Crescita economica: tre modelli e il resto del mondo. I modelli

Parte prima (consigliata prima della lettura della seconda parte): “Crescita economica: tre modelli e il resto del mondo. Inquadramento”
Parte seconda: i modelli. Di Lamberto Aliberti. Il PIL è la somma algebrica di 5 componenti, 4 positive e l’import di beni e servizi negativo. Espressi a prezzi costanti, sono la manifestazione della crescita reale di un paese. Il loro peso sul Pil cambia nel tempo, ma tende a caratterizzarsi in modo diverso da paese a paese.
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In particolare lo fa nelle 3 economie più avanzate e conseguentemente nel resto del mondo. Insomma, ogni economia ha un suo modello tendenziale di crescita. Il nostro proposito è di esplorarli singolarmente e confrontarli. La fonte dei dati è la stessa della parte precedente, World Bank. Le serie storiche non sono però tutte così complete. Cominciamo con la componente più pesante: i consumi delle famiglie di beni e servizi (più le organizzazioni no profit, peraltro dovunque più che marginali).

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Gli Stati Uniti:

-Più di tutti imperniati sui consumi interni.

-Che guadagnano peso nel periodo, da un 60 a un 69%.

-9 punti sono tanti; costituiscono dunque un’economia racchiusa in se stessa, che ha bisogno che imprese, famiglie e finanza si autoregolino, come un orologio.

-Forse per questo sono i meno stabili.

L’Unione Europea:

-Si muove in un paio di punti o poco più, dal 55 al 57%.

-Quindi nettamente staccata dagli americani.

-Anch’essa piuttosto instabile sul breve.

La Cina:

-Compie un percorso stupefacente.

-Da un’economia praticamente tutta fondata sui consumi interni – del resto non era fino a pochi anni fa considerata il paese isolazionista per eccellenza – nelle misura di un 71%, nel ’78.

-Scende al minimo, meno del 37%.

-Una differenza notevole nel modello di crescita, rispetto tutti gli altri.

Gli altri paesi:

-Seguono piuttosto da vicino l’EU.

-Muovendosi in un campo di variazione inferiore ai 2 punti.

Il mondo:

-Si pone tra US e EU.

-Non potrebbe essere diversamente per il peso delle 2 economie

-Accentuato dagli orizzonti temporali differenti.

Passiamo ora ai consumi pubblici, ricordando che stavolta l’attore non è la famiglia, ma lo stato. Quindi possiamo definirli come una frazione della spesa pubblica, in cui si ha consumo, in senso stretto, di beni e servizi, destinati ad individui o collettività. Include, per es. le medicine del Servizio Sanitario Nazionale, o i gessetti di una scuola. Comprende gli stipendi del pubblico impiego. Esclude la spesa in investimenti, come una strada. E i trasferimenti di
denaro, come il sussidio di disoccupazione.

03

-Dobbiamo partire dalla considerazione che il campo di variazione. complessivo è nettamente più contenuto del diagramma precedente.

-Ci muoviamo infatti in uno spazio di una decina di punti; là di oltre 35.

-Possiamo perciò innanzitutto affermare che questa componente è meno incisiva dei consumi delle famiglie.

-Quindi l’andamento un po’ schizofrenico sul breve termine è più apparenza che realtà.

-Due modelli emergono nell’arco storico.

-Stati Uniti e Cina in netta discesa.

-Europa e altri: discesa estremamente contenuta, quasi nulla, soprattutto per il secondo gruppo.

Gli Stati Uniti:

-Da un peso rilevante, pari al 25%, all’inizio della serie storica, scendono ad un marginale 15%.

-Che non mostra nessun segno di stabilizzazione.

-Notare l’ambigua risposta alla grande crisi del 2008.

L’Unione Europea:

-Si muove in un campo decisamente ristretto, poco più di paio di punti, dal 23% e qualcosa al 21% scarso.

-Con appena un accenno di riduzione.

-Su valori che sono comunque superiori di un 50% circa rispetto agli americani.

-Di cui tende però a ripetere le dinamiche negli anni più recenti.

-Quanto il debito pubblico entri in queste dinamiche, lo vedremo più avanti.

La Cina:

-Ridimensionamento decisamente veloce, comparabile con quello degli americani.

-Perde oltre 7 punti e mezzo, scendendo da un 21% abbondante del ’79 a un meno 14% finale.

-Insomma, il peso dei consumi pubblici è il minimo di tutti i paesi. Alla faccia dell’economia centralizzata e dirigista.

-Manifesta pronunciate oscillazioni, in attenuazione solo alla fine del periodo.

Gli altri paesi:

-Di gran lunga i più stabili.

-Per il ristretto un campo di variazione, inferiore a mezzo punto.

-Pur se in discesa.

-E minime oscillazioni sul breve periodo.

Gli investimenti fissi lordi sono di origine tanto pubblica che privata, sommando tutte le spese volte alla formazione di nuovo capitale.

04

La Cina:

-Ci rovina ancora una volta il diagramma con un modello che non potrebbe scostarsi di più da tutti gli altri.

-Già leader all’inizio, nella seconda metà degli anni ’70, col 32% del PIL.

-Supera nei giorni nostri il 48%.

-Cioè aumenta la sua incidenza del 50% esatto.

-Se ci ricordiamo che il suo PIL è in vertiginosa crescita, emerge chiaramente la crescente massa di investimenti in atto.

-E pensare che ancor oggi in qualche ambiente si immagina il paese come poco più di una mignatta dell’economia mondiale, che copia quelli avanzati, sfruttando, a livello industriale, un costo del lavoro decisamente inferiore, da terzo mondo, come si usa dire.

-Curiosa la dinamica, fatta di cicli, grosso modo decennali.

-Con minime oscillazioni sul breve periodo.

-Segno dunque che c’è alla basse una programmazione pressoché ferrea.

Gli Stati Uniti:

-Sono una sorpresa, certo più contenuta, ma capace di sfatare ancora qualche mito persistente.

-In coda per i 20 anni inziali, con un peso costante intorno al 18% del PIL.

-S’intruppano successivamente nel gruppo, guadagnando fino a 4.5 punti

-Per finire di nuovo in coda o quasi, ballonzolando fra il 18 e il 20%.

-Si noti l’incidenza marcata della grande crisi del 2008, come per tutti gli altri, Cina naturalmente esclusa.

L’Unione Europea:

-Parte nel 1970 al 24% del PIL.

-Perde 6 punti in 15 anni.

-Ne recupera 4 in 15 anni, stabilizzandosi sul 22%.

-Fino alla crisi mondiale, che gliene fa lasciare quasi 3.

-Diffuse irregolarità sul breve periodo fanno pensare a un processo incerto e poco programmato.

Gli altri paesi:

-Per qualche anno, tra la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80 sono piuttosto vicini alla Cina.

-Con un’incidenza del 27% sul PIL.

-Che, dopo una pausa triennale, arriva al 28%, anche se il distacco dalla Cina si accentua, passando da meno di 2 punti a 6.

-Quindi un lungo periodo di declino che li porta ad intrupparsi coi paesi più avanzati, fino al 21%.

-Verso i giorni nostri si annunciava una ripresa, che li ha riportati al 25%.

-Ma la crisi li segna altrettando profondamente di tutti gli altri.

-E li lascia al di sotto del punto di partenza, cioè al 24%.

-Un’osservazione: chi tende a pensare lo sviluppo in termini industriali, sarà certamente indotto a pensare che il periodo buono degli altri paesi, dalla fine degli anni ’80 ai primi ’90, come conseguenza dell’esodo di aziende, o parti di esse, dai paesi avanzati, alla ricerca di un costo del lavoro inferiore. La categoria adottata è forse un po’ troppo eterogenea per testimoniarlo, ma certamente non mancheremo più avanti di esplorare questo sospetto.

Finora abbiamo guardato le economie come interamente rivolte verso se stesse. Adesso apriamo il capitolo del commercio estero, partendo dalla componente positiva del PIL, l’export di beni e servizi.

05

-Ancora una sorpresa, ma di segno opposto alle precedenti: l’omogeneità delle dinamiche, non proprio così consueta in rapporti fornitore-cliente.

-L’eccezione c’è, ma è limitata.

-Dinamiche estremamente simili, ma pesi, dunque vocazioni all’export, assolutamente differenziati. Il campo di variazione è di 42 punti percentuali.

-Massima generalizzata incidenza della crisi mondiale del 2008.

Gli Stati Uniti:

-Chi si aspettava di trovarli eternamente in coda.

-In crescita peraltro di una decina di punti.

-Ma confinati tra meno del 4% iniziale – un’inezia, già allora – e il 12% scarso finale.

-Con un distacco macroscopico dal primo, l’EU.

-Che inizia con 7 punti circa.

-E finisce con 35 e più.

-Con una velocità di marcia da definire tranquilla, se non placida.

-Curiosamente sono i meno segnati dalla crisi del 2008.

L’Unione Europea:

-La sua forte vocazione all’export forse non è così presente nel pensiero economico.

-Praticamente sempre in testa, salvo il sorpasso della Cina, in prossimità della crisi.

-Sorpasso prontamente rintuzzato.

-In buona sostanza, cresce di 32 punti, da un 10% a un 42% del PIL.

-Notevole la regolarità della crescita.

-Segnato profondamente dalla crisi del 2008.

La Cina:

-Ancora una volta offre qualche motivo di curiosità.

-La lunga pausa, oltre 10 anni, all’inizio della rilevazione, che le fa perdere 7 punti.

-Con una marcia piuttosto irregolare, inconsueta per il paese.

-Seguita però da una salita dell’incidenza decisamente rapida e senza soste.

-Che la porta al primo posto, un 44%.

-Segnato però dalla crisi mondiale.

-È la prima volta per la Cina.

Gli altri paesi:

-Per molti anni, dall’80 al ’95 seguono da vicinissimo, il percorso dell’EU, accentuando la propria vocazione all’esportazione.

-Già notevole all’inizio, sul 17% del PIL.

-Per arrivare, appunto nel ’95, al 24%.

-La crescita successivamente prosegue, per arrivare al 35%.

-Ma si manifesta un crescente distacco nei confronti dell’EU, sia pure contenuto.

Continuiamo con l’import, l’unica componente del PIL col segno negativo.

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-A colpo d’occhio emerge la regola che gli operatori del settore conoscono bene: non c’è export senza import.

-Si noti però che il campo di variazione è decisamente più contenuto: un 32% qui, un 41% in precedenza.

-Dunque c’è qualcuno che ci guadagna – certa la Cina – e qualcuno che ci perde – certi gli Stati Uniti – in termini di effetto crescita sul PIL.

-Anche le dinamiche a breve sono estremamente analoghe. Ancora la Cina ci consente di apprezzarle meglio, con la caratteristica pausa tra la seconda metà degli anni ’70 e il ’90.

Guadagni e perdite si possono meglio apprezzare riscontrando le dinamiche del commercio estero. Lo esprimeremo in valori assoluti, cioè dollari costanti (2005 = 100).

07

-Niente, più di questo diagramma, ci può restituire la manifestazione della globalizzazione.

-Pressoché nulla fino all’inizio degli anni ’80.

-Quindi si apre con velocità crescente.

-Un modello nel modello è quello degli altri paesi, il cui saldo positivo, a partire da valori minimi, ma negativi, diventa massimo nel 2004, per cedere nettamente dopo.

-Gli stati Uniti sembrano invece reggere il peso del mondo, cominciando dagli altri, ma con uno spazio significativo anche per Europa e Cina.

-Dal 2005 cambio drastico. Il saldo americano è sempre negativo. Però lo spazio si è andato praticamente a dimezzare.

-Europa e Cina se la giocano in alternanza.

I modelli, paese per paese.

Non può mancare un quadro dedicato non alle variabile a confronto, ma ai singoli paesi. Ovviamente i dati sono gli stessi. E ci faranno anche emergere delle discrepanze, peraltro molto contenute, principalmente dovute ai tempi di rilevazione diversi.

Unione Europea:

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-Modello nettamente rivolto al commercio estero, per i tassi di crescita, che lo vedono quadruplicarsi nell’orizzonte temporale.

-Prevalenza scontata – almeno nel pensiero dei macroeconomisti – dei consumi delle famiglie.

-Che però in un orizzonte temporale, ridotto di un decennio, sono immobili.

-Perdendo ed acquistando meno di 2 punti, che sono il 5% del peso della variabile.

-Altrettanto statici i consumi pubblici, anch’essi in movimento ondulatorio non superiore ai 2 punti percentuali, che tuttavia sono stavolta il 10% del peso della variabile.

-Tutto uguale per gli investimenti. E questa, col commercio estero, è la vera sorpresa.

-Nel breve periodo le dinamiche di tutte le variabili sono decisamente irregolari. Un tourbillon di alti e bassi, sia pure di minima entità

Senz’altro più innovativo o sorprendente si presenta il modello americano.

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-La spesa delle famiglie assorbe tutto il resto.

-Ed è in crescita, complessivamente.

-Muovendosi da un 62 a un 68%. Insomma aggiunge un 10% alla sua già rilevantissima incidenza.

-In compenso è del tutto marginale il commercio estero.

-Oltretutto in passivo, quasi sempre, con tendenza ad accentuarsi fino ai giorni nostri, salvo l’ultimo anno. Troppo poco per significare un cambiamento radicale, che oltretutto pagherebbero EU e Cina.

-Visti in questo contesto gli investimenti prendono una luce un po’ diversa di quella apparsa prima.

-Sono sì decisamenti inferiori a quelli dell’Unione Europea, per lo meno in peso.

-Ma hanno avuto un rilancio relativamente robusto, a partire dagli anni ’90.

-Guagnando quasi 6 punti, che significano, per il basso livello della variabile, un 30% circa.

-Per ricadere di altrettanto con la crisi mondiale.

-In discesa pressoché continua la spesa pubblica.

-Diffuse ireegolarità di breve periodo per tutte le variabili esattamente come per l’Unione Europea.

La Cina è l’altro modello originale. Praticamente ogni variabile ci restituisce motivi di meraviglia, per non dire di ammirazione. Tener presente che l’orizzonte temporale è più ristretto dei precedenti per tutte le variabili. Quindi il campo di variazione deve essere osservato con particolare attenzione.

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-I consumi delle famiglie sono in caduta libera, quasi dimezzandosi nell’orizzonte di 35 anni.

-La crisi del 2008 ne ferma però la caduta, così che si assestano su un 36%.

-Decisamente lontani, anzitutto dagli Stati Uniti, poi dalla stessa Unione Europea.

-In compenso acquistano un peso senza pari gli investimenti, che raggiungono il 46% del PIL.

-Con un originale andamento ciclico.

-Resistendo alla crisi del 2008.

-In una posizione, che raddoppia abbondantemente l’Unione Europea e arriva quasi a triplicare gli Stati Uniti.

-Altrettanto originali sono le dinamiche del commercio estero.

-Come l’EU, la Cina è rivolta al resto del mondo, in un modo spiccato.

-E riesce anche ad avere un saldo positivo, che si accentua nel tempo, ragiungendo in piena crisi gli 8 punti percentuali.

-Un ultimo oh di stupore per i consumi pubblici. In un’economia pianificata pesano poco.

-E si stanno riducendo, dal 20 al 16%.

-Tutte le variabili infine hanno, nel breve, andamenti più regolari dei casi precedenti.

Il modello degli altri paesi, per l’eterogeneità dei casi sottesi, forse non ha molti titoli per definirsi tale, però presenta più di un motivo d’interesse.

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-L’analogia di questo modello con l’Unione Europea è decisamente spiccata, quanto meno nella gerarchia delle variabili.

-Il peso principale è assorbito dai consumi delle famiglie.

-Identico a quello dell’EU, anche nelle dinamiche.

-Salvo una lievissima discrepanza, nel momento della crisi recente, che qui viene retto meglio.

-Dinamica quasi uguale nel commercio estero.

-Ma i pesi sono decisamente inferiori in questo caso, circa un sesto in meno, alla fine del periodo.

-Tornano molto vicini gli investimenti,

-Anche nelle dinamiche, con una leggera tendenza recessiva.

-Sono invece inferiori di un 50% i consumi pubblici.

-Con una leggerissima direzione negativa uguale nei due casi.

Sovrapposto com’è agli altri, soprattutto ai 2 paesi più avanzati, non guarderemo il mondo come modello. Ma ne richiamiamo semplicemente il diagramma.

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Conclusione.

L’affidiamo alla sintesi di una tabella, dove sintetizziamo, nell’incrocio variabile/paese, il peso del fattore, considerato su tre gradi, calcolati secondo l’estensione relativa, in %, rilevata nel periodo 1970-2013. Ovviamente per garantire il colpo d’occhio ci siamo dovuti mantenere su un livello elevato di approssimazione.

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Lo scopo dello studio? Il forecast macroeconomico, che faccia da scenario per ogni considerazione di evoluzione del sistema, come si fa per le strategie d’impresa.

Per farne un uso adeguato occorre però da un lato risalire alle cause prime, reddito e risparmio innanzitutto, e costruire, prima singolarmente, per economia, la rete delle interazioni dei cinque fattori del PIL, es. consumi e investimenti, poi quelle esterne, in un caso come questo, il mondo.

Lamberto Aliberti
4 aprile 2015

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Lamberto Aliberti

Lamberto Aliberti

Lamberto Aliberti, già Ceo della Maspa Italia, società leader nella system dynamics, è da sempre impegnato anche nel campo della formazione. Da alcuni anni coordina il gruppo Dext,Designing Models for Economics and Politics.

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