India: Modi, i sikh e i “1984 riots”

“Quando cade un grande albero, la terra trema”. India, 1984, poche ore dopo l’assassinio del Primo Ministro indiano Indira Gandhi, suo figlio Rajiv – e futuro premier – reagisce così all’improvvisa ondata di violenze e massacri contro la popolazione sikh. Tutto il Nord è in subbuglio, ma la capitale è l’epicentro del terremoto. Delhi è una città messa a ferro e fuoco da folle inferocite e armate: bastoni, catene, coltelli, spade e, soprattutto, cherosene. Uomini frenetici setacciano strade e quartieri al grido di “Khoon ka Badla Khoon se lenge” – sangue chiama sangue. Irrompono nelle abitazioni, interrogano gli abitanti: vogliono sapere la fede religiosa di vicini e negozianti della zona. È una caccia indiscriminata: uomini, donne e bambini, basta che siano sikh. Li cercano per ucciderli, spesso bruciandoli vivi. Qualcuno ha fornito loro le liste elettorali con nomi e cognomi, abbastanza per capire la religione. La polizia, nel migliore dei casi, assiste inerte e nel peggiore aiuta gli assassini nelle indagini.

Il 3 novembre, dopo quattro giorni di follia, l’ordine è ristabilito e sul terreno si conta un numero mai precisato di morti, sicuramente più di ottomila, di cui tremila nella sola capitale. I sikh – quelli con il turbante e la barba, per intenderci – non hanno mai smesso di chiedere giustizia e da trent’anni pretendono che si faccia luce su quanto accaduto.

I “1984 riots”, così vengono chiamati, sono spesso oggetto di strumentalizzazione politica: in periodo elettorale, per esempio, proporre una nuova commissione d’inchiesta è una costante ruffianata per accaparrarsi il voto di parte dei sikh.

La formazione del consenso, però non si limita alle elezioni. Meno di due settimane fa, Narendra Modi si è impegnato a dare ai parenti più prossimi delle vittime una compensazione di circa 6.500 euro a testa. Per la verità Modi è arrivato secondo. L’ex premier Manmohan Singh – di religione sikh –, già nel 2005 aveva stanziato e curato personalmente la distribuzione di una compensazione in denaro accompagnata da pubbliche scuse per quanto successo.

Ascoltando il parere di diversi conoscenti sikh ho colto come, sebbene alcuni non abbiano criticato la proposta di Modi, tutti siano d’accordo su un punto: “Non vogliamo denaro, la nostra comunità non è povera, è ben organizzata ed autosufficiente. Chiediamo che il caso venga riaperto e che venga fatta giustizia, che si possa scrivere nei libri di storia come è andata davvero questa vicenda”.

Facciamo, però, qualche passo indietro. Questa storia ha inizio in Punjab.

La maggior parte dei cittadini punjabi, che è di religione sikh e che costituisce un gruppo sociale compatto, spesso identitario, si era organizzata in alcuni partiti politici propri, il più noto dei quali è il Shiromani Akali Dal (SAD). Nel 1977 dopo la vittoria alle elezioni regionali del SAD, i quadri del Congress, preoccupati da possibili istanze indipendentiste, iniziarono subito a lavorare per trovare una “creatura politica” in grado di fungere da contraltare e frenare il potere dell’Akali Dal. Era necessario un sikh, una persona dalla indiscutibile integrità religiosa, conosciuta dalla popolazione. La scelta ricadde su Jarnail Singh Bhindranwale, predicatore e leader della Damdani Taksal – la più importante istituzione educativa sikh. Da alcuni anni questo giovane teorizzava la necessità di un ritorno alla purezza della religione e da molte persone era considerato una sorta di santo vivente. Il Congress decise così di finanziare la sua organizzazione, convinto di frammentare il voto punjabi e ritornare al potere. Bhindranwale, però, si rivelò meno manipolabile del previsto e nel 1982, si fece promotore di una campagna volta ad ottenere richieste in materia di sovranità territoriale, economica, politica e religiosa per il Punjab.

Indira Gandhi la considerò una mossa secessionista e la rottura fu netta ed inevitabile. Arresti e scontri ne seguirono e Bhindranwale, un tempo funzionale alle esigenze politiche del partito di governo, iniziò ad essere rappresentato come un pericoloso fanatico violento. Il leader sikh, temendo per la sua incolumità, decise di stabilire il suo quartier generale all’interno del Golden Temple di Amritsar, il luogo più sacro per la religione sikh. Questa azione aveva anche un ovvio valore simbolico: molti dei suoi fedeli lo seguirono ed iniziarono ad accumulare armi, preparandosi allo scontro.

Il 3 giugno 1984, Indira Gandhi ordinò all’esercito di fare irruzione nel tempio il prima possibile e di riprenderne il pieno controllo, eliminando eventuali residui di resistenza. Operazione Blue Star: il tempio fu quasi distrutto, cingolati e soldati aprirono il fuoco. Nessun giornalista fu autorizzato a rimanere in loco. Alla fine della battaglia, sul marmo bianco, si conteranno più di cinquecento morti, molti dei quali civili. Bhindranwale morì poco dopo l’incursione ed il suo cadavere fu mostrato come monito.

Come reazione, moltissimi sikh abbandonarono le Forze Armate, gli impieghi pubblici e le cariche istituzionali. Premi civili e riconoscimenti furono riconsegnati in segno di protesta. Da alcuni l’affronto fu considerato insuperabile e la vendetta necessaria: saranno, infatti, proprio due guardie del corpo sikh ad uccidere Indira Gandhi la sera del 31 ottobre 1984.

Quando la notizia raggiunse la nazione, le violenze esplosero. Molte persone ricordano di aver visto membri allora influenti del Congress organizzare gli scontri e distribuire armi, cherosene e liste elettorali. Fino ad ora, dieci commissioni d’inchiesta hanno esaminato i fatti ma la comunità sikh non è soddisfatta dei risultati e sostiene che i veri responsabili non siano stati trovati.

La mossa di Narendra Modi ha un valore propagandistico evidente e, come al solito, il tempismo è  perfetto. Entro Dicembre, infatti, si terranno le elezioni comunali in Punjab, competizione in cui il Bharatiya Janata Party (BJP) si presenterà da solo, scaricando il SAD, tradizionale alleato. Vincere in solitaria queste elezioni significherebbe porre una buona base per la costruzione di una possibile vittoria nelle elezioni regionali del 2017. Il Bjp gioca in anticipo, ma considerato che detiene solo 12 seggi sui 117 del parlamento regionale del Punjab, la mossa potrebbe essere corretta. Una vittoria in Punjab aumenterebbe la quota di membri del Bjp nella camera alta del parlamento indiano dove, nonostante le recenti vittorie, il BJP è in minoranza.

Chi ha tempo non aspetti tempo.

Da New Delhi, Daniele Pagani

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Aldo Giannuli

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