Lingua veicolare: dove sta scritto che debba essere per forza l’inglese?

Nel Mondo della globalizzazione è inevitabile che si affermi una lingua “veicolare” che permetta di interagire: tanto per dirne una, cosa sarebbe internet senza l’inglese? Dunque, è pacifico che si debba andare ad una lingua di comunicazione, anche se questo non significa affatto che le altre debbano scomparire o diventare lingue di serie B. Il pluralismo culturale resta una fonte di arricchimento insostituibile ed irrinunciabile.

Ed allora, lingua comune sia, ma non è poi così scontato che debba essere l’inglese. Intanto alcuni dati non saranno inutili e li riprendiamo da una fonte insospettabile di anti anglismo, il libro di Huntington sul conflitto di civiltà, per il quale, nel 1992, i parlanti la lingua inglese erano il 7,6%  della popolazione mondiale, mentre il cinese mandarino era parlato dal 15,2% e lo spagnolo dal 6,1%. Una stima decisamente avara che considera solo Usa, Uk, Canadà e Australia e che non tiene conto della tradizionale diffusione dell’inglese tanto nei paesi del nord Europa quanto in quelli ex coloniali come India e Sudafrica. Poi va detto che l’inglese è la lingua più studiata nel mondo. In totale, la stima più realistica è quella di un 20-22% della popolazione mondiale in grado di parlare e comprendere sufficientemente la lingua inglese.

Il numero potrà sembrare basso, dato  che la sola India ha circa il 18% della popolazione mondiale, ma bisogna considerare che una larga fetta degli indiani (regioni rurali interne, sottoproletariato urbano ecc) non parlano affatto inglese ed un’altra parte rilevante parla un inglese molto approssimativo ed elementare, al di sotto del limite di sufficienza. E lo stesso si può dire di paesi come il Sudafrica, il Kenia o Mnmar.

Quanto agli studenti che apprendono l’inglese a scuola, va detto che in maggioranza poi ne conservano solo tracce del tutto insufficienti e, comunque, non sono in grado di utilizzare un dizionario monolingue.

Dunque, nel complesso, circa l’80% della popolazione mondiale non conosce affatto l’inglese o ne ha rudimenti assai scarsi. Anche scendendo al di sotto della soglia di sufficienza e considerando quanti hanno conoscenze utili ad avere una conversazione elementare, non andiamo molto oltre un terzo della popolazione mondiale e, quindi, la grande maggioranza della popolazione mondiale (non meno dei 2/3 ) ignora del tutto l’idioma di Shakespeare.

Per quanto il quinto considerato è sicuramente la parte più dinamica e “globalizzata” (che viaggia, studia, si connette in internet, segue la stampa e la Tv ecc.), siamo ancora abbastanza lontani da quello che potrebbe essere la lingua comune mondiale.

A questo bisogna aggiungere altre considerazioni. Parlare di inglese come di una lingua unica è un po’ fuorviante, in realtà inglese originario, inglese americano e inglese indiano hanno non irrilevanti differenze tanto per la pronuncia quanto per la costruzione lessicale e grammaticale. L’inglese originario è una lingua molto ricca di espressioni idiomatiche che non sempre presenti, ad esempio, nell’inglese-americano che, però, ne ha di proprie. Certo, un inglese ed uno statunitense si capiscono, ma i due idiomi vanno divaricando e l’inglese americano tende a prevalere. D’altra parte, la maggior parte di quanti conoscono l’inglese non come lingua materna, ma per averlo studiato, spesso ignorano quelle espressioni idiomatiche ed hanno un lessico piuttosto ridotto.

Dunque, per una ragione e o per l’altra, una larga fetta di quel 20-22% di cui dicevamo, parla una sorta di “basic english” che assolve a funzioni di livello non eccelso. Inoltre, inizia a profilarsi un fenomeno tipico, quello delle “lingue miste” (lo spanglish nel sud degli Usa e il chinglish in alcune zone  costiere della Cina) che hanno un effetto contraddittorio, perché, da un lato, gettano un ponte fra la lingua franca e quella locale, favorendone la penetrazione, ma dall’altro creano sorta di enclaves linguistiche meno in grado di comunicare con il resto del Mondo, e dunque, finiscono per erodere la diffusione della lingua veicolare.

Ci sono, poi, considerazioni di ordine politico che meritano d’esser fatte: il successo dell’inglese è legato alla sua doppia funzione imperiale, prima con l’Inghilterra e dopo, ed ancor di più, con gli Usa. Il massimo di espansione dell’anglofonia è coinciso con il momento felice del mono-polarismo americano, ma siamo sicuri che il futuro conserva questo ruolo imperiale agli Usa? Il servilismo delle classi dirigenti europee (Francia a parte) dà per scontato che la partita sia chiusa e che l’inglese abbia vinto definitivamente, ma questa è la resa dell’Europa, non del resto del Mondo.

C’è un altro fenomeno che merita di essere notato: cinese a parte, la seconda lingua parlata al Mondo è lo spagnolo, con il 6,5% di parlanti nativi (un po’ di più se a Spagna e America latina ispanofona, aggiungiamo le Filippine), dunque, una percentuale non molto inferiore a quella stimata da Huntington per i parlanti originari di lingua inglese. Vero è che lo spagnolo non ha una India ed è studiato meno dell’inglese, per cui, fatte le stesso considerazioni di prima er l’inglese, il totale di quanti conoscono quella lingua come prima o come seconda, raggiunge a mala pena il 13%, però occorre considerare che il tasso di fertilità dei latinos è nettamente superiore a quello dei nord americani (e non parliamo degli inglesi, canadesi o australiani). In secondo luogo, la forte immigrazione dei sud americani negli Usa sta cambiando la geografia linguistica deli States: già da un ventennio, in molti stati del sud, gli avvisi al pubblico sono trilingui (inglese, spagnolo e spanglish. Infine occorre mettere in conto che, per le stesse ragioni politiche che hanno sin qui assistito l’inglese, in alcuni contesti, lo spagnolo incontra meno resistenze dell’inglese e penetra più facilmente.

In particolare, già da anni si studia la possibilità di un graduale passaggio del Brasile dal portoghese allo spagnolo, anche perché, in questo modo, esso potrebbe più efficacemente aspirare alla leadership continentale. E questo fatto da solo regalerebbe allo spagnolo un altro 4,5% di parlanti sul piano mondiale. Dunque, i giochi non sono per nulla fatti e, in un futuro non lontanissimo, potremmo anche assistere ad una gara fra inglese e spagnolo, mentre, nonostante la grande quantità di parlanti originari, ben maggiore di inglese e spagnolo messi insieme, appare meno probabile un testa a testa fra inglese e cinese mandarino (la maggioranza dei parlanti usa lingue fonetiche e non ideografiche).

Ma è proprio detto che si debba accettare come lingua veicolare mondiale una lingua nazionale? E’ un po’ come avere una moneta nazionale come moneta di riferimento internazionale: significa assegnare a qualcuno un vantaggio su tutti gli altri. In una visione non gerarchica dell’ordine mondiale (o il meno gerarchica possibile) questa primazia non si giustifica ed assegnare questo vantaggio può produrre più attriti di quanto non si immagini.

Dunque, ci sono alternative alla scelta di una lingua nazionale in funzione di lingua veicolare. Una prima alternativa è quella di una lingua artificiale come le “lingue ausiliarie internazionali” che sorsero nel XIX secolo (volapuk, esperanto ecc.) ma bisogna dire che si è strattato di esperimenti che non hanno avuto mai grande fortuna. Costruire un lessico con prestiti linguistici dalle lingue nazionali produce una lingua che ha seri problemi fonetici, ed ancora maggiori di natura grammaticale e sintattica, scarsa armonia ed ovviamente non ha alle spalle una letteratura ed una cultura. Se volete un esempio, basti leggere il padre nostro in esperanto:

« Patro nia, Kiu estas en la ĉielo,
sanktigata estu Via nomo.
Venu Via regno,
fariĝu Via volo,
kiel en la ĉielo tiel ankaŭ sur la tero.
Nian panon ĉiutagan donu al ni hodiaŭ
kaj pardonu al ni niajn ŝuldojn,
kiel ankaŭ ni pardonas al niaj ŝuldantoj.
Kaj ne konduku nin en tenton,
sed liberigu nin de la malbono.
(Ĉar Via estas la regno kaj la potenco
kaj la gloro eterne.)
Amen »

Non mi pare un grande risultato. Le lingue cd ausiliarie sono state prodotti di laboratorio sterili come certi ibridi animali. E si trattava di lingue artificiali costruite tutte su lingue europee, immaginiamo che problemi potrebbero esserci con una lingua artificiale che mescoli anche lingue idiografiche come il cinese, sillabiche come l’indi o il giapponese ecc. Credo non si metterebbe insieme neppure l’alfabeto. Quindi direi che possiamo lasciar perdere questa ipotesi.

Ne esiste un’altra: usare una lingua morta, debitamente aggiornata nel lessico e semplificata nella parte grammaticale e sintattica, riducendo al minimo eccezioni ed articolazioni. L’esperimento è già stato fatto e con successo in Israele, che ha richiamato in vita l’antico ebraico debitamente trattato. Anche l’arabo parlato (non quello scritto che è intangibile essendo lingua sacra), in fondo, è una lingua antica che si modifica e si aggiorna costantemente nel parlato.

Dunque, un’ operazione non impossibile che risolverebbe il problema del vantaggio ad una lingua nazionale (anche se, sicuramente, alcune, per la maggiore vicinanza morta a quella prescelta, avrebbero un residuo di vantaggio).  Personalmente ritengo che la scelta più opportuna sarebbe il latino, in primo luogo per la larga diffusione scolastica di cui gode, perché ha una letteratura importante, perché quasi tutte le lingue europee (quantomeno dell’Europa centrale ed occidentale) hanno attinto ad essa, perché è legata ad un passato storico studiato in gran parte del mondo. Ma soprattutto per un’altra ragione specifica.

Recentemente ho spiegato a dei miei studenti questa mia idea sul latino ed hanno riso, ma non hanno più riso quando gli ho letto questo articolo de “La Repubblica” (22 dicembre 2014): “Perché il latino è la lingua ideale per comunicare su twitter”. Infatti il latino è una lingua sintetica e non analitica e, grazie ad artifici retorici come la callida iunctura (il “nesso furbo”), l’ordo verborum (l’ordinamento delle parole), costrutti sintattici come l’ablativo assoluto ed espedienti stilistici come il verbo sottinteso, ha caratteristiche di asciuttezza e concisione sin qui insuperate, che la rendono adattissima ad usi molto concentrati come twitter o gli sms. Perché non discuterne?

Certo c’è sempre un vizio un po’ eurocentrico, ma sarà sempre meglio che parlare la lingua dell’Impero vivente.

Aldo Giannuli

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Aldo Giannuli

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Comments (10)

  • Ho trovato molto interessante l’articolo e mi permetto di intervenire solo su un – aspetto in particolare – per partecipare al dibattito e offrire la mia esperienza.

    Oltre all’italiano e all’inglese parlo in giapponese e l’indonesiano.
    È su queste due ultime lingue che vorrei spendere due parole.

    Il giapponese è un esempio perfetto di lingua in grado di filtrare e annettere a sè qualunque cosa serva ai suoi parlanti per interagire tra essi e col mondo esterno. È una delle poche lingue che nella sua pratica scritta accetta senza arrossamenti di sorta segni grafici cinesi, autoctoni, latini, greci, numeri arabi, e a quanto mi risulta abbia consegnato al mondo (o per lo meno battezzato) il fenomeno dgli “emoji”. In particolare questo ultimo fenomeno (che per il suo periodo iniziale ha appunto adottato i segni greci per costruire facce e faccette di ogni tipo) dimostra a mio avviso come, pur aldilà di una cosciente partecipazione globale, il giapponese sia una lingua più viva di altre, moderna e capace di servire nuove strategie comunicative ai suoi parlanti – e forse per risulta anche al mondo intero attraverso il canale della comunicazione su Internet.

    Ci si chiede sempre perchè l’inglese sia così poco parlato in un Paese pur avanzato come il Giappone. Un motivo è la lontananza culturale percepita in Giappone (dalla popolazione) col mondo occidentale. Su questo si potrebbe scrivere per anni ma fidatevi per ora di quanto dico. Un secondo motivo tecnico non indifferente è il repertorio fonologico del giapponese che consta incredibilmente di solo cinquanta suoni! Questo punto in particolare rende ai giapponesi lo studio di altre lingue difficoltoso, imbarazzante per alcuni e soprattutto antieconomico da un punto di vista dei “suoni necessari a parlarle” e fissa il giapponese su un podio inarrivabile di minimalismo fonologico. Credo che un altro motivo reale sia che il giapponese è di per sè molto più avanti con lo sguardo di altre lingue più tradizionalmente ritenute globali. Il suo minimalismo fonologico fa sì che tutti gli sforzi necessari per arrivare a un livello di comunicabilità accettabile avvengano nel reame della lingua scritta, dove il giapponese ha nei secoli operato miracoli e dove sembra trovarsi a suo agio in quest’epoca di Internet in cui, se si parla di lingua globale, è ovvio che ci riferiamo in primo luogo a una dimensione scritta della lingua e una “versione online” del giapponese potrebbe tranquillamente rinunciare alla sua forma ideografica per rendersi leggibile agli occhi latini del mondo. In quanto parlante giapponese potrei dire che esso non avrebbe nessun vero problema tecnico a diventare lingua globale e anzi, la sua capacità sincretica descritta più sopra e la sua pronuncia tanto facile – da essere imbarazzante! – potrebbero decretare un giorno tale risultato. Ovviamente per arrivare a un tale risultato occorre anche una spinta politica sostenuta e una coscienza internazionale che il giapponese per adesso non ha. Anche se “manga” e “anime” e altro potrebbero stare già operando a livello globale un suggerimento di… rotta il cui risultato potrebbe apparirci tra un’altra ventina d’anni. Ma fin qui vi ho parlato di fantasie futuristiche per darmi il motivo di descrivervi una realtà linguistica che a molti è sconosciuta.

    L’indonesiano è a mio avviso un altro miracolo linguistico. Con un po’ di divertimento sui libri un italiano medio è in grado di parlarlo con soddisfazione in una settimana. Anche in questo caso si tratta di una lingua che impone un repertorio fonologico facile da adottare, una grafia ormai quasi totalmente latina (sebbene e giustamente resistano grafie originali e arabe), costruzioni grammaticali elementari ma potenti e soprattutto si tratta di una lingua che ancora oggi apre porte alternative impensabili visto il numero e la qualità dei suoi parlanti. Oltre a essere parlato in “Indonesia” esso è parlato in Malesia, Cina meridionale e in alcune parti dell’Australia costiera. [Addirittura mi pare di ricordare che resista una antica comunità anche in Africa!] E sì, perché l’indonesiano è una “lingua di mare”, nel senso che fu imposto agli Indonesiani per garantire l’unità politica del Paese (arcipelago) appena costituito, nel quale si parlavano 3500 lingue diverse (!) e sulla Rete del mare l’indonesiano è cresciuto e si è affermato. Su una base grammaticale malese (gestibile anche da anziani non scolarizzati) si sono incastonate espressioni locali e vocaboli di ogni provenienza, pur senza diventare un miscuglio indigesto di ingredienti.

    Vi chiedo scusa per essermi dilungato su due lingue a me care, ma ho sentito il bisogno di allargare, e di molto, il raggio di questo post italocentrico all’Asia, senza però cadere come spesso capita nella rete della Grande Cina, la cui lingua, sempre a mio avviso, non ha le caratteristiche uniche e “globali” di giapponese e indonesiano.

    Sì, se mai l’inglese dovesse vacillare io credo che ci sono dei prontissimi aspiranti al trono in attesa nei posti più impensabili pronti a prendere il sopravvento secondo dinamiche ancor più inimmaginabili.

    Del resto lingue e linguaggi sono virus e come tali circolano e infettano le aree geografiche.

  • Caro Aldo, potresti fare un esperimento su questo blog: iniziare a pubblicare pezzi in latino e monitorare il numero di accessi e la loro provenienza geografica

    • temo che la base di partenza sarebbe troppo piccola e debole per avere risultati significativi, infatti anche i pezzi in ingkese che talvolta ho pubblicato non hanno avuto affatto risultati apprezzabili, anzi inferiori alla media dei pezzi in italiano

  • qualsiasi sia l’idioma, rimane una questione di fondo che è la velocità di apprendimento cioè quando i parlanti diventano autonomi nel suo utilizzo e riescono a scambiarsi informazioni, sopprattutto pettegolezzi come sostiene yuval. L’idoma vincente è quello che rimane vivo, comprensibile.

  • noto che si preferisce scrutare gli infiniti mondi possibili anzichè partire da ciò che c’è al momento.
    non sono un grande fautore dell’inglese, ma per essere cittadini informati su ciò che succede nel mondo è una lingua decisamente più utile del cinese. per il resto un qualsiasi italiano, se ha voglia, può imparare lo spagnolo in tempo un cazzo in un qualsiasi momento della sua vita. imporlo a scuola come lingua veicolare danneggerebbe l’italiano molto di più che l’inglese, e probabilmente sarebbe lo stesso con il latino, che di fatto si sostituirebbe all’italiano o lo trasformerebbe in uno slang

  • Sinceramente non ho capito il senso di questo articolo: se si vuole fare una proposta concreta per togliere all’inglese il ruolo di lingua veicolare si sta delirando,credo che l’inglese (o più precisamente una sorta di “basic english”,”globish” o “inglese semplificato”) abbia raggiunto un punto di non ritorno: chi glielo va a dire agli USA,all’UK e all’India che la loro lingua ufficiale non è più la lingua franca? E chi glielo va a dire ai governi di Cina ed EU che tutti i soldi che hanno stanziato per far imparare quanto meno i rudimenti di inglese alle loro popolazioni in età scolare sono soldi buttati nel cesso? E chi gli va a spiegare a quella fetta di popolazione globalizzata (tra cui rientrano anche le élite economiche e finanziarie) che usano l’inglese per comunicare di imparare un’altra lingua che l’inglese è fuori moda? E chi si prenderebbe la briga di riscrivere tutto il gergo di internet le cui espressioni più diffuse (lol,imho,wtf) derivano tutte dall’inglese? Per non parlare del mercato musicale internazionale ormai quasi interamente in inglese. Mi fermo qui ma potrei andare avanti all’infinito.

    Se si vuole fare un discorso puramente teorico di quale sia la miglior lingua franca possibile escluderei di certo il latino primo perché ha una grammatica moolto più complessa di quella inglese secondo perché le popolazioni neolatine sarebbero notevolmente avvantaggiate. Ma rimane un dibattito del tipo “quanti angeli riuscirebbero a stare in piedi sulla punta di uno spillo”.

      • Lasciando perdere il mio senso della storia,le sembra uno scenario possibile,per lo meno nel breve-medio termine che l’inglese venga “scalzato” dal suo ruolo di lingua franca e rimpiazzato dal latino? Non è una domanda retorica,chiedo.

        • per la storia mezzo secolo è un tempo molto breve e l’egemonia complessiva dell’inglese dura giusto da una sessantina di anni. Lei deve mettere nel conto molti fattori: i diversi tassi di fertilità delle popolazioni, le variazioni negli equilibri di potenza, i trend economici di lungo periodo, gli slittamenti linguistici che favoriscono o ostacolano la penetrazione di una lingua,le variazioni di influenza culturale di ciascun paese (cinema, letteratura ecc.) e, infine, le decisioni dei goiverni e le convenzioni internazionali. Non penso affatto che l’inglese declinerà in dieci, venti o trenta anni e non sono neppure sicuro che declinerà dopo e non ci sarà una lunga fase storica di dominio linguistico dell’inglese (tanto è vero che dico chiaramente che occorre studiarlo e meglio. Dico solo che questo non è scontato e che noin si capisce perchè, nello stesso tempo, l’italia debba rinunciare a difendere il suo spazio di influenza culturale arrendensosi senza condizioni.
          Per quanto riguarda il latino: potrebbe essere, appunto, la scelta del blocco neo latino (America medidionale, Spagna, Portogallo, Francia Italia, Chiesa Cattolica e relative aree linguistiche ex coloniali come il Canada e l’africa francofona ecc) ad adottarlo come propria lingua veicolare e si tratterebbe già della prima lingua del Mondo nel giro di pochi decenni -stiamo parlando di una base di oltre 1 miliardo e mezzo di persone-. La cosa avrebbe anche l’effetto di creare non pochi problemi interni agli Usa. Ovviamente non parlo del latino classico che ha una grammatica ed una sintassi molto complesse ma di una versione attualizzata e molto semplificata, esattamente come per il basic english.

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