L’India e la corsa al dominio dell’Oceano Indiano

Come sempre, ma non per questo in maniera formale, ringrazio Daniele Pagani per i suoi validi ed interessanti contributi dall’India. In questo pezzo Daniele analizza lo scenario per il controllo dell’Oceano Indiano, un confronto-scontro tra indiani e cinesi con moltissimi aspetti interessanti e da monitorare con attenzione. Buona lettura!

Da New Delhi, Daniele Pagani

Grazie alla sua posizione, l’India è uno dei principali attori della corsa al dominio strategico dell’Oceano Indiano. La penisola del Subcontinente si sviluppa in profondità, venendosi a trovare circa a metà strada tra i due punti di passaggio obbligato delle rotte oceaniche verso l’Asia: il Canale di Suez e lo Stretto di Malacca. Le sue coste occidentali, inoltre, sono tra le più vicine allo Stretto di Hormuz, la sottile fascia di mare che separa l’Iran dagli Emirati Arabi Uniti, principale luogo di transito del petrolio diretto in Asia. Nonostante la posizione privilegiata, l’India non gode della supremazia commerciale oceanica ed è impegnata in una battaglia a tutto campo con Pechino che, comprensibilmente, non ha alcuna intenzione di cedere il dominio delle rotte. L’Oceano Indiano rappresenta un terreno su cui il governo Modi dovrà giocare una partita fondamentale, senza troppi attendismi.

Terreno di scontro principale sembra essere lo Sri Lanka, stato con cui la Repubblica indiana ha da sempre rapporti contraddittori. La vicinanza tra i due territori ha reso l’isola una tradizionale terra di emigrazione per popolazioni provenienti dall’India. Sin dall’antichità il flusso migratorio è stato caratterizzato da due gruppi: i singalesi (a maggioranza buddhisti) e i tamil (principalmente hindu).

Dopo diversi scontri, questi ultimi si sono stabiliti nella parte settentrionale dell’ex Ceylon, spingendo i singalesi verso sud. Questa divisione territoriale permane tutt’oggi ed è alla base della sanguinosa guerra civile scoppiata nel 1983 tra il governo centrale e l’organizzazione terroristica delle Tigri per la Liberazione del Tamil Elam (LTTE), sostenitrici della nascita di uno stato tamil indipendente nel nord dell’isola. Il conflitto è il principale responsabile dei rapporti contraddittori tra India e Sri Lanka, esacerbati dagli interventi indiani nella guerra civile ma soprattutto dal sostegno militare che il governo locale del Tamil Nadu ha più volte fornito alle LTTE. L’ostilità della grande regione meridionale indiana verso il governo centrale di Colombo è ancora viva: tutti i partiti tamil indiani, per esempio, si sono dichiarati contrari alla presenza del presidente srilankese Mahinda Rajapaksa alla cerimonia di insediamento di Narendra Modi, in quanto ritenuto diretto responsabile di massacri e violazioni dei diritti umani perpetrati ai danni dei tamil nell’isola.

Ulteriore motivo di attrito è la pesca: l’esercito dello Sri Lanka ha ordine di catturare e incarcerare tutti i pescatori indiani trovati in acque di loro competenza e non è raro che gli inseguimenti si risolvano in scontri a fuoco in cui, solitamente, sono i pescatori ad avere la peggio.

Queste difficoltà diplomatiche risultano piuttosto vantaggiose per Pechino, che ha individuato nel rafforzamento della sua presenza economica in Sri Lanka la via per garantirsi un avamposto nell’Oceano Indiano. Il metodo è ormai collaudato ed è lo stesso applicato da anni nel continente africano: importare e costruire infrastrutture all’avanguardia senza particolari spese per le casse locali; strade, aeroporti, ferrovie, ma soprattutto porti. La stretta collaborazione con il governo cinese non può che risultare proficua per il piccolo Sri Lanka visto che difficilmente – nonostante una crescita del 7,2 per cento nel 2013 – potrebbe permettersi di intraprendere autonomamente grandi opere di alto livello.

Una solida alleanza con Pechino, inoltre, aiuterebbe l’isola a svincolarsi parzialmente dalla ingombrante presenza indiana e dal difficile e impegnativo gioco di equilibri delle loro relazioni, intossicate dalla questione etnica.

Il principale investimento è nel sud dell’isola, dove le compagnie pubbliche China Harbour Engineering Company e Sinohydro Corporation stanno costruendo l’enorme porto di Hambantota, pensato per dare alle navi cargo cinesi in partenza da Hong Kong la possibilità di uno stop-over privilegiato per manutenzioni e rifornimenti. Il progetto prevede anche la costruzione di una piattaforma petrolifera e di un aeroporto ed è destinato a trasformare la cittadina in uno dei maggiori porti dell’Oceano Indiano.

Il governo cinese, inoltre, ha partecipato ai lavori di ampliamento del porto di Colombo, nel quale gestisce in esclusiva un intero terminal.

La strategia oceanica cinese è di ampio respiro: la costruzione di porti in Sri Lanka si inserisce nel progetto di una rete di punti di appoggio per le navi dedicate al trasporto intercontinentale di container. In quest’ottica Pechino ha partecipato alla costruzione dei grandi porti di Chittagong in Bangladesh e di Gwadar in Pakistan, costruendo un  proprio sistema di scali oceanici che le consentirebbe di aggirare il Subcontinente. A chiudere il cerchio sono gli investimenti portuali cinesi sulle coste orientali dell’Africa, continente largamente trascurato in cui Pechino ha investito e sta investendo moltissimo.

La strategia indiana sembrerebbe più improntata sul fronte della presenza militare. Gli investimenti in materia di flotta di alto mare – la parte di naviglio in grado di operare per lunghi periodi a grandi distanze dalle coste – risultano considerevoli; uno su tutti, la costruzione di due nuove portaerei che andranno ad aggiungersi alle due già attive.

Da diversi anni l’India conduce numerosi pattugliamenti in funzione anti pirateria a largo delle coste africane ed indonesiane, stringendo e consolidando utili alleanze navali con diversi stati. Le Maldive rappresentano un punto particolarmente strategico per la presenza militare indiana. L’atollo corallino non possiede una strumentazione adatta al pattugliamento oceanico e nel 2009 lanciò l’allarme di una possibile mossa di organizzazioni terroristiche islamiche volta a trasformare alcune isole in base di partenza per eventuali attentati. Il governo indiano, memore degli attacchi terroristici di Mumbai del novembre 2008, si propose di colmare la lacuna dotando le Maldive di un sistema di radar e siglando un accordo per sorvegliare la zona con proprie unità aeronavali. Sempre più stretti sono anche i legami con la flotta del Myanmar, strategico avamposto orientale con  il quale l’India condivide anche confini terrestri. La marina indiana conduce regolari esercitazioni congiunte con la flotta birmana, soprattutto in materia di contrasto al traffico di stupefacenti, e ne ospita gli ufficiali per corsi di formazione. Poco prima del suo insediamento, Narendra Modi ha palesato l’intenzione di approfondire i rapporti bilaterali con le Mauritius, individuate come ottima base d’appoggio per implementare il controllo del traffico navale a largo delle coste africane, principale luogo di provenienza delle squadre di moderni pirati.

L’India sembrerebbe essere intenzionata a guadagnarsi il primato della sicurezza nell’Oceano Indiano e a costruire una rete di appoggi per la sua marina militare. Riuscire in questa impresa significherebbe trarre il doppio vantaggio di guadagnare una forte legittimazione internazionale, trasformandosi in garante della salvaguardia dei commerci intercontinentali, mantenendo nel contempo una massiccia presenza militare in grado di tracciare e sorvegliare ogni movimento degno di nota.

Per il momento non pare che Pechino sia intenzionata ad inseguire seriamente Delhi su questo terreno (occhio però che la Cina ha una presenza solidissima al largo della Somalia in funzione antipirateria), privilegiando il commercio come strumento di espansione delle sua sfera di influenza. Nella maggior parte dei casi, i grandi porti asiatici fino ad ora costruiti grazie all’intervento cinese contengono negli accordi la clausola di solo utilizzo a fini civili. Allo stato dei fatti non vi sono motivi evidenti per ipotizzare operazioni diverse da parte del governo cinese; non si può escludere, però,  che in caso di tensioni o necessità la corposa Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione, decida di avvalersi dei notevoli punti d’appoggio sulle coste dell’Oceano Indiano.

Da New Delhi, Daniele Pagani

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Aldo Giannuli

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