La guerra sporca di Palermo.

Con piacere ed interesse vi propongo questo articolo di Nicola Biondo, amico e studioso puntuale e tenace su un argomento di cui è ampio conoscitore. Buona lettura! A.G.

Per raccontare quella che va sotto il nome di “trattativa stato-mafia” basterebbe leggere American Tabloid di James Ellroy, il mito vivente del noir, e un vecchio articolo di Stefano Rodotà del 2004.

Ecco l’intro di Ellroy:

“L’America non è mai stata innocente. Abbiamo perso la verginità sulla nave durante il viaggio di andata e ci siamo guardati indietro senza alcun rimpianto”.

Ed ecco la penna di Rodotà:

“Vi è una violenza della verità che la democrazia ha sempre cercato di addomesticare, per evitare che travolga le stesse libertà democratiche”.

Uomini così opposti e parole così coincidenti. L’Italia, come l’America di Ellroy, non è mai stata innocente, non si può essere vergini se si è andati a letto con i Papi e gli Imperatori: è stato necessario però santificarli, togliere dai loro paramenti gli schizzi di veleno, ripulirli per farci vivere in pace, anestetizzati. E trasformarci in moralisti da due soldi.

Il giurista si chiede: in uno Stato quanto è possibile far sapere ai cittadini? Ci sono verità che non devono essere rivelate? Lo scheletro dell’esercizio del potere va fatto vedere in chiaro?

Oppure – domanda Rodotà – di fronte alla verità del Potere i cittadini si rivolterebbero travolgendo le libertà democratiche, tra le quali ci sono anche quelle di mentire, di non essere torturati per ottenere la verità, di non pensarla tutti allo stesso modo?

Dice Rodotà, “può la democrazia essere identificata con l’ assoluta trasparenza, con l’ obbligo di dire la verità in ogni caso e ad ogni costo?”
L’America di Ellroy, quella di American tabloid, quella in cui i Kennedy erano una famiglia corrotta e il vero potere risiedeva nel ricatto e del sangue, in un manipolo di agenti sotto copertura, assassini coraggiosi e cinici capaci davvero di cambiare la grande storia e molto più della prosopopea kennediana.

Ellroy racconta quella verità fuori scena, ributtante e adrenalinica. Mentre Rodotà ci chiede, “ve la sentite di sapere la verità su come uno Stato governa?”

Quella che si è combattuta in Sicilia è stata una guerra sporca, una guerra di confine, sangue e merda.

Chiamatela come volete, anime belle, pacifisti senza se e senza ma. Ma è stata una guerra.

Una guerra sporca che alla fine ha prodotto il più lungo periodo della storia mafiosa senza stragi, attentati e omicidi eccellenti. Una guerra sporca ha patti e tradimenti continui, veloci e immorali.

Quanta innocenza siamo disposti a perdere?

I Ros dei Carabinieri sono un po’ come gli anti-eroi di Ellroy. Si sono sporcati le mani, hanno fatto un dirty job, senza limiti con un obiettivo principale: non la fine della mafia ma la fine della sua epopea stragista.

Ai confini non si fanno sconti, non ci sono regole morali e giuridiche che regolano gli spari in prima linea, nessuna cortesia all’uscita. Sono stati commessi crimini ed errori? Certamente sì. Borsellino muore per la trattativa, quella che gli fa dire in lacrime “un amico mi ha tradito” pochi giorni prima di finire ucciso.

Luigi Ilardo era il primo ed unico caso di un boss infiltrato nel cuore di Cosa nostra. Un insider come quelli dei film che porta gli investigatori sull’uscio di casa di Bernardo Provenzano. Ma nessuno bussa a quella porta. E Ilardo finisce tradito – da uomini di Stato – e ucciso. Vogliamo ancora parlare del covo di Riina? O della verità impupata su via D’Amelio? O dei pentiti con licenza di uccidere?

Eppure c’è una verità di fondo: i Ros pur muovendosi spesso come un corpo separato dello stato – e un’autonomia investigativa da fiction tv – non hanno agito a favore di Cosa nostra, quella semmai è una conseguenza non voluta. Hanno agito per lo Stato, a suo nome.

Ora le cose sono due: o lo Stato si prende la briga di proteggere con il segreto quelle condotte (come è avvenuto anche recentemente per il caso Abu Omar) o li molla.

Tertium non datur.

Dobbiamo abituarci che la verità giudiziaria non è quella storica, e viceversa.

Piaccia o meno, lo stesso vertice Ros è stato assolto ben due volte su una vicenda che la sentenza recente giudica invece uno dei passaggi chiave della trattativa, il mancato arresto di Provenzano. E’ chiedere troppo che i tribunali italiani almeno su questioni tanto delicate non arrivino a questo impasse?

Quanto incredibile deve sembrare il fatto che una sentenza assolva e un’altra condanni giudicando diversamente lo stesso episodio? E come si fa a scrivere la storia su Marcello Dell’Utri se una sentenza dice che ha trattato con la mafia fino al ’92 e non oltre e un’altra afferma che lo fece per almeno altri due anni?

La politica ipocrita

La politica nei momenti di crisi lascia liberi i suoi segugi, gli uomini al fronte: non gli dicono “mi raccomando rispettate le regole”, gli viene chiesto di fare il possibile, costi quel che costi.

E’ avvenuto nel caso Moro, nel rapimento Cirillo e in quello Dozier. In mille altre occasioni.

Gli americani hanno trattato con il gotha della mafia americana: lo hanno fatto in nome di un’emergenza e quella trattativa è costata carissima nel libro nero della storia.

E’ lo sbirro che propone al ministro, non è il contrario. E il ministro non vuole sapere nemmeno come e cosa fa la divisa, basta che si risolva il problema. Ora immaginatevi chi convinceva chi – mentre nella guerra sporca di Palermo cadaveri si sommavano a cadaveri – tra gli investigatori scafati e il Ministro di giustizia Conso, persona integerrima, tecnico sopraffino della cultura giuridica ma privo di quella malizia politica che sarebbe stata utilissima in quel momento.

Pensare che Conso abbia solo immaginato di trattare con la mafia è inimmaginabile: ma di certo il professore si convinse ad allentare a oltre 300 mafiosi il carcere duro. E nelle guerre non ha importanza perché fai le cose ma come esse vengono percepite dal tuo nemico. Chi aveva il polso delle carceri in quel momento sapeva che la situazione era esplosiva all’interno del circuito penitenziario.

I Ros nella Palermo del ’92-’93 ricordano il Mister Wolf di Tarantino, risolvono problemi. Il come non ha importanza per chi li investe di un potere operativo quasi assoluto.

Ora il problema è stato risolto. Ci sono stati morti, tradimenti e immani tragedie. Di quella stagione sappiamo molto, ma le verità indicibili – quelle che secondo Rodotà potrebbero minare il senso comune di appartenenza alla comunità democratica, la violenza della verità appunto – difficilmente le vedrete sui media ufficiali: nessuno chiederà scusa perché la tortura è diventata per anni strumento corrente nelle carceri, nessuno ha chiesto scusa per la mancata protezione del giudice Borsellino o per aver portato in aula una verità falsa su via D’Amelio.

Ma quel problema – le stragi, le bombe per le strade – lo hanno risolto.

Alla fine nei libri di storia rimarrà una verità di fondo: Riina ha perso la sua partita più importante, ha causato una debacle storica per la sua organizzazione e chi lo ha sostituito non ha né voluto né saputo rimettere in piedi il giocattolo, la guerra allo Stato.

Che tutto rimanga nelle mani di un manipolo di uomini in divisa – che possono essere eroi e poi venire scaricati l’indomani – lo dimostra la realtà . Per 50 anni Cosa nostra è stata sostanzialmente impunita. E’ avvenuto perché avevamo gli sbirri più scarsi del mondo? No, anzi. Nell’arco di pochi anni quegli stessi corpi di polizia hanno decimato una delle organizzazioni più potenti al mondo. E’ in questo iato che è successo qualcosa. Si sono saldate volontà politiche – sopratutto di quei politici come Martelli finito nel libro nero di Riina & C. – e lasciate mani libere agli organi investigativi.

Nella guerra sporca di Palermo c’è stato tutto e il contrario di tutto. C’è la cattura di Riina e le inspiegabili scelte di non perquisirne il covo, ci sono decine di latitanti catturati e incredibili incapacità nella caccia a Provenzano che verrà preso 14 anni dopo Capaci, un’enormità.

E’ accaduto che sbirri di grande professionalità non abbiano perquisito un covo o abbiano cercato la verità su via D’Amelio nei bassifondi della Palermo di Ciprì e Maresco fatta di matti,transessuali e canazzi di bancata, e non invece ai piani alti di Cosa nostra.

C’è l’avvio di una stagione dell’antimafia popolare – alimentata anche da un sentimento di profonda vergogna collettiva – che si chiuderà nel cupio dissolvi di parole vuote e miti abbattuti, di inefficienze che bestemmiano i talenti generosi di tanti servitori dello Stato.

Mentre l’Italia glorificava la sapienza investigativa – nel rispetto della legge – di Falcone e Borsellino, con i loro cadaveri ancora caldi venivano fondate le Guantanamo italiane, dove decine di mafiosi e sospetti tali subivano torture, vessazioni, pressioni. Anche quella fu una trattativa: o la smettete e parlate o continuiamo con il trattamento.

La guerra sporca di Palermo è avvenuta anche tra partiti in divisa – quello della Polizia e quello dei Carabinieri – e loro sotto-fazioni. E’ avvenuta nella magistratura. Ognuno con il proprio pentito di fiducia, con i suoi confidenti e i suoi metodi.

E’ avvenuta sui media, con i cronisti divisi tra chi faceva l’addetto stampa della Polizia e chi il megafono dei Carabinieri.

Anche qui ci sono verità indicibili: come quella di due eccezionali penne che hanno raccontato la guerra sporca che a distanza di anni finiscono interrogati in Procura. Erano loro ad aver propagandato le infamità del Corvo contro Giovanni Falcone e a precisa domanda rispondono di non ricordarsi chi li imbeccò, chi li utilizzò come megafono per preparare la scena mediatica all’attentato -fallito o rientrato, non si è mai capito – dell’Addaura contro i giudice. Può un giornalista scegliere di tacere la propria fonte di fronte ad un evento così drammatico? Quanto sarebbe importante sapere chi, dall’interno degli apparati, volle colpire Giovanni Falcone tre anni prima di Capaci utilizzando il diritto di cronaca?

Negare che la politica, non tutta ovviamente, abbia trattato con Cosa nostra è impossibile. Paolo Borsellino chiarì la questione con poche parole, queste: “Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio, o si fanno la guerra o si mettono d’accordo”.

Che un politico o un indagato mentano ci può stare. Che un ufficiale che ha giocato un ruolo border-line non voglia raccontare i suoi metodi e le protezioni di cui ha goduto è fisiologico.

Quello che è difficile digerire è la strumentalizzazione politica di chi non deve sommare funzioni di indagatore e nello stesso tempo di politico. Strumentalizzare è mestiere da politici, non da giudici o da Pm.

La peggiore strumentalizzazione l’ha fatta – ecco le conseguenze della guerra sporca di Palermo – proprio il pm simbolo del processo sulla trattativa, Nino Di Matteo.

Non può passare sotto silenzio la sua partecipazione ad una convention politica organizzata da un’associazione privata collaterale ad un partito e diretta dal leader di quel partito, mentre si era appena chiuso proprio il processo che lo aveva visto accusare pezzi di prima e seconda repubblica.

Giovanni Falcone o Paolo Borsellino sarebbero mai andati alla vigilia della sentenza del maxiprocesso al congresso di un partito o ad una sua iniziativa pubblica?

Esponi la procura e il tuo lavoro alle logiche della lotta politica. E’ una questione di igiene costituzionale.

La politica – e l’esposizione mediatica – è una bestia che bisogna saper domare. Non può passare sotto silenzio che nelle sue accuse – in diretta tv – contro il Csm per non aver tutelato i Pm di Palermo, Di Matteo oggi dimentichi che il rappresentate del CSM in quota Movimento cinque stelle abbia votato contro la sua richiesta di trasferimento alla Procura nazionale antimafia. O che abbia votato per il vertice della Procura di Palermo in spregio ad ogni criterio di esperienza e competenza, come a suo tempo lo stesso Pm denunciò. Il giudice non può avere una memoria selettiva: non può salvare alcuni e condannarne altri, per simpatia o per convenienza politica.

La lotta alla mafia è ammaliata da uno strano sortilegio, non consente a nessuno di rimanere immacolato, immune dalle fiamme.

E’ il destino di tutte le guerre sporche dove le divise dei contendenti si mischiano, i confini tendono a sparire, i metodi vanno tenuti segreti e non si tende ad una vittoria, ma ad un nuovo equilibrio.

Nicola Biondo

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Aldo Giannuli

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Comments (8)

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    Venceslao di Spilimbergo

    Pur non concordando pienamente con l’Esimio signor Biondo, non posso che togliermi il cappello dinnanzi a questa sua fatica letteraria (resaci disponibile dal Chiarissimo Professore, cui rivolgo i miei saluti). Articolo raffinatissimo, meritevole di essere letto più volte per le molteplici interpretazioni/ analisi che riesce a generare. L’autore concorda in gran parte, consciamente o meno poco importa, con il pensiero dell’Ottimo Professore Salvatore Lupo: la Mafia è un potere parallelo a quello dello Stato, operante sul suo stesso territorio (il grande giurista Santi Romano e il sempre compianto Sciascia non avrebbero saputo sintetizzare meglio il fenomeno della cosiddetta “Cosa Nostra”); la Mafia e la Repubblica Italiana hanno combattuto una guerra tra loro… un conflitto portato avanti con tutte le modalità, tutti gli strumenti che una lotta “all’ultimo sangue” comporta; come per tutte le guerre è bene che gli “arcana imperii” rimangano celati alla cittadinanza, in quanto vi è il rischio che essa possa non comprenderli e/o accettarli anche se a suo tempo necessari. Ne consegue l’infondatezza (“… nessuna guerra è giudicabile dal Diritto” P. Togliatti), l’irrazionalità, la natura controproducente per l’interesse Nazionale di questo processo. Alla Corte d’Assise d’Appello e/o alla Corte Suprema di Cassazione rimediare al politicissimo protagonismo mediatico del tribunale palermitano e dei suoi Procuratori.
    Congratulandomi per il meritevole lavoro svolto, porgo i miei più sinceri saluti.
    I miei ossequi

  • Perfettamente d’accordo. Gli strumenti legali sono insufficienti di fronte a problemi di questa portata (mafie, terrorismo).
    Divento matto quando sento straparlare di servizi segreti… “deviati”.

  • nel post non sono riuscito a trovare “l’oggetto del contendere”, ovvero cosa ci sia stato (o ci sia ?) come “premio” per la mafia nella cessazione della sua guerra condotta contro lo stato.
    si dà invece per scontato che la mafia abbia fatto tutto da sola, senza neanche un aiutino negli attentati più importanti (falcone e borsellino) o in quelli nelle “location” più improbabili per essa, come i georgofili o san Giorgio, quando lo stesso riina ebbe a definire l'”attentatuni” opera di servizi segreti, o sul luogo degli agguati si siano trovati prove della presenza dei servizi (il biglietto di capaci, il depistaggio per allontanare le indagini sul palazzo in costruzione dei fratelli graziano di via d’amelio, la creazione del falso colpevole scarantino da parte del questore-agente segreto la barbera ).
    si può escludere che la mafia, abbia avuto disco verde nel suo passaggio dalla lupara alla finanza (su cosa stavano indagando falcone e la giudice svizzera del ponte, obiettivi dell’attentato sventato all’addaura?) ed in cambio si sia intestata stragi e distruzione di monumenti commessi da altri (la falange amata, che rivendicava ogni attentato in orari di ufficio…..), il cui vero scopo era quello di imporre ed accelerare il processo di privatizzazioni e di smantellamento dell’industria di stato italiana a beneficio dei nostri migliori…alleati europei?
    d’altro canto, chissà in quali mani siano le “carte” del covo non perquisito (?) di toto riina e il leader messina denaro è ancora imprendibile…………
    altri analisti hanno indirizzato la propria attenzione in questa direzione.

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    Giovanni Davide Locicero

    beh se è giusto che uno stato si comporti in modo autocratico e valichi i limiti della sua costituzione, basta che “risolva problemi”, credo che il paragone con mister wolf possa essere fatto anche per duterte o, perchè no, hitler. l’importante è che i mafiosi vengano trattati bene in carcere, casomai mettiamogli pure il telefono anonimo in cella così comunicano con i picciotti

  • Articolo chiaramente di elevato spessore anche sopra la media – già alta – di questo colto blog. Il suo autore dimostra non solo, cosa alla fine spesso anche gossippara, conoscenza dei fatti dettagliati del tal periodo storico italiano, ma anche e soprattutto una maturità umana molto rara: la capacità di vedere E ACCETTARE che la convivenza umana (quella dell’ordine e dei comfort) è letteralmente fondata sulla violenza più orrenda.
    Tuttavia, questa è allo stesso tempo una posizione paradossalmente superficiale e banale, tipica dei film (e della mentalità) americani, del “fino a dove sei disposto a spingerti”, de “il fine giustifica i mezzi” e via dicendo.
    Per parte mia, ammetto di non riuscire ad essere tranchant in merito, ma so solo che lo Stato di diritto non può compromettere fino a questo livello i principi esistenziali su cui è fondato. La mafia va combattuta e distrutta

  • «Non si capisce nulla del nostro sistema di potere se non si è disposti ad ammettere che al di sotto del governo visibile c’è un governo che agisce nella penombra… e ancor piú in fondo un governo che agisce nella piú assoluta oscurità… un potere invisibile che agisce accanto a quello dello Stato, insieme dentro e contro, sotto certi aspetti concorrente sotto altri connivente, che si vale del segreto non proprio per abbatterlo ma neppure per servirlo. Se ne vale principalmente per aggirare o addirittura violare impunemente le leggi…
    (Norberto Bobbio, Democrazia e segreto, G.Einaudi editore)
    Che dice di nuovo lei oggi rispetto a quello che dicevano già sia Bobbio che Rodotà e altri ancora, studiosi o romanzieri che fossero?
    Francamente a me sembra di capire che sia più piccato per il fatto che un Pubblico Ministero sia intervenuto ad un convegno non suo piuttosto di riconoscere anche qui gli scanzonati criteri del “savoir vivre” che illustra con disincantata naturalezza. Cosa non dissero pure di Falcone che accettò l’incarico ministeriale offertogli dal socialista Martelli!
    Mi sentirei di ribatterle punto per punto e poi tarre, come finale ad effetto, la moralina conclusiva ma non ho intenzione di occupare a dismisura spazi non miei in cui, peraltro, vengo gentilmente ospitato a “scatola chiusa” in commenti di solito non brevissimi. Il suo articolo mi rimanda inoltre alla retorica del post-terrorismo quando si cercava di rinverdire il mito fondatore della Repubblica dicendo che lo Stato aveva sconfitto il terrore sanguinario con le armi della democrazia e della legalità. Senza cedimenti, si aggiungevai. Era palesemente non vero all’epoca e lo è molto di più oggi. La maggiore conoscenza attuale sta nell’aver individuato i meccanismi occulti e i protagonisti sotterranei (ma nemmeno troppo già allora). Non si sovrappongono verità processuale e verità storica solo perché non si rifaranno quei processi; ma io non vorrei portare i cognomi di quei ministri e presidenti del consiglio. La débacle dello Stato, allora, la stiamo pagando ancora. Senza sconti. Tant’è che oggi quello stesso Stato è ad un passo dalla delegittimazione, anche all’estero. Un altro aspetto che confonde, a mio avviso, è quello di identificare la politica che costantemente tratta e fa accordi con la mafia, con lo Stato che, in quanto tale, ha la sua ragione di esistere perché combatte l’illegalità in nome della sicurezza dei suoi cittadini; aggiungo io, in modo efficace se usa la legge che si è dato. Altrimenti porterà avanti un’ipoteca inestinguibile su se stesso e sulla società che pensa di rappresentare. A tal proposito, mi sembra di leggere una soffusa e macabra ironia quando rappresenta i cadaveri fumanti dei due giudici Falcone e Borsellino glorificati nella loro sapienza investigativa “-nel rispetto della legge-” lei chiosa, mentre si istituivano le Guantanamo italiane… Ebbene, da quanto lei scrive io capisco che a lavorare per lo Stato rispettando la legge si muore sterili e dilaniati mentre i metodi illegali e sotterranei dei torturatori sortiscono confessioni e sono fecondi di risultati operativi. Se ho capito bene, il cinismo di quanto afferma la fanno più simile al monsignore di “A ciascuno il suo” che non all’acutezza di Woodward e Bernstein! Sarebbe bene che lei realizzasse che i due giudici sono morti perchè sono stati venduti e non per l’inefficacia della loro azione investigativa. E (ma avrò bisogno di dirlo a lei?) venduti proprio da quelli che operano in quel sottobosco mefitico che a le sembra così scontato e connaturale ed efficiente. Infine, il problema di stragi e bombe, comunque sia andata, lei dice, è stato risolto. Se a lei pare così, dato che l’ha scritto, mi pare superfluo ogni tentativo di argomentazione contraria. L’unica cosa che posso fare è ricordare istintivamente Andreotti quando diceva, con sagacia e bonomia, che Ambrosoli e Pecorelli, due antitetici accomunati dalla stessa fine, s’erano cercati da soli la loro morte. Vedo lo stesso spirito. Spero che molti leggano il suo articolo così che possano capire anche molto di vicende recenti, Movimento 5 Stelle incluso; lo ritengo molto utile per comprendere spaccati di umanità illusoria opacizzata dall’alibi di una scientifica sapienza che non esiste.
    Ho iniziato riportando una frase di Bobbio che mi sembrava in perfetta sintonia con la sua comprensione della realtà, limitatamente a quanto in oggetto. Vorrei concludere riportando dello stesso autore un pezzo che a lei sembra mancare, o così ne ha insinuato l’idea; una comprensione ulteriore alla quale sembra non sia ancora pervenuto:
    … Del resto chi promuove forme di potere occulto e chi vi aderisce vuole proprio questo: sottrarre le proprie azioni al controllo democratico, non sottostare ai vincoli che una qualsiasi costituzione democratica impone a chi detiene il potere di prendere decisioni vincolanti per tutti i cittadini, se mai, al contrario controllare lo Stato senza essere a sua volta controllato».
    Op. Cit.
    Non credo abbia venduto moltissime copie, nondimeno ha una qualche utilità.

    • “Probabilmente è in Italia che la mafia, reduce dalle sue esperienze e conquiste americane, ha realizzato la forza più grande: dall’epoca del suo compromesso storico con il governo parallelo, è stata in grado di far uccidere giudici istruttori o capi della polizia: pratica con cui aveva inaugurato la sua partecipazione alle montature del «terrorismo» politico. In situazioni relativamente indipendenti, l’analoga evoluzione dell’equivalente giapponese della mafia dimostra bene l’omogeneità della nostra epoca.

      Ci si sbaglia ogni volta che si vuole spiegare qualcosa opponendo la mafia allo Stato: essi non sono mai in rivalità. La teoria verifica con facilità ciò che tutte le dicerie della vita pratica avevano dimostrato troppo facilmente. La mafia non è un’estranea in questo mondo: ci si trova perfettamente a suo agio. Nell’epoca dello spettacolare integrato, essa appare di fatto come il modello di tutte le imprese commerciali avanzate.”

      Commentari sulla società dello spettacolo, G. Debord (1988)

  • Aldilà delle cronache giudiziarie, peraltro ancora in divenire e sui cui non si può fondare una lettura dello storia che sia basata solo su tali documenti, mi pare che l’analisi più comprensibile, proprio sotto il profilo storico, la fece il magistrato Guido Lo Forte in un’intervista rilasciata al Corsera il 22 settembre 2003 (riscontrabile nell’Archivio del quotidiano). Il paragone che propose per capire cosa stava avvenendo fu quello con la Colombia anni 80 – inizio anni 90. Effettivamente, volendo effettuare delle comparazioni http://www.stampoantimafioso.it/wp-content/uploads/2016/12/ELABORATO-FINALE.pdf, si possono trovare similitudini ma anche differenze in termini di risposta sociale e anche statale. Un’analisi comparativa che potrebbe essere una chiava interpretativa delle vicende

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