Il Pci: l’Arcipartito.

Nella tradizione del movimento operaio (lasciando da parte l’esperienza del movimento anarchico) esistevano due modelli principali di partito: quello socialdemocratico e quello leninista.

Il modello socialdemocratico tedesco, che aveva avuto il suo ispiratore in Ferdinand Lassalle, era pensato per la competizione elettorale e per la costruzione di una “società nella società” che, in qualche modo, anticipasse l’ordinamento socialista, rendendo il più possibile ovvio ed indolore il passaggio dal capitalismo al socialismo.

E dunque, organizzazione di massa (nel 1913 contava 982.000 iscritti), basato su circoli locali, associazioni sindacali e di categoria, organi stampa, cooperative ed imprese economiche come osterie, alberghi, ed in particolare  birrerie ecc. da cui nascerà la corrente dei “birrai di partito” dotata di un certo peso nel Partito. La Spd –che a lungo esistette come confederazione di comitati elettorali locali- aveva un nutrito apparato funzionariale (spesso costituito da quadri intellettuali, tendenzialmente radicali, in permanente polemica con l’apparato dei funzionari sindacali, di estrazione operaia  e tendenzialmente moderati), ma ogni organismo, dal sindacato alle birrerie, dai movimenti giovanile e femminile alle associazioni di categoria, aveva ampia autonomia ed aveva con il partito un rapporto mediato dalla sua stampa (in particolare il quotidiano “Vorwarts”) e dalle correnti interne ad esso.

Il partito leninista, al contrario, era pensato dall’inizio come strumento che doveva dirigere l’insurrezione rivoluzionaria e che, nel frattempo, avrebbe dovuto creare una rete clandestina di agitatori in particolare nelle fabbriche e nell’esercito: anche Lenin guardava al modello della Spd e subì l’influenza di Lassalle (oltre che di Marx, ovviamente) ma dal punto di vista organizzativo guardava anche all’esperienza dei narodniki ( i populisti russi). Il partito di Lenin non era di massa (si immaginava lo diventasse nei giorni della rivoluzione, come, peraltro accadde realmente passando da 24.000 aderenti del marzo 1917 ai 390.000 di 12 mesi dopo), ma un agile organizzazione quadri ad elevata preparazione politica e di totale affidabilità (come esigeva la clandestinità), appunto: rivoluzionari di professione. Un modello organizzativo che per certi versi riprendeva quello della Compagnia di Gesù, per la sua rigida catena di comando, il costume organizzativo e per le complesse procedure di ammissione.

Il partito socialdemocratico ottenne molto successo come partito di insediamento sociale e sul piano elettorale, ma ebbe una compattezza ridotta, la sua azione di governo non si trasformò in una presa del potere ed, in definitiva, ebbe ben scarsa resistenza di fronte all’affermarsi del fascismo. Il partito leninista ebbe successo nel prendere il potere e mantenerlo, ma, al di fuori della strategia insurrezionale era poco utile e, alla lunga, rischiava di trasformarsi in una setta.

La soluzione di Togliatti fu il “partito nuovo”: un corpo socialdemocratico con una testa leninista. Il nuovo statuto aboliva tutte le restrizioni all’ammissione di nuovi aderenti, in favore di un tesseramento di massa (ed in breve raggiunse i 2 milioni di iscritti), ma il partito restava saldamente nelle mani di un apparato funzionariale rigidamente disciplinato in una precisa catena di comando che andava dal centro alla periferia. Si manteneva la regola leninista del centralismo democratico, che obbligava tutti all’applicazione disciplinata delle decisioni votate a maggioranza e proibiva la formazione di correnti interne. Pertanto il partito formava la sua linea procedendo dall’alto verso il basso: il nucleo centrale della proposta partiva dalla segreteria e veniva discusso nella Direzione nazionale (nella quale erano comunque in maggioranza i sostenitori del segretario) che elaborava il documento congressuale sottoposto alla discussione del Comitato Centrale che, a  sua volta, provvedeva a formalizzare le tesi sulle quali si apriva la discussione congressuale. Per quanto il costume organizzativo del partito prevedesse che la maggioranza offrisse mediazioni con gli eventuali dissidenti (quello del Pci, fu sempre un “centralismo illuminato”), la discussione andava via via riducendo i margini di modificabilità della linea man mano che si scendeva verso il basso, per cui il confronto più aperto era quello in Direzione, dopo di che esso diventava man mano più formale. La formazione del gruppo dirigente a tutti i livelli (dalla sezione alla federazione al Comitato Centrale e poi alla direzione nazionale) e dei delegati al congresso dell’istanza superiore avveniva votando in blocco una lista approntata dalla apposita “commissione elettorale” presieduta dall’inviato dell’istanza superiore (in sezione era l’inviato della federazione, in federazione quello del centro del partito, nel congresso nazionale la commissione elettorale era approntata dal precedente comitato centrale su proposta della segreteria).

Ovviamente era del tutto raro che qualche congresso di sezione boccasse a maggioranza una lista approntata dalla commissione elettorale (e ciò non è mai successo in nessun congresso di federazione). Per cui, la formazione del gruppo dirigente avveniva, di fatto, per cooptazione dall’alto ed era preceduto da un articolato processo di formazione del militante che partecipava a corsi di cultura politica lunghi anche sei o dodici mesi (nella leggendaria “scuola quadri” delle Frattocchie), quindi era messo in prova in qualche incarico particolare per essere poi proposto al livello dirigenziale superiore, seguendo un preciso cursus honorum, per cui l’ascesa proseguiva un gradino alla volta (sezione, federazione, comitato regionale, comitato centrale, funzionariato nazionale, poi Direzione Nazionale) e  che prevedeva pochissime eccezioni in genere malviste.

Dunque, il “sistema nervoso centrale” del partito era saldamente controllato dal centro e preservava il carattere “leninista” del partito, poi le sezioni periferiche e gli organismi di massa assicuravano quella “occupazione della società” di cui dicevamo, ma con una importante differenza rispetto al modello socialdemocratico. I partiti socialisti avevano una corona di organismi fiancheggiatori, a cominciare dal sindacato, ma non avendo la regola del centralismo democratico, non potevano applicarla neppure negli organismi fiancheggiatori. Al contrario, il Pci non solo aveva questa come regola di partito, ma la esportò anche negli organismi di massa: in ciascuno di essi c’era la componente (o corrente) comunista che applicava la regola del centralismo democratico, vincolando tutti alle decisioni assunte in quella sede e sempre sotto la supervisione dell’organismo di partito dello stesso livello (di sezione, di federazione ecc.). Di conseguenza, i comunisti finivano per imporsi all’interno di ciascun organismo di massa, in quanto unica componente totalmente disciplinata, mentre quelle degli altri agivano in ordine sparso e dovevano accontentarsi di quello che il Pci lasciava loro, ad esempio, nella Cgil, c’era un accordo che assegnava i 2/3 dei posti al Pci, 1/3 al Psi (poi suddiviso fra Psi e Psiup) ed un 1% simbolico al Pri. Pertanto, gli organismi di massa finivano per far parte del sistema organizzativo del Pci ed essere subordinati ad esso, anche se, anche in questo caso, il Pci tendeva a non abusare del rapporto di forza favorevole e faceva ampie concessioni agli altri che, in cambio, non tentavano neppure di mettere in discussione l’egemonia comunista.

Pertanto si delineava un sistema più stadi: al centro del partito c’era l’apparato dei funzionari che costituiva il “partito interno” cui si accedeva solo per cooptazione, intorno ad esso c’era il “partito esterno” costituito dai militanti volontari e dagli iscritti la cui adesione era libera, informo al partito c’era la cintura degli organismi di massa, a loro volta controllati da un corpo di funzionari strettamente controllato dal partito ed in posizione subalterna rispetto all’apparato del partito.

Questo originale mix fra i due modelli, amalgamato dalla duttilità togliattiana (che mancò negli altri Pc europei, compreso quello francese, avviato ad una precoce decadenza già dalla fine degli anni settanta)  permise al Pci di conciliare una direzione accentrata ed autoritaria con una straordinaria “aderenza di terreno” con la società italiana. Le federazioni del Pci furono cose assai diverse da ragione a regione, da città a città (come diremo ancora), le politiche di settore investirono tutto il corpo sociale e rivolgendosi ai ceti più diversi, l’attenuazione del carattere ideologico permise di accogliere cattolici, socialisti, laici facendo del “partito esterno” il luogo di raccolta della sinistra italiana, ragione non ultima della parallela crescita asfittica dei socialisti. E questo spiega in gran parte il paradosso del partito “egemone ma non di governo”.

Aldo Giannuli

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Comments (33)

  • Premetto che non sono mai stato nè iscritto nè tanto meno militante del PCI, ma trovo comunque alquanto caricaturistica la descrizione del meccanismo del centralismo democratico che si fa nell’articolo.
    Quello che è descritto è centralismo, punto. Dove starebbe il democratico?
    Il democratico dovrebbe consistere nell’attenzione costante e intensa del vertice a quanto viene dall’intero corpo del partito, soprattutto proprio dalla base. Si potrebbe poi discutere di quanto il centralismo democratico abbai trovato questo modo di applicazione.
    In sostanza, il vertice avrebbe una funzione non di proposizione arbitraria di contenuti, quanto di tramite. In questo senso, trovo che si tratti di un meccanismo da considerare positivamente, perchè consente di evitare i problemi che in una società come la nostra si pongono, della stessa distruzione dei motivi fondativi di una forza politica.
    Sebbene non condivida le scelte dei fondatori del M5S, ne condivido tuttavia la preoccupazione di evitare che forze anche ricche e potenti possano svuotare il signifcato dell’iniziativa dallo stesso interno senza che la loro azione possa essere efficacemente contrastata.
    Basterebbe citare il caso clamoroso del PD di cui Renzi si è agevolmente appropriato probabilmente usando metodi scorretti e truffaldini, con l’intera oligarchia che si riteneva l’invincibile depositaria, anzi proprietaria del PD, potesse minimamente reagire, con gli effetti che abbiamo sotto gli occhi.
    La necessità di garantire una continuità, che ovviamente non coincide con l’immobilità, trova nel coinvolgimento costante del vertice nella vita di partito, una soluzione adeguata. Come sempre, qualsiasi procedura se usata in modo sbagliato e dalle persone sbagliate, chiaramente sfocia in conseguenze negative, ma ciò non può implicare la condanna della procedura in sè.

  • Quanto male abbia fatto quel modo di organizzare la politica il partito e di conseguenza i militanti e simpatizzanti, ce lo abbiamo sotto gli occhi oggi. Quello aveva come scopo la rivolta e il socialismo e il tanto peggio tanto meglio era un modo di perseguirlo, così come l’ottundere le masse con slogan e controinformazione, mentre gli odierni partiti, imparata la lezione ( in particolare come manovrare gli italiani a loro piacimento ), applicano il sistema per scopi infinitamente più miserabili e degeneri, lo schema è lo stesso.
    A questo punto voglio dire una cosa oggi politicamente scorretta: la Democrazia Cristiana fu in molti casi molto più vicina e sensibile ai bisogni del proletariato dello stesso Pci. Sinceramente sensibile e vicina.

  • Per completezza d’informazione al riguardo del PCI citerei pure la “gladio rossa” di Pietro Secchia; che non era solo un organismo di autodifesa come lascia intendere lei, ma anche di infiltrazione nei vari apparati statali ed espatrio nei confronti dei partigiani che avevano commesso eccidi durante la guerra civile 1943-1945. Senza scordare le valigie stracolme di dollari statunitensi che Armando Cossuta andava a ritirare a Mosca. Il PSIUP era un partitino oltranzista nato e finanziato direttamente dall’URSS.Che poi il PCI fosse un partito-chiesa coi suoi riti, i suoi martiri, con le sue strategie è ben noto. Togliatti era solito esortare i militanti operai a far studiare i propri figli e prendere la laurea, a far compiere il servizio militare, infiltrando gli apparati statali nell’ottica gramsciana della conquista della società attraverso l’egemonia culturale. Mario Tedeschi direttore del settimanale “Il Borghese” senatore nonché aderente alla loggia massonica P2, uno degli scissionisti di Democrazia Nazionale nata anche grazie ai soldi del confratello Berlusconi, a tal proposito pubblicò la notizia che una famosa toga rossa milanese si era laureato coi soldi del PCI. Fu un ottimo investimento visto la svolta impressa alle indagini circa la strage della BNA con le relative trame nere di rito secondo copione.Dollari moscoviti, infiltrazioni negli apparati statali, egemonia culturale tirannica, non si può citare il PCI senza ricordarlo.

  • Valerio Riva, nel suo libro Oro da Mosca, ha calcolato che tra il 1950 e il 1987 il Pci abbia ricevuto circa 6000 miliardi di lire, basandosi su una provvigione media dell’1,5% praticata dalle società del Pci su 400.000 miliardi di lire degli affari di quegli anni con l’Urss.
    Ai quali vanno aggiunti altri 889 miliardi di vecchie lire che, secondo gli accertamenti della magistratura russa, arrivarono al Pci tra il 1950 e il 1991 da un “Fondo di assistenza internazionale ai partiti e alle organizzazioni operarie di sinistra” gestito dal PCUS (fondo che, per essere esatti, finanziò anche Psi, Psiup e Cgil).
    Secondo William Colby, capo della CIA negli anni ’70, negli anni Cinquanta il PCI riceveva annualmente dal regime sovietico 50 milioni di dollari.
    Questo denaro permetteva al Partito Comunista Italiano di mantenere un apparato enorme, che nel 1976, tra funzionari presenti nelle federazioni provinciali, nei comitati regionali e nel centro nazionale, arrivò a contare 3141 persone (ai quali ne andavano aggiunte altre 1600, tra tipografi, giornalisti, impiegati e amministratori, che lavoravano per i quotidiani del partito: L’Unità, l’Ora, Paese sera).

    • conti molto approssimativi che non tengono conto dimolte voci di spesa, peraltro i funzionari erano decisamente di più (considerando, ad esempio, quelli delle società commerciali) insomma il conto andrebbe seriamente rifatto

  • A proposito del partito leninista, proprio per le considerazioni qui fatte, trovo scorretto riferirlo alla storia del movimento operaio (che in russia non è mai esistito). E’ invece riferibile appunto al populismo russo, in particolare Tkačëv (ampiamente citato come riferimento nel “Che fare”).
    Una volta Pietro Ingrao disse che quello che vigeva nei cosiddetti “paesi socialisti” era piuttosto capitalismo di Stato. Secondo me sbagliava: era capitalismo di partito.

    • In Russia non è mai esistito un movimento operaio? Mha mi sembra una enormità, mai sentito parlare delle fabbriche di Mosca e Leningrado? De menscevichi che tutto erano fuorchè narodniki? Degli scioperi di Odessa? E i soviet di fabbrica cosa erano?

  • aldo è vero che l’apparato e la prassi aiutano a non essere dispersivi e limitare le difficoltà alla rotta da seguire, ma il coinvolgimento delle masse non avviene per fede se non hai un messaggio condiviso e una esperienza comunitaria [-:sotto il fumo c’era la ciccia:-]

  • Al di là dei conteggi su denaro estero e funzionari, diciamo che la Guerra Fredda in Italia è stata logorante e dispendiosa e probabilmente ha portato a distorsioni del sistema economico, di cui paghiamo il prezzo ancora oggi.
    Per fronteggiare un’organizzazione così efficiente, i partiti avversari hanno utilizzato tutti i mezzi possibili per conquistare consenso: dal voto di scambio nelle regioni del Sud alla tolleranza dell’evasione fiscale a favore delle classi medie del Nord, dal compromesso con la borghesia mafiosa del meridione agli appalti truccati a favore delle grandi aziende del Nord etc. etc.
    Quando è finita la Guerra Fredda ed è iniziata la nuova era neoliberista, probabilmente queste distorsioni e compromessi non ci hanno permesso di tenere il passo con i tempi nuovi, perchè la nostra classe politica inetta e impreparata non è riuscita a correggere una struttura economica e sociale deformata dal lungo scontro politico tra PCI e avversari.

  • “Il Pci” è una sintesi molto efficace. La brevità (sintetico resta, anche se si legge questo pezzo insieme a quello che lo ha preceduto) rende l’analisi molto più incisiva, più comprensibile e infine più adatta a due scopi importanti: quello di portare i lettori che per qualsiasi ragione non hanno vissuto quella storia a comprenerla almeno nei suoi elementi nodali, e quello di offrire gli elementi essenziali per il dibattito che potrebbe svilupparsi anche al di fuori del blog. L’epilogo di questo discorso, brillantemente sintetizzato da Aldo nelle sue origini, è molto, molto triste. Non solo perché vuoto e triste è il povero Matteo Renzi che pure dovrebbe avere qualche radice in quella lontana e grande esperienza, ma anche perché inadeguati perfino a una politica di carattere socialdemocratico sono stati quelli (non uso volutamente le parole “leader” o “compagni”) che l’hanno preceduto nel precipizio: diciamo, per semplificare il discorso, almeno da Achille Cocchetto (nato “Ochetto”) in poi. Buon dibattito! Nico Perrone

  • per una volta o forse due, il PC, con il PSI, avrebbe avuto la maggioranza parlamentare, ma non ha fatto il salto di diventare partito di governo, preferendo restare all’opposizione. Si dice che la Russia non volesse altri partiti comunisti egemoni. Sbaglio?

      • è vero. Tuttavia alle elezioni del 20 giugno 1976 l’insieme della sinistra raggiunse il 46,6 % contro il 38,8% della sola DC. Eppure il PC non entrò neppure nell’area di governo. E’ l’inizio della fine del PC

        • si ma perchè era sbagliata la linea di fondo: in teoria c’era una maggioranza alternativa con Pri e Psdi che, però, nons embravano disponibili. Il punto è che Berlinguer pensò che l’astensione prima e il voto favorevole restando fuori del governo, dopo, fossero passi di avvicinamento al governo…

          • Non proprio così. Tra febbraio e marzo 1979 Ugo La Malfa tentò di formare un governo, …. ma raccolse un’antologia di no e pochi si. Andreotti, che subito dopo ottenne l’incarico di formare il suo V governo, disse no. Il PCI di Berlinguer disse no ……

          • Il riferimento di cui sotto è all’incarico assegnato da Pertini a La Malfa. Quel tentativo aveva l’assenso di zio Sam per fare un governo con il PCI, i cui numeri erano sufficienti, sia alla Camera, sia al Senato, anche senza contare il PLI. La DC di Andreotti non era disponibile a dare al PCI nessun ministero, dopodiché il PCI si arroccò in un secco e assoluto no, facendo venir meno quel tentativo. Il resto lo fecero gli altri. Da oltre Oceano avevano visto bene e lontano. Quella DC era un partito che non profumava di pulito. In molti avrebbero voluto sbatterla all’opposizione, cose che le avrebbe moralmente fatto bene e l’avrebbe fatta dimagrire – anni dopo si disse che con questa DC non prendiamo neppure un caffè-. Il sistema politico italiano si sarebbe avviato a funzionare come quello tedesco, con due partiti e mezzo. L’atlantismo sarebbe stato salvo e garantito. Il craxismo sarebbe stato ridimensionato, non avremmo avuto la crescita del debito pubblico, una politica industriale diversa, (ricorda la fine dell’elettronica italiana, la REL, i finanziamenti tardivi), il PCI sarebbe passato dai leninismo del Congresso di Genova a responsabilità ministeriali, scippandolo alle influenze di Mosca: avremmo avuto l’incipiti di una democrazia piena e l’alternanza tra partiti al governo. Quell’Italia all’apice dello sviluppo economico viaggiava in autostrada, si decise invece di uscire dall’autostrada e di viaggiare sulla strada che stiamo ancora percorrendo. Allora, a chi avrebbe nuociuto il viaggio autostradale dell’Italia? La stessa storia ripetuta con Parri, sostituito da De Gasperi. Riesce ad immaginare in bocca a Parri i discorsi newyorkesi di De Gasperi? Riesce ad immaginare Parri che su ordine di Truman mette alla porta il PCI? Nel 1979 il PCI preferì a La MAlfa il governo elettorale Andreotti, andare alle elezioni ed essere sconfitto. Per certe cose bisogna essere geniali !! Venne il pentapartito e tutto il resto. Grazie PCI.

          • ricordo bene oòl tentativo del governo La Malfa che però voleva essere di unità nazionale e non con la Dc all’opposizione

  • P. – «Abbiamo preso la Prefettura «.
    T. – «Bravi, e cosa intendete farne? «.
    T. rivolgendosi a P. ad ogni incontro: «Come va la rivoluzione?».
    A che giova avere la migliore macchina in pista, se poi il pilota, per mille motivi, non vince? Al più si può mettere in giro che voce secondo cui a nel campionato cadetto il vincitore ha ricevuto dei buoni propulsori.

  • (P) Sandro Pertini,dopo aver esploso raffiche di mitra in corso Monforte sede della Prefettura di Milano e dopo averla occupata telefonò a (T ) Palmiro Togliatti affermando di averla espugnata.Nella Prefettura aveva trascorso la nottata il luogotenente Umberto di Savoia in piena campagna elettorale per il referendum repubblica/ monarchia. Referendum vinto dai “repubblichini” grazie anche agli imbrogli perpetuati dal socialista ministro dell’interno Giuseppe Romita.Ministro che non aveva esitato ad inviare la celere composta in prevalenza da ex partigiani rossi delle brigate Garibaldi, che in via Medina, a Napoli fecero una carneficina dei dimostranti filo monarchici.Ma allora aveva ragione il commissario di polizia Marcello Guida (futuro questore di Milano) che al confine di Ventotene ove svernava assieme ad altri antifascisti, Sandro Pertini a definirlo “sovversivo esaltato capace di compiere atti terroristici”. Pertini era stato arrestato a Pisa assieme al “liberogiustiziere” Ernesto Rossi, mentre entrambi progettavano un attentato dinamitardo alla sede di Palazzo Venezia, penetrandovi attraverso le reti fognare.Ernesto Rossi fu arrestato dall’OVRA a Bergamo nel 1930 ove insegnava al vitellume bene della città il suo credo. Il quotidiano bergamasco ne dette notizia con un titolo eloquente:” Una carogna al laccio”. Un pò di storia patria non guasta.

    • si però la storia facciamola bene
      – chi prese la Prefettura di Milano e telefonò a Togliatti fu Pajetta e non Pertini i due episodi sono diversi e distanti mesi
      – in via Medina a Napoli i dimostranti monarchici tentarono l’assalto alla federazione del Pci e vennero giustamente respiunti, non si trattò di una carneficina ma di cosa assai più modesta
      . la balla dei brogli al referendum non ha mai avuto il benchè minimo riscontro
      – dell’attentato progettato a Piazza Venezia possiamo solo rammaricarci che non sia riuscito: forse questo paese si sarebbe risparmiato la tragedia di una guerra insensata

      • Io invece mi rammarico che al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, venne impedito dal colpo di stato antifascista del 1943, dal processare e far fucilare i mandanti “liberogiustizieri” dell’eccidio di piazzale Giulio Cesare di Milano del 12 aprile 1928.Dopo l’occupazione nazista di Parigi su segnalazione dell’OVRA alla consorella Ghestapo, fu arrestato l’esecutore materiale Dante Fornasari, che fu estradarlo in Italia.Assieme ai mandanti furono tutti portati a Regina Coeli per poi finire alla sbarra.Ma il colpo di stato provvidenziale rimise tutti in libertà.Nel dopoguerra il “liberogiustiziere” Ernesto Rossi posto a capo per meriti antifascisti (sic) di un carrozzone statale per la raccolta dei residuati bellici elargì del denaro al Fornasari. A quale titolo ufficialmente non si sa; ma è facilmente intuibile:il diavolo si nasconde nei dettagli. Diciotto morti e un centinaio di feriti attendono ancora giustizia, speriamo nel frattempo sia sopraggiunta quella degli dei.

  • Emozionante leggere di quando esisteva ancora qualcuno che faceva gli interessi dei lavoratori e gli intellettuali erano addirittura intelligenti.

    Perché il capitale, tramite la voce del presidente della Camera, non distingue tra “profughi e immigrati”?

    http://youtube.com/watch?v=E7QePDmPHfk

    Perché ci spiattella in faccia ciò che è ovvio a chi ha un minimo di preparazione multidisciplinare necessaria per analizzare la materia politica? Ovvero che il liberoscambismo della globalizzazione finanziaria comporta la mobilità dei fattori della produzione; quindi anche del lavoro, ovvero i flussi migratori.

    Quello che sta facendo la troika in Europa lo ha sempre fatto il FMI e la World Bank in Africa: l’austerity.

    Certo, gli USA ci stanno mettendo del loro, accelerando artificiosamente questo processo in vista dell’americazzazione dell’Europa e della sua “annessione” tramite TTIP e peg sul dollaro: come i marxisti dell’Illinois, si impegnano per ottenere il lavoro-merce.

    Ora, dov’è anche l’altro povero imbecille che parla di “rossobruni” come da tradizione collaborazionista?

    Ideologia? Inanità intellettuale? Tradimento?

    La prima, sicuramente, non esclude le altre.

    Socialisti?

    Ma levatevi dai piedi della Storia, che siete indecenti.

  • Emozionante leggere di quando esisteva ancora qualcuno che faceva gli interessi dei lavoratori e gli intellettuali erano addirittura intelligenti.

    Perché il capitale, tramite la voce del presidente della Camera, non distingue tra “profughi e immigrati”?

    http://youtube.com/watch?v=E7QePDmPHfk

    Perché ci spiattella in faccia ciò che è ovvio a chi ha un minimo di preparazione multidisciplinare necessaria per analizzare la materia politica? Ovvero che il liberoscambismo della globalizzazione finanziaria comporta la mobilità dei fattori della produzione; quindi anche del lavoro, ovvero i flussi migratori.

    Quello che sta facendo la troika in Europa lo ha sempre fatto il FMI e la World Bank in Africa: l’austerity.

    Certo, gli USA ci stanno mettendo del loro, accelerando artificiosamente questo processo in vista dell’americazzazione dell’Europa e della sua “annessione” tramite TTIP e peg sul dollaro: come i marxisti dell’Illinois, si impegnano per ottenere il lavoro-merce.

    Ora, dov’è anche l’altro povero imbecille che parla di “rossobruni” come da tradizione collaborazionista?

    Ideologia? Inanità intellettuale? Tradimento?

    La prima, sicuramente, non esclude le altre.

    Socialisti?

    Ma levatevi dai piedi della Storia, che siete indecenti.

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