Il nuovo disordine mondiale.

La crisi non è solo finanziaria e coinvolge anche aspetti politici, sociali e militari in un gioco di rimandi continuo. Dunque, la sua soluzione non può prescindere dall’esame anche degli aspetti non strettamente finanziari, per capire cosa stiamo rischiando.

La globalizzazione, in atto da un trentennio, associa strettamente gli sviluppi tecnologici ai progetti politici di un nuovo ordine mondiale. Tutto ciò è caratterizzato da una straordinaria velocità che modifica lo sviluppo delle dinamiche sociali, politiche, economiche, producendo interdipendenze molto più complesse del passato, al punto che c’è chi si spinge a parlare di “ipercomplessità”.

La globalizzazione è stata proposta come l’estensione a tutto il Mondo della modernizzazione. Una benefico tsunami che aumenta la ricchezza, produce convergenza economica, elimina l’arretratezza, spazza via dittature e diffonde democrazia e benessere.

Il mondo occidentale ha costruito la sua identità recente intorno alla categoria di “modernizzazione” ed ha giustificato la sua proiezione espansionista con il compito di espandere la civiltà moderna in tutto il mondo.

Questa stessa radice troviamo nel “progetto globalizzazione”, naturale sviluppo della modernizzazione, discorso esplicitato in particolare da Francis Fukuyama, la cui opera è il manifesto ideologico di quel progetto. Per Fukuyama, il modello sociale occidentale era il punto di arrivo non migliorabile cui la storia tende. Ne deriva, quindi, una visione del resto del mondo come “Occidente imperfetto” in via di rapida assimilazione al suo modello.

Se quello di Fukuyama era il manifesto ideologico, Samuel Huntington ha scritto il manifesto politico di quel progetto. Con maggiore realismo, egli sostiene che modernizzazione non significa occidentalizzazione e che gli equilibri di potenza stanno mutando. Pertanto, sta emergendo un ordine mondiale fondato sul concetto di civiltà e la pretesa occidentale di rappresentare valori universali è destinata a scontrarsi con l’Islam e la Cina. La sopravvivenza dell’egemonia occidentale dipende dalla capacità degli occidentali di accettare la propria civiltà come qualcosa di peculiare ma non universale e di unirsi per rinnovarla e proteggerla dalle sfide degli altri. Dove Fukuyama sognava un mondo uniformato in un’unica grande democrazia liberal-capitalistica, Huntington pensa ad un Mondo ancora diviso in modelli culturali diversi ed antagonistici, ma sotto la salda direzione imperiale americana.

C’è un terzo manifesto, di natura economica, che riassume il progetto della globalizzazione:  il cosiddetto Washington consensus. L’espressione, formulata nel 1989 da John Williamson, definisce 10 direttive di politica economica destinate ai paesi in stato di crisi, e che costituiscono un pacchetto di riforme “standard” indicate  dal Fmi e dalla Banca Mondiale (entrambi hanno sede a Washington): politica fiscale finalizzata al pareggio di bilancio, riaggiustamento della spesa pubblica, riforma del sistema tributario, adozione di tassi di interesse reali (cioè al netto dell’inflazione) positivi, tassi di cambio della moneta locale determinati dal mercato, liberalizzazione del commercio e delle importazioni, liberalizzazione degli investimenti esteri, privatizzazione delle aziende statali,
deregulation e tutela del diritto di proprietà privata.

Questa piattaforma neoliberista venne poi in gran parte assorbita dagli accordi di Marrakech (1994) che dettero vita all’organizzazione mondiale per il commercio (Wto).

La globalizzazione economica prometteva il riequilibrio delle disuguaglianze mondiali ed, attraverso questa dinamica convergente, lo sviluppo economico avrebbe assicurato l’espansione della democrazia e l’abbattimento dei regimi autocratici. Naturalmente, tutto questo avrebbe comportato un “urto” culturale, ma lo shock da globalizzazione sarebbe stato ampiamente compensato dai vantaggi.

In parte le promesse della globalizzazione si sono avverate: Cina ed India, ad esempio, da economie rurali ed arretrate sono diventate potenze emergenti a forte vocazione manifatturiera. Ma le cose stanno andando in modo molto diverso da quello previsto e lo skock da globalizzazione si sta rivelando molto più duro e contraddittorio. Se è vero che si sono prodotte delle convergenze, è altrettanto vero che si sono prodotte nuove asimmetrie, se è vero che i flussi finanziari, migrativi, culturali, commerciali attraversano in continuazione le frontiere in un Mondo sempre più integrato, è anche vero che si sono prodotte nuove linee di faglia più profonde del passato.

Inoltre, la globalizzazione non ha affatto prodotto la “fine della povertà”. Emblematico, in questo senso, il caso indiano, dove l’enorme crescita economica convive con le sacche di estrema miseria di sempre. Il capitalismo post coloniale non produce alcuna convergenza sociale fra i diversi paesi perchè, più che mai, è “capitale senza nazione”: estrae da ogni parte plusvalore che accumula  in quell’ U-topos che è “Riccolandia”.

Soprattutto, contrariamente alle aspettative, la globalizzazione neo liberista non ha prodotto quel “nuovo ordine mondiale” cui aspirava; semmai siamo di fronte ad un “nuovo disordine mondiale”.

Il mondo è più integrato dal punto di vista economico e delle comunicazioni, ma lo è di meno dal punto di vista politico. Le culture tradizionali, che si era pensato destinate a scomparire presto, hanno resistito (Huntington aveva visto più lontano di Fukuyama) e, pur subendo l’urto della penetrazione culturale dell’Occidente, hanno prodotto sintesi impreviste.

Uno dei bersagli del progetto neo liberista è stato l’ordinamento westfalico basato sulla sovranità degli stati nazione: il governo del Mondo sarebbe spettato ad una fitta rete di organismi sovranazionali (dall’Onu al Wto, dal Fmi alla Bm ed alla serie di intese continentali come la Ue, il Nafta, il Mercosur ecc.), dunque, lo stato nazionale aveva sempre meno ragion d’essere. La ritirata  dello Stato dall’economia era la sanzione di questa detronizzazione. Parve che lo Stato nazionale sarebbe stato ridotto ai minimi termini per sottrazione di poteri sia verso l’alto che verso il basso e ci fu chi vide il suo completo annullamento in un nuovo “Impero”, non identificabile con nessuno degli Stati nazione esistenti.

In realtà, il deperimento della sovranità nazionale non era affatto omogeneo ed universale, perchè aveva una sua rilevantissima eccezione negli Usa, monopolisti della forza a livello internazionale. Almeno sulla carta, nemmeno una alleanza di tutti gli altri stati del Mondo avrebbe avuto possibilità di vittoria contro gli Usa.  Diversamente da quello che teorizzavano Negri ed Hardt, gli Usa non erano subordinati ad alcuna altra istituzione: erano superiorem non recognoscens e, pertanto, pienamente sovrani. Anzi, unico vero sovrano nel nuovo ordine imperiale.

Ma nel giro di una quindicina di anni le cose sono rapidamente mutate: le sostanziali sconfitte in Iraq e Afghanistan hanno dimostrato le  fragilità di un esercito che, imbattibile in campo aperto, è inadeguato in uno scontro asimmetrico; nello stesso tempo, la crisi ha obbligato prima a contenere e dopo a ridurre la spesa militare americana, mentre cresce quella asiatica (soprattutto di Cina, India, Giappone, Viet Nam, Corea ecc.). Nello stesso tempo, il deperimento degli stati nazionali non è affatto proceduto omogeneamente in tutto il mondo ed, anzi, in paesi come la Cina, la Russia, l’India, il Brasile, l’Indonesia, il Sud Africa si è registrato un rafforzamento dei rispettivi stati. E tutto questo sta aprendo un dibattito molto fitto: se Prem Shankar Jha ritiene che gli Stati nazione stiano effettivamente deperendo, ma solo per esse sostituiti  dal “caos prossimo venturo”, Robert Cooper distingue fra paesi premoderni (al limite della disintegrazione, come la Somalia), paesi moderni (i paesi emergenti che perseguono i propri interessi nazionali attraverso lo strumento statuale) e paesi  “post moderni” (Ue e Giappone che rinunciano a parti della sovranità statale per adeguarsi alle dinamiche della globalizzazione neo liberista), con gli Usa in posizione critica fra la seconda e la terza opzione.

Soprattutto, la grande sorpresa è stato il protagonismo economico degli stati emergenti. India, Cina e paesi arabi hanno costituito fondi sovrani assai cospicui per centinaia di miliardi di dollari, inoltre fra le dieci maggiori compagnie mondiali per ricavi, quattro sono controllate dal relativo Stato: tre  cinesi (Sinopec Group, China National Petroleum Corporation, State Grid) ed una giapponese (Japan Post Holding). In Brasile le società controllate dallo Stato sono il 38%, in Russia il 62% in Cina addirittura l’80%, e “The Economist” (da cui traiamo questi dati) è giunto a chiedersi se il modello emergente non sia un nuovo “capitalismo di Stato”. Lasciamo impregiudicata la questione se quella di capitalismo di stato sia la definizione migliore o se dovremmo parlare di “neopatrimonialismo” o cercare altre definizioni più aderenti alla tradizione cinese, quel che rileva è che sta emergendo un ordine economico opposto di quello voluto da Whashington Consensus.

Aldo Giannuli

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Comments (9)

  • La globalizzazione ha portato ad un enorme trasferimento di ricchezza dalla base al vertice della piramide sociale, come dimostrano i dati statistici.
    In questo articolo sono sintetizzati i risultati del rapporto Oxfam sulle diseguaglianze:

    http://finanzaemercati.org/2015/01/19/la-meta-della-ricchezza-mondiale-nelle-tasche-dell1-della-popolazione/

    Diciamo che la globalizzazione ha significato soprattutto deregolamentazione, assenza di controlli, supremazia di chi per ragioni economiche si trovava in una situazione di vantaggio e ha potuto approfittare meglio degli altri delle situazioni favoravoli create dalla liberalizzazione dei mercati e dei capitali e dalle privatizzazioni.
    Un grande aiuto a questa minoranza di privilegiati è venuto dal controllo dei media che ha permesso loro di presentare come inevitabili e necessarie riforme liberticide e economicamente dannose per il resto della popolazione.
    I politici e i sindacati si sono dimostrati facili da controllare e, grazie a loro, gli Stati sono finiti in una situazione di debito perenne, costretti a tassare e smantellare il settore pubblico per pagare gli interessi.
    La globalizzazione ha creato un mondo di strozzinaggio legalizzato, dominato da pochi centri finanziari, e ormai accettato come normale dalla maggior parte della popolazione.
    Che dire; i cravattari, come dicono a Roma, hanno fatto le cose per bene, non hanno tralasciato nessun particolare, hanno sfruttato ogni possibilità, hanno realizzato il loro piccolo paradiso sulla Terra.

  • Chissà poi da dove nasce questa idea che gli Usa sarebbero imbattibili in campo aperto. Sono stati sostanzialmente battuti in Corea in uno scontro tradizionale tra eserciti, sebbene quello cino coreano fosse enormemente inferiore per mezzi, sono stati battuti nell’ultima fase del Vietnam quando scese in campo apertamente l’esercito di Hanoi e lo scontro si fece semi asimmetrico, persino quando sono essi a usare la guerra asimmetrica rischiano di perdere come è accaduto in Siria. In realtà gli Usa sono assai più vulnerabili di quanto non si pensi o non si induca a pensare, il che vuol dire che ogni guerra contro una entità decisa e bene armata si risolverebbe in un conflitto nucleare.

  • Bel pezzo, prof. .
    Si riallaccia agli ultimi articoli sul sindacato, sulla chiesa e sul nipote del Kaiser.
    Gli apparati statuali più recenti o senza autocoscienza sono più facili da liquefare.
    I predatori degli enti sperduti sono tali, perché per lungo tempo i controlli esterni sono stati blandi. In alcuni stati tra le funzioni della seconda camera c’è quella di controllo.

  • A mio parere, i vari modelli interpretativi sono tutti validi, ma su scale di tempo molto diverse. Fukuyama ha ragione sul lungo periodo (2-3 generazioni), perché i ricchi di tutti i Paesi (anche in Iran, Cina, Arabia Saudita, Indonesia…) tendono ad assumere il modello di vita occidentale, e queste cose lentamente penetrano verso il basso. Inoltre, per un islamico che guarda al Califfato, 1000 cercano di venire a lavorare in Occidente, e molte delle loro figlie rifiuteranno la subordinazione tradizionale. Solo che la classe dominante globale non teme crisi, guerre e distruzioni, ma le vede come elementi necessari alla trasformazione delle società e anche opportunità di vendere armi, giocare con le valute e le materie prime ecc. L’unico sfidante possibile al “modello Fukuyama” non è la proposta politica islamista, induista, neo-bolivarista, “cinese”, o russo-putiniana, ma un movimento che lo sfidi al suo livello di globalità e complessità (di cui le prime avanguardie sono gli ambientalisti seri, gli hacker democratici, e pochi altri).

  • Ci salveranno gli alieni.
    L’essere umano riesce ad aggregarsi ed a cooperare davvero solo “contro” qualcun’altro, sia per offesa, sia in funzione difensiva.
    E’ per questo che nella fantascienza gli alieni sono sempre visti come brutti e malvagi (tranne rarissime eccezioni): un po’ in funzione narrativa, il cattivo fa sempre audience; un po’ perchè dentro di noi, nascosto in un angoletto buio, c’è un cavernicolo pronto a manifestarsi ogni qualvolta ha a che fare con il “diverso” e lo sconosciuto.
    Quindi, quando avremo davvero una Guerra dei Mondi, finalmente vedremo tutta l’umanità unita a difesa della Terra e, forse, in TV potremo ammirare il Neo Presidente del Mondo (un americano bianco con in testa il classico cappello texano), andare all’attacco della nave madre aliena, pilotando coraggiosamente la sua navetta spaziale alla testa della flotta terrestre.
    Poi ci sveglieremo e inizierà un’altra dura giornata di lavoro nelle miniere di spezia di Arrakis.

  • Per quanto riguarda l’Unione Europea, la cessione di sovranità degli Stati-nazione ha riguardato solo il bilancio, il debito e il deficit pubblico.
    Questa cessione di sovranità ha permesso di aggirare la resistenza dei movimenti dei lavoratori e dei parlamenti nazionali allo scopo di ridimensionare il welfare e di deregolamentare il mercato del lavoro.
    Inoltre le direttive UE hanno permesso di superare l’opposizione interna ai singoli Paesi alle liberalizzazioni e alle privatizzazioni.
    Però gli Stati nazionali hanno mantenuto il monopolio dell’uso della forza e la politica estera.
    Quindi l’indebolimento di alcuni aspetti della sovranità e il rafforzamento degli altri non sono stati casuali, ma hanno avuto lo scopo di rafforzare il dominio politico ed economico delle elites dominanti sul resto della popolazione.

  • Una buona esposizione generale col difetto tipico degli accademici: quello di prendere sul serio le fonti dottrinarie. Sarebbe un po’ come indagare la natura del cristinesimo originario a partire dalle mattane della teologia medioevale. La verità è che “globalizzazione” è un modo politically correct per definire l’impero mondiale instaurato dagli Stati Uniti vincendo tre guerre mondiali di seguito (di cui due facendole combattere agli altri).

    La particolarità statunitense è quella di essere una plutocrazia e ciò ha fatto sì che anziché un impero tradizionale ne sia venuto fuori un impero di tipo cartaginese, fondato sul controllo economico e finanziario dei Paesi soggiogati. La costrizione ad inquadrarsi nei parametri imposti dall’impero del dollaro e delle multinazionali si chiama appunto “globalizzazione”.

    L’impero, un po’ per processi interni di decadenza sociale e razziale, un po’ per i progressi delle tecnologie informatiche, un po’ perché il boccone mondiale è troppo grosso anche per lui, ha percorso in via accelerata la tendenza a diluirsi nel proprio ambito di dominio, dimettendo la sua supremazia industriale e in parte anche tecnologica (con conseguente falcidia delle classi medie locali). E’ la stessa cosa che era capitata alla repubblica romana o che stava succedendo all’Unione sovietica nei suoi ultimi 20 anni di vita. Ed è quanto la Germania non vuole fare oggi a livello UE (col risultato di approfondire la crisi dell’unione).

    L’impero ha cooptato buona parte delle classi dirigenti dei Paesi sottoposti, attirate dalle opportunità di arraffamento inerenti allo smantellamento degli stati tradizionali. Ne è venuto fuori un impero liquido come il ‘politico’ schmittiano (ecco la radice della “complessità”), che aggrega le classi dirigenti e inebetisce quelle subordinate (tramite lo strumento mediatico, nuovo oppio dei popoli), onnipresente colle sue rapine ma anche coi suoi gadgets commerciali, capace di barcamenarsi fra livelli di controllo incrociati (mediatico, spionistico, corruttivo, militare…) e animato da un’unica chiara linea di politica estera: il controllo delle fonti energetiche mondiali.

    Proprio questa dialettica di onnipresenza e indebolimento del centro alimenta la formazione di nuclei di resistenza. Nell’impero liquido le guerre non si dichiarano più, la nuova guerra globale è già nata e sta prendendo forma e consistenza davanti ai nostri occhi.

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