Dossieraggio ad uso privato

Decisamente, questo è un paese che tiene alle sue tradizioni. Prendete la pratica del dossieraggio, non che questo sia l’unico paese nel quale i fascicoli compilati dai servizi finiscono ad alimentare qualche campagna scandalistica, tutt’altro, questa è moneta corrente dappertutto. Ma da noi ci sono delle particolarità che ne fanno una arte tutta italiana, un pezzo di identità nazionale,  metà fra storia e folklore, come la pastasciutta, Va pensiero e la mamma. Una pratica antichissima che vanta una continuità invidiabile.
E, infatti, il generale De Lorenzo si difese davanti alla commissione parlamentare di inchiesta sul Sifar dicendo: “La pratica dei dossier non l’ho inventata io, quando arrivai alla guida del Sifar, essa già c’era”. Infatti, se è con Giolitti che inizia la schedatura sistematica degli oppositori con il Casellario Politico Centrale, con Mussolini nasce la prassi di schedare le massime autorità dello stato. Il duce se ne serviva per controllare i suoi stessi gerarchi: da Farinacci a Starace, a Balbo e la pratica non risparmiava neppure la famiglia reale.
Anche la famiglia di Claretta Petacci (l’amante del duce) era osservata minutamente. Si dice che la nota vicenda sentimentale che avrebbe legato il principe Umberto alla notissima cantante Milly fosse, in realtà, una sorta di copertura che contrastare certe voci di segno contrario fatte circolare dall’Ovra.

Infatti il nostro è un dossieraggio democratico: mica solo spionaggio del governo contro l’opposizione, ma anche nei confronti dei colleghi di governo. Tutti schedati, tutti a rischio sputtanamento. La prassi raggiunse livelli di arte sopraffina con la guerra fra i vari potentati Dc dal 1953 in poi. In quella occasione la nobile pratica colpì una stella di prima grandezza del firmamento Dc come Attilio Piccioni, travolto dal caso Montesi, la ragazza rinvenuta morta, si presume per i postumi di un festino a base di stupefacenti cui avrebbe partecipato il figlio del ministro. Piccioni ne ebbe la carriera stroncata (e qualcuno indicò Fanfani come ispiratore dello scandalo). Poi, siccome l’opposizione comunista ne traeva troppo vantaggio, giù un altro dossier sulle particolari abitudini sessuali del presidente della provincia di Roma, il comunista Sotgiu e la moglie.

Nel caso Montesi, l’operazione fu condotta  dall’ufficio Affari Riservati del ministero dell’Interno che si avviava alla sua epoca  di massima gloria con il ministro Tambroni, che si giovava dei servizi di un gruppo di ex agenti della Polizia del Territorio libero di Trieste: la “banda Beneforti” le cui notizie venivano girate all’agenzia “L’eco di Roma”, finanziata dal ministro e da mons. Fiorenzo Angelini (futuro responsabile del settore sanità della curia vaticana).

Però De Lorenzo fu un benemerito particolare, con lui il dossieraggio usciva dalla dimensione di una modesta attività artigianale, sì pregevole ma pur sempre con una produzione limitata. Con il noto generale la pratica conobbe uno sviluppo esponenziale: nel 1956 egli dispose l’apertura un fascicolo per ogni persona che interessasse la sicurezza nazionale e poi, su ogni persona che entrasse in contatto con essa. Alla fine, c’erano circa 300.000 fascicoli che, per il tempo, erano un fatto prodigioso. Era iniziata la fase industriale dello spionaggio e dell’autospionaggio. Erano schedati tutti: politici (in particolare Dc), industriali, banchieri, alti dirigenti della Pa, ed anche vescovi e sacerdoti (quasi 4.000).

Al punto che la nobile arte colpirà persino il suo ideatore: la “guerra dei dossier” , nei primi anni sessanta, coinvolse lo stesso  gen. De Lorenzo ed il Capo di Sm della difesa Aloja. I delorenziani dimostrarono interessi poco limpidi di Aloja nell’affare delle “mine d’oro”, nell’acquisto di strumenti per la rilevazione della radioattività e persino che il corredo per le nozze della figlia  era stato pagato con denaro dell’esercito. Aloja contrattaccò reclutando tre giornalisti del “Tempo” (Rauti, Giannettini e Beltrametti) per scrivere un libello (“Le mani rosse sulle forze armate”) nel quale si accusava De Lorenzo di avere interessi nell’adozione del carro armato Leopard (di produzione tedesca) e di essere filocomunista (e questa era proprio gratuita!).

La pratica del dossieraggio proseguì in molte altre occasioni (come nel gennaio 1974: scandalo delle intercettazioni telefoniche -con il solito Beneforti- intrecciato con le prime inchieste sulla penetrazione della Mafia negli ambienti giudiziari romani, con lo scandalo Anas, con quello dei carri armati alla Libia. Poi venne il caso Eni-petromin, Sinona ecc, e sempre all’insegna degli sgambetti fra le diverse cordate politico-spionistico impegnate in una costante guerra intestina.

Dell’oggi non vale neppure la pena di dire: lo spazio di un articolo è decisamente troppo scarso per raccogliere tutte le gesta di una classe politica come la nostra.

Aldo Giannuli

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Comments (3)

  • Gentile Aldo,
    scusa, ma non ho ben capito: la differenza con gli altri è quella che da noi si aprono dossier anche sugli appartenenti allo stesso schieramento? Si, certo, il caso Montesi… ma non era prassi …
    Mi è sempre sembrato (probabilmente sbaglio) che fosse più tipico dei paesi anglosassoni l’attenzione al privato dei politici. Mi ricordo che fu col PSI negli anni ’80 (Milano da bere)che si seppe un po’ delle “trasgressioni” dei politici. In quanto a colpi bassi e “sfregugliamento” del privato per sputtanare l’avversario (anche dello stesso schieramento) non mi pare appertenga solo a noi .. Forse lo “schedare” è diverso?
    Se le intercettazioni le fa la moagistratura in corso dìindagini va bene (immagino che siamo d’accordo. Mi sono spegata male, confido nel tuo essere, non solo docente, ma anche divulgatore.
    Potresti spiegarmi meglio se
    hai voglia e tempo?
    Grazie,
    Paola

    • Mice c’è stato solo il caso Montesi. Ad esempio Tambroni, quando era ministro dell’interno, usava spiare i Dc che gli erano ostili, poi, ad un certo punto, scoprì che i suoi stessi poliziotti spiavano anche lui e la sua presenta relazione con Silva Koscina. E pi non si scheda solo per questioni di natura sessuale, ma soprattutto per quel che attiene alle fonti di finanziamento.

  • Se non sbaglio, De Lorenzo spiava lo stesso Presidente delle Repubblica, Segni. Tra l’altro registrò di nascosto i drammatici colloqui tra Segni, Moro, Nenni e De Lorenzo stesso avvenuti nel luglio 1964, in occasione del golpe minacciato dal generale contro il nascente centro-sinistra

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