Le premesse dell’attuale crisi cinese.

Mi è ricapitato fra le mani un pezzo che scrissi a fine 2010 sulle nuvole che si addensavano sul cielo dell’economia cinese. Mi sembra utile riproporlo (non lo scrissi per il web) per capire le premesse dell’attuale crisi dell’economia cinese. Mi sembra che, a distanza di cinque anni, l’analisi esca confermata dai fatti (salvo gli inevitabili discostamenti), semmai si riveli meno drammatica degli attuali sviluppi. Affido al vostro giudizio il pezzo.

“Tutti i paesi che hanno affrontato in ritardo, rispetto ad altri, il passaggio alla modernità (Germania, Russia, Giappone) hanno dovuto farlo a ritmi sempre più veloci, per recuperare terreno, ma questo ha sempre significato una crescita con squilibri interni e non poche fragilità.

La Cina non sta sfuggendo a questa regola: il paese cresce (ormai è condannato a crescere) rapidissimamente, ma lasciandosi alle spalle zone di arretratezza, problemi irrisolti, debolezze crescenti.

Un primo segnale di affaticamento lo si coglie ora, con l’emergere di seri problemi economici, a cominciare dal debito pubblico. Il problema non riguarda tanto lo Stato (che ha una situazione debitoria invidiabile, pari solo al 17% del Pil), quanto le amministrazioni locali. Nel luglio  2011 Moody’s avvertì di un “buco contabile” di ulteriori 3.500  miliardi di yuan (375 miliardi di Euro) rispetto agli altrettanti già stimati. Alla verifica ordinata un mese dopo dalle autorità centrali, emerse una realtà ancora peggiore:  debiti per 10.700 miliardi di yuan, il triplo del previsto (pari al 27% del Pil cinese ed al  180% del patrimonio netto di tutte le istituzioni finanziarie del paese).

A preoccupare, al di là dello stock, è la rapidità con cui esso è cresciuto: dal 1997 al 2010, il debito delle amministrazioni locali si è moltiplicato per 36 volte in termini nominali e di 5 volte in relazione al Pil. Per legge, il governo cinese garantisce per il 90% i debiti degli enti locali, per cui il debito dello Stato sale dal 17% all’81% del Pil.

Roubini ritiene che il 30% delle amministrazioni locali sia a rischio default, per far fronte ai quali occorrerebbe un intervento di 700 miliardi di dollari da parte dello stato centrale. Certamente la Cina ha fortissimi crediti –soprattutto verso gli Usa- che potrebbe usare per far fronte alla situazione, ma se lo facesse provocherebbe un sisma valutario senza precedenti: quei crediti sono in larga parte inesigibili, pena il tracollo delle esportazioni.

D’altro canto, la Cina deve fare i conti con l’inflazione seguita all’emissione di 600 miliardi di dollari a tassi irrisori, nel dicembre 2008. In effetti questo contribuì a sostenere la domanda aggregata a livello mondiale. Dopo, tuttavia questa forte liquidità ha iniziato a produrre una vampata inflazionistica che, secondo i dati ufficiali, è salita al 6% nel 2011 (oltre il 10%  reale secondo stime indipendenti). L’inflazione ha colpito in particolare i due principali beni alimentar dei cinesi, il riso ed il maiale che ha registrato un rincaro, su base annua, del 39% nel 2011 provocando forti agitazioni sociali.

L’iniezione di aiuti statali all’economia, per le particolari regole  creditizie cinesi che le avvantaggiano rispetto alle imprese private,  si incanalò verso le imprese di stato (Soe: State Owened Enterprise) che impiegarono il denaro per investimenti infrastrutturali e per operazioni  finanziarie, prevalentemente nel settore immobiliare; quel che ha prodotto una bolla gli  immobili sono cresciuti di circa il 10% nel solo mese di aprile 2011 (distruggendo il sogno del ceto medio urbano di acquistare una casa).

Per fare fronte ad una crisi che rischiava di sfuggire di mano, la banca centrale cinese, nel 2011, ha ripetutamente alzato i tassi, operando una vistosa  stretta creditizia ottenendo qualche risultato in autunno: l’inflazione che a settembre era al 6,1% a novembre era  al 4,2%.

Ma questo ha rallentato la produzione industriale, favorendo processi di deindustrializzazione in parti del paese. Ad esempio il centro industriale di Wenzhou è diventato un’economia “fittizia” di speculazione: nel 2001 c’erano 4000 imprese da cui veniva l’80% della produzione mondiale di mattoni, dieci anni dopo ne sono restate solo 100. I capitali sono stati reinvestiti nella speculazione immobiliare. Inoltre, negli  ultimi due anni i pur limitati aumenti salariali (concessi dopo gli scioperi del 2010) hanno provocato la fuga di diverse aziende che hanno spostato la produzione verso Vietnam e India. La stretta creditizia ha avuto effetti inevitabili sul settore immobiliare dove la bolla è esplosa:  a settembre, fra le principali 70 città cinesi, in 17 si segnalavano cali dal 30% al 70% del prezzo degli immobili e cali meno forti si manifestavano in altre 23. Ad Hong Kong ci sono 250.000 case sfitte ed anche il “Quotidiano del popolo” parla di una “crisi dei subprime in stile cinese”.

Roubini prevede un crak cinese ma non prima del 2013-14, dopo il congresso del partito, ma altri, come Jim Chanos, fondatore dell’hedge fund Kynkos, ritengono che il crak sia già iniziato con la forte flessione immobiliare.

C’è stata, poi, un’altra conseguenza indesiderabile: la ripresa dell’endemico fenomeno della “finanza grigia” (usura)  favorito anche da pratiche malversatorie: in  Cina la corruzione è molto diffusa, tanto nelle struttura politiche quanto nelle banche ed assorbe circa il 25% del Pil. Le autorità monetarie di Pechino parlano di finanziamenti bancari per circa 350 miliardi di euro girati dai beneficiari a terzi, ma ovviamente ad interessi ben maggiori. Il fenomeno si è rapidamente esteso e già nell’autunno del 2011 ha dato risultati assai preoccupanti:

<< Un uomo d’affari del Fujian sparisce nel nulla lasciandosi alle spalle 300 milioni di yuan (35 milioni di euro) di debiti.  Un altro imprenditore del Jiangsu , dopo aver accumulato un passivo di  oltre 100 milioni di yuan , fa nottetempo le valige e scappa  in Indonesia. Hu Fulin, presidente di Zhejiang Center Group, dopo aver rastrellato due miliardi di  yuan di prestiti (230 milioni di Euro) molla tutto e se la svigna alla chetichella negli Stati Uniti… Molti iniziano seriamente a preoccuparsi  perchè la stangata e fuga sta diventando una pratica sempre più diffusa tra gli uomini d’affari strangolati dai debiti…. A lanciare l’allarme… è stato Liu Minkiang, il presidente della China Banking Regulatory Commission (l’organismo di vigilanza bancaria)… ha poi aggiunto un particolare inquietante: 64 aziende non operanti nel settore finanziario quotate in Borsa,  hanno nei loro bilanci 17 miliardi di yuan (2 miliardi di Euro)  di crediti privati erogati a terzi.>>

L’incremento delle esportazioni, che nell’ottobre 2010 era del 26,1% è sceso esattamente alla metà nell’ottobre 2011, una crescita pur sempre a due cifre, ma che resta al di sotto delle necessità. In Cina, ogni anno si riversano 15 milioni di contadini nelle città, per dar lavoro ai quali, occorre un incremento del Pil non inferiore all’8%  con una percentuale di reinvestimento della metà sul totale del Pil stesso. La modernizzazione accelerata impone ritmi che non possono essere rallentati senza rischiare un crollo generalizzato.

Tutto questo sta determinando una serie di effetti a catena.
Nel settembre 2011, per la prima volta in assoluto, si è registrato un deflusso di capitali dalla Cina verso l’estero. I segnali di pericolo di un crak cinese si sono moltiplicati: ad esempio l’aumento di valore assoluto dei Cds (Credit Default Swaps): per la Cina ora ammontano a 8, 3 miliardi di dollari, nella graduatoria mondiale il decimo  più elevato ( più del Portogallo e della Bank of America), ma, solo due anni fa il totale di Cds sulla Cina era solo di 1,6 miliardi di dollari e la Cina era al 227° posto nella graduatoria mondiale.  Ancora:  l’indice elaborato dalla Deutsche Bank riferito alle aziende internazionali molto esposte alla Cina, in un anno è sceso del 40% segnalando una fuga dal rischio cinese o “sindrome di Pechino”.La recessione nei paesi occidentali, già nell’autunno 2011, ha iniziato a propagare la sua onda verso i Bric, oltre che la Cina, anche India e Brasile hanno iniziato ad accusare il colpo.

Secondo l’Ocse, il Pil cinese nel 2012 crescerà meno del 9%, la percentuale più bassa da dieci anni in qua. Tutto questo accade mentre si estende la protesta sociale: la stima degli  scontri fra polizia e manifestanti è passata da 100.000 del 2010 a 150.000 nel 2011; nelle città del sud della costa si è verificata una nuova ondata di scioperi in estate e nel Tibet si è riacceso il movimento indipendentista.”

Aldo Giannuli

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Comments (3)

  • Non sono un esperto di macroeconomia né tantomeno di Cina, ma ho la sensazione che se i dirigenti cinesi, invece di imitare il “capitalismo reale”, avessero dato un’occhiata agli indicatori del benessere reale (che sono cosa ben diversa dal PIL), forse il risveglio non sarebbe così brusco. Per esempio, dovrebbero misurare quanto costa l’enorme aumento della polvere del loess (generata dalla fuga dalle campagne e dall’abbandono dei campi). Fra malattie e macchinari che si guastano, la bolletta potrebbe essere molto salata.

  • Mi ritrovo nella sua spiegazione e quanto sta avvenendo in Cina risponde a una domanda che mi facevo dall’inizio della crisi. Vale a dire: se Usa prima, e Ue a seguire, diminuivano i loro acquisti dalla “fabbrica del mondo”, possibile che l’economia cinese non ne subisse contraccolpi?

    Avevo letto alcuni articoli in merito e la risposta che andava per la maggiore era che i cinesi stavano sostituendo l’export con i consumi interni. La risposta quindi era corretta, ma solo a metà come si è visto.

    Domanda: dobbiamo quindi rispolverare il (ottocentesco ma anche novecentesco) problema della sovrapproduzione anche pernquesto disgraziato secolo?

    Mein Gott, se così fosse avrebbe ragione quel giudeo di Treviri…

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