La crisi è finita. Quasi. Forse. Si, Però.

La crisi è finita. Quasi. Forse. Si, Però.


Sembra ormai che la crisi sia finita. e la ripresa cominciata. Così si affannano a spiegarci sia la Fed che la Bce segnalando i timidi accenni di ripresa produttiva in Usa, Germania e Francia e i primi rialzi di borsa. Poi il coro degli economisti (quelli stessi che non avevano visto la crisi  sino ad una settimana prima che arrivasse) che assicurano che abbiamo scampato il pericolo di una nuova depressione come nel 1929.
E, dunque, di che ci preoccupiamo? “Il peggio sembra essere passato” come cantava qualcuno.
Poi, però, succede che la borsa di Shangai faccia uno starnuto e, in poche ore l’euforia sparisce e le borse occidentali ricomincino a ballare la rumba.
E così gli economisti ci spiegano che la ripresa c’è, ma è slow. Anzi… cioè.. nella misura in cui… Insomma: è lenta e non è rock .

E, allora, ragioniamo un po’su quello che abbiamo di fronte: decimali di incremento produttivo –che potrebbero benissimo essere un’onda corta stagionale- e la ripresa, peraltro incerta, della fluidità sui mercati finanziari. Insomma, le banche hanno ripreso a prestare un po’ di soldi a chi li chiede ed a prestarseli fra di loro. Buon segno, d’accordo, ma, sin qui siamo ad una ripresa tutta e solo finanziaria, con un soffio in termini produttivi. Ma c’è ancora una lista di problemi da risolvere lunga come un palo telegrafico e non è scritto da nessuna parte che la crisi non possa avere delle riprese anche sul piano finanziario.
In primo luogo i problemi di ordine monetario e le relative ricadute politiche. Qui ci siamo dimenticati che il dollaro sta reggendo perchè sono cinesi e finanzieri islamici a consentirlo tenendosi nel cassetto i titoli di debito pubblico Usa. Certamente, questo non è fatto per buon cuore ma per un proprio interesse: svendere quei titoli significherebbe anche subire forti perdite, dunque, c’è un interesse comune contingente a tenere il dollaro in equilibrio. Questo, però, non significa che questa situazione possa durare in eterno e che i cinesi siano disposti a finanziare ulteriormente il disavanzo americano. E, infatti, insieme agli altri paesi del Bric pongono come immediata la domanda di sostituire il dollaro, come moneta unica degli scambi internazionali, con una moneta virtuale retta dal paniere delle principali sette-otto monete. Obama, per ora, non sente da quell’orecchio, ma non c’è dubbio che se i cinesi non avessero sostenuto il dollaro, lui non avrebbe potuto tirar fuori quel miliardo e 300 milioni di dollari con i quali le banche hanno tappato un po’ di buchi. Senza di che, ora non staremmo parlando di ripresa. Obama lo sa e, infatti, pur glissando sul tema, sta organizzando un suo viaggio in Cina per vedere il da farsi. E’ ovvio che gli Usa giocheranno la carta del “ricatto del debitore”: se mi metti le cambiali all’incasso io fallisco, ma se io fallisco tu perdi il capitale ed il cliente a cui vendere le tue merci. Argomento efficacissimo, solo che, in tempi di “guerra asimmetrica”, la risposta può presentarsi su un piano diverso e molto distante, ad esempio con forme di pressione politico-militare, magari concordate con altri del Bric.
Questo ordine di problemi è destinato ad interagire con l’altra grande emergenza irrisolta: la scarsezza di materie prime. Le crisi finanziarie si possono anche risolvere stampando (virtualmente) moneta, ma petrolio, mais, oro, piombo, rame, ferro, ecc non si possono “stampare” e di tutto questo c’è scarsità crescente. E, infatti, appena è parso che la crisi finanziaria si stesse avviando a soluzione, è ricominciata l’ascesa del prezzo del petrolio (ormai a 70 dollari) e dell’oro. D’altra parte, anche volendo ottimisticamente calcolare che il pick oil sia da spostare di una decina d’anni in avanti (diciamo al 2025-2030), se la crescita costante dei consumi di petrolio resterà al 2% annuo, è inevitabile che il prezzo cresca linearmente, per cui la previsione dei servizi francesi, che parlano di un punto di arrivo non lontano di 300 dollari al barile, non è da prendere sotto gamba. Nè c’è da sperare molto dalle biomasse in una situazione di pressione demografica come quella presente.  Se la ricolta non è ancora scoppiata nella maggior parte dei paesi a rischio (ben 65 ne censì un anno addietro la Fao) è anche perchè abbiamo messo mano agli ammassi delle riserve strategiche, ma quanto può durare?
Quando all’oro, la crescita del suo prezzo non è legata solo a ragioni  speculative, ma anche al suo crescente valore d’uso nella componentistica elettronica, in ambito satellitare e per usi medico-diagnostici.
Il tema costantemente rimosso di questa crisi è che, a differenza del 1929 –termine di paragone costante- noi non siamo in un’epoca di relativa abbondanza, ma ci avviamo ad una fase di scarsità. E per di più abbiamo il problema del mutamento climatico che pone limiti di altra natura.
Infine: la crisi finanziaria può anche recedere, ma dell’occupazione non ne parliamo? In questo quarto di secolo abbiamo distrutto circa 6 milioni di posti di lavoro in Europa e circa 9 in Occidente. Di questi solo una minima parte è stata sostituita da nuovi posti. Le nuove generazioni arrivano sul mercato del lavoro sempre più tardi e con impieghi sempre più precari. Durante questa crisi sono già andati persi circa ulteriori 2 milioni e non è affatto detto che non ci siano altre ricadute, in particolare in Italia. Questo significa che, man mano che si assottiglia la fascia di lavoratori “garantiti” (cioè quelli delle generazioni più mature) decresce anche la forza lavoro occupata complessiva e, con essa, il monte salari complessivo. Vogliamo ricordarci come è iniziata questa crisi? All’inizio c’è stata la crescente insolvenza di molti che avevano contratto mutui. Questo, in parte era dovuto all’eccessiva facilità con cui quei mutui erano stati concessi in assoluta assenza di garanzie, ma in buona parte anche per l’erodersi del monte salari che determinava l’insolvenza di tanti. E, infatti, dopo sono venute a ricaduta le insolvenze delle rate auto e delle carte di credito. La questione è stata tamponata con dilazioni, rateizzazioni e parziali abbattimenti, magari portando via l’auto al debitore (così come tanti negli Usa sono finiti a vivere nelle roulottes avendo perso casa), ma c’è ancora un accumulo di sofferenze tutt’altro che risolto. In queste condizioni, se la domanda sul mercato interno non viene sostenuta, ma, anzi tende a flettere ulteriormente, l’esito più probabile è che riprendano le insolvenze. Anche perchè, sin qui, non abbiamo ancora visto se si presenta o meno una ondata inflattiva. Se dovesse accadere, rischieremmo di ritrovarci con una nuova fase di stagflation (stagnazione + inflazione) come quella che colpì le economie occidentali nei primi anni settanta.
Dunque, se non c’è ripresa occupazionale e nuova crescita dei salari reali ogni ripresa finanziaria è destinata ad essere effimera. Ma non c’è ripresa occupazionale possibile se non richiamiamo la manifattura nei paesi del cosiddetto “primo mondo”. Dai primi anni ottanta abbiamo costantemente assistito ad un processo di delocalizzazione industriale che ha spostato la manifattura in larga parte nei paesi asiatici e latino americani (parzialmente nell’est Europa), scommettendo sul fatto che la crescita nel settore terziario, sostenuta dai profitti finanziari, avrebbe compensato largamente i posti persi nell’industria. No sembra che sia andata così. Ed anche l’dea che la totale liberalizzazione del mercato del lavoro avrebbe creato continue opportunità di lavoro, tali da sostenere lo stesso livello salariale non è affatto andata così.
Oggi molti si illudono di risolvere il problema espandendo il settore della ricerca. Intendiamoci: la direzione è giusta ed il settore deve crescere, ma è realistico pensare di creare altri 12-15 milioni di posti di lavoro in quel solo settore, nei prossimi 5-6 anni? Infatti tanti ce ne vorrebbero per riassorbire il tasso di disoccupazione-inoccupazione presente e rimpiazzare gli ulteriori posti che prevedibilmente si perderanno per effetto della crisi e del normale turn over.
Dunque, senza rilancio della base industriale non c’è ripresa occupazionale, ma senza questa non c’è neppure stabilità finanziaria di lungo periodo. Ma come fare questo in epoca di globalizzazione e di scambi mondiali liberalizzati, per cui la concorrenza dei paesi “emergenti” con livelli salariali di pura sussistenza? Infatti, questa è l quadratura del cerchio che ci rimanda al conflitto politico interstatuale da cui eravamo partiti parlando dei problemi monetari.
Il processo, dunque, è ancora tutto da sviluppare e non è detto che debba necessariamente prendere la piega migliore.

Aldo Giannuli, 23 agosto ’09

aldo giannuli, nuova recessione, uscire dalla crisi


Aldo Giannuli

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Comments (2)

  • Negli anni 70 fui assunta tramite la legge (la 462 se ricordo bene) che imponeva alle ditte che superavano un tot numero di personale di avere un percentuale un tot numero di disabili. Io essendo spastica distonica, fui assunta. Dopo 5 anni mi licenziai perchè abitando vicino a Tv e lavorando a Pn, volevo trovare un lavoro vicino a casa. A quel punto capii che gli anni 70 erano al crepuscolo. Da quel momento accumulai una caterva di umilianti periodi di prova. Il mondo operaio e i sindacati dov’erano finiti?

  • Chissà com’è che in generale, gli italiani si ricordano dei sindacati, solo quando restano senza il lavoro. Prima, mai.

    Ora poi abbiamo il fenomeno dell’operaio che vota lega, ma vorrebbe che il sindacato si facesse un culo quadro, per il suo posto di lavoro che il suo partito che è bene ricordare è di governo, non gli ha difeso.

    Avanti così, italiani tutti fenomeni.

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