Il giorno del giudizio per la Grecia

Di Lamberto Aliberti. Il 9 aprile, nelle stanze di palazzo Berleymont, non si trovava un funzionario disposto a scommettere un euro sulla sopravvivenza – economica s’intende – della Grecia. Scadeva il debito di 496milioni di dollari verso il Fondo Monetario Internazionale (IMF). E le fonti elleniche si erano ormai prosciugate. Il primo ministro, Tsipras, era in Russia. “Non a battere cassa”, s’era affrettato a spiegare, con la conferma di Putin. Varoufakis, ministro dell’economia, giusto pochi giorni prima, il 4, era volato a Washington: appuntamento in serata con Christine Lagarde, direttore IMF, e il giorno dopo con rappresentanti del Tesoro Usa. A che fare? Gran parte dei commentatori erano per una richiesta di proroga, ad onta di flebili voci di altri ministri, ad assicurare che il debito sarebbe stato onorato.

Sorpresa! Varoufakis annuncia di aver pagato e la sorridente Lagarde conferma. Ma come hanno fatto? Tutti scartano l’ipotesi che il fascino macho del greco abbia fatto breccia sulla soavità, un po’ old-fashioned, della signora. Allora com’è stato staccato il pingue assegno, se era un assegno? Insomma, da dove sono venuti i soldi? Ravanando nei propri conti, come fa qualsiasi debitore poveraccio, messo con le spalle al muro, o per qualche misteriosa mano amica? È stato subito un giochetto interessante, una specie di caccia al tesoro mediatica, che ha interessato tutta la stampa d’opinione. Sia pure in ritardo, ci cadremo anche noi, ma con uno scopo preciso: censire le fonti della liquidità greca, prima di tutto immediata, poi a breve e medio termine. Perché quella scadenza non era l’ultima e neanche la maggiore. Altre premono e, con le prossime puntate una diagnosi sulla sopravvivenza della Grecia, nel prossimo futuro, con o senza l’aiuto dell’Europa,
vogliamo farla.

Le fonti della liquidità.
Nessuno ne ha un’idea chiara e le voci elleniche sembrano soprattutto indirizzate a creare una cortina fumogena.

“I soldi vengono dalla cassa”, è il leitmotiv.  È la soluzione classica: rompiamo il salvadanaio, copriamo l’emergenza, poi? Secondo molti osservatori, nel caso della Grecia, il poi significa “affidiamoci ai santi”. Chi invece sa già che nuove sfide attendono i nostri vicini, vuole dare un’occhiata a quella cassa. Ecco il netto (attivo – passivo) di contanti e conti correnti.

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Il porcellino dello stato greco è tutt’altro che magro: oscilla fra i 25 e gli 11 miliardi. I conti correnti non sono mai in rosso. Salgono fino al terzo trimestre del 2013, poi la dinamica s’inverte e inizia la discesa. In buona sostanza, la cassa poteva tranquillamente reggere la scadenza IMF di aprile, a meno di un drastico cambiamento nel primo trimestre di quest’anno.

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Il bilancio finanziario (stock, attivo meno passivo) ci offre tutt’altra faccia. Il rosso finale supera i 250miliardi, frutto di un dinamica negativa, molto accentuata, da raddoppio quasi, che inizia dalla fine del 2011. L’ultimo trimestre del 2014 sembra però sancire un’inversione di tendenza. La vedremo presto meglio.

Insomma, che si sia attinto alla cassa è pacifico. Ma più di una voce indica la contemporanea presenza di altre fonti, tra cui, sicura, la liquidità d’emergenza della BCE. L’emergency liquidity assistance (ELA) consiste nell’erogazione, da parte delle banche centrali nazionali (BCN) dell’Eurosistema, di  moneta di banca centrale e/o  qualsiasi altra tipologia di assistenza, che possa comportare un incremento della moneta di banca centrale. Da statuto è erogata a favore di un’istituzione finanziaria solvibile o di un gruppo di istituzioni finanziarie solvibili (di solito sono banche), che si trovino ad affrontare temporanei problemi di liquidità, senza che tale operazione rientri nel quadro della politica monetaria unica. La responsabilità dell’erogazione di ELA compete alle rispettive BCN. Ciò significa che qualsiasi costo e rischio, derivante dalla concessione di ELA, è sopportato dalle rispettive BCN. Tuttavia il Consiglio direttivo della BCE ha la competenza di limitare le operazioni di ELA, qualora valuti che interferiscano con gli obiettivi e i compiti dell’Eurosistema. Insomma, alla fin fine, tutto è nelle mani di Draghi, che si riserva comunque l’approvazione, se la richiesta supera i 500 milioni di euro. E ovviamente le somme prestate comportano; 1) la motivazione alla base della concessione dell’ELA (ossia richieste di margini, deflussi di depositi ecc.); 2) la valutazione dell’autorità di vigilanza prudenziale, nel breve e medio termine, circa la posizione di liquidità e la solvibilità dell’istituzione destinataria; 3) garanzie reali/personali; 4) la data di valuta e la data di scadenza; 5) il tasso di interesse, di solito salato. Che le banche greche si siano giovate dell’ELA e che il Governo abbia ramazzato il possibile è fuori di dubbio, tanto da suscitare le ire di Draghi e la minaccia di provvedimenti. Non tanto però da coprire l’intera tranche di debito con l’IMF.

Come si escluderebbe la vendita di pezzi di patrimonio pubblico. Del resto, l’attuale Governo è apparso da subito più che restio a questa misura, in parte per motivi ideologici, in reazione alle forsennate politiche liquidatorie dei predecessori, che si sono giocate – si  disse “per una pipata di tabacco” – complessi alberghieri e spiagge della Calcidia e non solo, la società che gestisce le lotterie in Grecia, l’Opap, la Desfa, azienda di distribuzione del gas, forse l’area dell’ex aeroporto di Atene, l’Hellenikon e parecchio altro, fino ad offrire pezzi di storia, come le Termopili. Tutto il contrario erano i propositi di Tsipras. E al suo insediamento gli riesce il blocco della privatizzazione del porto del Pireo, uno dei maggiori del Mediterraneo, tappeto rosso dei flussi di merce dall’Asia all’Europa, il cui valore è intorno a 278 milioni di euro. Recentemente però Tsipras ha dovuto cedere e il Pireo si può considerare nelle mani del colosso cinese della logistica marittima, Cosco, che prevede di investire 700 milioni di euro, per trasformarlo nel più grande terminale delle merci del Dragone in Europa, disposto anche a pagare un sovrapprezzo, secondo alcune indiscrezioni. Che qualcosa, dell’affare in corso da febbraio e forse di altri, sia finito a tamponare la falla di liquidità, aperta dall’IMF, non è stato notato da nessuno, ma è plausibile. Di qui a spingersi oltre lo è altrettanto. Ma che si rompa il velo del mistero è improbabile, non fosse altro perché nella campagna elettorale, Syriza, il partito ora al governo, ha sempre criticato aspramente le privatizzazioni, poiché avrebbero spogliato la Grecia degli asset di maggior valore. Ma le promesse si dimenticano presto e dunque la vendita del patrimonio pubblico può essere senz’altro considerata una fonte di cassa oggi e nel futuro.

Restano da considerare i flussi economici, più importanti, senza dubbio, per la liquidità a medio termine, che per quella immediata. In proposito c’è da notare – il suo effetto sul bilancio finanziario già l’abbiamo esaminato – che nell’ultimo trimestre del 2014 l’avanzo primario greco, la differenza tra ricavi e spese pubbliche, sembra diventato positivo. Eccone la  stima puntuale.

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È una dinamica spaccata in due. Sempre in territorio negativo, con un andamento, fino a tutto il 2009, decisamente in discesa, fino a superare i 10 miliardi di deficit. Poi si comincia la risalita, con l’unica consistente pausa del secondo trimestre del 2013, dove si sfiora un negativo di 14miliardi. Fino a riemergere in positivo alla fine del 2014: 174milioni. Una miseria, se si guarda il percorso dell’avanzo primario, una cifra insufficiente, per pagare la signora Lagarde. Però un bel segnale, che ai mercati non ci sembra sia stato sufficientemente divulgato, forse per la scarsa disposizione di Varoufakis ai conti, per non dire alle pubbliche relazioni. Il primo problema da porsi è se questo avanzo si sia rafforzato, o, quanto meno, mantenuto nel primo trimestre del 2015 e se ci possiamo contare per le sfide prossime venture. Per  avanzare qualche ipotesi richiamiamo gli addendi dell’avanzo primario: ricavi e spesa pubblica, chiedendoci innanzitutto come siamo entrati in surplus, se rendendo più consistenti i ricavi o facendo dimagrire la spesa.

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Dal 2006 ci si è mossi in una dimensione complessiva fra i 17 e i 38 miliardi. Il periodo 2008-2010 vede la spesa ampliare la sua forbice rispetto ai ricavi. Solo successivamente si varano politiche di contenimento, inizialmente con scarso successo, infatti i ricavi si riducono, come la spesa, poi, solo alla fine, dal 2013, si intravede il pareggio, superato l’ultimo trimestre, come abbiamo visto dall’avanzo primario. Come ci si è arrivati? Alla domanda: “meno spese o più ricavi?” dobbiamo rispondere: “entrambi”. Perciò vediamoli separatamente, cominciando coi ricavi, da vedere anzitutto in relazione al PIL.

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Un andamento un po’ schizofrenico, in dipendenza un po’ dalle bizzarrie della statistica pubblica greca – non ce lo scordiamo mai – più ancora dalla stagionalità – pensiamo ai versamenti delle tasse, non certo continui nel corso dell’anno. Il fatto che le punte siano sempre nel primo trimestre è piuttosto significativo. Se ne distinguono però perfettamente due periodi: fino alla fine del 2009 l’incidenza dei ricavi si muove tra il 45 e il 36%, con un andamento ad arco, significativo solo nel finale discendente; dal 2010 si ha una notevole amplificazione, interpolabile linearmente, dal 35 al 57%, con il resto del 2014 in controtendenza, che vede la curva tornare sul 45% e ci permette di affermare che l’avanzo primario finale è dovuto più al PIL che ai ricavi, mentre in precedenza, dal 2010 c’è il fondato sospetto dell’opposto. Sui ricavi, come dovunque, il peso della tassazione è prevalente. Eccone la composizione:

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Le serie, di fonte Eurostat, come tutte le altre, sono calcolate al netto, per es. gettito fiscale in senso stretto meno contributi statali, alquanto significativi nella tassazione sui prodotti. Quindi la struttura dei ricavi è omogenea e confrontabile. Ma rimandiamo a più avanti l’emersione di  più di un’anomalia greca, del resto visibile già a prima vista. In questa sede però non ci sembra il caso di soffermarvisi, perché la nostra attenzione è a fuoco sulla liquidità a breve, capace di far fronte alle scadenze. Per ora volevamo solo dimensionare il flusso complessivo dei ricavi del fisco, per concludere che permettono certe manovre, finchè è in gioco l’esigenza di saldare debiti, come quello dell’IMF. Forze e debolezze a questo livello emergeranno più avanti, in una prospettiva  di medio periodo, senza dimenticarci però che la Grecia è da tempo nel mirino dell’EU per i volumi, ritenuti più che ingenti, di evasione, uno sport nazionale, ancor più che da noi, se consideriamo che, nell’ottobre scorso, persino oltre 5mila dipendenti pubblici sono andati sotto indagine per un totale di 1.5miliardi di euro. Mettendo insieme una pluralità di fonti disparate e spesso in contraddizione ne abbiamo tentato una stima, per mezzo del modello.

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Il minimo della stima è già imponente, oscillando intorno a un terzo del gettito. Il massimo va, in media, a sfiorare il 50%. E c’è da dire che molti fonti si attestano anche più in alto, e di parecchio. Si noti inoltre la tendenza alla crescita del 2014, in controtendenza, rispetto alla raccolta. Dunque, in ultima analisi, qui c’è qui un ingente serbatoio di denaro. Quanto però sia recuperabile, magari sfruttando al meglio recenti atteggiamenti severi contro i paradisi fiscali, è veramente un’impresa. Che però riteniamo attuabile. La rinviamo, come si è anticipato, alla prossima puntata, quando si proietterà in futuro questo censimento di fonti, dove poter attingere per coprire le prossime scadenze. Solo un’osservazione per il momento: la marcata impronta ideologica di Tsipras sembrava dover sancire una lotta all’evasione fiscale all’ultimo sangue, pietà l’è morta. Invece dal suo governo non solo non si sono sentiti i lamenti degli evasori, ma in nessun modo si sono corretti gli andazzi, che sfiorano il comico, come i 286 uffici fiscali, un pro-capite enorme per gli standard dell’OCSE, che sembrano stati creati, in 20 anni, soprattutto  per ragioni clientelari e che sfornano corruzione a piene mani, come gli arretrati delle Corti Tributarie, a fine 2014, con 150mila processi pendenti, per un valore di 30miliardi di euro, che a sentenziare ci impiegano quasi 9 anni, non richiedono mai l’anticipo del 25% dell’accertato ai ricorrenti, perdono la causa nel 48% dei casi. Un atteggiamento non solo ideologicamente contraddittorio, ma al dunque suicida, quando oltretutto l’EU mette ai primi posti delle sue richieste proprio la lotta contro l’evasione fiscale.

È piuttosto sulla spesa pubblica, che Tsipras si è rivelato innovativo o mostra di volerlo fare, rispetto ai predecessori. Non certo però in modo produttivo per i flussi finanziari. Per una quantificazione, vediamone innanzitutto l’incidenza sul PIL:

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Delle ragioni dell’andamento marcatamente sussultorio abbiamo già detto sui ricavi. I numeri però risultano significativamente rialzati: i valori centrali stanno un po’ sopra al 52%. La dinamica complessiva è di tipo logaritmico crescente, vale a dire con tassi unitari di crescita via via inferiori, fino al terzo trimestre del 2013. Dopo si ha una netta inversione di tendenza: riduzione rettilinea con un tasso unitario decisamente elevato. Insomma, la spesa pubblica greca va sotto controllo, in pratica, a partire dal 2014 e, più dei ricavi,  è responsabile del netto miglioramento dell’avanzo primario, già riscontrato. Dunque vi dobbiamo concentrare la massima attenzione, partendo dalla sua composizione.

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Si è parlato di un indebolimento, per non dire smantellamento, del welfare greco, da parte dei governi precedenti Tsipras, su istigazione dell’Unione Europea. Purtroppo la fonte Eurostat non ci aiuta molto. Si dovrà scavare parecchio nella statistica per raggiungere una conclusione, però qualche considerazione può già emergere anche su un quadro così aggregato:

-Consumi finali; una delle 5 componenti del PIL; sotto il profilo politico, sono molto eterogenei, perché includono le spese in beni e servizi di tutta la funzione pubblica; la richiesta di economie in questo ambito è unanime, non appena un paese si trova nei guai con i conti; guardando la curva, la troviamo in lenta discesa; si poteva e si può far di più?  Ritenere incomprimibili queste voci sembra piuttosto azzardato, rispetto a quanto si sa della corruzione dei politici e dei dipendenti pubblici greci; stupisce che non siano mai stati nel mirino di Tsipras, magari per motivi ideologici, visto che qui troviamo categorie come la difesa e l’ordine pubblico, in cui si consuma a piene mani;

-Personale; il grafico ci rivela una dinamica al limite della stabilità assoluta, eppure per i mass media la categoria dei dipendenti pubblici è stata notevolmente tartassata, a più riprese e con ragione. Anzitutto nel numero: fra il 2005 e il 2010, erano passati da 600mila a780mila circa (fonte: Cato Institute, per altri a 975mila), rapportata alla popolazione e ai servizi resi, un’esagerazione senza equivalenti al mondo. Tra il 2010 e il 2014 i tagli, licenziamenti e pensionamenti, li hanno ridotti del 30% circa. Poi negli stipendi: erano sui massimi europei. La scure ha cominciato ad abbattersi nel novembre del 2009 con il congelamento di quelli superiori a 2mila euro mensili. Nel gennaio del 2010 vi è stata una riduzione del 10% delle prestazioni sociali, mentre nel marzo 2010 tale riduzione è salita al 12% e la quattordicesima mensilità è stata decurtata del 60%. Quest’ultima misura è stata applicata anche ai dipendenti delle aziende di Stato, cui è stato inoltre imposto un taglio dello stipendio del 7%. A maggio, con l’intervento dell’IMF e di altre istituzioni finanziarie, i tagli al salario indiretto sono passati dal 12% al 20%, mentre la tredicesima e la quattordicesima mensilità sono state ridotte a tre versamenti forfettari (importo complessivo pari a mille euro) e interamente soppresse per i dipendenti con stipendio mensile superiore ai 3mila. Va da sé che si è anche intervenuti drasticamente sugli incredibili privilegi7 della categoria, dalle auto blu alle trasferte e missioni nei migliori alberghi. E il governo attuale che fa? Nell’immediato, all’insediamento è intervenuto: reintegrati 3500 dipendenti pubblici, tra i quali gli ausiliari della scuola, licenziati dal governo precedente, e le addette alla pulizia del ministero dell’Economia, messe fuori e divenute un simbolo della lotta all’austerità. Per il futuro? Lasciamo prendere la parola a Varoufakis: “promuovere un’amministrazione pubblica moderna, più efficace, in particolare attraverso più adeguate procedure di reclutamento, incoraggiando il merito e introducendo procedure giuste per aumentare al massimo la mobilità delle risorse umane o tecniche”. Poteva trovare qualcosa di più generico e meno impegnativo? Staremo a vedere. Intanto molte corte di giustizia stanno dichiarando illegittimi licenziamenti del settore pubblico. E, stando alla stabilità della curva, forse neppure sul resto ce la raccontano giusta;

-Interessi; se ne riparla quando torneremo sul debito e soprattutto sulla sua struttura; qui merita soprattutto l’osservazione delle dinamiche: nel 2012 c’è stato un intervento sicuramente efficace, che li ha decisamente ridotti e riesce successivamente a mantenerli stabili, con un debito in crescita vertiginosa, chapeau!

-Finanza; poco da dire anche sui movimenti finanziari, che entrano, non troppo debitamente, nelle spese; passando dal territorio negativo (uscite) a quello positivo (entrate) confermano i miglioramenti dei fondi pubblici; c’è solo da chiedersi quanto ciò incida sui fondi pensione per es.

-Welfare; stando alla fonti giornalistiche, tra il 2010 e il 2014, ci sono stati 4 pacchetti di robusti tagli al welfare, in primis sulle pensioni, con l’innalzamento dell’età a 62 anni, la riduzione dell’assegno, in media del 30%, e l’aumento dei contributi, sul 7%, poi sulla sanità, con l’annullamento degli sgravi, infine sulle indennità, colpendo duramente gli invalidi. Tutto sommato lo si riscontra osservandone la dinamica, complessivamente in netta discesa, in forte accentuazione tra la metà del 2013 e del 2014, anche se certe ondulazioni, più di tutto la punta del secondo trimestre del 2013 lasciano perplessi. E Tsipras che farà? Il suo messaggio elettorale aveva due caposaldi: salario minimo, in un contesto di pieno impiego, e, nell’ambito delle misure a favore dei poveri, sanità gratis per i meno abbienti, considerando che l’assicurazione, in Grecia, è pagata dalle imprese e quindi i disoccupati, un numero sterminato anche in tempi normali, sono fuori. Qualche misura l’ha avviata. Le altre sono sempre al centro delle sue trattative con l’EU. Vedremo.

Ritorniamo alla questione liquidità. È certo: una parte consistente del pagamento all’IMF è stata ottenuta dal governo greco requisendo i contanti agli enti locali, imponendo loro di versarli alla banca centrale. Quanto la misura sia da considerare definitiva e quanto giovi ai flussi finanziari pubblici è tutto da vedere.
La politica greca si è posta però anche su un piano nettamente più elevato, facendo sospettare un cambiamento delle alleanze internazionali, allo scopo di ottenere prestiti e anticipazioni. Russia e Cina, in primo piano. L’America dietro l’angolo. Sarà l’eccesso di rosso del Governo? Tsipras smentisce tutto, anzi non perde occasione di confermare la sua volontà di rimanere nell’Unione Europea, lasciando pensare che valga in economia, come in politica estera. Insomma, resto fedele, ma pecunia non olet. Del resto già ci siamo espressi, dietro al pagamento alla Lagarde, sul sospetto di una manina cinese, legato al ghiotto boccone del Pireo, prima bloccato, poi benedetto, anche per l’occupazione rimorchiata. Dunque, per un pugno di euro, anche gli equilibri internazionali vanno messi in gioco.

Di portata pressoché uguale, almeno in termini economico-politici, l’altra richiesta della Grecia: andare alla ristrutturazione del debito, l’haircut, il taglio, in parole povere. Qui non si omette né si edulcora niente. Tsipras la ribadisce ad ogni incontro con le istituzioni dell’EU. Varoufakis l’ha quantificata, com’è sua indole, su dimensioni diverse, finendo per attestarsi su una cifra non da poco: “via il 70% del debito”. Ovviamente le urla dei creditori si sono sentite fino in paradiso. E dire che di tagli la Grecia ne ha già avuti. Impieghiamo il modello per stimarli (debito ricostruito, da entrate e uscite ufficiali, meno debito ufficiale), perché non esiste una valutazione ufficiale univoca. Il nostro risultato è indubbiamente un cumulato. Lo affianchiamo al debito pubblico ufficiale.

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La specularità delle dinamiche, specie il calo ingiustificato del debito nel secondo trimestre del 2012, ci dicono che siamo nel giusto, anche se il modello potrebbe aver enfatizzato il cumulo, a causa delle scadenze, su cui, nella statistica Eurostat c’è grande confusione.  Quindi una ristrutturazione imponente. Non arriverà al 52% del debito, ma siamo su dimensioni, di cui nessun debitore normale si lamenterebbe, senza le quali il default della Grecia sarebbe arrivato da parecchio tempo. E chi sono questi munifici creditori?

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Siamo noi. In effetti coprivamo direttamente il 60% del debito greco, dunque più di 180 miliardi, in particolare col Fondo Salvastati, cui l’EU deve aggiungere un 18 miliardi dalla BCE. Altrettanto singolare, per un paese avanzato, è il fatto che i bond pesino solo per il 15% e siano destinati nel futuro a pesare ancora meno, in quanto  il mercato finanziario ha ormai abbandonato completamente i nostri vicini, anche a seguito delle ultime bocciature delle agenzie di rating, che li classificano ormai a livello di spazzatura. A far fronte alle prossime scadenze del debito la via maestra è dunque preclusa. Le altre le vedremo.

Conclusione.
Eravamo partiti per rispondere a una domanda un po’ perversa ”come ha fatto la Grecia a pagare la prima tranche di debito all’IMF?” Presto abbiamo scoperto trattarsi di una questione insulsa, anche se ha appassionato molti dei media europei e non solo. Nessun segreto. Il debito del 9 aprile era troppo piccolo per il giro d’affari del paese – possiamo chiamarlo così? – da non trovare fonti di liquidità immediata nelle operazioni giornaliere. Sapendo però che quella scadenza non era che la prima, che le alternative, pur svariate, non erano senza costi differiti e soprattutto senza rischi marcati di squilibri estremamente dannosi,  abbiamo deciso di censirle. Così, con la prossima puntata, le proietteremo nel futuro per osservare con quali forze la Grecia affronterà le prossime sfide. Infine, useremo il modello nella sua veste propria, cioè a supporto delle strategie, per trovare vie di uscita dall’emergenza economica e volgersi alla crescita, sempre se sarà possibile.

Lamberto Aliberti, dextproject
23 aprile 2015

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Lamberto Aliberti

Lamberto Aliberti

Lamberto Aliberti, già Ceo della Maspa Italia, società leader nella system dynamics, è da sempre impegnato anche nel campo della formazione. Da alcuni anni coordina il gruppo Dext,Designing Models for Economics and Politics.

Comments (10)

  • la scomparsa del demanio e del patrimonio pubblico, transitato nelle mani private, che forma di Stato si prefigura? Se una azienda possiede diversi porti in diversi Stati, come sarà il funzionamento della dogana di conseguenza delle imposte? Arriveranno a privatizzare l’esercito?

  • Gentile Professore,
    molte grazie per aver ospitato Lamberti. Alcune osservazioni meritano però un cappello.
    1) “E chi sono questi munifici creditori? Siamo noi. In effetti coprivamo direttamente il 60% del debito greco, dunque più di 180 miliardi, in particolare col Fondo Salvastati, cui l’EU deve aggiungere un 18 miliardi dalla BCE. Altrettanto singolare, per un paese avanzato, è il fatto che i bond pesino solo per il 15% e siano destinati nel futuro a pesare ancora meno, in quanto il mercato finanziario ha ormai abbandonato completamente i nostri vicini”.
    Qui, per completezza, si dovrebbero illustrare le dinamiche dei debiti greci, cioè quello pubblico e quello privato verso l’estero, dai primi anni ‘2000, in particolare dal 2003, prima di dire che “noi siamo i munifici creditori”. Innanzitutto, come già ricordavo qualche mese fa, la “virtuosa” BCE, sotto Trichet e Papademos, cioè i due infiltrati di Wall Street, ha erogato moneta a rotta di collo alle banche private tedesche per anni come se non fosse stata un’istituzione europea, ma bensì un bancomat al loro esclusivo servizio. Quella montagna di euro è finita a finanziare l’espansione commerciale tedesca, mentre in Germania si riducevano i salari con la riforma Hartz. Poi quando la bolla è scoppiata (perché i greci, e non solo, si sono accorti che la vita della cicala è breve) allora noi contribuenti italici, un po’ meno devastati industrialmente dalla folle manovra di matrice americana, ci siamo fatti carico dei crediti commerciali delle banche tedesche, erogati a fronte di beni tedeschi venduti in Grecia, e rimasti infine insoluti. Il risultato: l’industria greca del tutto scomparsa, quella italica col fiatone, quella tedesca perfettamente efficiente e le sue banche risanate. Altro che Unione Europea, questa è solo la classica faida fra servi causata dai privilegi elargiti perfidamente dal padrone imperiale ad uno solo. Se non si sviscera questo aspetto, non se ne esce. Eppure i dati sono facilmente reperibili. Lo scopo del padrone imperiale? Prepararsi alla fine della globalizzazione industriale, e cioè all’ennesimo, e ribadisco alla noia “ennesimo”, sconquasso mondiale che riporti i Paesi emergenti nell’angolino. Per fare ciò occorreva un vassallo iperproduttivo, ma disarmato, e tanti valvassini alla fame ed in assetto di partenza.
    2) “A seguito delle ultime bocciature delle agenzie di rating, che classificano i Greci ormai a livello di spazzatura.”
    Ma perché, i re della menzogna sentenziano ancora?
    3) “A far fronte alle prossime scadenze del debito la via maestra è dunque preclusa”.
    Se la via agli usurai è preclusa, Sant’Antonio ha fatto la grazia ai Greci!
    4) “che le alternative, pur svariate, non erano senza costi differiti e soprattutto senza rischi marcati di squilibri estremamente dannosi…”
    In realtà, come si è illustrato sopra, gli squilibri sono già stati acquisiti alla storia della Grecia. In futuro il “danno” riguarderà altri soggetti, magari quelli responsabili di questo disastro.
    A proposito stavo dimenticando …
    5): “le urla dei creditori si sono sentite fino in paradiso”.
    Quello fiscale, probabilmente. Le urla dei greci invece si sono sentite in Paradiso, quello vero e duraturo (che si scrive con la P maiuscola), e non resteranno inascoltate, statene certi.

  • Intervengo solo per ringraziare Mauro e per la classe che lo distingue.

    Professore, se Mauro dice: “molte grazie per aver ospitato Lamberti”, nel suo linguaggio, ha tirato giù tutti i sacramenti che gran parte dei suoi lettori colti già han già tirato giù in precedenza: sommati tutti assieme, e al quadrato.

    “Eppure i dati sono facilmente reperibili.”

    Traduco: è vergognoso che vengano passati questi messaggi pregni della propagada totalitaria della dittatura finanziaria english-speaking.

    Mi scusi Mauro, ma non se ne può più: costoro sono pronti a portarci nella tomba con loro.

    Anzi, approfittando del permesso del gentilissimo ospite, vorrei chiedere a Mauro se è interessato a pubblicare una sua analisi in spazi che, se già non ne avesse a disposizione, permetterebbero alle sue analisi, informate in egemonia e in dinamiche di economia internazionale, di essere disponibili “in testata”. Chiaramente a fini divulgativi, niente di tecnico, ma, a differenza dell’Aliberti, supportate da dati, fonti e… cultura.

    Premetto che verrebbe, se richiesto, garantito l’anonimato. Se può interessare valutarne il contibuto, mi basta che mi dia un segno di interesse, e le do indicazione di come contattarmi.

    Ringrazio il Professore per mettere a disposizione questi spazi in cui è possibile leggere contributi come quelli di Mauro.

    • L’articolo di Lamberto non mi convince affatto ed io la penso, dati alla mano, in modo assai diverso, ma bisogna abituarsi a discurete le tesi degli altri

    • se Mauro mi manda un pezzo di contestazione documentata delle tesi di Lamberto lo pubblico volentieri e non nella pagimna dei commenti

    • Grazie Spartako, ma per il lavoro che faccio ho poco tempo a disposizione e comunque non posso fidarmi di nessuno. Eccezion fatta per il gentile ospite, che seguo da più tempo di quanto non sembri e che traspare chiaramente non legato ad uno di quei vari tentacoli massonici nostrani di cui si avvale l’occupante.

  • Ottimo articolo che fa giustizia di tante lacrimose analisi sui poveri greci strozzati dalla Troika
    Ed invece la realtà è quella di … una ristrutturazione imponente. Non arriverà al 52% del debito … siamo su dimensioni, di cui nessun debitore normale si lamenterebbe, senza le quali il default della Grecia sarebbe arrivato da parecchio tempo. E chi sono questi munifici creditori?
    Siamo noi.
    Molto interessanti gli articoli citati da Cinico senese: se quel noto gentiluomo di George Friedman (quello che suggerisce all’amministrazione USA di fomentare il conflitto ucraino per danneggiare l’Europa) usa la crisi greca per argomentare l’insostenibilità dell’euro possiamo proprio crederci.

    • Caro Pierluigi. Fra i Greci ci sono poveri e ricchi. Non possiamo sempre fare di ogni erba un fascio. Del credito facile degli anni 2001-2010 hanno beneficiato i pochi ricchi e solo di riflesso, con il cosiddetto circuito indotto di spesa, i poveri. Tra i poveri, molti si saranno pure adeguati al sistema, cercando di infilarsi nelle maglie del nuovo bengodi, magari nell’apparato pubblico, attraverso raccomandazioni e iniquità, magari intuendo anche che non c’erano gli elementi economici perché il bengodi durasse e cercando un posto protetto dal licenziamento. Ma un padre di famiglia, per mantenerla in tale contesto, cosa doveva fare? Infilarsi in qualche illecito modo nella pubblica amministrazione oppure aprire un’impresa non edile e non commerciale con le sue forze chiedendo un finanziamento in banca ai tassi che si possono da noi ottenere giusto ad Agrigento e comunque imparagonabili a quelli richiesti per l’acquisto di una lavatrice tedesca?
      Ribadisco che la responsabilità di questa deriva risiede principalmente all’estero, perché lo sbilancio commerciale era già chiaramente insostenibile dai primi anni. Ribadisco che chi si ostina a far credito così, lo fa perché sa già in partenza di rifilare l’insoluto a qualcun altro come è accaduto poi con il Fondo Salvastati. E a tutto ciò l’euro era ed è perfettamente funzionale scongiurando il rischio di cambio e facendo credere a tutti che anche il rischio di insolvenza sarebbe venuto meno.
      Ora che nel Governo di Atene qualcuno (non tutti, ci mancherebbe) inizia a svegliarsi e a capire che esistono alcune carte da giocare (fiscali, contributive, previdenziali, creditizie, logistiche e geopolitiche) per smantellare tale condanna allo squilibrio produttivo ed in favore dalla stragrande maggioranza degli elettori (e non solo i propri), allora ecco ricomparire il motto “dagli addosso alla cicale”.
      Mi scandalizzerebbe una cosa: che da noi, Paese che già sostiene il MES per una quota di molto superiore ai vecchi insoluti delle banche private italiane nei confronti di quelle greche, tale motto per mera indolenza sia fatto proprio da uomini di origine meridionale.

    • Quanto a Friedman e a quello che dichiara in pubblico, sarebbe utile sempre cercare il numero immaginario corrispondente. Non sfiora la figura della cupola, né il nervo che le duole (Chindia) e non dice mai qual è la sua strategia. L’unica cosa chiara è che lancia un monito (Grexit-Italexit) alla Germania, cioè al servo finora privilegiato, perché non si approfitti della relativa sua prosperità e prenda iniziative inconsulte, pena la deflagrazione dell’euro. Tuttavia la Germania, da servo non armato, capisce e si prepara all’evento (calo delle esportazioni e chiusura delle fabbriche), anzi aspetta di vedere all’opera i programmi di riequilibrio annunciati segretamente da Tsipras, magari per fotocopiarli un bel giorno sul territorio tedesco concordemente agli altri partners europei, in barba (per la prima volta) alla cupola.

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