Liar’s Dice. Un film realista sull’India di oggi.

Molto volentieri segnalo l’articolo dell’amico Angelo Zaccaria, attento osservatore di America Latina ma anche di India ed oriente: una recensione del film “Liar’s dice”, di Geetu Mohandas, che offre uno spaccato efficace della società indiana su cui nelle prossime settimane potremmo stimolare una risposta anche dal nostro Daniele Pagani, che ormai avete imparato a conoscere da New Delhi. Buona lettura!

Per l’idea che ho del cinema indiano più commerciale, è un cinema molto stereotipato, patinato seppure col suo stile inconfondibile, e che omette quasi totalmente quella che è la realtà ancora oggi prevalente nel paese, nonostante i tanto celebrati tassi di crescita di queste epoche recenti, ed i pare cento milioni di appartenenti ad una “presunta nuova classe media”.

La realtà di un paese “sublime e crudele”, gentile e violento, dove la scala e le dimensioni di quel che si vede ed accade è tale, da trasmettere l’idea che quello sia uno dei luoghi del mondo dove l’esperienza umana si esprime nella sua totalità, la bellezza, la dolcezza, l’orrore…Il luogo dove tutto ciò che di più brutto e di più bello può accadere, accade. Un luogo straordinariamente corrispondente ai toni estasiati di tanti racconti di viaggio di chi ci è andato, ma anche così straordinariamente lontano.

Butto lì solo alcuni aspetti o momenti di “Liar’s Dice”, che più mi han colpito. Trasmette una idea delle tante Indie diverse che compongono il paese….Si parte (e si chiude) con l’India Himalayana, quella del grande nord e delle grandi montagne, dei piccoli villaggi immersi nel silenzio e nel gelo, dei suoi pochi abitanti dai tratti asiatici, così diversi dai loro fratelli e sorelle del grande sud del subcontinente.

Poi lentamente ti porta verso valle, verso quell’India che io conosco di più, quella delle grandi pianure e dei sacri fiumi, dove vivono o sopravvivono centinaia di milioni di persone. Della polvere e del rumore, dei moto-risciò, del frastuono infernale dei clacson e delle grandi folle. Si la folla. Se devo pensare alla colonna sonora naturale principale della mia esperienza dell’India urbana, mi viene in mente proprio il brusio della folla che si sovrappone al brusio dei clacson dei veicoli a due o tre ruote.

Il film ti sbatte in faccia, ma senza eccedere, l’India della immensa povertà e delle gigantesche ingiustizie, giusto queste rapide allusioni sfocate, che quasi scivolano via, alla città dentro la città, che vive e dorme in strada. La strada, che al contrario della canzone di Gaber non è “l’unica salvezza”, e nemmeno l’inevitabile dannazione. É solo e crudamente il luogo per eccellenza della vita, e non potrebbe essere altrimenti in un paese che è poco più esteso dell’Argentina, ma ha una popolazione superiore di oltre 30 volte. Il film non eccede, nel senso che evita immagini troppo cruente o violente, che pure avrebbe potuto proporre, ma si limita a delineare il campo dove si muovono i protagonisti. Senza una insistenza eccessiva sul contesto, soprattutto quello dell’India vista da una grande metropoli, contesto che agli occhi di uno straniero apparirebbe così estremo e scioccante, che ci avrebbe distolto dalla storia e dall’intreccio di vite e psicologie dei vari personaggi. In questo senso è un film molto indiano, ma è nel contempo chiaramente indirizzato anche ad un pubblico globale.

Assolutamente cruciale tutta la parte del film dentro lo scalcinato Hotel di Delhi, le figure assolutamente drammatiche dell’ormai disumanizzato gestore e del suo affannato e disperato inserviente. Questo sguardo nudo e crudo sulla povertà. Quella povertà, ma questo vale a Delhi come ad Asuncion de Paraguay o Tor Bella Monaca, che in assenza di memoria, di valori, di solidarietà…oserei dire anche di lotta per il cambiamento…..diventa inevitabilmente “homo homini lupus”, guerra crudele fra poveri, fra chi sta sul penultimo gradino contro quello che sta sull’ultimo, e di quello che sta sull’ultimo contro il reietto che sta sulla nuda terra. Perchè, e qui ce ne andiamo da Gaber a Faber, non è sempre così vero che “dal letame nascono i fiori”. Dal letame a volte nasce la violenza, quell’India violenta che anche qui il film si limita ad alludere, con lo scontro fra il protagonista e i gestori dell’Hotel, con l’inserviente col suo bastone che lo insegue sino in strada. Quale migliore strumento della guerra fra poveri che un nudo e povero bastone? Violenza dei conflitti di vita quotidiana, come nel caso del film, ma anche la violenza dei grandi conflitti religiosi, le circa 60 città indiane finite sotto coprifuoco durante i grandi “riot” degli anni ’90, o i pogrom anti-islamici del 2002 nello stato del Gujarat, allora governato dall’attuale neo-presidente induista nazionalista Narendra Modi. Questo dell’India “crudele” è forse l’aspetto più complesso del film. Quanta di questa crudeltà sia dovuta alla storia, alla geo-politica ed a quella famigerata “scienza triste” chiamata economia, e quanta sia dovuta ad una tradizione culturale e religiosa tuttora influenzata dal sistema delle caste, messo fuorilegge dopo la conquista dell’indipendenza, ma tuttora ancora influente nel paese, è quesito cruciale, ma troppo grande per delle brevi note su un film. Un film “realista”, nel senso che ci racconta la realtà della strada attraversata e camminata dagli indiani comuni, e non quella dei mega-appartamenti o delle mega-ville della nuova borghesia con campo di golf annesso, che fanno da scena a tanti prodotti del cinema Bollywoodiano. Qualcuno diceva che “la verità è rivoluzionaria”. Forse non è proprio questa la pretesa della regista, in questo suo raccontarci la verità della vita quotidiana vista dai marciapiedi, dagli autobus e dai treni…..Ma di certo il film suggerisce domande e pone problemi, i problemi del modello di sviluppo di un paese dai tanto decantati tassi di sviluppo a una o due cifre, ma che continua ad essere uno dei, purtroppo non l’unico, grandi serbatoi di dolore, di infelicità, di ingiustizia e di miseria oggi presenti nel mondo.

Un film attraversato da un chiaro sguardo di genere, che ha per regista e per protagonista due giovani donne indiane. In particolare la protagonista Kamala, vulnerabile ma determinata, orgogliosa e combattiva. Con questo suo armeggiare ansioso sul suo cellulare alla ricerca di notizie del marito scomparso. Un cellulare così poco fashion e così poco accessoriato, ma che suggerisce un altro squarcio di vita: la diffusione enorme della telefonia mobile anche nel cosiddetto terzo mondo, quasi che il possesso di un seppur modesto telefono cellulare, sia uno dei pochi punti e talvolta l’unico, di accesso alla tecno-modernità concesso anche ai poveri del mondo, finanche nei villaggetti dell’Africa sub-sahariana dove ancora non è arrivata la corrente elettrica, e dove le batterie si caricano nell’unico emporio dotato di generatore o con un carica-batterie solare.

Infine, una menzione assolutamente speciale merita la figura della bambina Manya. Parla uno che di solito non ama i film che han come protagonisti dei bambini, a causa del loro utilizzo spesso così melenso e strumentale fatto da tanto cinema al quale siamo abituati, con questa immagine così sterilizzata, irreale, irenica e stereotipata. Invece anche Manya, pur conservando tutta la dolcezza e tenerezza che può ispirare una bambina di 5 anni, anche lei appare naturale e reale. A questo contribuisce anche il taglio generale del film, dove più dei dialoghi e le parole, parlano pure le immagini, i suoni ed i silenzi.

Anche il modo in cui la bambina attraversa tutto il film, contribuisce a definire i tratti di un film mai troppo scontato e prevedibile. Su questa scia va rimarcato il fatto che il contraddittorio rapporto fra Kamala e il protagonista maschile Nawazuddin, entrambi piuttosto giovani ed avvenenti, non sfocia in una scontatissima esplosione di amorazzo con annesse scene iniziali soft-porno, ma resta sino alla fine contraddittorio, conflittuale ed enigmatico. Enigmatico come quel finale dove l’unica cosa chiara è il senso di quel pianto straziante di Kamala, quando capisce che il marito è morto, con sullo sfondo la volutamente unica bella scena a campo lungo di Delhi, che ci propone la regista: quel grande edificio storico dai colori di terra, che pare una moschea, o forse no. Enigmatico come lo stesso Nawazuddin, del quale sino alla fine non riusciamo a capire davvero completamente se è il classico “burbero benefico”, il “cattivo buono”, o se è burbero e punto e basta. Insomma un film da vedere e far vedere, e che proprio per questo suo taglio così anti-retorico e realistico, talvolta quasi da documentario, ti fa venire voglia di tornarci in India, ma anche l’esatto contrario. Inferno e paradiso…(in terra). L’eterna dialettica di sempre.

Angelo Zaccaria

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Aldo Giannuli

Aldo Giannuli

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Comments (4)

  • Aggiungo infine che il film è stato anche ufficialmente candidato dall’India per l’OSCAR 2015 al miglior film in lingua straniera

  • Eppure dovremmo imparare da bollywood, i suoi films così leggeri non sono più lontani dalla realtà di tanta cinematografia hollywoodiana e, come questa,si limitano a dare un’ora di evasione o un sogno se preferite, ma quando si accorge che c’è un’India da raccontare è in grado di produrre cose straordinarie. Noi facciamo soltanto i cine panettoni oppure films da presentare nei concorsi. Abbiamo smesso da tempo di confezionare bei films d’evasione, di ambientazione epica, di spionaggio, polizieschi ecc..

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