Lettera aperta ad Alberto Martinelli.

Alberto Martinelli  e Alessandro Cavalli  hanno recentemente pubblicato un interessante volume intitolato “La società europea” Il Mulino, Bologna 2015. Ad esso sarà dedicata una delle ultime lezioni del mio corso di Storia del Mondo Contemporaneo: il 30 novembre ne discuterò con il primo dei due autori al quale indirizzo questa lettera aperta volutamente radicalizzata in senso contrario per facilitare  l’intervento degli studenti nel dibattito. Sono, infatti convinto che maggiore è la nettezza nelle posizioni a confronto e maggiore è la chiarezza della discussione. Questo ovviamente nulla toglie alla mia grande stima per quello che è stato uno dei miei “maestri distanti” (ed inconsapevoli di esser tali): in questi trenta anni e qualcosa di più ho costantemente letto quello che Alberto andava pubblicando trovandovi sempre nutrimento intellettuale, anche quando le posizioni non coincidevano. E della mia stima sia prova il fatto che da anni ne adotto un libro dedicato alla modernizzazione, che ritengo altamente formativo per i miei studenti. Dunque, vengo al merito delle questioni che il libro solleva e la cui lettura consiglio a tutti.

Caro Alberto,

ho letto con il consueto interesse la tua fatica più recente,  “La società europea”, scritto con Alessandro Cavalli, che hai voluto dedicare alla “generazione “Erasmus” che Tu individui come la prima generazione di una cittadinanza europea consapevole d’esser tale. Il testo, come tutti i  Tuoi lavori,  brilla per chiarezza, ricchezza di dati, rigore analitico, scritto con la capacità sistematica e l’onestà intellettuale che Ti conosco da sempre. Ma che, proprio per queste doti, paradossalmente finisce per indebolire e dare torto all’ispirazione che Ti (Vi) ha mosso: rilanciare il sogno europeo.

Il mio dissenso si riferisce essenzialmente a due aspetti della questione: realizzabilità ed auspicabilità della prosecuzione del progetto di unità europea. Intendiamoci, non dell’idea in quanto tale, ma della piega politica, sociale ed istituzionale che essa ha preso. Tu e Cavalli centrate in larga parte la tesi della sostenibilità ed auspicabilità del progetto essenzialmente su due elementi: la ricchezza e tipicità della cultura europea che occorre salvare e la necessità, per l’Europa, di trovare unità per poter contare nel mondo della globalizzazione e non essere spazzata via dai marosi del mutamento mondiale. Difficile non esser d’accordo con l’una e l’altra cosa, ma, come avrebbe detto Kant, “pensare di avere cento talleri non è la stessa cosa che avere effettivamente cento talleri in tasca”. Certo che l’Europa avrebbe bisogno di trovare unità, ma questo non significa che ci riuscirà. Quanto poi alla identità culturale europea, è proprio l’attentissima disamina sulle lingue e le religioni a segnalare le molte linee di frattura che l’attraversano descrivendo tre aree bel distinte: quella mediterranea, prevalentemente cattolica e latina, quella nordica prevalentemente protestante ed anglosassone, quella orientale, prevalentemente slava ed ortodossa. Di fatto la “linea di Lutero” e quella di Michele Cerulario restano sostanzialmente quelle che la storia ha tracciato. Non è detto che le cose debbano restar tali e non si possa provare un modo per far coesistere queste tre identità –in nessun modo riducibili ad una- in un soggetto politico-istituzionale unico, ma, sin qui non mi pare che stiamo andando in questa direzione.

E non si tratta solo di questo: proprio leggendo il vostro libro  (e sulla base di quello che è il nostro sapere comune sullo stato di cose presente) salta agli occhi la crescente disomogeneità politica, economica e sociale del continente nel quale continua a non esserci un sistema organizzato comune di interessi sociali, ma tanti quanti sono i paesi che compongono l’Unione. Non c’è un magnete centrale rispetto al quale i singoli interessi si organizzano subendone la forza gravitazionale, ma altrettanti spettri magnetici nazionali che la crisi economica allontana ancora di più. La Germania resta un paese creditore e la Grecia (come l’Italia, la Spagna ed il Portogallo) debitore e, a quanto pare, non serve a molto fare appello al buon cuore degli ordinatissimi Tedeschi.

Italiani, Spagnoli e Greci (ma, in parte anche i Francesi) hanno sempre galleggiato sulle valutazioni competitive, comprimendo il debito anche con le svalutazioni, mentre ai tedeschi vengono le convulsioni al solo nominare l’inflazione. E, di conseguenza, hai una moneta pensata in funzione di una economia forte come quella tedesca, ma che strangola le deboli economie mediterranee e, dunque, anche la moneta unica diventa un vettore di contrapposizione di interessi, molto più che di convergenza.

Non parliamo poi dell’aspetto culturale: ma dove mai hai visto uno stato, anche un Impero multinazionale, con 28 lingue ufficiali ed una sessantina di idiomi minori e senza nessuna che prevalga sulle altre? Senza una lingua comune veicolare non c’è un sistema di media condiviso e senza questo non c’è neppure una opinione pubblica europea ma 28 opinioni pubbliche nazionali. Né il problema si può risolvere con l’inglese che è la lingua dell’avversario. A meno che Tu non voglia ridurre ai margini il patrimonio culturale italiano, francese, spagnolo, portoghese, tedesco, polacco ecc. che è la totalità del patrimonio culturale europeo (salvo quello inglese, appunto) che, mi è parso di capire, Tu vuoi salvare.

Dunque, a distanza di 70 anni dall’inizio del processo di unificazione, mi pare che non ci siano le più elementari premesse per un reale processo unitario e la crisi ha fatto esplodere tutte le contraddizioni mettendo in questione l’esistenza stessa dell’Unione e della sua moneta come peraltro riconoscete anche Voi con molta onestà, ammettendo la possibilità che salti tutto in aria ed in tempi brevi.

Ma, appunto, io mi chiedo se ci troviamo di fronte ad un ammalato grave, ad un moribondo o un cadavere che rifiutiamo di riconoscere per tale e non si stia facendo dell’inutile accanimento terapeutico, soprattutto per la incapacità di gestire unitariamente la crisi finanziaria:  la mancata messa in comune del debito per l’esplicito rifiuto della Germania di farlo, l’assurdità di una moneta unica con bilanci statali separati e, per di più, con la follia di regimi fiscali  differenziati, per cui i paesi “virtuosi” come l’Olanda vampirizzano le “cicale” mediterranee cono altrettanti segnali dello scollamento di questa cattedrale sul nulla che è la Ue.

Per non dire dell’ assenza di una politica estera comune e della appartenenza di alcuni alla Nato, di altri no. Peraltro, se si vuole una unità politica dell’Europa, anche se per cautissime tappe,occorrerebbe risolvere, prima di ogni altra cosa il problema di un assetto istituzionale omogeneo, mentre mi sembra di capire che siamo di fronte ad una allegra macedonia di monarchie, repubbliche parlamentari, repubbliche presidenziali, stati unitari, federali, regionali, paesi a codificazione e paesi a common law, con l’insieme più differenziato che si possa immaginare di sistemi elettorali che, ovviamente, producono sistemi politici e di partito totalmente diversi (come peraltro, Voi scrivete con correttezza). Ti chiedo: quando mai uno stato, anche la confederazione più lasca che si possa immaginare, ha messo insieme un simile strampalato miscuglio?

Siamo sinceri: per l’unità politica sarebbe necessario convocare una Assemblea Costituente dotata di pieni poteri, con il conferimento della sovranità da parte degli stati nazionali ed eletta a suffragio popolare diretto e con sistema elettorale unico per tutti. Pensi che una cosa del genere sia possibile in un futuro politicamente prevedibile?

Immagino la risposta: abbiamo bisogno di tempo e, prima o poi, ce la faremo. Ma, questo è il punto: non c’è più tempo. Certi ragionamenti mi ricordano molto da vicino quelli che facevamo noi sessantottini, sule prospettive della rivoluzione socialista mondiale secondo lo schema leninista a mezzo secolo dal suo fallimento. Il progetto leninista di rivoluzione mondiale guidata da un partito mondiale, fu definiticamente sconfitto nell’ottobre 1923, con la sconfitta dell’”ottobre tedesco”, dopo la storia prese un altro indirizzo e quello della rivoluzione mondiale leninista restò solo come mito sempre più scolorito e rituale. I progetti politici hanno un loro tempo di attuazione, superato il quale la storia cambia strada ed altri progetti subentrano.

Dagli inizi della costruzione europea ci separano 60 anni e il tempo di un progetto credibile è scaduto; meno che mai esso può essere creduto nella prospettiva di altri decenni. D’altro canto, questo non è causale, ma è la scelta di un metodo -quello delle intese intergovernative- che non poteva portare che a questi risultati.

A questo proposito, non mi sembra inutile una puntualizzazione storica (non mi giudicare pedante): la vulgata ufficiale  vuole che l’attuale costruzione europea sia il frutto del progetto europeista di Rossi, Colorni e Spinelli espresso dal “Manifesto di Ventotene”. Il che, obiettivamente, è un completo falso storico (anche se Spinelli, negli ultimi anni della sua vita, approdato nell’Assemblea di Strasburgo, negli anni ottanta, dette la sua adesione alla politica di integrazione di quegli anni prestandosi oggettivamente ad un imbroglio). Il Manifesto di Ventotene postulava una Europa essenzialmente politica frutto di una rivoluzione popolare, mentre il progetto di una costruzione europea tutto affidato alle èlite diplomatiche ed alle mediazioni intergovernative, con i popoli in posizione passiva, era emerso una ventina di anni prima con il progetto di Paneuropa di Coudenhove Khalergi, che più tardi venne ibridata con l’ispirazione economico-tecnocratica di Jean Monnet. Il falso fu funzionale a dare una immagine rispettabile a quel progetto, presentandolo come una avanzata  realistica e graduale verso l’integrazione politica e democratica del continente, mentre era un progetto alternativo ad esso. Nel tempo, la “costituzione materiale” dell’Unione Europea è stata il consolidamento di un blocco fra ceti politici nazionali e tecnocrazia europea (Commissione, Bce ecc) che hanno tutto l’interesse ad evitare la formazione di un potere politico europeo di emanazione popolare che toglierebbe potere ai primi e creerebbe insopportabili controlli sui secondi. Non ti dà nessun sospetto che, subito dopo la bocciatura da parte di francesi e danesi del trattato istitutivo (quell’aborto di “costituzione”) nel 2005, i referendum vennero sospesi e si andò al malinconico trattato di Lisbona che nessuno pensò di sottoporre a consultazione popolare? E, dunque, un progetto essenzialmente elitario, tecnocratico ed antidemocratico che, infatti, sta dimostrando la sua natura antipopolare in presenza di questa crisi.

I progetti del “gruppo Spinelli” nel parlamento europeo? Una brillante esercitazione di letteratura fantasy che non hanno alcuna possibilità di passare e che, nel caso improbabilissimo passassero, sarebbero rapidamente neutralizzati.

E, dunque, caro Alberto, lo dico con molta schiettezza: prima questo baraccone buro-tecnocratico si sfascia  e meglio è. Ciò non di meno, con l’ammirazione intellettuale di sempre, tuo

Aldo Giannuli

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Comments (11)

  • Condivido l’analisi. L’europa andava fatta per continui avvicinamenti degli stati, sia da un punto di vista politico che economico. La moneta unica, la BCE, la Costituzione dovevano esserne il suggello finale.

    Chi è al potere e ha voluto questo ha solennemente sbagliato o sapeva dove andava, almeno all’incirca?

  • “A meno che Tu non voglia ridurre ai margini il patrimonio culturale italiano, francese, spagnolo, portoghese, tedesco, polacco ecc. che è la totalità del patrimonio culturale europeo (salvo quello inglese, appunto) che, mi è parso di capire, Tu vuoi salvare.”

    Una nota di ottimismo: in assenza di altro, ci pensera’ l’omologazione dei mercati a piallare le differenze. Si comincia con il “trattato di libero scambio”, che di libero ha solo il ruolo delle multinazionali dell’alimentazione, salvo che non si modifichino un paio di punti della bozza attuale.

    In ogni caso penso che le differenze e le specificita’ siano destinate ad attenuarsi, anche se la tempistica e’ ovviamente fondamentale: anni? decenni?

  • Solo attraverso l’imposizione al vecchio continente della “pax germanica” può esistere l’Europa unita.Thomas Mann ripeteva un concetto ostico ai più; la razza germanica è la più seria, la più istruita, la più disciplinata,la più industriosa, ergo merita ampiamente la leadership nel vecchio continente.Poi come non bastasse è colei la quale versa i maggiori contributi all’Unione Europea, quindi chi più paga più conta. Il suo ruolo storico che piaccia o meno è questo: Berlino sarà il faro che darà la tanto agognata teutonica “kultur” contro il concetto di “civilization” decadente così come venne indicato da Oswald Spengler.Poi in conclusione c’è poco da ironizzare circa la presunte convulsioni che colgo i tedeschi quando sentono parlare di inflazione: dopo la stolta imposizione alla Germania del trattato di Versaiiles, la massaia tedesca si recava al mercato con una carriola di marchi per comperare un tozzo di pane. Poi non dimentichiamoci l’ espulsione dalle loro antiche terre di sedici milioni di tedeschi alla fine della seconda guerra mondiale.E’ il popolo che ha più pagato e che continua a pagare a Israele laute pensioni di guerra ai reduci sopravvissuti.La verità è che ai germanici non si perdona di essere un grande popolo virtuoso.Senza la Germania l’Europa non esiste, essa è il cuore e la mente di ogni possibile riunificazione europea.

  • Bella lettera. Condivido in pieno. Mi chiedo se una divisione in tre parti (quella latina, quella slava e quella nordica) avrebbe vita più facile. Anche se non mi è chiaro a quale apparterrebbe la Francia.

  • La sua analisi é fattualmente più condivisibile di quella comunitaria che parrebbe emergere dal testo, che non ho letto. Nessun dubbio. Come discutere di ciò che é e di ciò che dovrebbe essere. Tuttavia le pongo una domanda. Se l’Unione europea non sta bene, lo Stato nazionale (europeo e non, tipo quelli fittizi africani o asiatici tracciati su mappamondo) mi pare stia poco meglio ed é comunque corroso dagli eventi storici. Mi chiedo a questo punto, però, quale futuro geopolitico immagina per l’Europa.

  • “la ricchezza e tipicità della cultura europea che occorre salvare…..”

    La dittatura europea nasce e vive come appendice del conquistatore statunitense (perfettamente speculare al COMECON sovietico) collo scopo precipuo di smantellare la cultura europea livellandola sull’incultura consumistica e plebea della plutocrazia d’oltreoceano.

    Dal pregiudizio umanista a quello antirazzista, dal dilagare della lingua, della cultura e della filmografia anglosassone (a proposito: i nomi di popolazione si scrivono minuscoli in italiano, maiuscoli in Basic Italian) alle leggi malamente tradotte in italiano dall’inglese, dall’azzeramento delle produzioni nazionali di eccellenza all’annichilimento delle peculiarità razziali e culturali di ciascuna area geografica in un indistinto melting pot, dallo smantellamento del modello scolastico tradizionale all’invasione extracomunitaria, l’attuale unione europea è la più formidabile arma di annichilimento delle tradizioni e della cultura europee mai esistita nel corso della storia.

    A meno che non si intenda per “cultura” ciò che, appunto, intende il regime e che manifestamente intendono Martinelli e Cavalli: spiagge e musei buoni per il business, scuole di lingua buone per il business, storia e tradizioni buone per i turisti e per il business. E su tutto campeggianti la religione dei diritti umani e di santa democrazia: sovrastrutture del progetto plutocratico (neutralizzazione delle élites politiche e abbattimento dei costi del lavoro tramite lo scalzamento della popolazione residente) e imperiale gestito da oltrecoeano.

    La vera cultura europea si salva trascinando nella rovina la “cultura” che Cavalli, Martinelli e Giannulli si propongono di salvare, i primi due difendendo la dittatura di Bruxelles e il terzo proponendo di limitarla. E su questo mi sembra che si possa cominciare a essere ottimisti. Il regime è in crisi da tutti i lati. Inevitabilmente cercherà (sta già cercando) un punto di riscatto nella guerra.

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