Il finanziamento della politica nell’Italia repubblicana. Le premesse.

Il finanziamento della politica (e dei partiti in particolare) è uno dei temi più scabrosi della storia della Prima repubblica (per ora, fermiamoci al 1993, dopo è un’altra storia di cui parlare in una apposita occasione) e sul quale si sentono spesso castronerie di grosso calibro. Per cui, cerchiamo di mettere un po’ di ordine nella questione.

E partiamo da una constatazione addirittura banale, ma solitamente ignorata in alcune conseguenze: a differenza di quel che era accaduto in Francia, Inghilterra e paesi scandinavi, l’Italia aveva conosciuto l’esperienza del fascismo il che, oltre che le ben note condizioni di privazione delle libertà eccetera, comportò la nascita di un diffuso gigantismo organizzativo. Il fascismo mise in divisa tutti gli italiani, dai figli della Lupa ai veterani di guerra ed a tutti dette un organismo di appartenenza, sedi fisiche di raccolta, inni e labari; ma non solo: crebbero come funghi e si svilupparono gli enti di Stato che erano, a tutti gli effetti, pezzi del sistema. E il tutto costituiva una costosa e pervasiva macchina che organizzava il consenso.
Le stesse considerazioni non valgono per la Germania, perché le istituzioni naziste vennero rase al suolo –esattamente come le città- il paese venne smembrato. I partiti della nuova Germania (quella dell’Ovest) furono partiti di massa, esattamente come lo erano stati prima del 1933, ma non come era stato il partito nazista con le sue propaggini e la soluzione di continuità con il III Reich fu netta.

Lo stesso non si può dire del caso italiano dove il Pnf venne sciolto, ma molte istituzioni collaterali sopravvissero, magari cambiando nome, e soprattutto sopravvisse la foresta degli enti del parastato che divennero subito terreno di conquista dei vari partiti che ne fecero canali di raccolta del consenso.

Quindi, all’alba della Repubblica, gli Italiani erano già abituati a concepire la politica in termini di grandi apparati, in cui la potenza organizzativa faceva premio sulla penetrazione di una determinata cultura politica. Si passò dalla “forma partito di Stato” alla “forma partiti di Stato”: le premesse del “sovratono partitico” (come l’ha chiamata qualcuno) tipica del sistema italiano erano già poste prima della Repubblica.

E infatti, dal primo momento il sistema politico si organizzò in una gerarchia di rapporti di forza che restò costante sino alla fine degli anni ottanta: al vertice i tre partiti di massa (nell’ordine Dc, Pci e Psi) poi i minori, che non riuscirono mai ad entrare nell’”Olimpo” dei maggiori.

Ed i partiti di massa furono tali perché ebbero forti apparati, con sezioni diffuse sin nei centri minori, e possibilmente in ogni singolo quartiere delle città, con schiere di funzionari, sedi, quotidiani, forti spese per la propaganda, le campagne elettorali, i congressi eccetera. E qui si pone il problema del finanziamento che ciascuno di essi affrontò a suo modo. I partiti laici (cui si aggiunse la destra socialista costituita in Psdi) ed i due partiti di destra (monarchici e fascisti) furono sempre confinati nella serie cadetta (un po’ meno Msi e Psdi che ebbero un peso medio , ma ben distante dalla serie A, generalmente più modesta la collocazione di liberali e repubblicani) perché non ebbero mai la forza organizzativa e finanziaria per aprire sezioni in tutti i centri minori.

Più complesso fu il processo di formazione dei nuovi partiti di massa. La Dc inizialmente si basò su due punti di forza: il notabilato parlamentare ereditato dal vecchio Ppi e il forte radicamento della Chiesa cattolica che, oltre che il mondo delle parrocchie (presso le quali, normalmente, avevano sedi le sezioni della Dc), mise a disposizione il numeroso e diffuso associazionismo laicale (dalle Acli alla Fuci, dal Centro italiano Femminile alla Coldiretti o all’ Acai che organizzava gli artigiani). Inizialmente, la Dc, che ricevette su un vassoio d’argento questo formidabile sistema organizzativo, non avendo un forte ceto funzionariale, ebbe solo limitati problemi di finanziamento (giusto per i congressi e le campagne elettorali in un’epoca in cui entrambe le cose avevano costi incomparabilmente più bassi di quelli che avranno dagli anni sessanta in poi) che furono agevolmente risolti con le occasionali sovvenzioni degli industriali e di oltre Atlantico.

I problemi iniziarono con la segreteria Fanfani (1954) che promosse la formazione di un apparato organizzativo autonomo dalla Chiesa.

Al contrario, il Pci (che, ovviamente, non poteva godere dell’appoggio della Chiesa e del suo grande insediamento organizzativo) si dette ben presto un forte apparato con migliaia di funzionari, sezioni di partito ovunque possibile (Togliatti lanciò lo slogan “Una sezione per ogni campanile”), un quotidiano ufficiale e, dopo, altri di fiancheggiamento. Soprattutto una robusta serie di organizzazioni di massa finanziate dal partito stesso (la Cgil fa storia a sé da trattare in un apposito capitolo). Parleremo più avanti delle caratteristiche del “partito nuovo” togliattiano che univa in sé il “partito di quadri” di tradizione bolscevica con il “partito di massa” di tradizione socialista.

E questo implicò fortissime spese sin dall’inizio. I meno fortunati furono i socialisti: inizialmente avevano una forza elettorale pari a quella comunista (anzi un po’ superiore, dato che, alla Costituente , ebbero un seggio in più del Pci). Ma questo era l’eredità del vecchio insediamento socialista precedente al fascismo. Ma fu sempre un insediamento prevalentemente di opinione, scarsamente innervato da un apparato centralizzato.

Dopo, la scissione della destra del partito (che dette vita al Psli, poi Psdi) e la sciagurata scelta di fare liste comuni con il Pci nel Fronte Popolare, nel 1948, dettero un colpo decisivo che portò il Psi a pesare meno della metà del Pci. Ed il Psi divenne il più piccolo dei partiti di massa, ma forse il più grande dei partiti minori, tormentato da ricorrenti scissioni ed incapace sempre di superare il 14% dei voti nelle elezioni politiche.

Sulla base di queste condizioni di partenza, incise in modo determinante il diverso accesso alle risorse finanziarie.

Aldo Giannuli

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Aldo Giannuli

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Comments (5)

  • Ci fu un modo strabico di concepire lo Stato.
    Dal punto di vista costituzionale si sosteneva la rottura col fascismo, mentre dal punto di vista delle amministrazioni, si propugnava la continuità tra apparati amministrativi fascisti e repubblicani.
    La “fame” era tanta, che quando il companatico iniziò appena a scarseggiare, gli enti pubblici in passivo furono equiparati agli pubblici inutili.
    Se si legge in serie questo articolo con il precedente su Craxi, si ottiene un quadro d’insieme abbastanza chiaro su quel che è stato Tangentopoli e di come un osservatore abbia potuto ragionare, a fronte di un ceto politico, perduto nella gestione del potere fine a se stesso, in grado di non auto emendarsi.
    Abbiamo dimenticato la spettacolarità hollywoodiana di certe kermesse partitiche e la monacalità di altre, per non dire dell’occupazione sistematica di ogni poltrona, sopratutto di quelle tecnico-scientifiche-professionali da cui la politica avrebbe fatto bene ad astenersi?
    Quella classe politica, che non era più quella che era uscita dall’Assemblea Costituente, non comprendeva che il sistema partitocratico sarebbe rimasto in piedi fintanto che chi l’aveva creato e alimentato, l’avrebbe consentito.
    Secondo me gli spagnoli -ma i francesi non furono da meno- portarono a Napoli le peggiori cose, al punto da corrompere nello spirito una città. Nell’entroterra Appenninico, dove la presenza straniera fu marginale, si è conservata la rudezza e l’energia originaria di quelle genti.

  • Resta la domanda, ma dalla facile risposta, del perchè in Italia lo Stato non fu raso a zero.
    Non si dica, perchè nel Sud c’era un disertore fuggiasco alto un metro e qualcosa che estendeva il suo controllo (?) sulla Sardegna e su una provincia pugliese.

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