Ma i manager sono tutti campioni come Ronaldo?

Sandro Catani ha recentemente cercato di giustificare le spropositate retribuzioni dei manager e l’argomentazione di fondo è già illustrata nell’autorevole prefazione di Lugi Zingales, che sostiene che sono il prodotto della rarità del talento richiesto, dall’altro del gigantismo proprio dell’era della globalizzazione; essi prendono quelle cifre per la stessa ragione per cui prendono compensi altissimi anche David Beckham o Cristiano Ronaldo che fanno la differenza fra una qualsiasi partita di calcio ed un grande spettacolo. E Beckham e Ronaldo prendono molto più di Gigi Riva, non perchè siano più bravi di quanto lo fosse lui prima, ma perchè ai tempi di Riva una partita in Tv la vedevano 20 milioni di persone ed ora 200 grazie ai sistemi satellitari.
Argomento non nuovissimo questo della rarità del talento ed in parte accettabilissimo: un egualitarismo che tratti tutti  allo stesso  modo, a prescindere dal tipo di prestazione e di abilità, sarebbe una soluzione assolutamente non auspicabile, dunque è giusto che ci sia una certa scala retributiva. A condizione, però, di capire entro quali limiti ed a quali condizioni. La risposta di Catani (e Zingales) è molto semplice: i limiti li stabilisce il mercato, esattamente come per qualsiasi prodotto o prestazione, per cui, sinché ci sarà qualcuno disposto a pagare determinate cifre per assicurarsi una certa prestazione lavorativa, quello sarà il prezzo giusto. Insomma la solita teoria per cui “il mercato non si inganna”. Ma, in realtà noi sappiamo che:
a- la rarità dei talenti in questione è determinata, almeno in parte,  non da un rarità assoluta di personale, ma dalla chiusura del gruppo sociale in questione, che si guarda bene dall’aprirsi ad una competizione puramente meritocratica e si riproduce per cooptazione
b- la possibilità di accedere a ruoli dirigenti nel management è strettamente correlata all’accesso a determinate fonti informative ed alla capacità di relazioni sociali del singolo operatore, entrambe risorse che è molto difficile formarsi dall’esterno della casta
c- l’entità dei compensi del manager è formalmente deciso dal board della società, ma è noto che i manager, nella maggior parte dei casi, hanno molta influenza nell’elezione dei consiglieri che lo compongono. Inoltre hanno in mano una leva di potere fondamentale –la conoscenza del reale stato di salute dell’impresa diretta- ed attraverso essa condizionano le decisioni del board. Per cui è assai raro che la proposta di compenso di un manager  non venga ratificata dai consiglieri.
d- certamente, la performance di una azienda sul mercato è il prodotto delle decisioni del suo manager, ma non solo di esse: la qualità dei prodotti, l’accuratezza della lavorazione, il design, il progetto ecc. incidono allo stesso modo su di essa e sono il prodotto del lavoro di progettisti, designer, tecnici ed operai. Ma il differenziale retributivo fra i compensi del manager e quelli dei suoi dipendenti (che si aggirano spesso nella proporzione di 1 a 500 ma, nei casi più estremi, possono arrivare anche a 1 a 9.000) sono il prodotto delle sue decisioni e queste, a loro volta, hanno a che fare con i precisi rapporti di forza sul piano sindacale e politico.
Ciò considerato, cosa c’entra il libero mercato con tutto questo?
In realtà il manager è diventato una figura nuova, che assomiglia sempre di più alla vecchia figura dell’imprenditore padrone, con una  differenza: in caso di fallimento dell’azienda, il “padrone” ci rimette il suo intero capitale, mentre il manager ci rimette in immagine ed eventualmente la sua quota azionaria, ma può benissimo  cercare di disfarsi in tempo dell’incarico e passare ad altro gruppo o azienda, prima ancora che gli azionisti si rendano conto di quale sia il reale stato della società che gli era affidata. I manager sono la più perfetta manifestazione del nuovo “potere irresponsabile” che rovescia il presupposto stesso della democrazia.
E la conferma viene proprio dalla crisi del 2008 che è il risultato di questi Beckham e Ronaldo del management: i “talenti rari” hanno prodotto un disastro di proporzioni mai viste dopo il crack del 1929, ma non sembra che “il mercato che non si sbaglia” abbia rivisto le loro retribuzioni.
In realtà, l’attuale livello di reddito dei manager, al pari del loro smisurato ed incontrollato potere decisionale, non trova alcuna giustificazione economica razionale. Esso si spiega con l’affermazione di un modello sociale ferocemente classista e profondamente gerarchico.  La diseguaglianza, prima proposta surrettiziamente come conseguenza spiacevole, ma inevitabile della selezione meritocratica del mercato, si rovescia poi in un valore auspicabile in sè, per il quale gli uomini naturalmente si dividono in classi, devono essere divisi fra ricchi e potenti e poveri ed ininfluenti, perchè sarebbe contro natura il contrario.

Aldo Giannuli, 30 settembre ’10

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Comments (4)

  • Analisi perfetta e assolutamente condivisibile. Ciò che mi stupisce è l’assuefazione della gente a tutto questo, ma mi preoccupa anche il fatto che per chi volesse cambiare le cose (pacificamente) non ci sono praticamente mezzi disponibili: il voto democratico non ha, per questioni come queste, alcun potere, dato che le maggioranza delle forze politiche è perfettamente adeguata a tali perverse e assurde logiche di “mercato”. L’esempio nostrano dell’Unipol di Consorte è lampante (e deprimente…).

  • Mi piace che venga ripreso un tema che da molti anni è argomento (saltuario, ma ricorrente) di discussione fra noialtri RSU di grandi e medie imprese. Provo ad aggiungere qualche ulteriore considerazione a quelle di Giannuli, che condivido.
    Innanzitutto, un’impresa moderna è un enorme concentrato di informazioni e relazioni sociali, che richiede una vita d’impegno totale per essere realizzato, e perciò non è facilmente rimpiazzabile. Vi sono vari livelli di informazione: l’informazione pubblica generalmente disponibile; quella pubblica ma difficile da reperire (per esempio, le scoperte tecniche quasi mature per essere industrializzate, o le analisi economiche settoriali); quella riservata acquistabile sul mercato (per es. maggiori dettagli sui punti precedenti); quella interna all’azienda e confidenziale, anche se del tutto legittima; la memoria storica (recente) delle occasioni perdute e degli errori degli altri manager (e dei propri, da far dimenticare); le violazioni dei principi contabili e delle leggi dei vari Stati in cui si opera; rischi e opportunità future. Tutto questo si sostanzia in un capitale di relazioni, talvolta conflittuali, ma più spesso di connivenza e complicità, che dà origine a vere o proprie lobby trasversali e “cordate” interne alle grandi aziende. Le lobby trasversali permettono la circolazione “orizzontale” fra i vari gruppi industriali (c’è il circuito dell’elettromeccanica, quello dell’elettronica, quello della distribuzione di carburanti, quello degli ipermercati…). Le cordate interne danno origine talvolta allo “spoil system” (chi vince prende tutto), ma più spesso a “manuali Cencelli” aziendali delle spartizioni dei posti e degli equilibri fra cordate. E tutto ciò avviene perchè ogni manager è un nodo non facilmente sostituibile del general intellect capitalistico: sa molto di cosa un’azienda farà o potrebbe fare o non fare, e cose analoghe di fornitori, clienti, concorrenti, finanziatori, soggetti pubblici. A questo si aggiunga che sempre meno il manager deve tenere contatti diretti (essere fisicamente presente) con i luoghi produttivi, che posso essere dispersi in piccole unità collocate in Paesi lontani e in parte esternalizzati. Sempre di più è un individuo invisibile e sconosciuto alla stragrande maggioranza dei lavoratori che dirige, sempre più spesso parla un’altra lingua e ha una diversa cittadinanza. Sempre più spesso ci rendiamo conto, come militanti sindacali, che neppure i nostri interlocutori (responsabili delle relazioni sindacali) hanno rapporti significativi con la direzione aziendale: immaginatevi la possibilità di contrattare una diversa politica aziendale.
    Fino a che punto questo sistema può reggere? Probabilmente finchè esiste un enorme esercito industriale di riserva sul pianeta, finchè l’ambiente naturale rimane all’incirca vivibile, finchè c’è disponibilità di materie prime, finchè gli artifici finanziari reggono. E soprattutto: finchè i lavoratori e i cittadini non si stufano e non si organizzano per costruire qualcosa di meglio.

  • tutto vero, tranne il paragone con Beckham e Ronaldo.
    Se un calciatore non … calcia… e quindi non ha talento, se ne accorgono tutti. E non e’ importante per un calciatore provenire da una casta ( vedi Cassano o Pele’ o Maradona). E’ importante far andare le gambe.
    Purtroppo non e’ lo stesso per i manager, che per inciso, hanno nelle loro mani anche la qualità di vita dei loro dipendenti.

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