Anche le elezioni europee contribuiscono a cambiare la mappa del potere mondiale.

Volendo riassumere il senso di queste elezioni europee in poche sinteticissime battute, le riassumeremmo così:
a- la linea dell’austerità è battuta senza possibilità di equivoco
b- la Germania è sola
c- il resto dei sistemi politici dell’ex Europa occidentale subisce la più grave crisi di legittimazione dal 1945 in poi. Il che, a sua volta, si traduce in una frase ancora più semplice: qui non è europeo nessuno e l’Europa non esiste. O, se preferite: l’Europa è solo una espressione geografica. Con licenza di riproduzione del principe di Metternich. Ovviamente, cerco di motivare queste affermazioni che a molti lettori sembreranno un po’ forti (e già vedo alcuni amici cui va di traverso il caffè che stanno bevendo mentre scorrono questi righe). Vengo ad argomentare.

Sulla carta, lo sappiamo, il blocco “europeista” (popolari, socialisti, liberali, verdi, conservatori) dispone ancora della maggioranza non solo a Strasburgo, ma anche nei rispettivi paesi. I partiti che genericamente definiamo “antisistema” (populismi euroscettici vari e sinistre antagoniste o quasi, oltre che separatisti di vario genere) non sono in maggioranza da nessuna parte, ma raccolgono percentuali da capogiro in alcuni paesi chiave:

Inghilterra (Ukip e  separatisti vari) = 31,1%

Francia (Fn, Fg, varie minori) = 31,3%

Italia (M5s, Lega, Fdi, lista Tsipras) = 34,9%

Con una mediana del 32% circa.

Assumiamo come minimo comun denominatore di questi blocchi elettorali l’opposizione alle politiche di austerità, che si traduce in una richiesta di riforma più o meno radicale della Ue o in un suo scioglimento.

Ovviamente, si tratta di una sommatoria assolutamente non omogenea, e caratterizzata solo in negativo, ma si tenga presente che, sin qui, il voto di protesta, nelle fasi di “acqua alta”, si aggirava fra il 10 ed il 15% e non ha mai raggiunto il 20% in nessun paese dell’Europa occidentale (salvo il voto a Le Pen padre nelle presidenziali del 1999). Ora siamo oltre il 30% nei tre paesi maggiori della Ue, dopo la Germania. Inoltre, si tratta di un voto largamente polarizzato intorno alle tre principali formazioni (Ukip, Fn, M5s) che costituiscono veri e propri partiti di massa, quantomeno dal punto di vista elettorale e, a tutto questo, si aggiunge ad un picco inedito dell’astensionismo. Questi partiti, pur se con accentuazioni diverse e differenti indirizzi di marcia, si configurano come diretti antagonisti (più o meno radicali) del sistema politico europeo, che è una delle colonne portanti dei rispettivi sistemi politici nazionali.

Neppure l’ondata del 1968 mise in crisi la legittimazione dei sistemi politici europei come, sta accadendo in questo momento, anche a causa della perdurante crisi.

E’ del tutto evidente che i partiti “europeisti” di governo non possono non tenere conto di una tendenza che minaccia molto seriamente di travolgerli e non è affatto detto che una alleanza di ampie convergenze, di tipo italiano, riesca a salvarli.

In Germania, il totale dei voti antisistema eurocritici (Linke, Afd, Npd e vari) raggiunge il 17,5%, cioè ben 14 punti sotto la mediana che abbiamo calcolato per Italia, Francia ed Inghilterra. Avevamo detto che se il differenziale dei risultati “antisistema”, fra Germania ed altri paesi Ue, avesse superato il 10% il sistema sarebbe entrato in fibrillazione. La media del differenziale su tutti i paesi europei si aggira appunto intorno al 10% per di più esso si concentra nei tre paesi maggiori dell’Unione,  dove i ceti di governo devono tener conto dell’urto subito. In Italia il governo può giovarsi del successo del Pd che “assorbe” la presenza del M5s che, simmetricamente, vede la sua azione indebolita dal risultato elettorale. Però, l’Italia non può che schierarsi contro la politica di austerità perché sta soffocando (e, per la verità, sinora Renzi lo ha detto, anche se, per ora non siamo andati al di là di petizioni di principio sulla crescita).

L’Inghilterra è meno toccata dalla questione, non facendo parte dell’Eurozona, ma il governo conservatore ha l’urgenza di prendere il largo dalla Ue e, soprattutto, dalla Germania, se vuole avere qualche speranza: la reazione un tantinello isterica di Cameron contro Junker, il candidato della Merkel, la dice molto lunga in proposito.

Ma il risultato più critico è sicuramente quello francese, dove la vittoria della Le Pen si somma alla dèbacle socialista. Hollande è un “dead man walking”: può sperare in una ripresa, nelle elezioni politiche, ma può farlo solo prendendo di corsa le distanze dalla Merkel e dalla sua politica rigorista. Né stanno molto meglio i governi di alcuni alleati storici della Germania, come l’Olanda dove, se pure il Pvv di Geert Wilders non è andato bene, resta il problema di una economia stagnante. In Finlandia e Norvegia ci sono formazioni politiche nazionaliste che vedrebbero di buon occhio una uscita dall’Euro “dall’alto”, cioè per separazione dei paesi “ricchi”. In ogni caso, la Merkel ha perso il suo principale alleato –la Francia- ed anche l’appoggio di qualche alleato minore non risolverebbe il problema. Come la si rigiri, la Germania è sola. E deve fare i conti con una formazione piccola, ma influente, come Afd che tira per una uscita “dall’alto”.

Dunque, la linea dell’”austerità espansiva” (uno dei più divertenti ossimori che abbia mai sentito) è virtualmente liquidata, a meno di azioni di forza della Germania, che, però, potrebbero andare incontro a reazioni imprevedibili da parte di altri. Vedremo cosa farà domani la Bce, sollecitata dagli americani a fare una sostanziosa iniezione di liquidità ed a tenere bassi i tassi, il che, però, non può che indebolire l’Euro, prospettiva vista con orrore dai tedeschi che vedremo come reagiranno ad un corso troppo “lassista” dal loro punto di vista. Un minimo di ragionevolezza economica farebbe pensare che, in presenza di un dollaro “basso” sui mercati,  occorre abbassare anche la soglia dell’Euro, per far salva la bilancia commerciale.

Ma l’opposizione dei tedeschi non è determinata da chissà quale teutonica irragionevolezza. Ci sono motivi contingenti e più di lungo periodo che li spingono su questa strada.

In primo luogo, la Germania è creditore netto in Euro ed, ovviamente, considera con sfavore la svalutazione del suo credito, soprattutto perché lo stato di salute delle sue banche è tutt’altro che florido e una svalutazione dei titoli in Euro, che hanno in pancia, potrebbe seriamente compromettere il loro asset.  Poi, la Germania, è paese importatore di materie prime, che acquista con una moneta “forte”, mentre, come paese manifatturiero, sarebbe interessata a tenere bassa la moneta, ma preferisce affidarsi al vantaggio competitivo tecnologico delle sue merci, per cui può fare a meno della manovra monetaria. Infine, i tedeschi hanno una paura patologica dell’inflazione, che gli viene dalla loro storia. E questi sono i motivi più o meno contingenti. Poi c’è un motivo strategico di fondo: la moneta “forte” per la Germania è molto più che uno strumento di politica economica. E’ il mezzo politico, attraverso il quale essa ripropone il sua assalto al potere europeo. Nel 1871-78, nel 1914 e poi nel 1939, la Germania ha tentato il suo assalto all’Europa attraverso le armi. Duramente sconfitta nel 1918 ed ancor peggio nel 1945, la Germania divisa ha dovuto adattarsi ad un ruolo di “nano politico” per mezzo secolo, durante il quale il discorso militare non poteva neppure essere evocato, ma gli schemi geopolitici di Karl Hausofer è rimasto dormiente, ma non eliminato, nella cultura politica tedesca. La riunificazione del 1989 ha ridestato quella concezione e la prima aperta manifestazione di ciò fu il documento elaborato, nel 1994, da Wolfang Schauble per conto della Cdu-Csu, che teorizzava apertamente il ruolo centrale della Germania –in asse con la Francia- nella costruzione europea, che vedeva tutti gli altri paesi come semplici satelliti. Una sorta di Nuovo-Nuovo Ordine Europeo (se ci si passa l’espressione) fondato non più sulla supremazia militare ma su quella finanziaria: l’unità europea diventava così la carta argentata nella quale Berlino avvolgeva il suo disegno egemonico.

Poi, la crisi e l’evolvere della politica internazionale hanno messo a dura prova l’asse franco tedesco finendo per dissolverlo. E la Germania è rimasta, puramente e semplicemente, la Germania di sempre.

E qui veniamo al punto che dicevamo all’inizio: qui nessuno è europeo e, pertanto, l’Europa non esiste. Una nazione non è solo un apparato statale componibile e scomponibile a piacimento e non è neppure solo una cultura ed una lingua, è, prima di ogni altra cosa, un campo magnetico di interessi sociali organizzati. E non si tratta solo delle classi dominanti, che, ovviamente, sono le più interessate alla conservazione dell’ordine esistente. Si tratta anche delle classi medie e subalterne che vengono consociate attraverso mille strumenti (dalla struttura del salario alla particolare politica fiscale, dalla distribuzione territoriale delle risorse all’organizzazione della pubblica amministrazione, ai meccanismi di mobilità sociale ed al tipo di stato sociale). In questo quadro ogni gruppo sociale occupa uno spazio e trova una sua convenienza. Su questa composizione di interessi riposa la stabilità della singola formazione economico-sociale di ogni paese. Proprio la storia tedesca dimostra abbondantemente questa idea: nel 1918 gli operai tedeschi, in grande maggioranza, non si schierarono dalla parte degli  spartachisti che predicavano la rivoluzione internazionale, ma dalla parte dei socialdemocratici che garantivano la sopravvivenza dello stato nazionale.

Fare l’Europa avrebbe dovuto significare, in primo luogo, sostituire gli equilibri sociali nazionali con nuovi equilibri continentali, dunque, realizzare convergenze dei diversi meccanismi di distribuzione delle risorse, dar luogo a contratti di lavoro europei, avvicinare i modelli amministrativi, unificare gradualmente la politica fiscale, ridurre i differenziali di trattamento pensionistico o sanitario, garantire le stesse condizioni di mobilità sociale per tutti, superando le barriere nazionali, omogeneizzare realmente i sistemi scolastici ed universitari. Ma questo avrebbe richiesto (oltre che superare lo scoglio linguistico) anche una centralizzazione delle risorse da redistribuire, senza della quale non si sarebbe potuta realizzare quella unificazione di standard di stato sociale, realizzare contratti europei ecc. E, sulla base di queste premesse, si sarebbe potuto parlare di unificazione politica che, ovviamente, avrebbe sottratto quote di potere ai ceti politici nazionali, che, invece, hanno avuto buon gioco ad opporsi a questa espropriazione, proprio sfruttando la diversa polarizzazione degli interessi sociali di ciascun paese.

La risultante è stato questo coacervo istituzionale incoerente che è la Ue: un sostanziale compromesso fra le burocrazie politiche nazionali (che mantengono il predominio nel Consiglio e nel Parlamento) e la tecnocrazia europea (che ha le sue roccaforti nella Bce ed, in parte, nella Commissione, dove però, i vertici sono nominati per accordo fra i ceti politici nazionali).

E nessuno è diventato europeo, perché tutti siamo restati francesi, tedeschi, polacchi, italiani, spagnoli, boemi…
E dunque, l’Europa è restata solo una espressione geografica.

L’unificazione politica europea in queste condizioni? Retorica, pura retorica che queste elezioni hanno dissolto.

Aldo Giannuli

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Aldo Giannuli

Aldo Giannuli

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Comments (26)

  • dott. Giannuli

    lei ipotizza azioni di forza da parte della Germania eventualmente?
    diciamo che l’ultima ingiunzione della commissione UE all’Italia sul mantenere il rigore di bilancio ad ogni costo non fa ben sperare in tal senso…

  • la sconfitta era prevedibile, considerando la gestione scandalosa dell’economia europea. ma l’entità della sconfitta mi sembra relativamente lieve: le prospettive fibrillatrici evocate dal professore potranno verificarsi in periodi medio lunghi, e il quadro potrebbe comunque modificarsi portando ad altre strade. ma sul breve periodo i popolari oggi incassano due mezze vittorie da un lato il contenimento della perdita di voti, che li lascia il primo partito europeo, e dall’altro le divisioni interne nel fronte avversario che renderanno i cambiamenti segnati dall’agenda dell’austerity molto lenti. d’altra parte non credo nemmeno che avessero seriamente aspirato alla maggioranza, che è una prospettiva irrealistica: considerando le aspettative concrete che può avere una coalizione di governo (che ha governato una merda), il risultato del partito col cuore come simbolo non è male.

    anche riguardo la solitudine della germania la vedo meno ottimisticamente rispetto al professore. credo che i tedeschi se faranno facilmente una ragione dell’essere isolati, e saranno facilitati in questo per gli stessi motivi elencati dal professore: non esiste un fronte europeo che si possa opporre agli interessi di uno stato nazione come quello tedesco in modo organico. ci sono solo i francesi col presidente azzoppato, gli inglesi col presidente quasi azzoppato e gli italiani il cui presidente in effetti non è azzoppato, ma non sono sicuro che sia all’altezza. e comunque si tratta di stati nazione diversi i cui interessi non convergono, facendo si che lo scontro rimanga sempre un singolar tenzone tra lo stato più potente di tutti e un singolo altro stato meno potente di lui: chi deve vincere a queste condizioni?

  • Occorre fare qualche precisazione.

    L’euro per la Germania non è una valuta forte. Al contrario è una valuta debole.

    I tedeschi non vogliono l’espansione della propria politica fiscale (e degli altri paesi del centro) perché questo pregiudicherebbe il loro vantaggio competitivo (la compressione della domanda interna e la crescita sulle esportazioni)
    Non vogliono l’espansione dei paesi periferici perché questo metterebbe a rischio la sostenibilità del loro debito (estero) di cui la Germania è un importante detentore.
    Non vogliono politiche espansive per tutti (anche monetarie, via BCE) perché l’inflazione li danneggerebbe come creditori, spostando ricchezza reale da loro ai paesi debitori.

    Insomma la Germania è idealmente, nel migliore dei mondi possibili. Salvo fare i conti con la realtà e la sostenibilità politica di questo stato di cose

  • ma il giocattolo di strasburgo che fanno? lo tengono in piedi o lo smantellano? se resta in piedi rischiano che un gg prenda il soppravvento, se lo smantellano devono ricollocare alcune migliaia di persone, con annessi e connessi legislativi da smantellare. Forze una rimodellazione sarebbe la cosa più logica, ma con quali fine e compiti?

  • Caro Aldo, a parte il dissenso su un aspetto marginale, quello di includere la lista Tsipras tra le formazioni euroscettiche (visto che in verità è ultraeuropeista), il punto di dissenso principale riguarda lo sbocco politico di questa situazione.
    La mia opinione è che il blocco neoliberista che governa fuori e dentro la UE non mollerà mai il potere a meno di esserne cacciato in malo modo da maggioranze evidenti. Quindi, qui non basta una vittoria simbolica, mi spingo sino a dire che se anche avessero conquistato il 100% dei seggi nel parlamento europeo, visti i suoi poteri così marginali, non sarebbe cambiato nulla.
    Siamo a un punto di svolta storica che richiederebbe dei cambiamenti che l’attuale classe dominante neanche riesce a concepire, e quindi sarà inevitabile andare a sbattere, i cambiamenti interverranno dopo eventi tragici, purtroppo. Lo dico con grande tristezza perchè un cambiamento figlio di una tragedia è cosa ben diversa da un cambiamento pilotato consensualmente dai poteri esistenti, ma ogni giorno che passa mi rendo conto della cecità dei poteri dominanti e dell’assenza di una classe dirigente alternativa, con un’opinione pubblica sostanzialmente imbambolata che corre dietro all’ultimo pirlino che grida più forte: non vedo come si possa evitare il disastro.

  • Non condivido la logica.

    Se è evidente che l’Europa politica non si può fare come non si è MAI potuta fare (se non con il sangue e il genocidio: solo quei minus habentis degli spinelliani credevano agli USE, i neo-aristocratici hanno sempre saputo della sua impossibilità e PROPRIO PER QUESTO HANNO SEMPRE SOSTENUTO IL PROGETTO) che senso ha parlare di elezioni “europee”?

    Seguendo le premesse delle argomentazioni la filologia avrebbe dovuto far considerare le votazioni semplicemente “nazionali” e, in questo contesto, ci sono state nazioni “Alleate” e nazioni che hanno riaffermato un “Asse”, in cui una è trascinata nel baratro dall’altra.

    Un PD al 40% è la firma (falsa o meno che sia…) suicida del Popolo italiano che verrà spazzato via dalla geografia e dalla storia.

    Non ci lasceranno né gli occhi per piangere, né un’identità in cui confortarsi. E’ finita e siamo fuori dai giochi.

    Questo inconcepibile (per me) ottimismo nasce da una (per me) analisi scorretta di cosa sia Tsiparas, il M5S e la neanche microscopica consapevolezza degli Italiani del dramma che stanno vivendo e di che progetto politico violento sono vittime.

    Almeno i nostri nonni avevano formato i CLN: qui la gente soffre e non sa neanche perché. L’infermiere inietta veleno secondo le indicazioni del medico crucco, il paziente sbraita livoroso contro l’infermiere perché sta peggio di prima e il medico lo rassicura dicendo che non ha preso ancora abbastanza “medicina”. Gli infermieri finiscono in galera perché non hanno “le mani pulite” e il paziente “avvelenato” si acquieta fuori mentre muore dentro. E’ tragico.

    E il M5S è stato il perno di questa strategia.

    Neanche quel minimo di dignità di morire in battaglia.

  • La stagione delle privatizzazioni (svendita dell’industria Italiana che è rimasta) è arrivata, sono curioso di vedere chi saranno i nostri padroni. bisogna dire le cose come stanno, saremo e già lo siamo gli schiavi di capitalisti americani tedeschi francesi e pochi altri.
    I dati sulla disoccupazione parlano chiaro, siamo pronti ad essere spremuti per i prossimi decenni e fin tanto che recepiremo a 90 gradi ciò che ci viene detto da gente che ci comanda (per lo più stranieri) siamo nella cacca.

    E’ sorprendente notare che la maggior parte degli Italiani non capisce queste cose.
    Non riusciamo a dar fiducia a gente nuova, vogliamo morire lentamente…ridotti in schiavitù.
    Il 60% di disoccupazione giovanile al sud a quanto pare non basta…
    A questo punto non ci resta che aspettare la fine del pane, forse qualcosa cambierà.

  • In Spagna, che ha un ruolo chiave per dimensione e per posizione nelle catene debitorie (tradotto, se saltano in aria le banche spagnole, quelle italiane e quelle francesi vengono appena dopo), il PP e il PSOE prendono il 26% e il 23%. Il blocco del sistema può essere puntellato dal 6,5% di Union Progresso y Democracia. dal 5,4% di Coalicion por Europa e dal 3,1% di Ciudadinos

    Il blocco eurocritico si attesta oltre il 20%. La tradizionale Izquierda Unida al 10%, Podemos all’8% (potrebbe essere il tipico “fenomeno da europee” che dura lo spazio di un’elezione, intanto c’è) a cui andrebbe aggiunta anche l’Esquerra per el Dret a Decidir il cui eletto mi pare di capire che vada a finire nel GUE.

    Sparsi nel voto, una miriade di gruppi indipendentisti/autonomisti di varia natura.

    Quello che è interessante nel voto spagnolo è che non esiste un voto di destra radicale. Il voto antisistema è indirizzato o sulle sinistre sociali comuniste (Izquierda Unida) e movimentiste (Podemos) oppure nei vari regionalismi che si schierano nella sinistra radicale (i baschi) oppure nella destra liberale con un indefinito “federalismo europeo” più indirizzato contro lo stato centrale spagnolo piuttosto che per un reale amore per l’Unione.
    Potrebbe sembrare una rottura del trend europeo che vede le destre estreme in crescita ovunque, o forse è una delle punte avanzate di un altro trend: la radicalizzazione delle cosiddette “normali destre europee” sotto la spinta delle destre estreme. In Italia ne abbiamo un esempio con la Meloni che riesuma le posizioni di Alleanza Nazionale restando saldamente ferma nel PPE.

  • “L’unificazione politica europea in queste condizioni? Retorica, pura retorica che queste elezioni hanno dissolto”

    Si sta profilando un futuro fosco per l’Europa, che va oltre le condivisibili considerazioni qui espresse.

    Sotto pressione Usa l’Ue sta sostenendo il governo golpista di Kiev.
    Lunedì l’aviazione ucraina ha lanciato almeno 150 missili sulla città di Lugansk. Un missile ha colpito l’edificio dell’amministrazione Lugansk, uccidendo almeno otto civili all’interno e nelle vicinanze.
    «Per togliere le città agli insorti, il governo ucraino sta usando sempre più spesso i bombardamenti aerei: attacchi indiscriminati, lanciati a ridosso delle case e dei parchi. È stato segnalato anche l’uso di ordigni a grappolo, per impedire ai ribelli il controllo del territorio. È una guerra, combattuta in nome dell’Europa. Mentre l’Europa non vuole aprire gli occhi sulla strage che è già cominciata, cancellando dai grandi media le immagini dell’orrore».

    Attenzione, le immagini sono tremende.

    Anche di fronte all’evidenza, secondo tradizione, la portavoce del Dipartimento di Stato Usa Jen Psaki è riluttante ad accettare la relazione dell’Osce sulle incursioni aeree su Lugansk che hanno provocato vittime tra i civili, e ha obiettato che “ci sono notizie contrastanti su quanto è accaduto.”
    Psaki ha detto che gli Usa stanno ancora esaminando i rapporti, e ha lodato “la moderazione mostrata dal governo ucraino di fronte alla inaccettabile interferenza russa”.

    Solo oggi l’Ocse si è accorta di quanto sta accadendo laggiù – fino a ieri fingeva di non sapere. Lungi dal favorire pace, prosperità e benessere, come ripetono ad ogni piè sospinti i suoi propagandisti, l’Ue si è trasformata in qualcosa di indescrivibile e inaccettabile per chiunque intenda definirsi persona civile e razionale.

    Bisogna trovare il modo di arrestare questa spirale perversa o ne saremo travolti anche noi.

  • “una Europa Diversa” che non ci può essere. Ovvero sono un gatekeeper, 100%.

    Stessa storia M5S.

    Europoeisti == vincolisti == shock economy == utili-idioti sostenitori del VERO (eticamente e culturalmente ancora peggiore) nazifascismo.

    L’europeismo è una forma fanatica di nazionalismo per uno stato che non v’è e non ci sarà mai.

    Quanti morti hanno già fatto gli squadristi europeisti nei Paese mediterranei?

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    Pierluigi Tarantini

    @ SantiNumi
    Se proprio non puoi morire in battaglia contro l’Euro mi permetto di suggerire l’harakiri.
    Ma forse no, è meglio se continui a scrivere delle tue pene.

  • Prof. Giannuli come commenta la scelta di Frau Merkel nel proporre Lagarde a capo della Commissione??farebbe un articolo in cui spiega quali sono i reali poteri della commissione euopea e sul perchè è sempre la Merkel a scegliere le figure principali?
    Con stima e grazie

  • scusate ma finché gli intellettuali si prestano ad avvalorare le idee dominanti, e qui viene enunciato il meccanismo

    http://orizzonte48.blogspot.it/2014/05/per-chi-se-lo-fosse-perso-su-rainews24.html

    si fa poca strada.

    Secondo nessuno valuta l’impatto sociale in modo serio, vengono descritti epifenomeni anche tragici, ma non sono inseriti in un quadro generale che delinei delle prospettive a cui fare riferimento. Il quadro di valori di riferimento non prevedono la solidarietà (un es. interessante è la rai, che non vuol sentire di risparmiare e discutono se è meglio diminuire i precari e svendere e dismettere impianti invece di ridurre gli stipendi ai dirigenti e ripianificare trasmissioni e servizio. A questo punto il ministero a cui fa riferimento dovrebbe intervenire come responsabile alla gestione [il tutto è ancora da definirsi, la prossima volta che giannuli va da floris se ha l’occasione gli ricordi che i precari i disoccupati, chi guadagna meno di € 2000 non si possono ancora spremere, lui invece può permettersi qualche tassa in più, la cena la sera non gli manca, come dalla gruber che volendo difendere gli interessi rai, dimostra solo di voler difendere il proprio status raggiunto cosa legittima, ma un po’ dubbia se a scapito della solidarietà sociale]) vi sono meccanismi di accesso ma chi è escluso a tali meccanismi: è fuori dalla società la quale esige i suoi contributi, ma non prevede una sua qualificazione.

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    Pierluigi Tarantini

    Caro Aldo,
    qualche volta le tue analisi mi sembrano frutto del pio desiderio di veder realizzata una personalissima visione del mondo.
    Nello specifico l’analisi mi sembra viziata da una premessa fuorviante.
    I partiti …. “antisistema” (populismi euroscettici vari e sinistre antagoniste o quasi, oltre che separatisti di vario genere) …. raccolgono percentuali da capogiro in alcuni paesi chiave…
    Sorvoli sul fatto che il successo di questi partiti è frutto di opportunismi politici locali, come tali, per le stesse ragioni per le quali secondo te l’Europa è un’entità geografica, incapaci di qualsiasi sinergia.
    Quanto al voto di protesta, che nella tua immaginazione sessantottina evoca chi sa che, a me sembra che bastino 80 euro per rabbonirlo.
    Che poi … l’opposizione alle politiche di austerità, si traduca in una richiesta di riforma più o meno radicale della Ue o (udite udite) in un suo scioglimento è affermazione apodittica che lascia il tempo che trova.
    Infine, quanto affermi rispetto all’Inghilterra.
    …. il governo conservatore ha l’urgenza di prendere il largo dalla Ue e, soprattutto, dalla Germania, se vuole avere qualche speranza (speranza de che?): la reazione un tantinello isterica di Cameron contro Junker, il candidato della Merkel, la dice molto lunga in proposito (a che cosa?).
    A me sembra che Cameron abbia altro cui pensare e cerchi di svicolare indicando nella UE la causa di tutti mali.
    Insomma, anche in GB stanno messi proprio male.
    E la colpa non è dell’euro.

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    Pierluigi Tarantini

    @Aldo
    …chissà chi è fra noi due che confonde i desideri con la realtà?
    Domanda difficile.
    Azzardo.
    Forse quello che era sicuro che il PD avrebbe perso le europee intese come referendum sull’euro?

  • Ciao Aldo,
    la media tra 31.1, 31.3 e 34.9 é 32.4.
    La mediana invece é 31.3, perché é il valore che ha tanti valori da un lato che dall’altra. E se ci sono 3 punti (31.1, 31.3 e 34.9) allora 31.3 ha un punto con un valore più alto (34.9) e un punto con un valore piú basso (31.3).
    Quando in passato ho suggerito di usare la mediana per delle votazioni, lo facevo perché c’é un teorema che indica nella mediana il vincitore di Condorcet. In effetti se dessimo a Inghilterra, Francia e Italia un voto ciascuno per decidere quanto queste liste dovrebbero avere. 31.3 vincerebbe su qualsiasi altro valore.

    Cordiali saluti,
    Pietro

  • Mi convince molto il tentativo di spiegare il comportamento della Germania di oggi con i paragoni militari della Germania di ieri.

    Si potra’ capire di piu’ con il trattato di libero scambio USA-UE.

    Si potrebbe assistere ad un nuovo D-Day, questa volta in chiave economica: quale sara’ il modello vincente?

  • Devo dire che come residente all’estero tutto questo mi preoccupa un po’. Non so immaginarmi le difficoltà che avrei con il riapparire delle frontiere, con la perdita dello status di cittadino comunitario: dovrò chiedere il permesso di soggiorno ogni sei mesi? Dovrò chiedere la nazionalità e, magari, rinunciare a quella italiana perché mi lascino tranquillo? Un incubo.

  • aldo&tarantini
    siete cosi sicuri che la politica non riesca a rinnovarsi sotto la spinta di un elettorato consapevole?
    Piccolo esempio(-: la legge elettorale e senato proposta da R e B è stata deformata all’inverosimile (non che fosse ottima, ma era un piccolo paso) ora che si è quagulato un consenso e confermata una opposizione (il voto verso pd e m5s hanno caratteristiche I° e II° partito), vedremo se riusciranno a delineare una riforma ragionevole che rappresenti 1% dell’elettorato (dai dati viminale circa 500000 elettori, i votanti sono sempre meno :-().

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