L’italiano e la lingua veicolare.

L’umanità ha sempre cercato di darsi linguaggi transnazionali per la comunicazione producendo lingue franche, ibride, veicolari che hanno dato vita, di volta in volta, a fenomeni socio linguistici molto diversi fra loro.

Nell’Europa medievale e rinascimentale il latino era la lingua, oltre che della Chiesa, dei dotti, mentre nei porti del Mediterraneo fra il XV ed il XVIII secolo era diffuso un linguaggio che mescolava italiano, francese, spagnolo, ebraico ed arabo, la colonizzazione impose le “lingue imperiali”, ma produsse anche ibridi come le “lingue creole”, poi i flussi migrativi del XIX secolo crearono lingue “miste” fra quelle dei paesi d’origine e quelle dei paesi di immigrazione, talvolta le lingue miste dei migranti si contaminarono con le lingue furbesche della malavita o degli attori o dei venditori ambulanti zingari, o anche con la “lingua del ghetto”.

Ovviamente, ogni linguaggio rispondeva ad esigenze funzionali di determinati soggetti  ed aveva proprie caratteristiche espressive: ad esempio, la lingua latina dei dotti rispondeva ad esigenze culturali ed è sempre stata lingua scritta, vice versa, la lingua ibrida utilizzata nei porti o dalle ciurme rispondeva ad esigenze pratiche di comunicazione immediata e ben di rado era scritta, come la lingua “mista” degli emigrati che apparteneva a soggetti sociali poveri e difficilmente era scritta.

Oppure, le lingue furbesche o di nomadi (di malavitosi, zingari, ebrei) avevano lo scopo di creare canali comunicativi attraverso i confini, ma, nello stesso tempo, di escludere chi non appartenesse alla comunità.

Dunque, l’uso di un determinato codice comunicativo è sempre finalizzato a qualcosa ed ha sempre conseguenze sociali. Nel caso delle lingue imperiali esso ha deliberati scopi di potere. Come insegna Braudel, dall’Impero vengono sempre lingua, moneta e diritto, e l’esercizio del potere linguistico è il primo atto con il quale l’Impero riduce l’altro a sé e conforma l’ambiente. Essa si presenta come lingua veicolare, perché più diffusa, ma non per questo cessa di avere funzioni di potere e di stabilire gerarchie fra le diverse nazioni. La diffusione della lingua facilita, ovviamente, la diffusione del suo bagaglio culturale (letteratura, opere scientifiche, canzoni, giornali ed in tempi più recenti, radio, televisione, cinema) con evidenti conseguenze tanto sul piano economico quanto su quello dell’egemonia culturale. La diffusione della lingua è il principale strumento di soft power di un paese ed ha inevitabili riflessi sui rapporti fra le industrie culturali dei diversi paesi. E’ evidente che una casa editrice che possa avere diffusione in un mercato eteroglotto senza problemi di traduzione è fortemente avvantaggiata su una che, invece, non ha questa possibilità se non traducendo i suoi libri. E così un film che può essere diffuso senza le spese di doppiaggio permette alla sua casa produttrice maggiori profitti, una televisione ascoltata anche in paesi di lingua diversa avrà maggiori introiti pubblicitari ed influenza informativa ecc ecc.

Veniamo al tempo presente. Sino agli anni cinquanta le lingue “imperiali” prevalenti erano due: il francese, egemone nella diplomazia, nella politica e nella cultura, mentre l’inglese lo era nel mondo della finanza, dell’economia e dei trasporti (soprattutto sul mare). Con il definitivo riconoscimento degli Usa come superpotenza guida del blocco occidentale, l’inglese si è affermato come lingua dominante anche nella politica e nella cultura. Il crollo dell’Urss e l’affermazione degli Usa come unica superpotenza mondiale ha moltiplicato questa tendenza dando luogo ad una egemonia culturale mondiale senza precedenti e l’inglese si è affermato come “lingua del Mondo”. Per la prima volta, l’umanità ha una “lingua mondiale” ed il fatto sembra generalmente accettato –apparentemente- senza resistenze e come se si trattasse di una cosa del tutto ovvia ed innocua, ma, come dice Roberto Mulinacci (“Limes” quaderno speciale “Lingua è potere” p.11): “Nonostante la retorica assolutoria che la circonda nella percezione comune, la lingua non è mai innocente ed anche una banale scelta di registro, come per esempio quella fra una nuova parola inglese ed il suo corrispondente italiano… sottintende sempre un conflitto di modelli culturali. Implica un’egemonia (o comunque una aspirazione ad essa)  e quindi anche una sudditanza, indipendentemente dal fatto di essere disponibili oppure no ad accettarla.”

Dunque, che fare? Ovviamente ogni forma di autarchia culturale sarebbe solo uno sciocco provincialismo, la caricatura delle campagne fasciste per cui non si dovevano usare parole straniere, con il risultato che un piatto come i “tournedos sanglante” nei menù diventavano imbarazzanti “voltaschiena al sangue”. Per cui evitiamo goffaggini del genere. Ma un conto è incorporare nella lingua espressioni straniere (in italiano che ne sono tantissime di cui non si ricorda neppure l’origine eteroglotta: album, tram, camion, fiches, autobus, fucsia, savarin,  babà, collier, poker, guerriglia, revolver, eclatante…), un altro è abusare di questa possibilità. I prestiti linguistici vanno benissimo quando non ci sia un equivalente italiano o quando l’equivalente sia inadeguato, arcaico, poco efficace: “camion” va benissimo al posto del disusato “autocarro”, “mascara” viene dall’italiano “machera” e ci è tornato indietro dall’inglese quando il chimico Williams usò il termine per il noto cosmetico, “Stock” è molto più adeguato di “riserve di magazzino” ed anche “asset” è molto più preciso di “patrimonio” e così via. Ma i prestiti linguistici sono inutili e ridondanti quando ci sia un perfetto corrispondente nella propria lingua, anzi, paradossalmente, finiscono per diventare elementi di un gergo differenziale sub culturale o un esibizionismo snob (che, ricordiamolo, viene da “sine nobilitate”).

Spesso sento i miei studenti (soprattutto i frequentatori di centri sociali) parlare in uno slang incomprensibile con una parola su tre in inglese ed un’altra nel gergale. Perché mai dire riot se ci sono i normalissimi italiani “Sommossa”, “rivolta”, “ribellione”. Forse fa più “figo”?

Dunque, va bene accogliere i prestiti linguistici cum grano salis ed, ovviamente, va bene studiare l’inglese, anzi è giusto farne una conoscenza diffusa sin dalle elementari (ma io ci aggiungerei, già dalla media, una seconda lingua), ma per fare questo è necessario insegnare le materie come le scienze ai bambini in lingua inglese. Il fatto è che in Italia il fenomeno sta raggiungendo livelli parossistici. Ricordo una riunione di consiglio di facoltà di alcuni anni fa che raggiunse vette surreali ineguagliate: all’inizio della seduta il consiglio le docenti di inglese chiesero di avere una unità in più per l’insegnamento della lingua, perché non ce la facevano più con il carico didattico e le aule erano gremite all’inverosimile, a votare a favore di questa richiesta restammo in meno di venti mentre una selva di mani plebiscitò il no. Era scontato: i docenti di lingue nella mia facoltà sono quattro gatti di nessun potere e la risorsa venne destinata ad un gruppo ben più numeroso ed influente. Dopo un’oretta, si discute, nell’entusiasmo generale, dei corsi da tenere integralmente in inglese. Quindi, mezzi per studiare l’inglese no, perché il gruppo dei docenti non “pesa abbastanza”, però fare lezione in inglese a studenti che non si sa quanto siano in grado di seguirla, si. Poi, riuscite ad immaginare una cosa più insensata di un docente italiano che parla a degli studenti italiani in inglese? E perché? Ma, mi spiegò qualcuno, convinto di rivelarmi una cosa dell’altro mondo, ci sono gli studenti stranieri. Ragione di più per parlare in italiano per la diffusione della nostra lingua. In fondo se lo studente straniero avesse voluto  un corso in inglese avrebbe potuto scegliere di iscriversi in una università inglese, se, invece, ha scelto l’Italia qualche ragione ci sarà. L’uso dell’inglese nei corsi servirebbe ad “internazionalizzare” la nostra università e qualcuno già parla di punteggi preferenziali per le pubblicazioni in inglese. Come dire che la lingua italiana esce dalle istituzioni di alta cultura del suo paese e diventa la “lingua del mercato”. A questo punto, perché non trasmissioni televisive e radiofoniche o quotidiani in inglese? Sarebbero più internazionali.

Siamo arrivati a farci sbeffeggiare dal “Telegraph” per lo slogan in inglese della campagna di reclutamento della Marina Militare che, ci è stato fatto notare, denota un uso “sbagliato e provinciale” della lingua inglese, con relativo consiglio di usare l’idioma nazionale.

In realtà, l’anglomania è solo la spia dell’abituale servilismo conformista e provinciale delle nostre classi dirigenti, ad iniziare dai docenti universitari.

Sarebbe insensato fare a gara con l’inglese come lingua più diffusa nel mondo (figuriamoci!) e nessuno lo propone. Ma questo non significa che si debba rinunciare alla difesa del nostro spazio linguistico. Si può benissimo non essere i primi, ma i sedicesimi (anche se, a quanto pare, l’italiano lo studiano molti altri e lasciamo perdere se l’italiano è la quarta lingua studiata o la sesta), ma perché si debba deliberatamente scegliere di diventare trentesimi qualcuno me lo deve spiegare.

Visto che, poi, il patrimonio culturale italiano non è esattamente l’ultimo del Mondo. Peraltro, l’italiano ha un suo spazio che va ben oltre quello dei confini nazionali. Non sto qui a ripetere le cose già dette in un altro pezzo (Chiesa, melodramma, immigrati italofoni ecc.) ma segnalo che l’italiano è abbastanza diffuso nella fascia costiera dell’ex Jugoslavia, in Albania, Grecia, Eritrea, Somalia, con minoranze non trascurabili in Svizzera, Etiopia, Libia, Algeria, Usa, Australia. A Barcellona esiste una radio in italiano e la comunità dei nostri connazionali ammonta a circa 50.000 persone.

Insomma, del problema della lingua veicolare torneremo a parlare per chiederci se sia poi così scontato che essa debba essere l’inglese, ma qui vorrei porre la questione della difesa della lingua italiana. Una decina di anni fa ci fu la proposta di inserire in Costituzione l’italiano come lingua ufficiale della Repubblica. Non se ne fece nulla per l’opposizione della Lega e di Rifondazione comunista, uniti se non altro dalla profonda ignoranza e cecità culturale (ne avesse fatta una buona il gruppo parlamentare di Rifondazione!). Forse sarebbe il caso di tornare alla carica.

Intanto segnalo la petizione “Dillo in Italiano” di Anna Maria Testa su Change org che ha già raccolto 60.000 firme e che invito a sottoscrivere e diffondere.

Aldo Giannuli

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Aldo Giannuli

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Comments (18)

  • Tutto ciò che lei saggiamente denuncia in questo suo scritto, ha solo un marchio d’infamia indelebile,ed é il frutto avvelenato delle fonti fin dal suo sorgere di questa repubblichina serva degli USA, morta annegata in un oceano di scandali e corruzione. E’ la fase terminale della malattia del resistenzialismo e dell’oltranzismo di sinistra, che fin dal 1945 ha esercitato ed esercita tuttora (vedi la recente liberticida legge antirevisionismo) di fatto la dittatura del pensiero unico in Italia. Cinema,cultura,libri,giornali,rotocalchi, televisioni, comici,attori,intellettuali,giornalisti, hanno sbeffeggiato per decenni l’autarchia culturale del “bieco ventennio”.Ma non basta ora studi demografici lanciano l’allarme, l’Italia che detiene il primato al mondo della denatalità, é un triangolo rovesciato, ove alla base della piramide vi é una minoranza di giovani precari o disoccupati che devono mantenere la maggioranza degli italiani, composta da ultra sessantenni pensionati, per cui gli immigrati sono indispensabili per evitare la catastrofe sociale inevitabile, che entro breve ci attende.Rammento bene quanto dilegio e quanta stupida ironia tenuta dal “culturame di sinistra” sulla campagna di incremento delle nascite che fu sostenuta, durante il “bieco ventennio”. Ma quando dico io uno storico libero e onesto inchioderà alle proprie responsabilità i responsabili ?

  • Concordo al 100%.

    “dall’Impero vengono sempre lingua, moneta e diritto”
    – lingua: vedi sopra, non siamo messi bene
    – moneta: fatto
    – diritto: fatto (le norme comunitarie sono considerate di livello superiore alla Costituzione)

  • Nel nostro paese purtroppo malandato si è perso il senso della misura tutti parlano in inglese, fa snob e da importanza,fa figo come dice lei, l’ultima riforma del lavoro viene chiamata jobs act tanto per dirne una. leggo che è segno di ( civiltà?) guardare i film in lingua originale, ho lavorato per 25 anni in una ditta di trasporti dove le comunicazioni aziendali vengono scritte con termini in inglese, per non parlare delle presentazioni dei relatori ( i presenti? tutti italiani). È altrettanto vero che con l’introduzione dell’era informatica e con internet l’inglese è la lingua dominante mi sta bene e cerco di arrangiarmi, ma qui si sta esagerando. Non so se questa tendenza potrà cambiare, dubito. Ormai l’egemonia anglosassone ha preso il sopravvento (e guai farlo notare passi da ignorante) ma credo che serva solo a coprire le nostre lacune a mascherare le nostre deficienze, o forse ci si vergogna di essere italiani, parlare in inglese ci fa sentire più importanti. Una volta mi incazzavo ora sono solo rassegnato.

    • non è il caso di rasegnarsi: sul piano storico mezzo secolo è un attimo che ha scarso peso, e l’egemonia americana ninb dura da molto di più…

  • Stiamo parlando di un Paese in cui il Presidente del Consiglio (premier…) annuncia la “Riforma dell’education” (da restare allibiti) subito dopo il “jobs act”, mentre la Presidente(ssa?) della Camera istruisce scrittori e giornalisti su quale sia il linguaggio corretto da usare; un Paese in cui la maggior parte della popolazione pensa che usare il congiuntivo sia desueto, anzi, “fuori moda”, forse addirittura snob, senza che nessuno mai ricordi che il linguaggio, il pensiero, “il logos”, sono tutt’uno, e che privarsi d’un tempo verbale ipotetico significa privarsi d’un mezzo d’investigazione del reale…. ma è coerente così, mentre il succitato “premier” osanna “House of Cards” la letteratura è diventata orpello d’altri tempi e il mestiere dello scrittore è stato assorbito da quello del calciatore o del cuoco, quest’ultimo a sua volta assorbito da chissà che….
    Guardate la lista dei best seller un attimo, mettetevi le mani nei capelli (se siete abbastanza fortunati da averli ancora), fate un respiro profondo, e poi ritornate a leggere Proust.

  • l’anglofonizzazione è chiaramente un epifenomeno dei processi di aziendalizzazione della nostra società. difficile creare le condizioni perchè si affermi la lingua italiana in un quadro istituzionale che vede il manager come stadio evolutivo finale dell’uomo.
    e il capo della cosiddetta “unica opposizione possibile” d’altra parte è lo stesso che va in piscina con il manager briatore.
    quindi professore si consoli: nell’italia del futuro non servirà sapere parlare l’inglese, basterà dire frasi sconnesse che abbiano una vaga somiglianza con dei suoni anglofoni e il gioco è fatto: la vendetta degli italiani sarà quella di stroppiare la lingua inglese ritrasformandola in italiano

      • risposta ridicola. io da privato cittadino potrei frequentare chiunque. mentre un leader politico di opposizione non dovrebbe frequentare briatore e farsi fotografare con lui mentre fa il bagnetto.

        • Eh, Grillo, Grillo! Non ha ancora capito come si deve comportare se vuole il voto di giandavide. Cominci anzitutto a selezionare con più attenzione le persone da frequentare.
          E poi, queste vacanze a Malindi: sono uno schiaffo alla miseria, ai giovani disoccupati ed agli elettori del Movimento! Alassio o Bordighera non andavano bene? Un po’ di sobrietà, che diamine! Ci manca solo che vada a sciare al Courmayeur!

          • il punto è se si vogliono cambiare le cose o no. è chiaro che se vi va bene come è distribuita la ricchezza in italia vi va bene tutto. solo non capisco come possiate definirvi opposizione, dato che siete per la perpetuazione dell’esistente (perchè dei ricchi non biosogna parlar male, dato che nella nostra socuietà i soldi si fanno solo per meriti morali). però se poi ti pignorano la casa non te la prendere con me

    • il problema è che continuano ad esserci, primi ministri e ministri, che negli incontri internazionali e pubblici insistono a parlare in inglese invece di usare l’italiano, ma slavi-ni non è una soluzione.
      Se alla corte internazionale che forse tratterà il caso dei marò trattenuti in India presento i documenti e interrogazioni in inglese e indi ma non in italiano, e lo faccio solo per risparmiare, perché gli indù dovrebbero avere qualche considerazione di un paese che trascura il proprio idioma come documentazione.
      Un politico all’estero si presenta meglio parlando il proprio idioma in modo corretto dove a casa tutti sono certi di ciò che dice quando fa dichiarazioni pubbliche, non facendo discorsi pieni di storpiature, errori, incomprensioni buoni solo a confondere le idee.

    • Questo è il vecchio e mai abbastanza deplecato discorso dei vecchi missini, aiutati spesso anche da qualche “comunista COSIIIII”, per dirla alla Verdone, i quali sostenevano che i veri comunisti dovrebbero solo essere proletari, vivere in affitto in appartamenti di due stanze, e fare massimo una settimana di mare a Ostia, o simili.
      Se uno era benestante, oppure anche soltanto proprietario (anche se con mutuo trentennale) della casa dove abitava, eccoli subito starnazzare: allora? come la mettiamo? adesso sei anche tu un PADRONE, perciò devi tacere!

  • Professore,
    e che dire di quelle lingue regionali che avrebbero pari dignità – sebbene forse minore utilità – di qualsiasi altra lingua? Vivo in una regione, la Sardegna, con tratti culturali e identitari autonomi e molto forti. Qui il sardo, considerato una lingua vera e propria, è un mezzo per affermare il proprio senso di appartenenza a quella cultura. Pur riconoscendo l’enorme utilità, a fini pratici, dell’uso di lingue veicolari come l’inglese, non sarebbe forse opportuno e sacrosanto garantire – per legge – l’affermarsi e la sopravvivenza di idiomi che meglio contraddistinguano l’appartenenza culturale a ciascuna comunità territoriale? Non mi fraintenda, non sono uno di quelli che vorrebbe vedere l’Europa spezzettata in tanti piccoli stati nazionali – figurarsi, poi, in un’epoca in cui assistiamo alle crisi degli stati nazionali – ma almeno riconoscere l’autonomia culturale e linguistica…

    • sono sempre stato favorevole al riconoscimento della dignità si lingua al sardo, e vedrei con favore un riconoscimento costituzionaleespokicito in questo senso dato che non è sufficiente l’attuale ordinamento

  • Concordo completamente con l’articolo.
    Sono basita venendo a sapere che anche il mondo accademico soffre di questo servilismo culturale verso l’inglese.
    Dovrebbe però sentire lo stile espositivo dei dirigenti di aziende private! Io lavoro in una azienda e faccio parte di una BU (business unit), il mio responsabile è un BM (business manager) e all’ultima riunione di bu ci hanno magnificato le grandi e progressive sorti dell’azienda dicendoci quanto ha guadagnato (logicamente ci hanno negato un aumento del massimale del premio di produzione) con discorsi talmente infarciti di termini pseudo inglesi, da non capire nulla di quello che volevano dire!
    Alcune espressioni inglesi sono obbligate perché legate a tecnologie inventate da loro, ma la maggioranza delle espressioni sono del livello di “exotic fruits beach manager” per indicare l’omino del cocco bello!

  • Professor Giannuli, per una volta le do del lei, io sono un ricercatore a contratto. Ho lavorato in Italia, Inghilterra, Irlanda, Germania, Portogallo, e sono stato visiting researcher in Canada. La differenza tra paesi in cui le lezioni (soprattutto a livello di dottorato) erano in inglese rappresentava la differenza tra il poter partecipare alla vita accademica locale o essere tagliati fuori e poter solo interagire con il proprio gruppo di ricerca. Richiedere che le lezioni siano solo in Italiano vuol dire limitare la possibilità di espatriare degli studenti, limitare la possibilità di ricercatore esterni di partecipare, anche a concorsi, limitare le possibilità dell’istituto di essere parte di quel dialogo accademico mondiale che sta portando avanti la civiltà umana. In un momento peraltro in cui rischiamo cataclismi terribili. Non ho parole per esprimere la miopia di questa posizione. Guardi al suo blog, quante delle discussioni riguardano l’Italia (in fondo un paese secondario nello scenario globale) in un momento in cui la partita a scacchi si gioca tra USA, Russia, Isis, Cina, India, Brasile, Opec, Europa…. Bisogna aprirsi, e per questo è inevitabile parlare, scrivere, pensare in inglese. L’inglese ha di buono che è relativamente facile da imparare. Viene imbastardito in mille modi diversi e è quasi sempre comprensibile. Insomma mi trova completamente contrario. D’altra parte sono convinto che la sua posizione sia non solo fallimentare (per l’Italia) ma senza futuro. Nel senso che mi aspetto che prima o poi una posizione europea che richieda a certi istituti di parlare in inglese. Per esempio richiedendo che se si chiedono soldi europei bisogna fare almeno x% di lezioni in una lingua estera. D’altra parte, se uno studia opera lirica l’italiano lo deve sapere. Se studia teologia il latino lo deve sapere. Se studia filosofia il tedesco è utile (ma mi dicono non più indispensabile). Ma per le scienze davvero non si può prescindere dall’inglese.

    • caro Speroni diamoci pure del lei: intanto mi pare normale che in inghilterra e Canada si parli in inglese (anche in India se è per questo), ci mancherebbe altro. ma a parte il fatto che la stessa strada non è seguita da molti altri paesi come la Russia, la Francia e diversi paesi di lingua spagnola (ed anche quelli dell’Isis che Lei cita fra quelli che giocano la partita mondiale, credo che saqrebbero di diverso parere), mi permetta di farle presente:
      a. che non ho mai detto che non si debba conoscere e studiare l’inglese ed, infatti, nell’articolo lamentavo che il CdF cui partecipavo aveva bocciato la richiesta di un ricercatore di madre lingua avanzata dai docenti di quel gruppo.
      b. Io non confonderei i corsi didattici con le attività di ricerca, è normale che un ricercatore debba parlare nella lingua più conosciuta dal gruppo di ricerca di cui faccia parte (ed è molto probabile che questo sia l’inglese)ma questo non è affatti indispensabile per un corso a degli studenti. Aggiungerei, però che il modo migliore è quello di un corso di studi in un paese di lingua inglese e forse aumentare le borse per gli Erasmus sarebbe una cosa saggia
      c. l’inglese è facile da èalare se, appunto, lo si riduce alla funzione basica (magari sufficiente per uno scambio di opinioni) ma l’inglese, quello vero, è connotato da un nutritissimo numero di espressioni idiomatiche che dubito siano così conosciute anche dal corpo docente
      d. Se uno studia l’opera lirica deve sapere l’italiano e se teologia (o letteratura latina) deve conoscere rispettivamente italiano e latino, ma non mi risulta che le lezioni in proposito siano date in italiano (se all’estero) o in latino (dappertutto) ed anche la filosofia mi pare che non si insegni in tedesco.
      e. è tutto da dimostrare che gli studenti imparimo meglio l’inglese se i corsi sono fatti in quella lingua quanto piuttosto frequentando un corso fatto come si deve di lingua infglese e magari biennalizzato
      f. Lei, nella sua visione tutta accademica trascura che in questo modo si creano due lingue: quella dell’accademia e quella del mercato con effetti sociali devastanti che non prende neppure in considerazione.
      da ultimo le faccio una proposta (la feci a suo tempo in un organo accademico e fu accolta dal gelo universale) : che ne dice di svolgere in inglese le discussioni sulle chiamate dei vincitori di concorso, sulla divisione dei contratti fra i diversi istituti, per l’elezione del Direttore di Istituto o del Rettore? Provi e mi faccia sapere come va

      Quanto all’eventualòe direttiva europea non so se ci si arriverà davvero ma ho i miei dubbi, in compenso di sono speranze che la Ue vada in malora molto prima.
      Cordialmente suo
      Ag

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