Podemos: fenomeno internazionale?

Martedì 8 dicembre all’Universidade Nova de Lisboa si è tenuto un seminario sul linguaggio politico di Pablo Iglesias. Lo stesso giorno è uscito in Italia “Podemos, la sinistra spagnola oltre la sinistra”, un libro dei giornalisti Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena. Semplice casualità? Certo. Ma questi due fatti dimostrano una cosa: Podemos non è solo un fenomeno spagnolo, ma sta diventando un fenomeno di interesse internazionale.

Portogallo, Grecia e America Latina

In Portogallo lo si era capito già da qualche tempo. A fine giugno era stata a Lisbona per un meeting Teresa Rodríguez, eurodeputata di Podemos in quota Izquierda Anticapitalista (IA), mentre a fine novembre è stato proprio Pablo Iglesias a partecipare alla convention del Bloco de Esquerda (BE), partito che riunisce vari settori della sinistra portoghese fuori dal Partito Socialista (PS) e dal Partito Comunista (PCP). Un BE in crisi, detto en passant, che ha vissuto varie scissioni e che si muove tra il 3 e il 4%, dopo che nel 2009 aveva ottenuto oltre il 10%, superando il PCP.

Non è certo un caso che Podemos abbia dimostrato interesse per i cugini portoghesi, sia per la vicinanza geografica e la simile situazione economica che stanno vivendo i due paesi iberici, sia per gli storici legami tra IA e alcuni dei gruppi confluiti nel BE, sia, ancora, per la presenza dell’unica eurodeputata del BE, Marisa Matias, nel Gruppo della Sinistra Europea (GUE), di cui fanno parte anche i cinque eurodeputati di Podemos. Per di più, proprio questo fine settimana si è tenuta a Lisbona la Assembleia Cidadã do Junto Podemos, che potrebbe significare la nascita di un Podemos portoghese. Tra i convocanti Joana Amaral Dias, ex deputata del BE, che ha preso però le distanze tanto dal BE quanto dall’idea che questo nuovo soggetto politico sia un franchising del partito di Iglesias. In ogni caso, all’incontro ha partecipato Carolina Bescansa, fondatrice di Podemos in Spagna e attualmente segretaria di analisi politica e sociale del partito spagnolo. Uno dei pesi massimi di Podemos, per dirla in qualche modo.

Ma non è solamente il Portogallo. I contatti con Syriza sono stretti e frequenti. E non solo a Bruxelles. Tsipras ha partecipato alla chiusura dell’Asamblea Ciudadana di Podemos tenutasi a Madrid a metà novembre [vedasi il precedente articolo su Podemos in questo sito], mentre Iglesias è stato invitato ad Atene in un incontro organizzato da Syriza a inizio del mese di ottobre. Un incontro in cui Tsipras ha dichiarato che “Podemos può convertirsi nella Syriza spagnola”. Messaggio ai naviganti di Izquierda Unida (IU), che fino all’anno scorso erano il referente di Syriza in Spagna? Anche. Su questo torneremo tra poco. Ma non è tutto: Syriza e Podemos hanno recentemente deciso di organizzare una serie di iniziative tra cui una grande conferenza internazionale sul problema del debito e della sua ristrutturazione.

Syriza è interessanta a Podemos solo per la sintonia ideologica e per i buoni risultati che sta ottenendo il partito di Iglesias o anche per altro? C’è chi dice, sottovoce, ma nemmeno troppo, che Podemos sta diventando per molti in Europa il trait d’union con i governi progressisti dell’America Latina, grazie agli stretti contatti che la cupola di Podemos (Juan Carlos Monedero, Iñigo Errejón e lo stesso Iglesias) ha con i governi di Venezuela, Ecuador e Bolivia. Semplice interesse per delle esperienze politicamente vincenti per chi in Europa vuole riportare la sinistra al governo? O anche interesse per stabilire dei canali di finanziamento e di appoggio in vista di possibili politiche di ristrutturazione del debito – nel caso di un futuro governo Syriza in Grecia –, che porterebbero quasi sicuramente a un attacco dei mercati contro il paese ellenico?

Una prova la si è avuta lo scorso 29 e 30 settembre, quando si è tenuto a Quito l’Encuentro Latinoamericano Progresista (ELAP 2014), al quale hanno partecipato 35 organizzazioni politiche di 20 paesi diversi. Gli unici invitati europei erano spagnoli (Pablo Iglesias per Podemos e Cayo Lara e Maite Mola per IU) e greci (Yannis Dragasakis, membro del comitato centrale di Syriza). Ma non è solo Syriza che potrebbe interessarsi a Podemos. È sintomatico che si sia parlato nelle settimane scorse di un tentativo di “aggancio” tra i Cinque Stelle e Podemos affidato dai pentastellati al deputato Alessandro Di Battista, che ha alle spalle esperienze di studio in America Latina. Un tentativo che è quasi sicuramente destinato a fallire per le evidenti differenze ideologiche e politiche tra i due movimenti, a partire dalla diversa collocazione nel Parlamento Europeo (Podemos con Tsipras e il M5S con Farage). E anche perché in Italia, comunque, il referente di Podemos è L’Altra Europa per Tsipras [su questo vedasi un mio articolo precedente].

I timori delle élites spagnole

Ma se Podemos suscita interesse nella sinistra europea, nelle élite spagnole suscita timore. E molto. Il ché, come direbbe un mio buon amico toscano, è buon segno, perché significa che “fanno sul serio”. O come ha dichiarato Pablo Iglesias nel suo discorso a Lisbona: “Ci mettono dei detective alle costole, ci sono giornalisti che indagano su di noi […]. Lo sappiamo perché sono loro stessi a dircelo […]. A tutti loro dico grazie perché dimostrano la paura che hanno di noi: grazie. Questo significa che siamo sulla buona strada”.

La campagna di stampa de “El País” ha raggiunto in alcuni casi il surrealismo con supposti scoop e “scandali” (sui finanziamenti a Iglesias e compagnia da parte dei governi latinoamericani – finanziamenti che non sono mai esistiti –; su una borsa di studio vinta presso l’Università di Malaga da Iñigo Errejón, segretario politico di Podemos e giovane ricercatore in scienze politiche; sul fatto che nella dichiarazione dei redditi di Iglesias nel 2014 siano stati dichiarati 5 mila euro per la conduzione di un programma televisivo – Fort Apache su HispanTV, che effettivamente Iglesias conduce ogni settimana – e per la partecipazione ad altri programmi di radio e tv; ecc.) o con articoli di opinione dove si paventa che una vittoria di Podemos porterebbe la Spagna verso una “distopia militarizzata” chavista o la trasformerebbe in un regime ispirato da Robespierre e Pol Pot. Opinioni che si commentano da sole e che dimostrano il timore che una proposta come quella di Podemos sta suscitando in un paese che non è mai uscito dalla profonda crisi iniziata nel 2008, checché il governo di Rajoy sventoli supposte crescite del PIL per il biennio 2014-2015. Insomma, per dirla volgarmente, ci si appiglia a tutto pur di screditare Podemos.

Il caso della borsa di studio di Errejón è paradigmatico: può essere notizia sulle prime pagine di quasi tutti i giornali per vari giorni il caso di una borsa di studio di 1.800 euro – vinta, in un concorso pubblico, a marzo del 2014 da un ricercatore universitario in possesso di tutti i requisiti – quando nell’ultimo mese e mezzo sono stati incarcerati o inquisiti oltre cento importanti dirigenti politici e sindacali a livello nazionale e locale per casi di corruzione, tangenti e finanziamento illecito di milioni e milioni di euro?

Ma “El País” non è indubbiamente l’unico: non manca quasi nessuno all’appello sia tra i mezzi di informazione sia tra i partiti. Il PP, il governo di Rajoy e i media affini (“ABC”, “El Mundo”) e lo stesso centro-sinistra del PSOE tacciano Podemos di populista e di chavista e i suoi dirigenti di essere “amici di ETA” – un’accusa che in Spagna va bene per tutte le stagioni –; da sinistra invece li si accusa di essere socialdemocratici, moderati e una specie di PSOE di González ai tempi della transizione. Anche TVE, la televisione pubblica, ha dimostrato la sua parzialità: l’accusa di “pro-etarra” è stata rivolta senza tanti giri di parole da Sergio Martín, conduttore del programma “La Noche en 24 Horas” e direttore del canale “24 Horas” di TVE, in un’intervista a Pablo Iglesias dello scorso 5 dicembre. Alle critiche degli stessi lavoratori di TVE – che già avevano protestato nelle settimane precedenti per l’assenza di Iglesias dai programmi della tv pubblica –, dei sindacati e del Consejo de Informativos della stessa TVE che ha chiesto la “dimissione o rimozione immediata” di Martín, la risposta del direttore dei telegiornali di TVE, José Antonio Gundín, in quota PP, è stato l’appoggio incondizionale a Martín.

Sondaggi e prossime elezioni

Il PP e il PSOE, in forte calo, sanno che stanno perdendo molti voti e che potrebbero essere sorpassati da Podemos, IU sa che ha un concorrente diretto nel suo spazio politico, i partiti indipendentisti in Catalogna temono l’irruzione di Podemos nello scacchiere catalano [di questo ne riparleremo]. Questa è brevemente la situazione da un punto di vista elettorale. E i partiti, chi più chi meno, stanno cerando di prendere le contromisure.

Dopo il PSOE, che ha sostituito in estate Pérez Rubalcaba con il giovane e telegenico Pedro Sánchez, anche IU ha deciso di rinnovare la propria immagine e, pare, anche il proprio messaggio. A fine novembre Cayo Lara, 62 anni, coordinatore della federazione dal dicembre del 2008, ha annunciato di non presentarsi alle primarie che si terranno a febbraio. Il candidato “forte” è Alberto Garzón, giovane economista, appena 29 anni, e deputato nel Parlamento spagnolo dal 2011. IU deve cambiare faccia e discorso, se non vuole essere triturata da Podemos alle prossime comunali e regionali di maggio e alle politiche generale di novembre 2015.

Garzón ha le possibilità e, molto probabilmente, la volontà di “rivoluzionare” IU: è il capofila di chi è a favore di una confluenza o di una serie di accordi stabili con Podemos e con altre forze della sinistra. Nella stessa logica è probabilmente da leggersi anche la vittoria di Tania Sánchez nelle primarie di inizio dicembre per scegliere il candidato di IU alle regionali della Comunidad de Madrid: Sánchez, attuale deputata nel parlamento regionale madrileno e favorevole all’alleanza con altri partiti, è stata duramente attaccata dalla stampa nelle ultime settimane per un supposto scandalo relativo al periodo in cui è stata assessore nel comune di Rivas Vaciamadrid (2007-2011). Che Sánchez sia stata il bersaglio di questo scandalo inesistente e costruito ad arte non è da leggersi tanto per le lotte interne a IU nella capitale spagnola e forse solo fino a un certo punto è da imputarsi alla volontà di screditare un’amministrazione comunale che è in mano a IU dal 1991, come quella di Rivas Vaciamadrid appunto; la ragione principale è molto probabilmente il fatto che Tania Sánchez è la compagna di Pablo Iglesias e screditando Sánchez si è voluto colpire il segretario generale di Podemos.

I recenti sondaggi di inizio dicembre confermano infatti che Podemos si gioca la vittoria alle prossime elezioni, anche se pare aver perso qualcosa rispetto a novembre (dal 27,7 al 25%), situandosi come seconda forza, ma risultando ancora il primo partito in intenzione diretta di voto (con il 18,1%). Il leggero calo di Podemos ha favorito la lieve risalita del PSOE (dal 26,2 al 27,7%), comunque al di sotto del risultato ottenuto alle politiche del 2011, il peggior risultato dei socialisti in democrazia, e di IU (dal 3,8% al 5,6%). Anche in Catalogna Podemos ottiene dei buoni risultati nei diversi sondaggi di opinione realizzati: nelle elezioni regionali, la cui anticipazione pare probabile al mese di marzo, si situerebbe in quarta posizione, superando PSOE e PP. Ed è da tenere conto che Podemos in Catalogna è ancora in fase di formazione – è cominciata in questi giorni la campagna elettorale per le elezioni del gruppo dirigente regionale del partito, che verrà scelto entro la fine dell’anno –, il che rende questo risultato ancora più sorprendente, se si pensa che il dibattito politico catalano ruota da oltre due anni e mezzo solo e unicamente attorno alla questione dell’indipendenza della Catalogna e Podemos, con poche dichiarazioni, ha messo in luce come sia possibile rompere questo stallo, riportando in primo piano le questioni sociali su quelle nazionali.

Due questioni ancora aperte

Le questioni da risolvere sono però ancora molte. Due su tutte. La prima è il programma: Podemos lo sta elaborando in questi mesi. A fine novembre è stato reso pubblico il documento “Un proyecto económico para la gente”, preparato dagli economisti Vicenç Navarro e Juan Torres López, autori nel 2011, proprio insieme ad Alberto Garzón, di “Hay alternativas”, un libro che mostrava le alternative possibili all’austerità per portare la Spagna fuori dalla Grande Crisi. Si tratta di un passo indietro da parte di Podemos riguardo ad alcune proposte di rottura, come annunciato nella campagna elettorale delle europee di maggio? In un certo senso sì, ma solo limitatamente, come ha spiegato anche il professor Navarro, che alle spalle ha numerose esperienze di consulenza economica sia per i governi latinoamericani (Cuba e Cile nei primi anni Settanta) sia per le socialdemocrazie del Nord Europa (negli anni Ottanta e Novanta) [leggi qui]. Come dichiarato in più occasioni anche dallo stesso Iglesias nelle ultime settimane, l’obiettivo di Podemos è di “conquistare il centro” con un programma che si vuole socialdemocratico, ma rivalutando il significato originario del termine socialdemocrazia. In ogni caso il documento economico di Podemos – che non è ancora il programma vero e proprio – preoccupa non poco le alte sfere spagnole e europee: un ulteriore prova sono le dichiarazioni di venerdì scorso di Jens Weidmann, presidente del Bundesbank, che ha affermato che le proposte di Podemos sono una minaccia per l’economia. Come direbbe ancora il mio amico toscano, siamo sulla buona strada, allora.

La seconda questione riguarda le prossime elezioni municipali e regionali di maggio 2015. Podemos ha scelto di non presentarsi con il proprio simbolo alle municipali, ma solo alle regionali, per il timore di non poter controllare la formazione delle liste. Alle municipali il partito sta valutando quali liste civiche appoggiare (come nel caso di Guanyem Barcelona o Ganemos Madrid, di cui parleremo in un prossimo articolo) e se favorire la formazione di “candidaturas de unidad popular” (liste di unità popolare) in altri comuni, evitando però alleanze con altri partiti a livello nazionale e rifiutando in partenza le cosiddette biciclette o alleanze elettorali tra partiti già esistenti.

Questioni, appunto, che sono ancora aperte e con cui si aprirà un 2015 che potrebbe cambiare da cima a fondo gli equilibri politici spagnoli nati con la transizione alla democrazia tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta.

da Barcellona, Steven Forti

(ricercatore presso l’Instituto de Historia Contemporanea dell’Universidade Nova de Lisboa e presso il CEFID dell’Universitat Autònoma de Barcelona)

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Aldo Giannuli

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