La crisi: come vanno le cose?

E’ troppo tempo che, assorbito dalle polemiche politiche interne, trascuro di scrivere sull’andamento della crisi e sulle sue prospettive. E’ il caso di tornare a parlarne, anche perché “la grande bonaccia”, durante la quale essa ha sonnecchiato, sta per finire. Una serie di congiunture (la ripresina americana in larga parte dovuta al gas ed al petrolio di shale, i ripetuti quantitative easing della Fed, cui si è unita la Bce (anche per scongiurare una avanzata troppo forte degli “euroscettici” alle elezioni europee), qualche limitato successo della Abenomics in Giappone ecc…) hanno creato una pausa che ormai dura dalla metà del 2012 e che ha favorito anche l’Italia. Ma la ripresa, quella vera, è di là da venire: la crisi del debito è sempre presente e le inondazioni di Dollari ed Euro servono come antinfiammatorio, ma non sradicano l’infezione.

D’altro canto i dati occupazionali e dei consumi, non sono affatto incoraggianti, non solo un Europa (dove sono un pianto) ma anche negli Usa: in occasione delle altre crisi, il segnale di fine era dato da un balzo in avanti di 5-6 punti del Pil americano, ora si devono accontentare di dati che stanno sotto il 2.

Ed i segnali negativi sono tornati a farsi vivi: il default argentino è solo il primo sternuto, mentre cova la polmonite brasiliana ed in Cina si avvertono chiaramente i sintomi di una bolla immobiliare prossima allo scoppio. La Russia è alle prese con l’embargo euro americano ed anche in India si avvertono segni di affanno: signora mia, neanche i Bric sono più quelli di una volta!

Questa crisi ha avuto due tempi: la fase del debito bancario prevalentemente americano, poi la fase del debito pubblico europeo. Ora tutto lascia presagire che stiamo alla vigilia di un terzo tempo: la crisi dei Brics in gran parte indotta dalla caduta della domanda europea ed, in parte, americana.

La domanda aggregata mondiale ha subito un rilassamento che ha colpito in primo luogo le materie prime e dopo i manufatti, di questo hanno risentito soprattutto Brasile e Russia su cui grava anche il dterioramento dei rapporti con l’eurozona. Probabilmente in vista di queste nuvole all’orizzonte, i Brics hanno dato vita ad una loro banca alternativa al Fmi, che dovrebbe finanziare la costruzione di infrastrutture di India, Brasile e Russia e nelle quali la parte del leone la farebbero le aziende cinesi. All’interno di questo “Fmi degli emergenti” è stato costituito un fondo per sostenere in paesi in stato di crisi. L’operazione ha un chiaro senso politico: contrastare l’ egemonia americana sul Fmi che ormai non ha più giustificazione sulla base dei concreti rapporti di forza. E sin qui la cosa è da guardare con interesse. Ma ci sono molti dubbi che la cosa possa funzionare oltre un certo limite.

Intanto il fondo di riserva è di soli 100 miliardi di dollari, il che significa che già al primo paese che va in crisi il fondo si prosciuga e, probabilmente, non basta. Per cui è da prevedere che questo possa scatenare la corsa agli aiuti da parte dei paesi in attesa di crisi. Poi, il regolamento della banca riprende l’odiatissima clausola del Fmi che condizione la concessione degli aiuti all’accettazione degli indirizzi di politica economica della banca (ve la vedete l’India o il Brasile che accettano le indicazioni di politica economica suggerite magari dalla Cina?).

Poi il fondo è in dollari ed, in definitiva, questo ribadisce l’egemonia americana sul sistema monetario mondiale. Peraltro non è affatto sicuro che le risorse della banca bastino neppure per i piani di realizzazione delle infrastrutture di tutti i paesi partecipanti all’operazione, per cui l’alternativa potrebbe essere quella di concentrarsi su un solo paese –rimandando gli altri alle calende greche- oppure disperdersi con erogazioni a pioggia. Nel primo caso ci sarebbero serie conseguenze politiche, nel secondo l’efficacia economica dell’intervento sarebbe messa fortemente in discussione.

Ma tutto questo (compresa la debole dotazione del fondo anticrisi e il fatto di non aver scelto una moneta Brics –realisticamente lo yuan-) è la conseguenza di un dato che sta a monte: i Brics sono solo una sigla dietro cui non c’è nessuna unità politica di intenti. E dunque, ciascuno ha scommesso molto limitatamente su questo tavolo.

Dunque, è possibile che questo nuovo fondo mondiale giochi qualche ruolo di contrasto nella crisi che si profila, ma non convince l’ipotesi che sia in grado di affrontarla oltre un certo limite. Ed è facile prevedere che, per l’inestricabile intreccio di relazioni finanziarie mondiali, la voragine che si aprirà in Brasile, in India o Russia, finirà per ripercuotersi anche sull’esausta finanza europea e su quella americana.

Non è detto che assisteremo ad un urto drammatico come nel 2008, per lo meno in tempi particolarmente ravvicinati, magari il Brasile ce la farà a durare sino alle olimpiadi del 2016, oppure la crisi si presenterà ad ondate scaglionate, diluendo il suo impatto sull’economia mondiale, forse l’ennesimo quantitative easing varrà a rallentare il tempo l’urto, quello che è assai probabile è il riattivarsi di un malessere che potrà anche essere diluito, ma che ci porterà di nuovo tutti in recessione. E, questa volta, non ci saranno più i Bric (ed in particolare la Cina) a sostenere la domanda aggregata mondiale, perché anche i Bric sarebbero all’origine della nuova fase di crisi.

Decisamente, questa crisi non è presa sul serio come dovrebbe: se, sinora, non ha avuto l’impatto drammatico del 1929 –grazie alle continue iniezioni di liquidità- è però vero che si avvia a durare già di più di quella. Ormai sono 7 anni di seguito ed i più ottimisti parlano di una ripresa piena fra 4-5 anni, cioè la durata complessiva sarebbe stata di 11-12 anni. Nella grande crisi precedente, dopo 11 anni si era già in guerra.

Soprattutto, se la crisi è stata calmierata sul piano finanziario, mettendoci una toppa volta per volta (ma al prezzo di gonfiare spropositatamente il monte debiti mondiale), dal punto di vista di occupazione e consumi le cose sono andate costantemente peggio sul piano mondiale.

Vedremo cosa accadrà, intanto l’Italia è uno dei paesi più esposti al nuovo clima rigido che si annuncia e c’è di che essere preoccupati, soprattutto constatando l’inadeguatezza di chi si trova al timone del paese.

Aldo Giannuli

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Aldo Giannuli

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Comments (8)

  • aldo dici che i brics sono concorrenziali e complementari come economie al sistema economico europeo-americano invece che di porsi come alternativi?

    qui un intervento sul  debito italiano di bini smaghi sul corriere di oggi

  • Forse i BRICS hanno scelto i dollari anche per alleggerirsene, dato che le loro riserve ne sono piene, in vista della perdita, da parte dello USD, dello status di moneta di riserva globale verso cui sembra avviarsi.

  • mah, direi che come non è corretto associare corrivamente i crimini di guerra israeliani al genocidio, non è corretto -per gli stessi motivi – eccedere con i parallelismi con la crisi del 1929. si può ad esempio citare l’assenza della coscrizione obbligatoria e altri ameni dispositivi del passato che hanno reso possibili guerre su larga scale, ma anche il fatto che le operazioni belliche internazionali non riescono più a garantire i guadagni del passato, sia perchè la tecnologia rende tutto sempre più insostenibilmente costoso, sia perchè i risultati delle recenti operazioni di guerra si sono rivelati sempre insufficienti a garantire quel minimo di stabilità necessaria per fare “business”. senza contare che i tempi liturgici per parlare di crisi sono andati a prostitute: etimologicamente la crisi indica un momento specifico che separa due serie di fenomeni. in questo contesto il momento specifico non è facile da trovare (e infatti non è che si capisce bene quando siamo entrati in crisi), anzi direi che individuarlo sarebbe un atto arbitrario: in italia eravamo in crisi già da tempo…
    un altro motivo per cui non credo che sia corretto continuare ad usare il termine crisi è il fatto che si tenda ad implicare che la storia sia ciclica e che dopo le mazzate di oggi ci attenda la bambagia dei baby boomers e il relativo modello di sviluppo. non credo che possa andare così, dato che non vedo le condizioni perchè ciò accada. ho varie riserve sul concetto di decrescita, ma devo ammettere che è una buona idea affrontare in modo critico i concetti di sviluppo e di progresso piuttosto che dare per scontato che l’attualizzazione di questi concetti possa effettuarsi allo stesso modo che in passato.

  • come vanno le cose? male, molto male. Quando nel l’80 comprai la casa, ci misi 9 anni a pagarla e il lavoro come dipendente (programmatore elettronico) ci misi 2 ore. Oggi i miei figli non potranno mai comprarsi una casa, né sperare in un lavoro continuativo. Anzi dipendono dai genitori. Quindi non c’è proprio nessuna prospettiva che le cose vadano meglio, e non c’è neppure la volontà di chi sta in alto di capire.. Probabilmente i nostri politici sono solo dei burattini in mano ad altri. E devono fare scena per mostrare che qualcosa si sta facendo. Fraterni saluti

  • @ugo agnoletto
    Se non arriva l’inflazione noi italiani siamo rovinati.
    L’unica consolazione sarà la crisi degli industriali tedeschi (il popolo è ridotto alla fame da 10 anni grazie alle riforme harts che renzi vorrebbe scimmiottare) che non avranno nessuno a cui vendere le Audi.

  • Caro Aldo, mi collego alla metafora dell’infiammazione che tu proponi perchè mi pare che funzioni molto bene nel nostro caso.
    Nel 2008, nel sistema economico globalizzato, si è manifestata una pericolosissima febbre, una febbre da cavallo che rischiava di sopprimere il paziente. Gli antipiretici (leggi QE) somministrati dal medico-poteri sovrani nazionali a dosi appunto da cavallo, hanno sortito l’effetto sperato, di abbassare la febbre. Ma i medici chiamati al capezzale, pur avendo una chiara diagnosi della malattia, non hanno avuto il coraggio e la determinazione per intraprendere un vero percorso di cura, e così il paziente ha smesso per un po’ di avere la febbre per alcuni anni, senza tuttavia guarire, nel senso che le cause della febbre sono tutte ancora presenti ed anzi ancora in forma più aggravata di allora.
    Mi parrebbe che tu concordi con me su questa analisi, ma allora non capisco perchè prendi l’andamento del PIL (andamento della temperatura corporea nella metafora) come misura della salute del paziente. Perchè citi i cosiddetti ottimisti che vedono una piena guarigione nel giro di cinque anni? Qui, non mi pare sia una questione della dose di ottimismo individuale, c’è una questione ben più secca e decisiva: questa crisi può essere superata con il trattamento finora utilizzato? Dalla metafora che mi pareva tu condividessi, mi sembrava di no, controllare la febbre, seppure un passo fondamentale per la sopravvivenza, non guarisce il paziente, ed alcuni, tra cui mi colloco anch’io, pensano che la cura non esista proprio all’interno di un’economia di tipo capitalistico, e quindi la discussione su questo debba vertere. La cosa che mi appare francamente paradossale che proprio nel campo anticapitalista si ascoltano alcune tesi di tipo fideistico, del tipo che il capitalismo ne uscirà con una profonda ristrutturazione. Dico che si tratta di tesi fideistiche perchè evitanbo accuratamente di specificare quale sarà questo tipo di ristrutturazione. Credo che fondamentalmente ciò derivi dalla fede marxista che finisce suo malgrado per confidare ciecamente nella forza del capitalismo. Come dire, visto che il proletariato non è pronto a prendere il potere, allora, per non smentire il materialismo storico, si finisce con il confermare il protrarsi del capitalismo.
    A me pare più semplicemente che il capitalismo è più forte nel campo ideologico che in quello strettamente economico, vince nella testa delle persone che non sono più in grado neanche di immaginare un’economia radicalmente differente da quella in cui viviamo ormai da secoli. La crisi non è q

  • Continuo dall’intervento precedente (inviato per errore):

    A me pare più semplicemente che il capitalismo è più forte nel campo ideologico che in quello strettamente economico, vince nella testa delle persone che non sono più in grado neanche di immaginare un’economia radicalmente differente da quella in cui viviamo ormai da secoli. La crisi non è quindi soltanto economica, è una crisi culturale, di civiltà, e non è certo consolante vedere che non sono soltanto i capitalisti a limitare la ricerca di soluzioni all’interno del sistema capitalistico, ma anche nel fronte teoricamente opposto non si riesce a sviluppare neanche uno straccio di ipotesi davvero alternativa.
    Se tuttavia come io credo il capitalismo stavolta si trova in una crisi di tipo terminale, allora, in assenza di teorie politiche alternative, subentrarà un grave e prolungato periodo di caos, di cui credo che nessuno possa compiacersi.

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