Governare con il “cerchio magico”

All’inizio fu il “cerchio magico” stretto intorno a Bossi, dopo il suo ben noto incidente cerebro vascolare: familiari ed amici strettissimi, che impedivano a chiunque di accedere al capo, per preservarne la tranquillità. Era composto da Rosy Mauro, dal giovane deputato Federico  Bricolo, dal Presidente della Provincia di Varese Marco Reguzzoni, ma soprattutto, dalla moglie Manuela e dal figlio Renzo (il Trota per chi non lo ricordasse). In breve, esso si trasformò in un gruppo di potere che gestiva a proprio piacimento l’illustre infermo, in nome del quale si imponevano scelte politiche ed operative a tutti. Poi si iniziò a parlare di “cerchio magico” via via per Berlusconi (a capo di cui sarebbe la fidanzata Francesca Pascale), Bersani, Renzi e via dicendo. Che un politico abbia una ristretta cerchia di consiglieri e collaboratori è perfettamente naturale, è sempre accaduto e si è sempre parlato di “stretto entourage”, Staff , inner circle e persino “squadra”. Ma, allora, che bisogno c’era di inventare una nuova espressione così particolare? Solo una coloritura giornalistica per il gusto di far sensazione? La “coloritura c’è, ma anche la sostanza.

Nel caso di Bossi la particolarità era questa: il “capo”, unica fonte di legittimità nel cosmo leghista, era impedito e per molti mesi ad esercitare il suo potere, questo determinava una sorta di reggenza da parte, non degli organi statutari (che, peraltro, non hanno mai contato molto nella Lega), ma dei suoi più stretti congiunti, in primis la moglie Manuela, che chiamavano intorno a sé pochi dirigenti di secondo piano, ritenuti degni di fiducia, per resistere all’assalto dei numerosi pretendenti alla successione (Maroni, Calderoli, ecc.).

Dunque, un gruppo dirigente alternativo a quello statutario, costituito sulla base di una “emergenza” ed in nome della continuità del potere personale del “re”, contro le insidie dei nobili di corte, che vorrebbero approfittare del suo momentaneo impedimento per spodestarlo definitivamente. Non vi ricorda nulla? Mutatis mutandis sembra di assistere alla ripetizione delle lotte di potere di una corte rinascimentale, nella quale prevale il principio di legittimità per diritto di sangue rispetto a quello per posizione istituzionale. Anche la cooptazione di giovani dirigenti di secondo piano, va in questa logica: sono i fedelissimi chiamati a costituire la guardia palatina contro i baroni traditori.

Quello leghista fa caso a sé, per la particolare situazione del capo infermo, ma il metodo della cerchia familiar-amicale è andato via via estendendosi anche in assenza di emergenze paragonabili. Non si tratta solo del consueto gruppo di collaboratori e consiglieri di un leader politico, ma di una sorta di “gruppo dirigente” privo di legittimità formale che si sovrappone e sostituisce gli organi formalmente legittimati ad esercitare il potere. Nomine, candidature, spostamenti, sanzioni, alleanze, sono discussi e decisi in questo cerchio ristretto prima della sanzione da parte dei gruppi dirigenti formali ai quali saranno presentati dal “capo” per una pura formalità.

In altri termini, si tratta dell’ estensione del potere personale del “capo” del quale il “cerchio magico” è una articolazione quasi inevitabile.

Questo è, in qualche modo, il riflesso dell’evoluzione del sistema politico iniziata con il modello di “democrazia carismatica” avanzata da Pannella e Craxi per primi e poi affermato con il referendum golpista del 1993 di Segni ed Occhetto. Il primo frutto compiuto di questo processo è stato Berlusconi che ha segnato l’intero ventennio della seconda repubblica e che, ancora oggi, è il modello non superato di questo modo di esercitare il potere.

La democrazia carismatica venne individuata come antidoto alla degenerazione burocratica dei partiti ed al conseguente blocco dei meccanismi decisionali per il gioco dei veti incrociati e ciò anche da parte di importanti politologi come Angelo Panebianco: ottime intenzioni, pessimi risultati. Ci fu una ventata neo presidenzialista ispirata anche dal (relativo) successo della riforma costituzionale gaullista in Francia, ma la traduzione italiana non ha prodotto alcun De Gaulle e nessun Mitterand, ma una folla di capetti con annesso partito personale.

Il “cerchio magico” è una naturale estensione del potere personale del leader “carismatico”, che ripercorre la traiettoria che, sette secoli fa, portò dalla democrazia comunale alla signoria.

Ed è uno degli aspetti di questo autunno della democrazia che stiamo vivendo.

Prevengo una obiezione che sicuramente mi sarebbe fatta: “ed il M5s, con il ruolo di Grillo e Casaleggio non è un episodio assimilabile a questa tendenza?”. La questione è più complessa e merita una analisi più sottile.

Sicuramente l’attuale soluzione organizzativa del M5s presenta doverse criticità che espongono questo movimento al rischio di una involuzione di questo genere. Ma vanno considerati alcuni fattori che controbilanciano questa tendenza: Grillo e Casaleggio non si propongono come “i capi”, ma come i garanti del movimento dai rischi di degenerazione burocratica, di infiltrazioni ecc. Che questa sia la scelta migliore e più efficace per garantire il movimento da questi rischi, piuttosto che accentuarli, è da discutere (e infatti non ne sono convinto), ma almeno dal punto di vista soggettivo è una differenza che va colta.

In secondo luogo, il ricorso alle consultazioni on line, per quanto si possano avere perplessità su questo modo di attuare la democrazia, comunque rappresenta un elemento di partecipazione che va in controtendenza ai rischi accennati.

D’altra parte, così come stanno le cose il M5s non ha affatto un gruppo dirigente collettivo titolare di una legittimità formale. Situazione certamente atipica ed aperta a sbocchi assai diversi, fra cui alcuni sicuramente non positivi, ma ancora tutti da definire: il M5s è un movimento molto giovane che sicuramente cambierà pelle molte volte ancora e con tutto un percorso da fare, prima di acquisire una fisionomia stabile. E’ facile prevedere che l’attuale formula organizzativa faticherà molto ad organizzare la massa di consiglieri di enti locali che presumibilmente il movimento otterrà l’anno prossimo, con il turno generalizzato di amministrative. Dunque, discutiamone con la massima apertura, ma non diamo scontati esiti di processi che sono in pieno svolgimento.

Ma non perdiamo di vista la questione principale: cosa sta accedendo nel nostro sistema politico con questa tendenza dei leaders a contornarsi di corti informali e parentali che imprimono una forte spinta verso il modello della “nuova Signoria”.

Aldo Giannuli

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Comments (2)

  • mah forse l’elettore leghista potrà convincersi del fatto che la struttura aziendale del m5s dia più garanzie di quella della lega, che almeno ci tenta di essere un partito. per le persone più abituate ad usare il cervello un partito aziendale dovrebbe implicare una gestione ancora più personale, in quanto l’unica differenza con la lega è che ci sono meno garanzie, a parte i referendum finti

  • Prof. Giannuli io ne traggo un senso esattamente opposto al suo. Il potere politico, quantomeno nella tradizione liberale/occidentale, si regge sostanzialmente su due gambe: lo stato, inteso come apparato attraverso il quale il potere politico dovrebbe spiegare la propria azione ed attuare le proprie decisioni, ed il partito, inteso come apparato attraverso il quale favorire e far accettare le decisioni alla collettività.
    Nel sistema sociale occidentale del XXI secolo in realtà il potere politico, per affermarsi, non ha bisogno dello Stato né del partito, struttura questa sempre più inadeguata. E’ sufficiente possedere la capacità di comunicazione ed il potere di comunicare. Tuttavia la comunicazione da potere e consenso ma non garantisce alcuna capacità decisionale, cioé di azione. Questo indebolisce enormemente la politica, lasciando spazio ad altre forme di potere (economia, religione, etc) che sanno essere maggiormente incisive a livello sociale. Ed allora il “cerchio magico” esprime più un bisogno di protezione del “leader” che non di forza dello stesso. Non a caso si verifica ogniqualvolta il leader si proponga come “antisistemico”, cioé come investito di un potere che contrasta con quello “statale”, oppure quando non abbia alle spalle un “partito” solido, che sia in grado di rafforzarne le decisioni. Ecco allora che il rapporto tra il leader e l’apparato statale, oppure il rapporto tra il leader ed il partito deve essere “mediato” da un “cerchio magico”, che filtri i rapporti con l’esterno e preservi il potere del leader che si basa, come anticipato, non più sulla capacità gestionale delle istituzioni (pubbliche, o private, come il partito) ma sulla comunicazione. Questo però é sintomo non di un eccessivo potere ma dell’esatto opposto, cioé di concentrazione del potere allocato presso soggetti che non riescono poi a tradurlo in decisioni politiche significative

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