Montalbano: la fine di un ciclo.

In poco più di un anno sono morti Pirracchio (il dottor Pasquano della serie televisiva del commissario Montalbano), Alberto Sironi (il regista) e lo stesso Camilleri, padre di Montalbano. Ora si annuncia l’ultimo episodio televisivo nel quale, sembra, ci sia la morte del Commissario che suggella la fine di una grande saga televisiva, ma, con essa, la fine di un ciclo della nostra vita civile.

Chiunque cercasse di far rivivere il Commissario scrivendo altri episodi, andrebbe incontro a sicuro insuccesso e non solo perché la cosa puzzerebbe subito di plagio, ma perché verrebbe fuori una cosa manieristica e senza anima.

Augello continuerebbe a perdere la testa dietro ad ogni sottana, Catarella a storpiare i cognomi, Livia a sperare in future nozze in attesa delle quali cucinerebbe malissimo e tutti continuerebbero a parlare quello strano siculo italiano che ci divertiva, ma mancherebbe il contesto e l’avversario.

Camilleri non ha solo scritto una serie televisiva con i suoi topoi, le sue gag e i suoi intrecci, ma ha ripercorso con noi un quarto di secolo di vita civile, seguendo le evoluzioni politiche, culturali e criminali.

Non ha parlato solo di Mafia (il grande avversario di Montalbano) ma in generale di come è cambiato il crimine e, con Il cuoco dell’Alcyon, ci ha lasciati alle soglie della Mafia della globalizzazione e più in là non poteva spingersi.

In quel romanzo compare, per la prima volta la figura di un agente dei servizi segreti in funzione anti mafia con il quale il commissario collabora sino a fingersi cacciato dalla polizia. E questo, per mettere le mani su un summit fra diverse mafie da svolgere in un lussuosissimo yacht nelle acque extraterritoriali.

E, nell’avvertenza, Camilleri diche che, anzi, di un summit del genere, in cui i boss si incontrano fisicamente, ormai non c’è più bisogno perché, con il “lato oscuro di internet (il dark side, come dicono quelli che si vergognano di parlare in Italiano e si sentono più a la page se ci mettono una parola inglese ogni sette), si può fare tutto con video conferenze e messaggi vari.

Il punto è che “neanche la Mafia è più quella di una volta, signora mia!”. Noi, con Montalbano, eravamo abituati alle nostre mafie nazionali, che sì, hanno intrecci in America Latina ed in Asia, ma che hanno testa e gran parte del corpo qui in casa nostra e su di esse indagano poliziotti e magistrati (Beninteso: quelli che ne hanno voglia) nazionali.

Eravamo immersi nell’eterna ed inutile querelle “Mafia cultura o Mafia organizzazione criminale?” Senza capire che la Mafia è l’una e l’altra cosa insieme.
Eravamo abituati a pensare che mafia e criminalità organizzata sono sinonimi ed ogni banda di gangster sia mafia e, invece si tratta di fenomeni diversi, ugualmente pericolosi e da reprimere con la stessa severità, ma sono fenomeni criminologicamente diversi.

Oggi le mafie, pur mantenendo ciascuna le proprie caratteristiche nazionali –e dunque culturali- hanno dato vita ad un sistema organizzativo mondiale unico, per il quale i colombiani producono la cocaina che tramite i nigeriani, fanno arrivare in Europa e, tramite i messicani negli Usa, dove le rispettive mafie italiane e statunitensi provvedono a spacciarle e redistribuirle (ad esempio nei paesi dell’est tramite la nuova Mafia russa) e che provvedono a reinvestire i profitti tramite agenzie panamensi, commercialisti milanesi e marsigliesi, in accordo con le Mafie con “gli occhi a mandorla” (cinesi, giapponesi e sud coreani) che giocano con le cripto valute, si muovono nel cyber crimine e nella contraffazione di merci e carte di credito e trafficano in eroina con le criminalità di Afghanistan, Turchia ed Albania che, a loro volta, commerciano con mafie e criminalità italiana per mettere in circolo il loro prodotto.

Il tutto con la collaborazione di un vero e proprio ceto professionale del crimine (esperti informatici, d’arte, di finanza e di manipolazione farmaceutica..) delle più diverse nazionalità.

In questo vorticoso giro criminale e finanziario, che ci fa il dottor Montalbano? Che poteri ha, fuori della sua patria? Quante notizie riesce ad avere con la sua piccola rete di informatori? Cosa può fare con il suo acume investigativo e le sue astuzie da interrogatorio? Ma, soprattutto, che strumenti culturali ha per misurarsi con questa nuova Mafia?

E la magistratura che strumenti normativi ha che non sia quel ferrovecchio del 416 bis che serve solo a perdere tempo per stabilire se quella organizzazione assomiglia abbastanza alla Mafia o troppo poco?

Dunque Montalbano ormai è un eroe fuori del tempo e la sua immagine è destinata a scolorare e svanire.

Magari oggi un nuovo Montalbano potrebbe vestire i panni dell’agente di servizi segreti, magari in un (improbabile, per ora) coordinamento antimafia internazionale.

Astrattamente si, ma i limiti normativi resterebbero tutti, paese per paese e nell’insieme del Mondo, lo stesso ci sarebbe da elaborare una nuova cultura del crimine e poi, vatti a fidare di un servizio segreto nella lotta al crimine? Quanto peserebbe la corruzione? E quanto durerebbe in vita quell’operatore internazionale? Realisticamente meno della scadenza di uno yogurt.

Ci sarebbe da ripensare tutto. Ecco perché quel ciclo si è concluso: avremo nostalgia di Salvo, ma nulla potrà farlo rivivere.

Aldo Giannuli

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