitta avrà riflessi psicologici non irrilevanti, inoltre ha di fronte un turno di regionali non proprio agevole: ragionevolmente vincerà in Veneto e Liguria, ma perderà in Toscana ed ha buone probabilità di perdere in Campania se il Pd farà l’accordo con De Magistris ed in Puglia dove Emiliano parte avvantaggiato. Unica partita contendibile quella delle Marche. Se finisse 4 a due o anche tre pari ma con la Lega che vince in una sola delle grandi regioni (Veneto) mentre la sinistra vince in ben tre regioni maggiori (Campania, Toscana e Puglia) non sarebbe affatto un bilancio positivo. Ora è probabile che la Lega cercherà di cambiare strada, rinunciando a puntare sullo scenario nazionale, scegliendo candidati più consistenti dell’inesistente Borgonzoni e parlando di temi legati al territorio. Ma è più facile a dirsi che a farsi: in primo luogo perché devi trovare candidati ad hoc e non pare che la Lega ne abbia in Toscana e soprattutto Campania e Puglia. Poi devi avere alle spalle una storia di iniziative sul terreno locale che la Lega non ha, salvo che in Veneto (che infatti è la regione dove più sicuramente vincerà). Il rischio è quello di non guadagnare voti nell’elettorato più moderato ed attento alle questioni regionali e di perderne fra quelli che vogliono la Lega di lotta sul terreno nazionale.

Ma, soprattutto, la Lega deve attrezzarsi ad una traversata nel deserto di almeno un altro anno, sino alla primavera del 2021 se no di due, sino alla primavera 2022 ed i sondaggi fanno presto a squagliarsi.

Pd: è andato innegabilmente bene in Emilia e se l’è cavicchiata in Calabria, ma questo potrebbe indurlo facilmente in errore, sentendosi il perno del nuovo campo riformista, sottovalutando la possibilità che gli elettori abbiano dato quel voto come parcheggio momentaneo in attesa di meglio.

Zingaretti promette un partito completamente nuovo, staremo a vedere ma non ci sembra una cosa molto credibile. Di fatto in Emilia il Pd ha giocato la carta dell’usato sicuro, del buon governo locale ecc ma queste sono cose che servono poco in una competizione nazionale.

Sardine: Hanno avuto un buon successo anche se non strepitoso, si confermano sangue fresco per la sinistra, però ora devono dirci cosa vogliono fare da grandi. Sin qui ci hanno detto montalianamente “cosa non siamo, cosa non vogliano”. Molto bene, Montale ci è sempre piaciuto, ma adesso diteci qualcosa di più, esclusa (almeno per ora) la scelta di presentarsi direttamente alle elezioni, le scelte sono queste:
-restare movimento più o meno sommariamente organizzato con l’unica proiezione della mobilitazione di piazza
-diventare movimento organizzato e qualificato da una serie di battaglie tematiche con queste possibili sotto scelte: entrare nel Pd e diventarne la componente movimentista, restare fuori dal Pd ma fiancheggiarlo come le Trade Union con il Labour Party, restare fuori e dare genericamente appoggio a tutte le forze del centro sinistra o solo ad alcune di esse.

Di fatto la prima soluzione è quella più debole: antisalvinismo e piazza vanno pene per i due mesi di una campagna elettorale ,a, come insegnano le esperienze dei girotondi, della Pantera, dell’Onda ecc, non reggono oltre una manciata di settimane.

Per cui aspettiamo di vedere che decideranno di fare a Scampia. Degli altri parleremo in una prossima occasione.

Chiedo scusa per la lunga assenza dal blog, ma in altri tempi ero in grado di scrivere un libro e contemporaneamente scrivere il blog, ma adesso con i problemi di vista, faccio una cosa o l’altra, ma a breve tornerò.

Aldo Giannuli

m5s, regionali 2020, stefano bonaccini


Aldo Giannuli

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Comments (6)

  • Come presidenti di Regione è finita 1:1 ma tenendo conto del massiccio guadagno percentuale di consensi complessivamente hanno vinto Lega e Fratelli d’Italia.
    In Emilia-Romagna poi per la prima volta dopo decenni la regione è stata contendibile. Inoltre, se la regione E.R. avesse una legge elettorale fatta bene (quindi senza ‘voto disgiunto’ utile solo agli inciuci) lo scarto complessivo tra primo e secondo candidato sarebbe stato di soli 2-3 punti.
    E questo nella regione ‘fortino’ del PD con la Lega che ha presentato un candidato non dei migliori. Salvini è in forma e viene votato dai ceti produttivi, questa sono le cose più importanti.

  • Questo voto alle regionali emiliane presenta una divisione netta. Il PD non vince in modo uniforme nelle diverse province. A Piacenza, Parma e Ferrara prende solo tre comuni, anche se è vero che uno è il capoluogo parmense, poi Rimini rappresenta un’altra provincia che va anche se in modo meno netto al centrodestra.
    La vittoria è notevole solo nella zona in cui le cooperative rappresentano il perno del sistema economico con tutti gli interessi ad esse collegati, ma ormai sono molti anni che le province occidentali e tutte le zone appenniniche, comprese quelle delle province classiche del PD, scelgono in massa la Lega.
    Nonostante la vittoria, mi sembra che il territorio piddino si stia restringendo ad ogni elezione, anche se è vero che rimangono in sua mano le zone più popolose e soprattutto Bologna.

  • Bentornato. Aggiungerei solo un elemento: non votando entro l’anno indovinate chi deciderà il PdR?
    Dopodiché non è che il capitone sia sparito, sono d’accordo.

    • Limitandomi per ora alle regionali in Emilia-Romagna e al netto dei suoi giudizi un po’ esageratamente tranchant, provo a formulare alcune valutazioni che si possono dedurre dal voto emiliano nel modo seguente.
      Il primo dato clamoroso è stato la larga affluenza alle urne, quasi raddoppiata rispetto alle regionali del 2014 (dal 37,7% al 67,6). Assistendo al ritorno al voto di un così elevato numero (oltre un milione) di emiliano-romagnoli, in controtendenza rispetto al precedente massiccio astensionismo, in molti ce ne siamo vivamente rallegrati, ritenendolo in buona fede un’autentica e sana manifestazione di civile partecipazione politica e dunque di democrazia. In realtà, questa poderosa crescita del numero dei votanti è stata certamente segno di democrazia ma, a giudicare dalla sua causa, di una democrazia malata. Essa è stata infatti il prodotto malsano del clima politico avvelenato che per tutta la campagna elettorale ha aleggiato ben oltre i confini regionali dell’Emilia-Romagna facendo degenerare una semplice consultazione elettorale in un referendum ad personam, in questo caso, pro o contro Salvini.
      A imprimere al voto emiliano questo carattere plebiscitario sono stati, sia pure per finalità e motivazioni opposte, da una parte, il sensazionalismo sconcertante del capo della Lega, che si è attivato febbrilmente nel tentativo mal riuscito (non ha saputo prevedere infatti il peso che in termini elettoralistici avrebbe avuto in terra emiliano-romagnola l’effetto boomerang delle sue smargiassate!) di monopolizzare l’attenzione dell’elettorato con le sue cialtronesche iniziative propagandistiche, soppiantando di fatto la candidata ufficiale del proprio schieramento; dall’altra, la sorprendente esplosione del Movimento delle sardine i cui giovani leader, fin dall’apertura della campagna elettorale nel novembre 2019, hanno iniziato a promuovere centinaia di flash mob e mobilitazioni di piazza anti-salvini, ricevendo una straordinaria visibilità mediatica in compiacenti talk show televisivi.
      Vittima non del tutto innocente della radicalizzazione del confronto elettorale intorno alla figura di Salvini e della conseguente bipolarizzazione estrema del voto in favore dei due principali schieramenti è stato il Movimento Cinque Stelle, sceso in termini percentuali dal 13,26 al 4,75 e in termini assoluti di 56.851 voti, confluiti nella quasi totalità nella lista Bonaccini Presidente, che infatti ha ottenuto ben 124.591 voti proprio in virtù di questo considerevole apporto elettorale.
      Un secondo preoccupante dato del voto emiliano è che a trarre il vantaggio maggiore dalla straordinaria crescita del numero dei votanti è stata la coalizione di destra che, sebbene abbia perso la partita elettorale, è riuscita ad attrarre dalla sua parte ben 624 mila voti in più rispetto alle regionali del 2014. Eccezion fatta per Forza Italia, il partito di Berlusconi, che ha perso oltre 45 mila elettori, quasi dimezzando il precedente consenso elettorale, gli altri due alleati hanno fatto man bassa di consensi tra quel milione di ex astensionisti tornati al voto in questa nuova tornata elettorale. La Lega, in particolare, è cresciuta di ben 457.425 voti, balzando dal 19,42% delle precedenti elezioni al 31,95 mentre il partito della Meloni, Fratelli d’Italia, ha conquistato 162.744 elettori in più, spiccando un volo strepitoso dall’irrilevante percentuale dell’1,9 del 2014 a quasi il 9% e piazzandosi meravigliosamente al terzo posto.
      Questo passaggio di oltre 600.000 emiliano-romagnoli dall’astensionismo per sfiducia e protesta delle precedenti regionali al voto in favore della destra più becera e pericolosa dovrebbe suonare come un grave campanello d’allarme perché sta a testimoniare un ulteriore passo in avanti del processo degenerativo della democrazia nel nostro Paese proprio in una delle regioni italiane dalle più salde tradizioni civili e antifasciste.
      Un altro dato significativo, diretta conseguenza dei primi due, che dovrebbe indurre i dirigenti del PD a guardarsi bene dall’assumere toni trionfalistici per avere riportato 750.000 voti ed essersi riconfermati primo partito in Emilia Romagna, è il forte calo della percentuale di voti di questo partito. Il PD infatti, per il combinato disposto del poderoso allargamento del corpo elettorale e della crescita altrettanto vigorosa dei partiti avversari, pur avendo collezionato quasi 215 mila voti in più, è sceso dal 44,52 al 34,69, incalzato pericolosamente dalla Lega che ha sfiorato il 32%. Un risultato, a ben vedere, più tragico della batosta ricevuta alle regionali del 2014 nelle quali aveva riportato un consenso (535.109 voti) inferiore di ben oltre 300.000 rispetto alle precedenti del 2010, eppure sufficiente in quel contestuale corpo elettorale (appena il 37, 7% degli aventi diritto al voto) a distanziarsi marcatamente dai partiti avversari e a garantirsi il predominio incontrastato in seno al Consiglio regionale (29 consiglieri su un totale di 48).
      Un’ultima considerazione finale merita la composizione dei voti ottenuti dal candidato della coalizione vincente. Dall’analisi delle tipologie dei suoi consensi si deduce che la vittoria di Stefano Bonaccini non è attribuibile, come nelle regionali del 2014, ai soli voti determinanti del PD che non a caso si accaparrò allora la quasi totalità dei seggi spettanti alla coalizione vincente (29 su 31). Questa volta un peso decisivo hanno avuto gli oltre 290 mila voti riportati dalle altre liste della coalizione (Bonaccini Presidente, Emilia-Romagna Coraggiosa ecologica Progressista, Europa Verde, +Europa) e i 155.260 voti disgiunti, che nelle passate regionali erano di numero assai più limitato (18.553). Tra i numerosi elettori che hanno fatto ricorso a questa tipologia di voto, sedotti dall’invito a sostenere Bonaccini per non darla vinta a Salvini, spiccano, in particolare, i 21.772 elettori del Movimento 5 Stelle come facilmente si deduce dal fatto che il loro candidato, Simone Benini, ha riportato 80.823 voti a fronte dei 102.595 totalizzati dalla lista di riferimento.
      E dunque, come qualche giornalista di quelli bravi ha già affermato perspicacemente a urne ancora aperte, la vittoria in Emilia Romagna è, senza dubbio, in primis una vittoria di Bonaccini, un candidato assai credibile che ha saputo intercettare molti elettori esterni al perimetro non solo della sua coalizione (i 155.260 che hanno fatto ricorso al voto disgiunto) ma anche del suo partito (vedi, in particolare, i 124.591 che hanno votato la lista Bonaccini Presidente).

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