La discussione nel M5s sul modello organizzativo.

Nel M5s è partito un dibattito sulla revisione del modello organizzativo cui si fa carico delle ripetute sconfitte nelle elezioni amministrative. Di Maio ha proposto tre cose: istituire una segreteria politica che lo assista, aprire all’apparentamento con liste civiche locali in caso di elezioni amministrative, assicurare (ma per ora è solo una petizione di principio) un maggiore radicamento territoriale.

Davide Casaleggio (ed è la prima volta di un aperto dissenso con Di Maio) si è detto contrario, sostenendo che questo segnerebbe l’abbandono del modello disegnato dal padre e la trasformazione del movimento in partito. Per la verità, anche diversi quotidiani hanno presentato la cosa negli stessi termini: il M5s diventa partito.

Prima di entrare nel merito, chiariamo una cosa: il M5s non si sta trasformando in partito, perché è già un partito da sei anni.

Come ho avuto occasione di scrivere, quello che distingue i movimenti dai partiti non è questa o quella architettura organizzativa, ma il ruolo che svolgono gli uni e gli altri: i movimenti hanno sempre carattere parziale, o perché rappresentano un particolare soggetto sociale (studenti, operai, donne, minoranze nazionali ecc) o perché si formano su una determinata tematica ( i diritti civili, il divorzio, la lotta alla mafia eccetera) e, per definizione, non hanno un progetto politico complessivo e non cercano di arrivare al governo.

Al contrario, i partiti ambiscono a governare il paese e per questo chiedono al popolo un mandato pieno e generale. La presentazione alle elezioni politiche è già un passo in questa direzione. Ci sono casi particolari di partiti-movimento come alcune minoranze nazionali (Svp, Uv, Partito Sardo d’Azione ecc.) o punti di passaggio fra partito e movimento di opinione (ad esempio i radicali, i verdi) ma si tratta di casi particolari, in genere di piccole forze politiche e che, nella maggior parte dei casi, diventano rapidamente partiti veri e propri o si dissolvono.

Ma quando una lista prende il 25 o il 30% dei voti è escluso che possa restare un movimento. Immaginarsi poi se va al governo.

Dunque, il M5s, almeno dal 2013 è un partito in piena regola, anche se ha un suo modello organizzativo funzionale ad un progetto di democrazia diretta. E qui conviene fare qualche puntualizzazione.

Il modello di democrazia diretta proposto da Roberto Casaleggio (ce ne sono di diversi), pensa al superamento della democrazia rappresentativa attraverso la partecipazione in rete. Questo dovrebbe consentire a tutti di poter partecipare in prima persona senza delegare ad altri alcuna decisione. Pertanto il soggetto decidente non è il Parlamento ma il popolo nella sua unità. E, conseguentemente, i partiti sono visti come ostacolo all’unità del popolo e canali che reintroducono la logica della rappresentanza. Le stesse ideologie sono da mettere al bando, in quanto inutili strumenti di divisione.

Altro bersaglio della polemica di Casaleggio è il professionismo politico: in attesa di realizzare una democrazia diretta che abolisca le assemblee elettive, occorre indebolire la casta dei politici di professione che non hanno altra occupazione che quella. Le varie solizioni organizzative (il non-statuto, la turnazione semestrale, l’abolizione del titolo di onorevole in favore di quello di portavoce, il divieto di alleanze con qualsiasi altra forza politica, il limite dei due mandati, le consultazioni on line, la presenza dei due garanti, la selezione dei candidati sempre on line, la proibizione di costituire strutture di tipo professionale, l’esclusione di organi di partito eccetera) erano funzionali a questo obiettivo.

Pertanto capisco le resistenze di Davide alle proposte di Di Maio che stravolgerebbe il modello disegnato da Roberto. Il problema è che il modello ipotizzato, oltre a non aver funzionato, non è mai stato attuato del tutto ed è stato sottoposto a diverse deroghe.

Personalmente penso che una robusta dose di istituti di democrazia diretta (i referendum anche propositivi, le verifiche on line con potere consultivo e con maggiori garanzie, l’elezione diretta dei candidati in ogni istanza, la sostituzione dei congressi con assemblee e votazioni dirette eccetera) possano essere potenti correttivi ai pericoli di degenerazione burocratica delle forze politiche, ma non credo che sia realizzabile un sistema che abroghi del tutto la democrazia rappresentativa.

Se davvero dovessimo assumere tutte le decisioni per suffragio universale, non faremmo altro per 24 ore al giorno e non basterebbe. Tramontati professionisti della politica, avremmo creato i professionisti della tastiera, sai che vantaggio!

Quanto all’eliminazione di un minimo di struttura organizzativa e di istanze interne di partito a livello provinciale, regionale e nazionale, mentre permangono eletti in Parlameno e consigli locali, ricordo di aver ripetutamente fatto osservare a Roberto che, in questo modo, non viene fuori un sistema di democrazia diretta quanto, piuttosto un partito di notabili eletti in Parlamento che prende ogni decisione senza rispondere mai a nessuno (e, infatti….). Mentre il non statuto si è rivelato un testo inadatto a garantire la partecipazione democratica.

Infine: la selezione dei candidati con il metodo delle votazioni on line (oltre che porre problemi di manipolazioni esterne, come in passato si è verificato) ha prodotto una scelta che, per essere moderati, possiamo definire imbarazzante.

Io cercherei di salvare le intuizioni di fondo del modello disegnato da Roberto, ma senza atteggiamenti dogmatici: non è il Corano quello di cui stiamo parlando.

Ma le proposte frettolosamente avanzate da Di Maio non sono la soluzione e farebbero davvero somigliare il M5s ai più tradizionali fra i partiti. Direi che conviene prenderla con calma, discutendo con attenzione e profondità sia i motivi delle sconfitte che i possibili rimedi.

Ma questo richiederebbe buon senso e intelligenza. Ce ne è ancora in giro?

Aldo Giannuli

aldo giannuli, m5s


Aldo Giannuli

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Comments (7)

  • Caro professore condivido moltissime cose di quanto Lei afferma in questo articolo. La principale delle quali è che il movimento divenne partito almeno a partire dal suo ingresso in massa nel Parlamento, nel 2013. Condivido pienamente, anche se in modo più cinico, che gli attuali vertici, che tali sono, insigniti di dignità ministeriale, e/o parlamentare, possono ignorare ogni pulsione di Davide Casaleggio, ove questo tentasse di riportarsi nella traccia utopistica e machiavellicamente inattuabile del padre. Rimangono assenti, nello strumentario dei vertici, alcuni possibili interventi tattici che gli darebbero migliori possibilità operative. Per esempio, cito una decisa lotta all’infame sistema elettorale maggioritario dei comuni e delle Regioni, che li penalizza oltremodo e costringe milioni di elettori ad assentarsi dalle urne per chiara mancanza di valore del proprio voto. Dovrebbero farla, ma sono preda di miti del passato. Analogamente, per ridurre il potere regionale e la legislazione concorrente, dovrebbero rilanciare le province, volute dalla costituzione, e capaci di esercitare localmente funzioni “statali”, fra cui scuola, strade e verde, ponendo un deciso ostacolo ai localismi e ponendosi in parallelo alle coesistenti prefetture. Anche in quel campo hanno bruciato i ponti alle loro spalle, privandosi di un potente strumento di partecipazione. Così purtroppo, non avendo in mano i potenti strumenti di espressione della volontà popolare possibili in questa epoca, il voto proporzionale, e il decentramento funzionale e non politico dello stato, sono costretti a immaginare ancora una democrazia diretta, di cui non conoscono ne la portato, ne gli effetti, ne sono in grado di dominare, se non per piccole quote.

  • Lo sbarco della nave M5S (marchio registrato) in Parlamento, per -presuntamente- “gestire il malcontento sociale”, “abolire la casta politica”, “tagliare i privilegi, ecc…”, è avvenuto per la tutela degli interessi di qualche Stato?

  • “ Infine: la selezione dei candidati con il metodo delle votazioni on line (oltre che porre problemi di manipolazioni esterne, come in passato si è verificato) ha prodotto una scelta che, per essere moderati, possiamo definire imbarazzante.“

    L’ultima volta hanno ovviato con la “selezione ferrea”.

  • Niente paura ! Per i 5* ci sono pur sempre i buoni e ascoltati consigli del lussemburghese Junker.
    Ora che perde la poltrona europea, potrebbe riciclarsi come mentore dei gialli.
    Mal che vada, potranno, riottosi, consultare (rigorosamente gratis !) Frau Merkel.
    In ultima analisi c’è Renzy, cui ricorrere. In materia di sconfitte è un’autorità riconosciuta.
    Junker e Berlusconi insegnano che il partito liquido si può fare. Tutto sta a vedere quanta e quale liquidità si usa. P. es. Macron ha usato quella degli Emirati per i libici.
    Non sarà per caso meglio andar tutti ad un concerto della folk singer Virgin Rays e poi tornar a casa?

  • Riassumerei così i problemi organizzativi di qualsiasi partito democratico:
    1) La realtà politica da affrontare è sempre più complessa e sono necessarie tanto competenze generali (di sintesi) quanto particolari (di analisi e di approfondimento) per affrontarla
    2) Questo dato di fatto viene sfruttato dai gruppi dirigenti per gestire in modo opaco e a proprio vantaggio le scelte politiche effettive
    3) La democrazia diretta, resa molto più facile dagli strumenti elettronici, sembra una soluzione, ma funziona solo per argomenti in cui tutti sono sufficientemente competenti per esperienza più o meno diretta (es. i referendum su divorzio e aborto tenuti negli anni Settanta); a parte questi casi speciali, in cui in ricorso alla democrazia diretta è ragionevole e pertanto doveroso, si rischia di far decidere su argomenti specialistici una maggioranza di persone non in grado di farsi un’opinione fondata su solidi fatti, e quindi esposta alla manipolazione tramite fake news (es. la campagna No Vax, il metodo Stamina… negli USA il creazionismo ecc.)
    4) Quindi, più importante della democrazia diretta, è essenziale la presenza, dentro e fuori il partito, di esperti indipendenti che facciano da raccordo fra complessità delle scelte politiche e opinione pubblica (a incominciare dall’opinione di militanti di base). Come esempi attuali, porterei la rivista Valori, il blog di Vittorio Agnoletto, i dossier di Legambiente… ce ne sono molti altri, per fortuna
    5) Un forte indicatore della crisi di democrazia dei partiti è proprio la distanza tra tale produzione culturale e i processi decisionali apicali dei partiti: insomma, non si capisce mai bene a chi i decisori credano veramente, cosa realmente capiscano di quanto viene detto loro e attraverso quali processi mentali e organizzativi si arrivi alle scelte politiche operative. Questa assoluta opacità è il punto critico su cui ogni proposta di democratizzazione organizzativa dovrebbe intervenire.

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