Siamo di nuovo alla vigilia di una crisi globale?

C’è un modo empirico per sapere se una grande crisi è in arrivo: quando gli economisti scrivono che “non è un nuovo ’29 (o 2008)” vuol dire che è in arrivo qualcosa di peggiore del 1929 (o del 2008). Di solito gli economisti sono bravissimi a prevedere le crisi quando già sono in pieno svolgimento. Vediamo un po’.

Paul Krugman (“Internazionale” 15-21 gennaio 2016 p. 38) dice:
“I problemi della Cina provocheranno una crisi globale? La buona notizia è che le cifre non sembrano abbastanza grandi. Quella cattiva è che potrei sbagliarmi, perché spesso il contagio globale si rivela più grave di quanto i numeri non dicano”
E conclude l’articolo con queste parole: “La mia previsione è ancora che la situazione non sia così grave: è spinosa in Cina, ma per il resto del Mondo è solo una turbolenza. Spero davvero di non sbagliarmi, perché a quanto pare non abbiamo un piano b.”
Incoraggiante vero?

Molto meno ottimista è Roubini che dice (Repubblica 18 gennaio 2016) di scorgere sinistre somiglianze con il 2008 e parla di un imminente pericolo di crack.

Spero di sbagliarmi, ma temo che abbia ragione Roubini, mentre il testo di Krugman, più che un’analisi, mi sembra una supplica alla Madonna. Credo che abbia dato ascolto più ai suoi timori e alle sue speranze che all’analisi fredda dello stato di fatto.

Intanto, i numeri della crisi cinese non mi sembrano così piccoli, visto che si tratta del secondo Pil mondiale ed il debito aggregato è al 251% del Pil e, da un anno e mezzo, ha superato in percentuale quello americano, che però (va detto) è sceso in rapporto al Pil da 5 anni in qua. Probabilmente il contagio, in termini di titoli cinesi posseduti da banche di altri paesi, è piuttosto modesto peraltro la Cina ha una robusta riserva di dollari liquidi e titoli americani, per cui, anche se la Pboc assorbisse tutti i debiti delle amministrazioni locali (che sono, con quelli dei privati, la parte più grossa) farebbe tranquillamente fronte al buco. Però, questo è il problema, se la Cina smette di rinnovare i titoli americani, che ripercussioni ha tutto questo sugli Usa e, di riflesso, sul resto del Mondo? Probabilmente gli Usa riuscirebbero a far fronte in qualche modo: in fondo c’è sempre la risorsa di stampare dollari ed allagare il mondo, cosa che, però avrebbe un prezzo politico. Insomma, non stiamo parlando di qualcosa che resterebbe senza conseguenze. Poi, bisogna considerare quanto peserebbe sul mondo una battuta d’arresto della manifattura cinese, il che metterebbe nei guai Australia, Brasile e diversi paesi africani, facendo ulteriormente scendere la domanda di petrolio è che l’altro fattore di crisi in agguato: l’Arabia saudita, con la sua politica del prezzo stracciato, si sta riducendo molto male ed è costretta (cosa impensabile sino a poco tempo fa) alla spending review, ma sta riducendo ancor peggio le compagnie petrolifere americane.

Il problema è semplice: lo shale richiede costi di estrazione abbastanza alti, per cui il barile non può scendere sotto i 60-65 dollari, altrimenti va sottocosto, ma il barile ormai è sotto i 29 e diverse imprese petrolifere Usa vedono avvicinarsi lo spettro del fallimento, con tutti gli effetti a catena che si possono immaginare (perdita di posti di lavoro, calo di consumi, sofferenze bancarie ecc.). Ed il petrolio low cost mette nei guai anche la Russia che già balla pericolosamente sulla soglia del default.

Come se non bastasse, bisogna mettere nel conto gli effetti della “guerra” euro-americana per l’auto (ne riparleremo), l’evanescente ripresa europea, le spinte geopolitiche a cominciare dal terrorismo che ne è espressione, eccetera.

Ciascuno di questi fattori in se è preoccupante ma non è tale da scatenare una crisi globale, quello che fa temere un esito del genere è che questi fattori interagiscano fra loro determinando un effetto moltiplicatore. La più grande somiglianza con il 2008 è che c’è troppo debito: Nei primi del 2009, la somma dei titoli di credito assommava alla folle cifra di 12 volte il Pil mondiale, anche se va detto che essa scendeva considerevolmente per effetto della compensazione che riduceva il debito netto a circa 4 volte il Pil mondiale. Dopo, in parte perché una parte dei titoli venne bruciato dalla crisi, in parte per la pur limitata ripresa del Pil (soprattutto negli emergenti), il parte per il riassorbimento di una parte dei debiti per effetto delle politiche di contenimento della spesa e per la liquidazione di una parte degli asset (o delle privatizzazione da parte degli stati), la crescita del rapporto debito/Pil ebbe un iniziale rallentamento, ma per poco. Le politiche di iper liquidità ha spunto di nuovo alla moltiplicazione del debito: rispetto al 2007, nel 2015, infatti il debito globale mondiale è cresciuto di ulteriori 57mila miliardi di dollari aggiungendo un 17% in più al rapporto debito e Pil.

A fine 2014, il debito complessivo mondiale era di 199 mila miliardi di dollari, quasi 3 volte il Pil globale. Infatti, l’inondazione di liquidità è stata utilizzata in massima parte, solo per essere reimpiegata in investimenti finanziari: alle imprese ed ai privati sono giunte poche briciole, occupazione e consumi sono fermi al palo. E, infatti, nonostante l’alluvione di Dollari, Yen, Euro, Yuan non ci sono quei segni di inflazione che dovrebbero esserci se il flusso fosse andato all’economia reale, anzi siamo in un momento in cui quel che fa paura è la deflazione. Siamo in un classico “momento Minsky” per cui anche la nuova emissione di liquidità congiunta fra le principali banche centrali, avrebbe solo l’effetto di guadagnare tempo dal punto di vista finanziario per poi tornare in breve ad una situazione identica a quella di ora ma con un debito accresciuto.

Il problema è che quello che non funziona è il sistema neo liberista incapace di uscire dalla sua crisi senza produrre le premesse per un’altra crisi peggiore della precedente.

Aldo Giannuli

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Aldo Giannuli

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Comments (13)

  • per quanto riguarda il prezzo del petrolio, la mia ipotesi e’ che per gli USA il prezzo basso del petrolio e’ il male minore, e quindi non contrastano la decisione saudita di mantenere il prezzo basso. Il basso prezzo del petrolio se da un lato manda in sofferenza le compagnie operanti nello shale (che peraltro sono piccole compagnie, le piu’ grandi si sono tenute alla larga dallo shale ), dall’altro frena il tramonto del dollaro come moneta mondiale per il commercio di commodities, fattore quest’ultimo essenziale di supremazia economico-politica. Infatti gli stati che vendono petrolio, ricavano meno dollari dalla vendita, ma il loro bilancio ce l’hanno nella moneta locale, per cui svalutando la loro moneta, nel momento in cui convertono i dollari in moneta locale recuperano almeno in parte le minori entrate.
    Questo e’ il modo migliore per convincere paesi come la Russia poco propensi ad accettare le imposizioni USA a mantenere lo standard dei petrol-dollari, anche se non si sa’ quanto potra’ durare.

  • Sappiamo che il sistema neoliberista si occupa del benessere di quel ristretto gruppo sociale, che rappresenta al massimo l’1% della popolazione, disinteressandosi della parte restante.
    Anche la crescita e lo scoppio continuo di bolle speculative, caratteristiche delle economie fondate sul capitalismo selvaggio, non rappresenta un danno per tutti: i detentori dei capitali gonfiano il valore dei titoli che hanno acquistato a prezzi stracciati dopo la bolla precedente e nel momento in cui ritengono che il prezzo abbia raggiunto il massimo, danno inizio alle vendite facendo scoppiare la nuova bolla, che impoverisce gli strati sociali sottostanti, ma salva i loro guadagni e permette di ricominciare il gioco.
    Keynes, già un secolo fa aveva scritto di questo pericolo, paragonando il capitalismo ad un cavallo selvaggio, che andava imbrigliato, per evitare che distruggesse la società.
    Non c’è dubbio che il prossimo futuro ci riserverà nuovi crolli finanziari; il momento dipenderà solo dalle decisioni dell’elite dominante, a meno che la politica, finalmente, non riprenda in mano il potere decisionale, come fece Roosevelt negli anni trenta, creando un sistema di norme che impedivano la speculazione a danno dei cittadini.

  • Ottima analisi Professore. Lei sicuramente sarà più informato però sulla stampa estera e quella economica ( io a volte provo a guardarla on line, ma è un po’ difficile capirci qualcosa) là che dicono?!
    Anche perchè penso che gente come Krugman o Roubini, per citare quelli su cui Lei si è soffermato ( a titolo esemplificativo per il grande pubblico) non facciano/diano/facciano tradurre posizioni molto articolate su giornali come Repubblica o il Corriere, ma riservino la ciccia per la stampa qualificata e/o specialistica. Insomma, Lei che ha modo di capirci qualcosa, che si dice sulle testate più importanti autorevoli? e Lei concorda?

  • “… Non c’è dubbio che il prossimo futuro ci riserverà nuovi crolli finanziari; il momento dipenderà solo dalle decisioni dell’elite dominante, a meno che la politica, finalmente, non riprenda in mano il potere decisionale, come fece Roosevelt negli anni trenta, creando un sistema di norme che impedivano la speculazione a danno dei cittadini.”

    Roosvelt doveva combattere la crisi e cercare di proteggere in qualche modo un po’ di benessere della popolazione, perche’ la paura delle classi dominanti era una deriva comunista. Dopo la caduta dell’URSS il capitalismo che prima si era dato un volto umano con la socialdemocrazia e le politiche keinesiane, ha gettato la maschera e si e’ rivelato per quello che e’: lo sfruttamento intensivo di tutto cio’ che serve per accumulare ricchezza nel piu’ breve tempo possibile senza nessuno scrupolo, in maniera non diversa da come fanno le varie mafie.

  • “Roosvelt doveva combattere la crisi e cercare di proteggere in qualche modo un po’ di benessere della popolazione, perche’ la paura delle classi dominanti era una deriva comunista”

    Osservazione impeccabile ma parziale. La verità è che negli anni 30 le società occidentali erano ancora vitali, la gente (e una parte consistente delle élites) rimaneva ampiamente legata a valori tradizionali, benessere e tecnologia delle comunicazIoni non le avevano trasformate in un melting pot atomistico di consumatori ultraviziati e mediadipendenti interessati solo a fregarsi a vicenda concentrandosi sul breve periodo a discapito di tutto il resto.

    Peraltro non c’è bisogno di andare a cercare Roosvelt (il cui programma keynesiano riuscì solo parzialmente, tanto che gli USA superarono la depressione solo con la guerra), ben più rigorose e incisive furono le riforme messe in campo dal nostro Mussolini e soprattutto da Hitler.

    • @ Lorenzo
      i regimi fascisti sono nati come modello anticomunista, e hanno per questo avuto ingenti finanziamenti dal capitale sia estero che domestico. Le politiche sociali che hanno adottato sono piu’ o meno le stesse adottate da altri paesi cosiddetti democratici-capitalisti. E’ una grossolana mistificazione far passare il fascismo come un’alternativa al capitalismo, infatti i regimi fascisti sudamericani sono stati tutti liberisti. Si potra’ dire che anche il bolscevismo ha ricevuto finanziamenti da stati capitalisti, e ha preso il potere grazie a questi, ma occorre anche sapere che nella guerra civile russa tra armata rossa (comunisti) e armata bianca (zaristi), non era ancora finita la prima guerra mondiale, che una coalizione formata da USA, Inghilterra e Francia (e pare anche alcuni reparti italiani) ando’ (invano perche’ si trovo’ contro la popolazione che non voleva il ritorno dello zar) in aiuto all’armata bianca. Ora ci sono gruppi di estrema destra che si dicono contrari al capitalismo, ma questa e’ una finzione per abboccare alla quale ci vuole una massiccia dose di ingenuita’.

      • Ma che c’entra la natura socialista o antisocialista di fascismo e nazionalsocialismo colla politica di massicci investimenti pubblici colla quale i due regimi affrontarono e superarono la crisi del ’29?

  • A benito
    Anche la destra è una galassia molto variegata. Al suo interno spinte anti-capitalistiche e anti-moderne sono sia concrete che ideali. Così come oggi constatiamo la grande ipocrisia della così detta sinistra moderata, di contro, pur riconoscendone i limiti e gli errori anche tragici, apprezziamo la lealtà e l’idealità di chi si è mantenuto all’estremo, allo stesso modo dovremmo essere capaci di discernere e apprezzare ciò che anche dall’estrema destra(che essendo creazione umana non può essere il male assoluto) si mantiene sul piano della lealtà e della idealità

    • @ Paolo Federicop
      non dubito che la destra sia anch’essa variegata. Dubito sul fatto che possa andare contro gli interessi dei poteri forti perche’ il cavallo di battaglia della destra moderata e non, e’ sempre lo stesso: sviare il vero problema prendendosela con chi non c’entra o che c’entra fino ad un certo punto (es. stranieri, ebrei etc…) . Bisogna mettersi bene in testa che l’unica strada percorribile e’ la lotta di classe senza la quale la stragrande maggioranza dei cittadini finira’ prima o poi sul lastrico

  • Gli stati per sopravvivere e “andare avanti” al di fuori di periodi di estreme innovazioni (e non è questo il caso essendo la rivoluzione informatica totalmente non paragonabile alla prima e seconda rivoluzione industriale in termini di impatto sull’economia) possono ricorrere a 3 strumenti :
    1) indebitamento
    2) aumento fiscale
    3) svalutazione del debito (inflazione) .

    Per quanto riguarda l’indebitamento abbiamo posto un limite che non ci consente di andare oltre. Non ci possiamo più indebitare(non che sia una brutta cosa…). A livello fiscale mi pare che la pressione sia già altissima e non consente di andare oltre, pena una contrazione dei consumi che porterebbe al medesimo default semplicemente con una strada diversa.Sa diverso il discorso se stati schiavisti impongono ad altri una pressione fiscale esagerata,andando poi di fatto a depredare i beni di tale stato che vengono svenduti dalla comunità a quel punto impossibilitata a mantenerli,specialmente nel caso questo ipotetico paese avesse una ricchezza privata consistente,sia a livello mobiliare che immobiliare; a quel punto lo stato schiavista avrebbe un vantaggio,mantenendo il suo debito costante e inalterata la pressione fiscale,ma vivrebbe sulle spalle degli stati depredati e “schiavizzati”. Infine per quel che riguarda la svalutazione del debito (un default mascherato) non vi è più (fortunatamente) questa possibilità per via della natura dell’euro profondamente e volutamente avversa all’inflazione. Svalutare la moneta non è consentito. E quindi? Che si fa? Che ci si inventa? Inventare,appunto. Si spera in nuovi invenzioni che abbiano un impatto pari all’invenzione dell’elettricità,degli antibiotici,del motore a combustione interna o della macchina a vapore o anche solo dei primi computer. Facebook e Twitter sono giochetti per bambini e il mondo avrebbe bisogno di ben altro.

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    Carlo Ghiringhelli

    Gentile professore Giannuli, io tendo ad interpretare la così detta crisi del 2008 come il preludio di un processo la cui genesi risale agli anni Seasanta. Mi spiego richiamando l’attenzione su alcuni fatti: se l’oro ha la funzione che il canarino ha nelle miniare, allora ciò che è successo al mercato dell’oro di Londra nel 1960 era il segnale che qualcosa nell’economia stava capitando, alludo all’origine della de-industrializzazione che partita dall’Inghilterra approda negli Stati Uniti e poi raggiunge l’Europa capitalistica tramite le crisi petrolifere e la stagflazione degli anni Settanta.
    Aggiungerei inoltre la decisione di Nixon -1971- della non-convertibilità del dollaro in oro al fine di rendere i cambi flessibili e la stretta di mano dello stesso Nixon con Mao -1972- le cui conseguenze si vedranno dopo la morte del capo cinese con i primi esperimenti di una nuova economia -1979/82-.
    Seguiranno in Occidente la deregulation, il taglio delle tasse per i ricchi (l’effetto cascata), le privatizzazioni, l’espansione finanziaria con le relative bolle, la rivoluzione informatica, l’ingresso della Cina nel WTO, e via elencando.
    Ora si sa che:
    i) La RELIGIONE da tempo non organizza più la società.
    .ii) L’ECONOMIA non dirige nulla poichè l’economia ha bisogno della libertà che solo lo Stato può garantire.
    III)La società è diretta dalla CULTURA che però è in una crisi epocale perchè l’autorità non è più credibile agli occhi dei giovani (si pensi alla famiglia, all’educazione, al diritto e alle istituzioni tutte).
    IV) Lo STATO è uscito dall’ambito della POLITICA che conosciamo in direzione di una zona incerta.
    V)Le BANCHE CENTRALI stampando su scala industriale la moneta ci hanno condotto in una terra incognita.
    VI) Il grande PROGETTO EUROPEO con l’euro è diventato un capestro che ci sta soffocando.
    Non dimentico le migrazioni su scala globale, il terrorismo, la lotta tra elites …
    Cordialità.

    • a volte ho la sensazione che Lei tiri linee troppo dritte ma è innegabile che proponga una lettura dei fatti che ha molti aspetti di interesse. Alcuni punti (come la non convertibilità) sono noti da tempo nella loro funzione storica, altri forse vanno resi più elastici come la visita di Nixon al Pechino ma da tempo seguo una linea di ricerca che ha punti di contatto con la sua

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    Carlo Ghiringhelli

    Caro professore, mi corre l’obbligo di esplicitare il non detto del mio richiamo alla stretta di mano tra Nixon e Mao -1972-.
    Il comunismo degenerato cinese ha accettato di diventare la manifattura’ del mondo globale con il finanziamento delle banche americane a due condizioni:
    I)il surplus della bilancia commerciale cinese va investito nei titoli di stato americani;
    II) il prezzo dell’oro deve rimanere basso manipolando il mercato con l’oro cartaceo -futures- al fine di valorizzare il dollaro attraverso la complicità delle banche centrali (si veda la politica delle autorità cinesi in materia di oro, a far tempo dal 1983, per cui la banca centrale della repubblica popolare avrebbe avuto il monopolio dell’oro dalla estrazione -è il primo produttore al mondo con la Russia- alla raffinazione e al commercio fini all’acquisto di riserve – il dato ufficiale è di 11000 tonnellate.
    Tante care cose.

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