Consigli di lettura #7

1.    V.I. LENIN “Che fare?”

Apertura insolita questa volta, per un avvenimento insolito: il celebre scritto leniniano riproposto come supplemento da “Il Giornale”, per la verità insieme alla prima parte del “Libro nero del Comunismo Europeo” a cura di Stephen Courtois che potete tranquillamente buttare nel cestino dei rifiuti, tenendovi il “Che fare?” (ne riparleremo). Se andate in libreria il “Che fare?” (al pari di altre celebri opere di Lenin come “Stato e Rivoluzione” o “L’imperialismo fase suprema del capitalismo”) non lo trovate o, al massimo, lo trovare nelle edizioni di “Lotta Comunista” che, ovviamente, raggiunge sono una piccola parte delle 6.000 librerie italiane. Nessuna delle case editrici più famose (comprese quelle che godono fama di sinistra) azzarda a ripubblicarle, magari anche solo in un’antologia.

L’operazione del Giornale è chiaramente rivolta a dimostrare il carattere intimamente totalitario del comunismo come dimostra proprio questa opera di Lenin. Lo afferma senza dubbi il direttore Alessandro Sallusti, che, però, fa una importante scoperta storiografica: “certo da queste parti i comunisti non mangiano più i bambini e invero non li hanno mai mangiati”. Intrepido direi, sia sul piano storiografico che soprattutto logico: come si fa a non fare più una azione che non si fatta mai? Tuttavia, l’operazione si sgonfia con l’introduzione firmata da Francesco Perfetti che, essendo storico serio ed intellettualmente onesto, pur mantenendo il giudizio storicamente negativo su Lenin che è proprio del suo orizzonte politico-ideologico, ne parla con grande rispetto, come di un grande protagonista di questo secolo e ne coglie diversi aspetti di originalità.

Infatti, Lenin è uno dei punti di riferimento del pensiero politico del Novecento, anche al di là della sua collocazione comunista, come dimostra il fatto che le sue teorie hanno influenzato molti altri pensatori e movimenti politici di tutt’altro orizzonte politico. Ma per comprenderlo va inserito nel suo contesto sia contemporaneo, sia antecedente che successivo. Ad esempio, come giustamente rileva Perfetti, il marxismo di Lenin risente molto dell’innesto con il populismo russo.

E’ questo, infatti, il cuore del problema: la teoria del partito costituito dall’apparato di “rivoluzionari di professione”  in cui si rinviene la radice della successiva evoluzione totalitaria del comunismo russo. Tuttavia, va ricordato che il partito di apparato con i suoi funzionari (anche se con caratteristiche meno “militari” di quelle del modello leninista) fu Ferdinand Lasalle, che lo applicò alla Spd (cosa che Perfetti trascura). D’altra parte, anche il fascismo italiano o il Kmt cinese si ispirarono alla teoria del partito di Lenin. E, pur se con caratteristiche proprie diverse da caso a caso, anche partiti “non totalitari” (come la Spd, il partito conservatore inglese, l’Udr gaullista ad esempio) sono stati partiti a forte istituzionalizzazione, come ci ha insegnato Panebianco, e forti apparati funzionariali si daranno anche diversi partiti cattolici. D’altra parte, il novecento è stato il secolo dello sviluppo dei grandi apparati burocratici sia nello stato che nella politica in generale ed anche in economia (come dimostra il fenomeno del fordismo).

Dunque Lenin va inserito in questo ciclo di pensiero che, a tutti i livelli, tende a a comprimere gli spazi dell’autonomia individuale e della spontaneità a favore dell’azione organizzata. D’altra parte, una prova al contrario della necessità della svolta in senso organizzativo dell’azione politica viene proprio dal fallimento delle forze politiche più “spontaneiste” o individualiste all’indomani della prima guerra mondiale: i liberali ed i socialisti italiani furono debellati dai fascisti, e così i democratici, liberali e socialdemocratici tedeschi dai nazisti, e, come, peraltro, i menscevichi russi si dimostrarono scarsamente rilevanti in tutta  la rivoluzione.

Dunque, Lenin non ebbe torto, ad insistere sul fattore organizzativo e disciplinare per il movimento rivoluzionario, e, semmai, gli si può rimproverare non quel che egli propose ma quello a cui non pensò. Mi spiego meglio. Come dimostra l’esito delle altre forze politiche a forte istituzionalizzazione che abbiamo citato, non esiste un solo modello organizzativo ed un’unica prassi di funzionamento combinato dell’azione politica e non esiste un unico esito inevitabile delle scelte organizzative. Il superamento dello spontaneismo e del limite rivendicativo del movimento operaio era necessario e Lenin vide giusto nel combattere entrambi, ma il rimedio scelto (il partito dei rivoluzionari di professione) aveva in sé un veleno che occorreva neutralizzare o almeno combattere: il burocratismo. E questo lo capirono subito tanto Lev Trotzkij (che scrisse nel 1904  “I nostri compiti politici”, una critica delle teorie leniniane) quando Rosa Luxemburg (“Centralisno o democrazia?”) che prospettarono con chiarezza quel che sarebbe puntualmente accaduto: il partito si sostituirà alla classe, poi l’apparato si sostituirà al partito, quindi il comitato centrale all’apparato e, infine, il capo supremo al comitato centrale e si arriverà alla dittatura personale del segretario generale. Quel che in effetti è poi accaduto.

Il limite del progetto leniniano sta non tanto nell’intuizione di combattere lo spontaneismo, quanto nell’assenza di antidoti ai veleni che il modello avrebbe prodotto e che poi vennero ulteriormente assecondati dall’evoluzione sfavorevole del processo rivoluzionario in Europa. Lenin confidò troppo nella tensione ideale e fu troppo ottimista circa i tempi della rivoluzione che immaginò rapidissimi. Lenin pensò alla dittatura come soluzione di breve periodo, come “dittatura commissaria” e non certo come “dittatura sovrana” per dirla con le categorie di Schmitt. Ma non pensò  a nulla che potesse evitare il processo di sostituzioni progressive che portò alla dittatura di Stalin. E la progressiva riduzione dello spazio dell’azione politica legale (con la messa fuori legge prima degli zaristi, poi dei centristi, quindi di menscevichi e socialrivoluzionari, poi dell’opposizione operaia della Kollontaj e del gruppo dei decemisti di Sapronov, nel partito) non fece che peggiorare drasticamente le cose che precipitarono nel X congresso (1922) che sancì la proibizioen delle correnti nel partito. Doveva essere una misura provvisoria, divenne definitiva. E qui il pasticcio lo fecero Lenin e Trotzkij insieme.

A parziale discolpa di Lenin va detto che, quando si accorse della piega che stavano prendendo i fatti, cercò di contrastare la degenerazione in corso (si pensi alla “Lettera al Congresso” del 1923) e di ripristinare la libertà di organizzare correnti nel partito, ma ebbe troppo poco tempo da vivere ancora e la “creatura” che aveva concepito gli si rivoltò contro: l’homunculus trascinò nella notte di Valpurga il suo sogno mutandolo in incubo. Ma su queste cose occorrerà tornare ancora.

E’ paradossale come, a distanza di un quarto di secolo dalla caduta del comunismo, si sia accumulata una massa di titoli di autori anticomunisti (Furet, quando è andata bene; ciarpame come quello di Pipes, Courtois o Conquest quando è andata meno bene) mentre scarsissime siano le opere di autori di sinistra e comunisti in particolare e, comunque, nessuna opera  che sia stata in grado di contrastare le letture degli altri.  Per ora rileggete questa opera di Lenin (nonostante lo stile un po’ pesante e i riferimenti storicamente superati): ci troverete molti stimoli di riflessione.

2. P. HOPKIRK “Il grande Gioco”

Chi abbia una buona formazione storica dal liceo, ricorderà ancora la spedizione di Napoleone in Egitto, la guerra di Crimea e qualcuno più colto saprà qualcosa della coeva  rivolta dei Tai’ping in Cina o della guerra russo giapponese del 1904, ma probabilmente sapranno ben poco delle guerre russo-turche in tutto l’ottocento e meno che mai del conflitto diplomatico anglorusso in quel periodo. Non è colpa loro ma del modo barbaro con cui si fa storia in questo paese, tutta in chiave eurocentrica, anzi italocentrica senza mai inserire la nostra vicenda nazionale nel contesto storico generale. Questo splendido libro colma una lacuna importantissima, rendendo conto dei tentativi di penetrazione europea in asia e, soprattutto del duello che Russi ed Inglesi sostennero per tutto l’ottocento combattendosi indirettamente attraverso l’impero ottomano, l’India e le sue turbolenze ecc, con i Russi che, da Pietro il grande in poi, si erano lanciati nella corsa verso i “mari caldi” e l’Inghilterra attenta a tenerli lontani dall’India.Un grande gioco che, a ben vedere, non è mai finito e continua oggi con India e Cina indipendenti, gli Usa al posto dell’Inghilterra e gli Jihadisti al posto dell’Impero ottomano.

3. M. ROSCIA “La strage dei congiuntivi”

Divertente ed opportuna rassegna degli scempi linguistici in corso in gran parte (ma non in tutto) dovuto all’anglizzazione forzata della nostra lingua.  E la guerra al congiuntivo ne è il sintomo piùù grave perché cancella il limite fra il modo della certezza (l’indicativo) e quello della possibilità/probabilità (il congiuntivo): una rimozione non casuale nel tempo del fondamentalismo. I disastri linguistici avvertono sempre delle patologie sociali in arrivo.

Buona lettura!

Aldo Giannuli

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Aldo Giannuli

Aldo Giannuli

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Comments (10)

  • O.T.
    @ Giannuli.
    Ho quasi terminato la lettura del suo ultimo libro “Da Gelli a Renzi”. In 104 pagine non viene nominato neppure una volta il Segretario Cosentino. Eppure non era proprio un materassaio esperto di diritto costituzionale comparato.

    • giusto ma se è per questo ci sono anche moltre altre omissioni: ho sacrificato molto all’asciuttezza del testo per renderlo spendibile in campagna del referendum

  • Dice bene il il professor Giannuli quando afferma che il congiuntivo esprime un modo di pensare -di marca latina- per lo più ignoto alla lingua inglese.
    Nulla contro la lingua di Shakespeare, ma neppure nulla contro la lingua latina ammodernata.
    L’idea di soffocare l’Unione Internazionale Latina, fondata nel 1954, per risibili motivi economici ad opera dei soliti ignoti & idioti di tricolori bardati è stata una solenne stupidata.
    36 stati, in primis il binomio sullodato, non hanno avuto la cifra paragonabile per acquistare un calciatore di terz’ordine.
    Cari Franzuà e Mattew, col costo di una testa nucleare o delle consulenze date agli amichi si potrebbero finanziare decine e decine di Unioni Latine, sol che non volete.
    Ignavi !

  • Professore buona sera!
    Solo per segnalare che, per chi non volesse dare al Giornale neppure un nichelino, esiste sempre il piano b: la rete.
    https://www.marxists.org/italiano/lenin/1902/3-chefare/cf-index.htm
    Per il resto, concordo su tutto. Segnalo il tentativo analitico di Boffa, nella sua Storia dell’Unione Sovietica. Si trova anche questa facilmente ai mercatini, nella riedizione a cura de l’Unità, o grazie al prestito interbibliotecario. In sostanza, dopo averne riassunto i contenuti, il Boffa non solo non nasconde i legami col populismo russo, ma ne sottolinea il carattere di innovazione rispetto a questi ultimi. Cito testualmente: “Qui la concezione leninista, partendo da tutt’altre posizioni ideali, si ricollegava ai precursori, combattenti ottocenteschi contro l’autocrazia zarista (ma lo faceva in modo assai diverso dai socialisti rivoluzionari, che di quegli antesignani ripetevano le formulazioni teoriche “contadine” e andavano imitando, proprio nei primi anni del secolo, i metodi di terrorismo individuale, respinti invece da Lenin). Sintetizzerà uno storico sovietico: con Lenin “il partito operaio… doveva diventare quell’auspicato partito rivoluzionario anti-assolutista, verso la creazione del quale il passo più importante era stato fatto in passato dagli uomini della Narodnaja Volja, ma cui questi non avevano potuto né potevano realmente dar vita”.
    Dal precedente movimento rivoluzionario il partito, che si formò sotto la guida leninista, raccolse lo spirito di dedizione totale alla “causa”, l’adesione a un proprio codice morale, giudicato più nobile perché illuminato dal fine rivoluzionario, la capacità di trasformare persino i tribunali in tribune politiche, dove si proclamano con fermezza le proprie idee. Senza confinarsi nella cospirazione (qui era il progresso) esso mise a profitto anche le tecniche clandestine dei predecessori: collegamenti, recapiti, cifrari, tramiti segreti con gli arrestati e i deportati, servizi informativi, “espropriazioni” per procurarsi mezzi di finanziamento, tipografie illegali e biblioteche pubbliche. Per tali molteplici caratteristiche il partito di Lenin era realmente di “tipo nuovo” non solo per la Russia, dove, come si è visto, non esistevano partiti, ma per l’intero movimento operaio internazionale, dove andavano prevalendo invece formazioni politiche legate piuttosto a esperienze di lotte parlamentari e sindacali.”
    In sintesi, nella fase “di lotta”, andava benissimo. Nella fase “di governo”, un po’ meno: a discolpa di Lenin, che pure aveva proposto esperienze importanti di apertura sia con i Consigli, che con la NEP alla fine della sua vita (nel senso anche di apertura politica a un’alleanza vera, concreta, fra operai, contadini e piccola borghesia nazionale), prima una guerra civile che aveva costretto, ancora una volta, a serrare le fila e a tornare di lotta e di governo e, poi, il suo stato di salute ormai compromesso. Sempre Boffa, cita uno scritto del 1921, non di Lenin. Sono appunti personali: “Il partito comunista, specie di ordine dei portaspada (organizzazione militare-religiosa con regola analoga a quella dei templari, assai forte in Lettonia nella prima parte del XIII sec. poi assorbita dall’ordine teutonico. Dalla nota a piè pagina dell’Autore) in seno allo Stato sovietico, del quale dirige gli organi e ispira l’attività”. L’estensore di questo appunto personale era Giuseppe Stalin e, qualche anno più tardi, avrebbe realizzato concretamente il suo progetto.
    Un caro saluto.
    Paolo

    • si dare doldi al Gioornale ripugna anche a me, ma i libri vanno letti su carta ed un testo importante come quello di Lenin deve stare nella biblioteca di una persona mediamente colta, per cui pazienza dare soldi al Giornale… semmai è una vergogna che a ripubblicare un testo di quella importanza storica debba pensarci il Giornale e non una delle case ditrici “serie” o di “sinistar”

      • E’ perché sono impegnate a vendere e ad accaparrarsi i diritti dei nuovi “maestri di pensiero”… (non li cito per non attirare qualche strale per “diffamazione”… ma ci siamo capiti). D’altro canto, La città del sole e Lotta comunista sono troppo piccole per coprire tirature a distribuzione nazionale. O questa minestra…

  • Perché il “Libro nero del Comunismo Europeo” lo possiamo “tranquillamente buttare nel cestino dei rifiuti”? Forse racconta fatti storicamente inventati? Non è accurato? E’ parziale?
    La ringrazio in anticipo
    Mirko F.

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