Cosa c’è dietro la crisi cinese?

A quanto pare i rimedi adottati a giugno e la svalutazione dello yuan non sono riusciti a fermare la crisi borsistica cinese. Già a luglio c’erano state altre due ondate, dopo una tregua, la borsa di Shanghai perdeva oltre l’8% subito seguita da quella di Shenzhen con meno 7 e Hong Khong con un meno 3.

Chia-Liang Lian, manager del gruppo Legg Mason, dichiarava che “non è possibile ignorare i rischi che una prolungata contrazione dei prezzi azionari può avere sulla crescita del Pil cinese, nella seconda metà dell’anno, alimentando episodi speculativi che amplificano la volatilità dei mercati e rendono più arduo il percorso di stabilizzazione intrapreso dalle autorità cinesi”.

Chia-Liang Lian è stato servito molto prima del previsto e lunedì 24 si verificava un nuovo picco del -8% che, questa volta, si è portato appresso le borse del resto del mondo, con flessioni nell’ordine del 4-6%. Roba che non si vedeva dal 2008 e che è stata subito definita “lunedì nero” della finanza mondiale.

Poi la decisione di abbassare il costo del denaro da parte della Pboc, con una iniezione da 150 miliardi di yuan, ha provocato un momento di ottimismo con recuperi sia a Shanghai che nelle altre borse mondiali. Nulla di cui esaltarsi, però: è quello che, in gergo tecnico si chiama il “salto del gatto morto” (come ebbe a dire un economista una ventina di anni fa: anche un gatto morto se lanciato da sufficiente altezza, poi rimbalza”).

Probabilmente, ci sarà una nuova tregua, ma tutto lascia intendere che assisteremo ancora per mesi a questo “stop and go”, come già accadde fra il 2007 ed il 2008, prima del botto di settembre che lasciò a terra la Lehman Brothers, ed, entro gli inizi del prossimo anno, ci troveremo di fronte ad un nuovo grande episodio della crisi che dura ininterrottamente da 7 anni: la terza ondata.

Fra cinque mesi circa, scadranno le misure di blocco di vendita delle azioni imposte dal governo alle aziende di Stato ed altri soggetti correlati e, quindi, bisognerà rifare seriamente i listini di borsa. E se il governo procrastinasse il blocco? Non cambierebbe molto, al massimo guadagnerebbe un po’ di tempo, ma potrebbe anche essere peggio perché la misura potrebbe far sorgere il dubbio di una situazione molto più grave del previsto e, di conseguenza, scatenare una ondata di panico anche più violenta.

Il problema è che stanno venendo al pettine i nodi strutturali dell’economia cinese: in primo luogo le dimensioni reali del debito pubblico, che non sono quelle del debito statale, che è stato vigilato costantemente, ma quello dovuto in gran parte alle amministrazioni locali che, invece, sono lievitati senza freni. In secondo luogo,  è finita la “luna di miele” dell’economia cinese nel suo “trentennio glorioso” e  ci stiamo avvicinando alla scadenza che vedrà il sorpasso della popolazione non attiva su quella attiva, per effetto della stretta demografica. Adesso sta arrivando all’incasso la cambiale del “figlio unico” sottoscritta negli anni ottanta.

In terzo luogo, la crisi delle “forbici” fra città e campagna ha toccato il suo punto massimo, dopo il quale il paese si sfascia: in questi trenta anni c’è stato un processo di modernizzazione industriale e delle città, mentre il mondo rurale ha avuto pochissime innovazioni. Ora è arrivato il momento di modernizzare l’agricoltura, ma questo potrebbe lasciare senza lavoro oltre 200 milioni di contadini, da ricollocare in qualche modo. Dunque, già tutto questo esige una programmazione di spesa ingentissima. Questo sta incidendo fortemente sulla credibilità cinese sui mercati hot money, i capitali erratici alla ricerca del massimo profitto e che, in questi anni avevano costituito una bella fetta  dei $4 trilioni  di valuta estera accumulata nei forzieri cinesi (avevano toccato un massimo di $3,99 trilioni a giugno 2014) ma dopo il livello delle riserve ha iniziato a ridursi, con un’inversione di rotta molto pericolosa.

La valuta accumulata aveva le più diverse provenienze: avanzi commerciali, rimesse degli immigrati, movimenti della criminalità organizzata come il contrabbando, investimenti stranieri ed, appunto, hot money. Ora i capitali stanno defluendo dalla Cina a ritmo serrato e già da quattro trimestri di seguito: secondo l’analista Charles Dumas di Lombard Street Research il deflusso di capitali in un anno è stato di circa $800 miliardi, mentre, secondo Zhu Haibin, capo economista cinese di JP Morgan, il flusso in uscita è stato di 450 miliardi di dollari  tenendo conto dei cambiamenti nella valutazione delle riserve estere.

Comunque sia, la tendenza non è da sottovalutare. In parte essa dipende da investimenti cinesi all’estero (aumentati negli ultimi tre anni), in parte dal calo delle esportazioni che, ovviamente, riduce il surplus commerciale. Poi ci sono spiegazioni meno “fisiologiche”: il crollo immobiliare, la riduzione dei profitti aziendali e le oscillazioni della valuta nazionale. Soprattutto, gli altissimi rendimenti che premiavano gli investitori che scommettevano sulla Cina, ormai sono un ricordo del passato.

Poi ci sono altre ragioni più occulte ed inquietanti: l’esportazione di capitali dei “funzionari nudi” che stanno dando vita ad un vero sciopero dei capitali per rispondere alla campagna di Xi Jinping contro la corruzione. Oppure de difficoltà dei contrabbando (soprattutto di terre rare) che probabilmente sono un riflesso della lotta alla corruzione (per capirlo occorrerà tenere d’occhio i prezzi dei lantanoidi nei prossimi mesi).

Questi movimenti in buona parte sono illegali, ma in parte sfruttano i margini offerti dalla relativa liberalizzazione degli spostamenti di capitale decisi da Pechino per ottenere lo status di “economia di mercato”.

In ogni caso, questa tendenza sta destando allarmi sulla stabilità finanziaria e ostacolando le misure della banca centrale che cerca di sostenere l’economia in fase di rallentamento, abbassando i tassi di interesse. E, dunque, ingenti flussi di capitale lasciano la Cina, perché cercano rendimenti superiori altrove.

Come si vede inizia a profilarsi il fenomeno del “cane che si morde la coda” per cui ogni rimedio innesca dinamiche che riproducono la crisi. Non è detto che debba necessariamente accadere, ma tutto lascia intendere che non siamo di fronte  ad un incidente di percorso ma ad una tendenza di lungo periodo che produrrà dinamiche per ora imprevedibili ma sicuramente con effetti mondiali molto importanti.

Aldo Giannuli

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Comments (2)

  • effettivamente se cina e india vogliono uscire dalla crisi in cui si sono infilate devono ripensare il loro sistema produttivo economico energetico. L’incidente nel porto cinese di Tianjin è da attribuirsi ad una serie di processi al cui capo sta l’ignoranza della sicurezza che rapportata all’economia e a una produzione che non tiene conto dell’impatto ambientale può produrre se non c’è un cambio di rotta danni irreversibili. Chi sa se Xi Jinping avrà il tempo di agire e raddrizzare la rotta?! )-:

  • Mi chiedo se i problemi della borse, in epoca di “creativita’” finanziaria e di derivati sia un problema concreto per il cittadino comune. Seppure ci sono aziende che, per finanziarsi, si quotano in borsa, e’ evidente che queste sono ormai il territorio di caccia di chi dispone di grandi quantita’ di denaro (fondi, banche, etc.) mentre nell’ambiente si dice che “il privato (cittadino) perde sempre”. Forse, bisognerebbe spiegare a chi “investe” in borsa che in realta’ si tratta di un casino in cui a vincere e’ sempre il banco. Magari, se perde, come sicuramente accade prima o poi, non potra’ farne un dramma. Dopo tutto, si tratta di scommesse.

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