Cina India ed alleanze a geometria variabile.

Il mondo contemporaneo è il mondo delle alleanze a geometria variabile, della contrapposizione strategica che si accompagna alla cooperazione economica, della geopolitica che si accompagna necessariamente alla geoeconomia nell’elaborazione delle mosse di lungo termine di governi, Paesi e attori non statuali.

Poche relazioni interpretano in maniera tanto completa il ruolo di perfetta esemplificazione della dialettica dell’era della globalizzazione quanto quella, ampia, tormentata, controversa che caratterizza la Cina e l’India. Un rapporto millenario, frutto della miriade di contatti tra due dei principali poli di civiltà planetario, si declina oggi nella relazione tra la Repubblica Popolare Cinese e l’India sorta dopo lo smantellamento dell’Impero Britannico.

L’India, riconoscendo la Repubblica Popolare Cinese il 1 gennaio 1950, fu il primo Stato non comunista ad accettare il nuovo status quo seguito alla fine della guerra civile in Cina, instaurando rapporti diplomatici con il governo di Pechino e dando così il via alla fase contemporanea dei rapporti sino-indiani.

Tra i giovani, popolosissimi e ambiziosi Stati di Cina e India si creò sin dai primi mesi un attivo e acceso dialogo, dovuto alla presenza di numerose questioni di interesse comune e di una delicata situazione internazionale. La fase iniziale delle relazioni sino-indiane, infatti, sarebbe stata profondamente influenzata dalla progressiva polarizzazione degli schieramenti geopolitici attorno ai centri d’influenza rappresentati dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica, che facevano sentire il loro peso anche nella regione dell’Asia Orientale; proprio India e Cina, in seguito, avrebbero contribuito a impedire la formazione di un bipolarismo “perfetto” attestandosi su posizioni di relativa indipendenza dai due blocchi principali.

Nel corso del XX secolo, la volontà di entrambi i Paesi di mantenere e rafforzare la propria indipendenza politica e strategica li avrebbe portati a più riprese a collidere: nel 1962, infatti, pochi mesi dopo la costituzione del Movimento dei Non Allineati che aveva avuto nella Conferenza di Bandung una fondamentale premessa e di cui l’India fu uno dei più attivi membri fondatori, le due nazioni arrivarono al primo scontro armato a causa di un contenzioso riguardante le regioni di confine nell’area occidentale dell’Aksai Chin e nella regione orientale indiana dell’Arunachal Pradesh.

Il breve scontro militare costituì l’inizio di una fase di reciproco, muscolare confronto che portò a un climax ascendente nel momento in cui sia la Cina comunista (1964) che l’India (1974) misero in atto i loro primi test nucleari e si dotarono ufficialmente del deterrente atomico. A partire dagli Anni Ottanta, in ogni caso, i due grandi Paesi asiatici iniziarono ad espandere il proprio rapporto bilaterale oltre la tematica delle schermaglie di confine e della proiezione geopolitica (esasperata in particolar modo dalla contrapposizione all’India della stretta alleanza sino-pakistana): una storica visita di Rajiv Gandhi a Pechino, nel 1988, inaugurò di fatto una nuova fase che ha aperto la strada all’evoluzione dei rapporti odierni tra Repubblica Popolare Cinese e India.

Allo stato attuale delle cose, infatti, sulla scia delle crescenti ambizioni internazionali e della loro maggiore rilevanza economica, Cina e India competono strenuamente in determinati scenari ma risultano, paradossalmente, più legate l’una all’altra di quanto siano mai state nella propria storia. Un segno eloquente e tangibile della convergenza che in alcuni ambiti specifici attrae Pechino e Nuova Delhi è dato dall’incremento esponenziale dell’interscambio sino-indiano dal 2000 in avanti: considerando solo il lasso di tempo compreso tra il 2004 e il 2015, l’interscambio si è dilatato di oltre sette volte, crescendo da 10 a 72 miliardi di dollari principalmente grazie alla crescita delle acquisizioni indiane di prodotti elettronici e macchinari industriali prodotti in Cina, che nel solo 2015 hanno generato un giro d’affari da 25,8 miliardi di dollari.

Al contempo, la rivalità tra Pechino e Nuova Delhi ha assunto un dimensionamento superiore rispetto alla sua tradizionale conformazione di faccia a faccia tra grandi nazioni confinanti e prosegue sul solco della connettività, a causa della contrapposizione indiana al progetto della “Nuova Via della Seta”, dell’evoluzione degli assetti regionali dell’Asia-Pacifico, che Pechino punta a plasmare in modo a suo favorevole facendo leva su alleati di lungo corso come il Pakistan, e della ridefinizione degli equilibri planetari, dato che la contrapposizione indo-cinese risulta un importante asset su cui gli Stati Uniti puntano per esercitare un attivo, e a tratti aggressivo, contenimento della Cina.

Nelle prossime settimane, la dialettica sino-indiana, di cui in questo primo articolo si è voluto dare una presentazione ad ampio raggio, sarà analizzata e declinata nelle sue componenti principali: l’obiettivo dello studio sarà dimostrare la complessità e la profondità di una relazione tra grandi Paesi e potenziali player di statura planetaria in un’epoca che fa della complessità stessa la sua cifra determinante.
1 – continua

Andrea Muratore

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Aldo Giannuli

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Comments (7)

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    Venceslao di Spilimbergo

    Eccellente articolo. Attendo con sincera impazienza la continuazione.
    Le mie congratulazioni all’Esimio signor Muratore e, naturalmente, al suo (nonché nostro) Chiarissimo professore

    P.S.
    Mi si permetta di rivolgere all’Esimio un consiglio… non richiesto e pertanto, probabilmente, inopportuno… per il quale porgo le mie scuse: faccia massima attenzione a quanto sta accadendo in questi giorni in Arabia Saudita e in Giappone. Il futuro del mondo si sta scrivendo, almeno in parte, già in queste ore. Nel disinteresse generale! Tanto più ora che è emersa l’ennesima “distrazione di massa” (i cosiddetti “Panama Papers”).
    Nuovamente a Lei i miei omaggi

    • attenzione a quanto sta accadendo in questi giorni in Arabia Saudita

      *****

      beh…si stanno creando i presupposti per un “ennesima ” guerra …in medio oriente tra Stati Uniti e Iran o meglio tra Iran e Arabia Saudita , quest’ultima appoggiata dagli Stati Uniti …il tutto per conto di Israele. Almeno mi pare che sia questo il quadretto che si delinea…e che farà la Russia ?…
      Nel Vietnam dopo pochi anni sapevano benissimo che era impossibile vincerla…continuarono il massacro per anni e anni…in Afghanistan non c’era nessuna centrale terroristica da scovare tantomeno Osama Bin Laden ..in iraq la storiella delle armi di distruzione di massa di Hussein era una “fake” (a proposito di fake news…una panzana oltretutto mal confezionata ) …il movente per la probabile e sempre più vicina guerra con l’Iran e altrettanto artificioso…si prospetta un nuovo massacro. Stati Uniti: il Paese della democrazia e della libertà 😉

      • dimenticavo: non mi sembra una strategia un gran che vincente—->>> sostanzialmente hanno perso quasi tutte le guerre …la guerra della Corea degli anni 50 (oggi di nuovo in difficoltà con il “galletto” nord coreano super armato con un esercito di se non erro un milione di uomini e con un bel po di testate nucleari sparse in tutto il territorio…voglio vedere cosa possono fare gli USA sia con un attacco missilistico sia con un invasione da terra ….con quel pazzoide che non ci mette molto a lanciare un missile nucleare in korea del sud o in Giappone scatenando un ecatombe…) , hanno perso in modo traumatico in Vietnam …, non hanno vinto ne in Afghanistan ne in Iraq (quest’ultimo può venir loro sfilato sotto il naso..) , hanno decisamente perso in Siria …hanno destabilizzato tutto il nord africa ..ma è tutto da stabilire se a loro pro….ma torno indietro alla seconda guerra mondiale…non son stati neanche determinanti nella vittoria contro i nazisti…perché tutti gli analisti militari seri dicono che chi realmente ha determinato le sorti del secondo conflitto mondiale son stati i russi con la battaglia di Stalingrado …. con queste premesse vogliono imbarcarsi in un conflitto con l’Iran non so se direttamente o indirettamente attraverso l’Arabia Saudita …..con le premesse prima dette…alcuni analisti militari (statunitensi ) stanno avvertendo Trump se gli è possibile (visto un certo pressing a cui è sottoposto ) di non imbarcarsi in un conflitto con l’Iran…e pare che quel “repulisti” stile nostrana “mani pulite” in Arabia Saudita con arresti a catena di una parte di establishment saudita di questi giorni..sia proprio per eliminare o silenziare una certa opposizione alle nuove strategie sostanzialmente determinate da un alleanza con Israele e USA….è evidente che stanno cercando un “riposizionamento” mondiale ma la unipolarità globale gestita da loro .. ormai se la possono scordare …se cosi è..domando: sarà vincente questa strategia ??? …perché a me gli Stati Uniti mi sembrano seriamente in difficoltà in tutti i sensi: difficoltà esterne (gli asseti geopolitici non più egemonizzati da loro…e forse fra non molto la perdita dell’egemonia monetaria..non penso proprio che il dollaro continui ad essere la moneta di riserva del commercio mondiale per molto tempo…) ed interno (sono seriamente in difficolta ..con una conflittualità istituzionale e tra poteri.. che forse non hanno mai avuto oltreché un assetto economico che non è proprio quello che i giornali “main stream” ci descrivono ..) ….E per questo molto ma molto pericolosi . Mi auguro che Trump trovi la strada giusta …che non è ovviamente una guerra con l’Iran…

    • Poi bisognerebbe focalizzare bene..il perché della catena di recenti arresti stile “mani pulite” in Arabia Saudita…se si sta facendo pulizia del marcio …o se semplicemente si sta eliminando forzosamente un qualcosa non funzionale alle nuove strategie dell’Arabia Saudita (Stati Uniti + Israele ).

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        Venceslao di Spilimbergo

        Buonasera Esimio signor Paolo
        La ringrazio per aver risposto al mio breve commento di cinque giorni fa. Prendo atto del suo legittimo punto di vista ma, sperando non me ne vorrà, non lo riesco a condividere. Sorvolando sulla questione da Lei accennata, inerente la fantasiosa idea secondo cui gli USA sarebbero “al servizio di Israele” (teoria tanto inconsistente quanto geopoliticamente errata… eppure carissima al mondo Progressista; chissà poi il perché), mi permetta di essere maggiormente chiaro riguardo all’invito fatto giorni or sono: in Arabia Saudita stiamo assistendo al “commissariamento” del Paese da parte Americana e, contemporaneamente- conseguentemente, alla sua ristrutturazione interna (cambio di esponenti delle elite mascherato da lotta alla corruzione); ristrutturazione voluta da Washington per impedire l’implosione del Reame Saudita (avente numerosi e gravi problemi interni, sia di carattere economico- sociale sia di carattere politico- istituzionale), in quanto Stato necessario a fungere da contrappeso non solo nei confronti dell’Iran ma anche della Turchia e della Nazione Ebraica. Gli Stati Uniti hanno interesse ad aiutare Riyadh a riformarsi profondamente per poter lasciare l’area Medio Orientale… senza temere che qualcuno altro possa inserirvisi in un secondo momento. Espresso in altri termini Esimio, il punto centrale dell’invito era segnalare come l’America stia tornando a casa; stia cioè iniziando a smantellare l’Impero che aveva realizzato oltre 60 anni fa… o perché volente ritornare ad essere una “semplice” Repubblica Nazionale; o invece perché desiderante mantenere la propria egemonia globale in maniera nuova e alternativa rispetto al passato, anche grazie alle possibilità fornite dalle nuove tecnologie disponibili (come per esempio il Global Strike Project). Il mondo come lo abbiamo conosciuto sino ad oggi cambierà totalmente; sarà molto più simile a quello degli Anni Venti di quanto si possa credere.
        Ringraziandola nuovamente per la sua cortesia, la saluto augurandole ogni bene e una buona serata

  • Gentile Dott. Muratore,
    in attesa della seconda puntata, già dal preambolo si possono fare alcune considerazioni.
    Innanzitutto la mancanza di idrocarburi ha reso i due Paesi conflittuali fra loro, semplicemente perché gli USA hanno avuto un controllo quasi assoluto dell’offerta e ne hanno approfittato per mettere zizzania fra i due giganti demografici, sottoponendo al ricatto entrambi, al solo fine di ottenere lo sgarbo di uno verso l’altro.
    Ella cita la guerra nell’Arunachal Pradesh dell’Ottobre 1962. Più di mille vittime per due montagne disabitate, che non sono state neanche annesse dalla Cina vincitrice, perché essa si ritirò spontaneamente.
    Ebbene, nel Marzo 2010 sono stati improvvisamente avviati dei negoziati, per spartire equamente i proventi del futuro sfruttamento idroelettrico di quella zona (valle del Brahmaputra), dopo che essa, grazie a nuove tecnologie, si è rivelata la più promettente al mondo.
    L’India non lo vuole dare a vedere all’occhio vigile degli USA. Posizione comprensibile, visto che gli USA hanno visto tutto fin dall’inizio ed hanno già colpito (per es. proprio il presidente dell’Arunachal Pradesh, caduto il 1.5.2011, mentre ad Abottabad si inscenava la finta cattura di Osama Bin Laden per intimorite anche il Pakistan riguardo alla sua analoga connettività con la Cina).
    Da allora Cina e India sono in continuo avvicinamento anche per la problematica infrastrutturale, soprattutto per aprirsi finalmente alla reciproca connettività terrestre ferroviaria, e questo ha determinato l’innesco perverso della faida tra Rohingya e buddhisti birmani, atta a procurare agli USA un pretesto per intervenire a sedare gli animi e poi piazzare alcune basi militari off-limits (esattamente come in Kosovo) dotate di rampe missilistiche, in funzione deterrente i cantieri ferroviari sino-indiani programmati nel Kachin birmano, che dovrebbero proseguire le già imponenti opere in esecuzione nello Yunnan cinese.
    Ma la connettività riguarderà presto anche l’energia ed in particolare i surplus temporanei di idroelettrica e termoelettrica.

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