India: lotta dura all’evasione fiscale?

Da New Delhi, Daniele Pagani. Delhi, sessione estiva del parlamento: il governo Modi incassa una netta vittoria politica e, nonostante i numeri sfavorevoli alla camera alta, riesce a far approvare lo Undisclosed Foreign Income and Assets (Imposition of Tax) Bill.

La nuova legge prende di mira tutti quei patrimoni nati in India da attività non dichiarate, che giacciono comodamente esentasse nelle casse dei paradisi fiscali. Sulla carta la rottura con il passato è notevole: l’evasione fiscale non sarà più considerata reato amministrativo, bensì penale; con tanto di carcere dai tre ai dieci anni.

L’aggressione ai capitali occultati all’estero è stata uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale di Narendra Modi che oggi, a poco meno di un anno dall’insediamento, mette nel mazzo un’ottima “carta immagine” da giocarsi alla bisogna.

Quando si parla di fuga di capitali dalle tasse l’India rappresenta un’eccellenza internazionale, ma non in positivo. Nel 2012, stando alle dichiarazioni di Rajnath Sinha, allora presidente del Central Bureau of Investigation, i fondi dei connazionali in villeggiatura qua e là nei paradisi fiscali avrebbero sfiorato i 440 miliardi di Euro. Una cifra senza pari al mondo. Il calcolo, però, non può che essere approssimativo: il segreto bancario non permette analisi accurate e, ovviamente, i governi in cui riposano i conti in questione non hanno alcun interesse nel collaborare.

Secondo lo Special Investigation Team incaricato di indagare sull’economia sommersa, gran parte del denaro nero deriverebbe dalle scommesse illegali sul cricket. La principale destinazione di investimento, in linea con la miglior tradizione di ripulitura del denaro sommerso, sarebbe invece il mercato immobiliare.

Il nuovo atto non si limiterà a perseguire solamente singoli individui, ma anche e soprattutto le istituzioni finanziarie – banche, società di investimenti, società di consulenza, ecc. Anche qui i cambiamenti sono notevoli e vanno verso un’interpretazione pericolosamente arbitraria e disinvolta (leggi: capovolta) dei principi di responsabilità penale individuale e di presunzione di innocenza. Si passa dal ritenere responsabile il solo presidente di una società a far ricadere i sospetti su tutto il top management, come a dire: “Nel dubbio tutti denunciati e se siete innocenti dimostratelo”.

In questa cornice il Dipartimento delle Entrate la fa da protagonista, diventando il braccio “armato” della legge. Gli ispettori avranno il permesso di effettuare ispezioni presso istituzioni ritenute sospette, convocarne il personale per chiarimenti e sequestrare i libri contabili. I risultati delle loro analisi, inoltre, non saranno visionabili e quindi contestabili prima del processo.

Il governo ha fatto sapere che, prima dell’applicazione senza sconti del pugno di ferro, ci sarà una finestra temporale per permettere ai volenterosi di rimettersi a posto con la legge e ripartire da capo. Chiunque fosse interessato a far rientrare capitali evasi in India potrà farlo senza conseguenze penali, a patto che paghi un 30 per cento di tasse e un altro 30 per cento di penale. Nessuna deduzione, agevolazione, condono o sconto e nessuna garanzia di anonimato.

Coloro i quali decidessero invece di sfidare la legge, se scoperti, dovranno scontare un periodo di carcere e pagare una multa pari al triplo delle tasse evase o al 90 per cento del valore capitale in questione, senza distinzione tra mobile ed immobile. In caso di reiterazione del reato: detenzione senza possibilità di benefici, stessa procedura fiscale e in aggiunta una multa fino a 140 mila Euro.

Non sono mancate critiche dal mondo degli affari e degli industriali, preoccupati dal crescente potere acquisito dal Dipartimento delle Entrate, in grado di affossare un’attività iniziando un procedimento penale a fronte di semplici errori di compilazione dei registri contabili. Altra critica rivolta al governo ha riguardato le possibili perdite collegate al valore della valuta, nel caso in cui un individuo decidesse di pagare oggi su un capitale accumulato molti anni fa. Le osservazioni non hanno trovato spazio di discussione e sono state liquidate secondo il semplice ragionamento del: “se tu fossi stato in regola ieri, non avresti avuto problemi oggi”.

Grande soddisfazione del Ministro della Finanze Arun Jatley che, apostrofando ipotetici grandi evasori ha consigliato loro di sfruttare il periodo di tolleranza, informandoli del fatto che: “Il mondo non è più disposto a tollerare paradisi fiscali che prosperano in segreto”. Secondo gli accordi in materia di contrasto internazionale dell’economia parallela, inoltre, dal 2017 l’India riceverà da tutti i paesi del G20 informazioni in tempo reale su spese significative effettuate dai suoi cittadini all’estero.

Lo Undisclosed Foreign Income and Assets (Imposition of Tax) Bill, almeno nelle intenzioni, rappresenta un cambiamento piuttosto forte con il passato. Una dichiarazione di guerra all’evasione che rischia, però, di vanificarsi se non verrà varata in tempi ragionevoli una misura equivalente volta a contrastare l’accumulo di denaro non dichiarato all’interno dei confini nazionali, vero grande porto franco dell’economia parallela indiana.

Da New Delhi, Daniele Pagani

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Aldo Giannuli

Aldo Giannuli

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