La sentenza di Brescia: lo Stato e le stragi.

Come è noto, alcuni giorni fa, la Corte d’Assise di Brescia ha mandato assolti tutti gli imputati della strage del 28 maggio 1974. In molti mi hanno sollecitato a commentare il fatto.
Sono stato consulente del Pubblico Ministero in quel processo –che è ancora in corso, perchè è possibile che il Pm si appelli. Pertanto non è nè corretto nè elegante che mi io mi pronunci in merito, sia per rispetto dei diritti della difesa, sia perchè la Corte deve ancora depositare le motivazioni. Per ora è noto solo il dispositivo. Avendo seguito passo passo sia l’istruttoria che il dibattimento, posso dire di essere stato moderatamente sorpreso da questo esito. Dunque mi asterrò da ulteriori commenti in merito.
Posso però fare delle considerazioni più generali in merito all’atteggiamento della magistratura a proposito delle stragi fasciste (si: anche se la verità processuale vorrebbe che si tratti di stragi ad “opera di ignoti”, in sede storica è raggiunta, e non da ora, la consapevolezza che si è trattato di stragi ad opera della destra fascista protetta ed istigata da apparati dello Stato e da settori dei partiti di maggioranza).

Come si sa, mentre nei casi riguardanti il terrorismo rosso si è spesso formata una verità processuale e sono fioccate le condanne (peraltro meritate), nel caso del terrorismo stragista nero questo è stato possibile solo in pochissimi casi molto particolari: per la strage di via Fatebenefratelli dove fu condannato il solo Bertoli (arrestato in flagranza), per la strage di Peteano (perchè Vincenzo Vinciguerra  è  reo confesso spontaneamente costituitosi) e per Bologna (dove risultano condannati i soli Fioravanti e Mambro ma fra molti dubbi ). Per il resto è notte fonda: piazza Fontana, Gioia Tauro, Brescia, Italicus, Savona restano senza colpevoli.

Il sospetto più immediato è quello di un pregiudizio favorevole agli imputati dettato da simpatie politiche. Oppure si pensa ad interventi del potere politico a loro favore o, infine, alla conseguenza dei depistaggi da parte di polizia e carabinieri.  Ma si tratta spiegazioni valide per il passato, non certo oggi, con una magistratura che non sembra esprimere  simpatie per la destra. Quanto alle ingerenze del potere politico, ricordiamo che alcune delle sentenze più disinvolte sono venute fuori durante i governi di centro sinistra. E neppure la spiegazione dei depistaggi oggi regge: sono stato consulente sia di Salvini che della Procura bresciana e posso dire che gli ufficiali di polizia giudiziaria hanno operato al meglio e con assoluta lealtà (diventando, così, assai poco simpatici ai corpi di appartenenza). Dunque, le ragioni sono altre.

Ovviamente ha influito il tempo passato: in trenta o quaranta anni i testimoni muoiono o smemorano, le prove materiali deperiscono e tutto diventa più difficile. Eppure, le inchieste avevano comunque raggiunto risultati importanti che avrebbero potuto portare alla condanna almeno di alcuni degli imputati. Ma ciò non è accaduto per un insieme di ragioni.

In primo luogo la struttura del processo, così come prevista dal codice. Il processo penale ordinario è pensato per casi molto circoscritti, con pochi testi, due o tre perizie, pochi imputati. Ma, quando si deve ricostruire una vicenda terribilmente complicata ed articolata come le stragi, dove entrano in gioco gruppi eversivi ed apparati dello Stato, agenti stranieri e uomini politici d’alto livello, il processo esige centinaia di testimoni, valanghe di documenti, decine e decine di perizie, una pioggia di sequestri, intercettazioni ecc. Ed il fascicolo processuale si gonfia di centinaia di migliaia di pagine che conosce solo il Pm e che,  in gran parte, non leggeranno neppure gli avvocati.

La cosa è poi ulteriormente complicata dalla mancanza di prove dirette: in processi di questo genere non c’è quasi mai un testimone che riconosca una persona vista nell’atto di deporre la bomba o una foto o una intercettazione inoppugnabili ed occorre lavorare sulla convergenza di cento elementi indiziari; quel che richiede studio ed applicazione di cui le corti, il più delle volte, non hanno alcuna voglia. Molto meglio affidarsi alle “impressioni” durante il dibattimento e ad una rapida sfogliata di carte. In questo modo il processo acquista una caratteristica eminentemente suggestiva, per cui l’abilità dell’abilità retorica dell’avvocato nel creare il “colpo di scena” vale più di dieci perizie e di venti intercettazioni che nessuno si va a leggere.
Ma, anche quando il testimone oculare esiste e, magari, è di forte memoria, il magistrato non gli crede perchè “il suo ricordo è troppo preciso a distanza di tanti anni per essere credibile” (accadde, durante il secondo processo per la strage di Brescia, ad un prete, Don Gasparotto, che aveva riconosciuto in Cesare Ferri la persona vista nella sua chiesa poco prima della strage). E qui entrano in gioco gli elementi specifici del come è fatta la magistratura del nostro paese.
Non si tratta di simpatia politica  o di corruzione, la verità è ben più banale e perciò stesso più grave.

Il magistrato medio italiano è una persona mossa da una sola vera motivazione: la carriera. Spesso si tratta di persone non corrotte e sicuramente non simpatizzanti di eversori ed assassini, ma di persone mediocri, amanti del quieto vivere e poco inclini allo studio ed al rigore. In molti anni di pratica delle carte forensi, ho letto sentenze che gridano vendetta per la lingua in cui sono scritte e per la manifesta ignoranza giuridica.
Soprattutto la magistratura giudicante (che non ha l’incentivo dei riflettori dei mass media, concentrati sui colleghi inquirenti) tende ad uniformare il propri verdetti alla vulgata corrente: le sentenze coraggiose rischiano di  essere riformate  in Appello o in Cassazione e questo non facilita la carriera, anzi…

E l’andazzo di questi anni –complice una inadeguata pressione dell’opinione pubblica- è stato quello di assolvere sempre e comunque. E se in primo grado c’è stata una condanna, già il giudizio d’appello ha “riparato” il torto.
Non parliamo poi se fra gli imputati c’è un ufficiale dei carabinieri o un questore! Come si fa a condannare  il membro di una corporazione con cui si deve collaborare quotidianamente? E poi, in casi di questo genere, che hanno avuto due o tre cicli processuali precedenbti, occorre anche riconoscere –quantomeno implicitamente- che i giudici precedenti hanno lavorato da bestie e questo non sta bene. Che figura ci farebbe la corporazione giudiziaria?
Il modo migliore per evitare impicci e fastidi è quello di trovare nelle pieghe del processo la comoda scappatoia dell’ “insufficienza di prove”. La formula non esiste più nel nuovo codice, ma nelle motivazioni si trova modo di utilizzare il concetto con cento espressioni equivalenti. Insomma: “l’accusa ha fatto un buon lavoro, gli indizi ci sono e neppure pochi, però… manca quell’ultimo anello che ci avrebbe permesso di condannare per cui, con rammarico, siamo costretti ad assolvere. E se non siete d’accordo non siete garantisti”.

Così l’accusa può consolarsi, gli imputati sono accontentati e sono serviti anche i garantisti.
Quanto al garantismo (quello vero, non quello “peloso”), chi ne abbia voglia si prenda la briga di confrontare le prove a carico di Adriano Sofri, testardamente riconosciuto colpevole in 9 giudizi su 10, con gli elementi a carico –ad esempio- di Cesare Ferri nel secondo processo per Brescia. Magari ci si farà l’idea che in qualche caso i giudici si fanno bastare le prove ed in altri non ci sono prove che bastino.
D’altra parte, la magistratura giudicante ha dimostrato di considerare questi processi con molto fastidio: processi lunghi, complessi, difficili, con centinaia di testimoni e per storie di trenta o quaranta anni fa di cui non interessa più a nessuno. Perchè mai occuparsene?

La verità è che processi del genere occorrerebbe avere grande scrupolo professionale, capacità di studio e di lavoro, coraggio morale e alta considerazione del proprio ruolo.
Ma ci si può attendere tutto questo da una corporazione selezionata più in base al grado di parentela che sulla conoscenza del codice? Da una corporazione che elegge i suoi controllori che mandano prosciolti il 97% dei giudici contro cui ricorre un cittadino?
Il bilancio dei processi sulle stragi, colpi di Stato, vicende che vedono accusati membri delle forze di polizia per la morte violenta di cittadini ecc. è questo. Esso esprime esattamente il valore morale della nostra magistratura.

Aldo Giannuli, 22 novembre ’10

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Aldo Giannuli

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Comments (4)

  • Brescia non solo bombe

    “La questione è una città che con la forza del muratore e lo sguardo ampio dell’architetto, sappia costruire fondamenta sociali solide”. (Giornale di Brescia, conclusione del fondo del direttore, 16 nov 10, giorno dell’assoluzione per la Strage)

    Ho già commentato sulla sentenza di assoluzione (v. La Leonessa, sul sito menici60d15). Il commento del prof. Giannuli contiene molti aspetti istruttivi e coraggiosi. Avrei volentieri evitato di criticare altri aspetti di quanto scrive una persona delle sue conoscenze e capacità, alla quale si deve gratitudine per la sua opera di studioso, per la luce che ha fatto sull’eversione, e apprezzamento per la sua disponibilità alla discussione coi “quisque de populo”. Ma sull’impunità dell’eversione a Brescia mi considero una “persona informata dei fatti”, o meglio una vittima; e davanti ad alcune analisi mi sento come un tale al quale abbiano sparato, che dice che gli hanno tirato una revolverata, e che si sente rispondere da un ottimo perito balistico che è falso, in quanto è stata usata un’arma semiautomatica, non un revolver.

    Alcuni contemporaneisti e altri analisti dell’eversione pare non ci tengano a trovare un principio unificante, ciò che in altre scienze viene considerato il più appetibile dei traguardi: es. l’origine microbiologica delle malattie contagiose, la tavola periodica degli elementi chimici, la deriva dei continenti, l’unificazione delle forze fisiche, l’identificazione delle pulsioni di base della psiche. Non che tale principio unificante debba esserci necessariamente (a volte anche per alcuni campi delle scienze “hard” si è concluso – ma dopo averlo cercato – che non esiste). Pare che chi si occupa di storia del terrorismo consideri dilettantesco e antiscientifico ricercare ciò che in altre discipline è il “Santo Graal”.

    Prevale la visione “folignocentrica” dell’eversione (dal detto folignate “Foligno è lu centru de lu munnu”), per la quale l’eversione è un fenomeno essenzialmente locale: nazionale, e a volte addirittura provinciale; visione che è uno degli effetti della “tuboscopia”, l’analizzare meticolosamente singoli eventi uno a uno, come guardando con un occhio attraverso uno stretto tubo, orientando il tubo nelle direzioni opportune; e poi mettendo i fatti così selezionati uno accanto all’altro per sostenere una tesi, spesso preordinata; ma senza perseguire una sintesi complessiva, che, assegnate per quanto possibile a tutte e ad ognuna delle tessere disponibile le reali relazioni con le altre, si sforzi di scoprire cosa rappresenta la figura incompleta che emerge dal mosaico; in questo caso, un“pantocratore” terreno. Prassi che, spacciate per rigore, davanti ad alcune generalizzazioni consentono di gridare alla “dietrologia” anche quando si tratta di segreti di Pulcinella.

    Ne consegue un’aderenza a un canone, a una regola di bon ton, o forse di sopravvivenza, che impone che l’eversione sia stata un fenomeno endogeno nazionale, dovuto a scontri di inenarrabile complessità tra DC-PCI, neri-rossi, Franza-Spagna, etc., animati da 4 coglioni esaltati che però, all’opposto dei buoni che avrebbero dovuto fermarli, erano incredibilmente abili e fortunati nel fare danno; con l’aiuto, a volte, di alcuni strani figuri delle istituzioni, peraltro sostanzialmente sane. Chi parla di mandanti esteri es. sull’uccisione di Moro è un “pistarolo” (ho assistito a una conferenza, al circolo bresciano “A. Moro”, dove tale tesi, sostenuta da un autorevole esperto e primo cittadino, DS, di Brescia, è stata corretta, non da un anarchico del Ponte della Ghisolfa, ma, sia pure blandamente, dall’allora ministro degli Interni, Pisanu, che ha citato a supporto l’Hyperion). Alcuni concedono che vi sia stato qualche influsso estero; però non si sa, e non è detto fossero solo e sempre gli USA, anzi… e poi neanche i vertici Usa sono monolitici… e così ad infinitum.

    Venendo incontro alla storica soggezione del popolo e della classe dirigente italiche verso i forti, alla storica tendenza ad accettare chi sta in alto con la frusta e lottare solo sull’asse orizzontale, tra bande; e producendo un enorme fascio di dati slegato, privo di un principio informatore, difficile da maneggiare, dal quale si può estrarre e nel quale si può tenere nascosto ciò che si vuole, la “tuboscopia” e il “folignocentrismo”, nelle varianti accademica e giornalistica, ipertrofici a scapito della sintesi e del taglio pratico che l’importanza vitale dei temi imporrebbe, sono da contare tra i fattori che hanno favorito l’impunità. Fuciliamo i brigatisti; ora e sempre Resistenza; ma scherza con i fanti e lascia stare i santi. Anche se l’abbondante produzione saggistica e di denuncia ha costituito una qualche barriera, come un muro di libri, contro la strategia delle bombe e degli assassini politici.

    Personalmente, estraneo sia ai rossi che ai neri che a qualsiasi fazione, senza competenze professionali specifiche ma avendo dovuto interessarmi obtorto collo all’argomento, credo, grazie all’ampia produzione di storici e analisti, e per esperienza personale in USA e in Italia, che con tutti i distinguo, le pieghe, le eccezioni, i fattori ausiliari, le convergenze d’interessi, le giravolte, i buchi neri, i cerchi concentrici, i burattini senza fili etc. vi sia un principio alla base di tutta l’eversione, di tutta l’eversione che ha contato e che ha fatto ciò che ha voluto; e che questo principio sia l’influenza della politica estera statunitense; a sua volta determinata, prima che dalla geopolitica, dai grandi poteri economici dei quali il governo USA è il braccio operativo. E penso che, oltre a chi ne ha scritto, moltissimi altri sanno, cento volte meglio di me, che il re è nudo.

    Il principio unificante dei voleri degli USA può spiegare ad esempio quanto considera il prof. Giannuli, che il terrorismo rosso sia stato perseguito più efficacemente di quello nero, anche oggi che i magistrati non hanno simpatie per la destra; data l’inclinazione diffusa tra politici, magistrati e forze di polizia a compiacere, chi pancia per terra, chi facendo il pesce in barile, il potere vero, e quindi gli americani: il terrorismo nero era più vicino, sul piano ideologico e operativo, non solo ai servizi ma anche ai veri mandanti.

    Quello che vorrei testimoniare, anche avendo visto – e sentito – da vicino alcuni dei protagonisti della “battaglia” per la verità sulla Strage, è che a Brescia, più ancora che nel resto del Paese, tali interessi di Stati Uniti e altri paesi influenti vengono serviti, almeno da dopo la caduta del Muro, col maggior zelo; con una partecipazione massiccia unanime e omertosa da fare invidia al più mafioso dei paesini del Sud. Interessi che vengono serviti anche quando consistono in interventi “deviati” volti a modificare, con metodi sporchi, con reati ignobili, l’andamento delle cose nel senso voluto; modifiche che ieri si ottenevano con la guerra a bassa intensità, con inequivocabili bombe in piazza o con clamorosi omicidi politici, e oggi con forme di violenza “a bassissima intensità” e perciò invisibile: oggi si persuade col lento veleno dei media; e si eliminano soggetti scomodi col lento veleno di forme di boicottaggio, discredito e logoramento camuffate da interventi legali, oppure occulte.

    Credo che occorra distinguere nettamente tra onda d’urto fisica di una bomba, che dura una frazione di secondo, e onda d’urto politica, che può durare decenni; tra gli attentati e la lunga scia di ripercussioni; queste ultime possono avere effetti paradossi; sembra che chi ha fatto mettere le bombe avesse una profondissima conoscenza dei meccanismi di psicologia sociale che avrebbero messo in moto. Per me la reazione cittadina alla strage a Brescia rappresenta una delle vette dell’arte di rappresentare un’opposizione alta e vibrante dietro alla quale meglio servire i potenti.

    A Brescia oggi operazioni eredi di quella stagione di eversione vengono servite, dietro la maschera dell’indignazione per la Strage, da chi ha responsabilità istituzionali ma anche da volontari. Da persone “serie e importanti” come dall’ultimo spalamerda raccomandato. Oggi l’omicidio politico, non solo morale ma fisico, viene compiuto con mezzi più sottili e subdoli, e simulando di aborrire ciò che nascostamente si aiuta. Brescia, addestrata alle doppiezze pretesche, e a suo agio anche con le doppiezze dello spirito protestante, è particolarmente adatta a ciò. Per avere un’idea di quello cui mi sto riferendo, e che non è né piacevole né facile da raccontare e spiegare, si può vedere il mio sito menici60d15; questa assoluzione, secondo la quale sopra la linea d’orizzonte del conosciuto non risulta alcun responsabile neppure per una folla di persone fatte letteralmente a pezzi da una bomba nella piazza principale, dice anche della credibilità di chi ignora tali denunce come opera di un mitomane.

    Operazioni oggi aiutate, a Brescia e in Italia, dalla sinistra non meno che dalla destra. Sofri, oggi apertamente filoamericano e filosionista, che il prof. Giannuli cita, mi pare il prototipo della sinistra ambiguità della sinistra.

    Così, paradossalmente, dopo la sorpresa ho accolto con sollievo la pur spiacevole notizia che la montagna non ha partorito nemmeno un topolino; sia perché una condanna due o tre fasi storiche dopo l’accaduto sarebbe stata ormai inutile rispetto al quadro sociopolitico; sia perché avrebbe condannato – a pene teoriche – dei manovratori più che i mandanti; ma soprattutto perché l’assoluzione evita di alimentare la doppiezza di istituzioni e società civile sull’eversione; il gesuitismo di laici e cattolici, di fascisti mascherati che danno lezioni di democrazia e di postcomunisti ridotti ad allearsi col delfino di Almirante nel servire poteri esteri che, come ha scritto una volta il prof. Giannuli, non ci sono amici.

    La sentenza evita di riconoscere un risultato qualificante ad un sistema falso e corrotto, e con ciò di rafforzarlo. Evita di favorire ulteriormente la pratica dell’occultamento dell’eversione dietro al suo opposto, e di favorire ulteriormente i danni che agli epurandi di 40 anni dopo derivano da tale doppiogiochismo. Lascia uno sfregio che rende meno credibili i languori di “riconciliazione” dei discendenti dei Partigiani, e che risparmia forse all’Italia qualche altro dispiacere. Nello stato in cui siamo, meglio che la memoria della Strage e della reazione ad essa non siano completamente coperte dagli interventi cosmetici, ma resti un’impronta in negativo, come il pilastro scheggiato dall’esplosione a Piazza Loggia.

  • articolo molto interessante. questo paese è decisamente di destra, spesso anche nella giustizia. e io sono stufo di vivere in questo paese decisamente fascistoide.

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