Peppino De Lutiis.

Peppino De Lutiis non era nato storico e, tanto meno, storico dei servizi segreti; all’inizio era un maestro elementare “comandato” all’università (all’epoca esistevano i “comandi” che erano sorta di distacchi) dove si occupava di antropologia, per la precisione di culti religiosi popolari su cui pubblicò anche un libro. A spingerlo verso lo studio dei servizi segreti fu il caso Sifar-De Lorenzo, come mi disse, quando lo incontrai in Commissione Stragi.

E’ da quel momento che un po’ tutta la sinistra “scopre” i servizi segreti del cui ruolo aveva avuto, sin lì, una idea molto riduttiva. Fra i pochi che, al contrario, si erano accorti di che piaga fossero per la nostra democrazia, fu Ferruccio Parri, uno dei massimi dirigenti della Resistenza italiana e fondatore del gruppo parlamentare della Sinistra Indipendente che dirigeva un suo settimanale, l’Astrolabio. E proprio con l’Astrolabio iniziò l’avventura giornalistica di Peppino De Lutiis che, negli anni sessanta e settanta, non era comunista, come molti suppongono, ma socialista (non ricordo bene se lombardiano o demartiniano). Al Pci si avvicinerà più tardi, quando il Psi divenne craxiano ma credo senza prenderne la tessera.

Sul settimanale di Parri iniziò a scrivere i suoi pezzi sulle deviazioni dei servizi, ma il suo decollo avverrà poco più tardi, nei primissimi anni settanta, con un altro settimanale “Aut” che sopravvisse dal 1972 al 1974 e su la cosa più importante della controinformazione socialista, anche se oggi nessuno lo ricorda. Ne possiedo una collezione quasi completa e rilegata che di tanto in tanto riprendo in mano. Infatti ne ero lettore accanito e proprio dei pezzi di Peppino De Lutiis e di Peppino Loteta. Credo che fra le sue fonti vi fossero parlamentari socialisti qualcuno dei quali era stato o era ancora sottosegretario alla Difesa (lui una volta mi fece cenno a Renato Ballardini), sindacalisti e qualche contatto negli ambienti militari fornitogli da Parri che, ancora, aveva suoi amici in quel mondo.

E le inchieste divennero più frequenti e puntuali quando si trasferì da Pescara (città in cui era nato) a Roma. Forse a causa delle fonti che aveva, quasi tutte orbitanti intorno all’esercito, privilegiò sempre il servizio segreto militare rispetto all’Ufficio Affari riservati del Viminale. Già sul finire degli anni settanta, aveva accumulato un considerevole numero di articoli mentre continuava a seguire con attenzione i numerosi processi su vicende di eversione che andavano celebrandosi. A Roma aveva uno studio (distinto dall’abitazione) interamente coperto di scaffali strabordanti di fascicoli processuali e ritagli stampa. Una coincidenza contribuì alla sua definitiva consacrazione quale massimo esperto della materia: da anni stava lavorando ad una storia dei servizi segreti italiani (e fu la prima opera del genere in Italia) che era in programmazione per i primi mesi del 1985, quando, a Natale del 1984 ci fu la strage del treno 904.

Dopo anni di torpore sul tema causato dall’irrompere delle Brigate Rosse, all’improvviso si ridestava l’interesse per l’eversione di destra e per le deviazioni dei servizi segreti. In rapida successione vennero le nuove inchieste per piazza Fontana, Brescia, Bologna, l’Italicus, mentre la Commissione P2 svelava sempre nuovi arcani di quella stagione… Ed il libro di De Lutiis, uscito in un momento quanto mai opportuno, fornì alla stampa ed al pubblico un’opera di sintesi indispensabile per orientarsi.

Peppino divenne consulente giudiziario per le procure di Roma, Napoli, Bologna. Poi venne la sua collaborazione con la Commissione Stragi, dove lo conobbi nel 1994. Tuttavia, non fu tanto il suo primo Presidente Libero Gualtieri a valorizzarne adeguatamente il suo contributo, quanto il successore, Giovanni Pellegrino, che lo nominò coordinatore dei consulenti, ruolo che egli esercitò con la discrezione e la cortesia che tutti gli riconoscevano.

Dopo la scioglimento della Commissione Stragi, De Lutiis si dedicò soprattutto al caso Moro su cui scrisse la sua ultima opera di rilievo “Il golpe di via Fani”. Successivamente il suo lavoro rallentò molto, soprattutto per il sopraggiungere di seri disturbi alla vista. Ma restò sempre studioso molto ascoltato.

La notizia della sua morte mi colpisce anche per l’età non avanzata (aveva 77 anni): perdiamo un giornalista di grande valore, un militante della sinistra di grande coerenza.

Ciao Peppino.

Aldo Giannuli


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Comments (2)

  • Qualcosa non torna e non tornava allo stesso Parri.
    Il Viminale era sede ricoperta, eppure Parri si era “accorto di quale piaga fossero i servizietti per la nostra democrazia” , ovvero che non ne aveva il controllo.
    Visto come cadde ilsuo goveno non ci sono molte lternative

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