Armiamo i Peshmerga?

Mercoledì 20 agosto la Commissione Parlamentare competente (assenze permettendo) discuterà dell’opportunità di inviare armi ai guerriglieri curdi, per consentirgli di difendersi dagli attacchi dell’Isis, così come raccomandato dagli americani e dagli alleati europei. I parlamentari del M5s avanzano diverse perplessità, di cui rende conto l’on. Carlo Sibilia in una intervista a Repubblica del 19 agosto e che possono sintetizzarsi in tre punti.

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Ma Di Battista vuole tendere una mano all’Isis? Non credo.

Alessandro Di Battista è stato coperto di insulti per il suo post a proposito dell’Isis: l’accusa corrente è quella di  “sdoganare terrorismo ed Isis” aprendo la strada ad un riconoscimento del “Califfato”. Avendo letto due volte il pezzo di Di Battista mi sono reso conto che ci sono molte forzature in queste reazioni basate spesso su estrapolazioni di frasi dal loro contesto. A proposito del terrorismo, Di Battista dice chiaramente che non lo giustifica “e manifesta apertamente la propria preferenza per le forme di lotta non violente”. Si limita a dire che si può “capire” chi, avendo visto il suo villaggio e la sua famiglia sterminate dai droni americani, poi reagisce facendosi saltare in una metropolitana e facendo così una strage. Quel “capire” non sta per “approvare” (e lui dice chiaramente di non condividere questa scelta), ma è un modo per dire che certe reazioni sono il risultato di una logica di guerra come quella condotta dagli Usa. Si può discurtere questo punto di vista, ma, nel suo lungo (forse troppo lungo) pezzo, questo è un aspetto marginale, un inciso, mentre il sugo politico è altro ed è così sintetizzabile:

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Resistenza o terrorismo? Il dilemma irrisolto.

VERSIONE RIDOTTA dell’articolo apparso su Gnosis, Rivista Italiana di Intelligence, n.2-2006 (clicca per consultare l’indice del volume)

Non esiste una definizione univoca del termine “Terrorismo”. Si oscilla fra l’idea che il terrorista sia il combattente illegittimo, in quanto soggetto non statuale, e quella per cui il terrorista è chi faccia ricorso a particolari forme di lotta bandite dal diritto1.  Nel primo caso terrorista sarebbe ogni combattente irregolare  (partigiano, insorto, rivoluzionario, guerrigliero ecc): ma questo travolgerebbe il “diritto di resistenza” contro un ordinamento ingiusto, che è alla base della democrazia2, inoltre non esiste Stato, partito o aggregazione politica che non sostenga..una qualche lotta armata irregolare.

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Il “genocidio palestinese”: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

Il mio pezzo precedente, sulla questione del preteso genocidio palestinese, ha suscitato una serie di reazioni negative (alcune, in verità, da bar dello sport) tanto nei commenti sul blog, quanto in fb o in mail. Alcuni usano le parole a caso, per cui genocidio, massacro, pulizia etnica ecc, sono tutti la stessa cosa. Si tratta di piccoli confusionari irresponsabili, che non si rendono conto dei danni che fanno, perché che “le parole sono pietre”, soprattutto in situazioni terribili come quella attuale in Medio Oriente.

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La Crisi Irachena e l’Avanzata dell’ISIS in Kurdistan

La situazione sul terreno nel centro nord dell’Iraq.

Di Lorenzo Adorni.

Quando analisti ed esperti si riuniscono per discutere il ruolo della distribuzione della forza militare nell’area mediorientale, fra valutazione di sistemi d’arma, capacità di offesa e deterrenza, può accadere che a qualcuno sorga un dubbio: “Ma, nel caso di una crisi, sono disposti a combattere?” Domanda tutt’altro che banale.

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Israele sta facendo un genocidio?

Fra quanti sostengono la causa palestinese è molto in voga l’idea che Israele stia compiendo  il genocidio del popolo palestinese: per piacere non diciamo fesserie. Un genocidio è cosa diversa da una strage, molto diversa prima di tutto sul piano dei numeri: un massacro conta centinaia, a volte migliaia di vittime, un genocidio milioni. Mi pare che faccia qualche differenza e che, su questo piano, i numeri abbiano una loro importanza.

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Terre rare e rapporti russo-cinesi.

Da ieri è in distribuzione nelle edicole ed in libreria il nuovo numero di Limes, il cui titolo questo numero è “Cina, Russia, Germania unite da Obama”. All’interno, per chi fosse interessato, potrete trovare anche un mio saggio intitolato “Terre rare e rapporti russo-cinesi”, di cui vi propongo di seguito una breve anticipazione. Il sommario del numero, l’editoriale video del Direttore Lucio Caracciolo, qualche carta e le prime pagine di alcuni articoli sono consultabili sul sito della rivista, che ringrazio per l’ospitalità. Buona lettura!

Terre rare e rapporti russo-cinesi.

Nel 1986, Deng Xiaoping, varando il “programma 863”, mirato a conquistare il controllo del mercato del settore dichiarò: “I paesi arabi hanno il petrolio, la Cina ha le terre rare”.

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Energia: l’India sposta il baricentro mondiale verso est?

Come sempre con estremo piacere ed interesse vi propongo questo nuovo articolo di Daniele Pagani dall’India, che, a partire dal blackout del 2012 in India, pone serie questioni di carattere energetico, ma non solo… buona lettura!

Da New Delhi, Daniele Pagani. Nel luglio 2012 un blackout generale e simultaneo di diciannove stati dell’India settentrionale lasciava al buio 600 milioni di persone per più di due giorni. Le interruzioni di corrente elettrica, laddove è presente, rappresentano una costante della vita nella penisola indiana e sono la testimonianza tangibile di un problema energetico destinato a rallentare lo sviluppo economico. In India il fabbisogno di energia è in continua crescita e non trova risposta all’interno dei confini nazionali, costringendo Delhi a rivolgersi al mercato estero: garantirsi il necessario apporto energetico risulta vitale per un’economia dai progetti ambiziosi.

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La mappa del potere mondiale: Cina, India, Crimea, Iran. Il gioco delle bocce.

Nella primavera dell’anno scorso, con il primo viaggio all’estero di Li Keqiang, si profilò un netto miglioramento delle relazioni fra Pechino e  Nuova Dheli, dopo il naufragio del primo progetto di  “Cindia” che era emerso fra il 2005 ed il 2008. Il parallelo raffreddamento dei rapporti fra Pechino ed Islamabad (che, per la prima volta, non fu la tappa iniziale del viaggio all’estero del massimo leader cinese, mentre questo riconoscimento è toccato proprio all’India) fu un ulteriore segnale in questa direzione.

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Spagna, tra la crisi e la speranza

Con estremo piacere torno ad ospitare sul blog un articolo dell’amico Steven Forti, ormai trapiantato a Barcellona ed attento e acuto osservatore della realtà spagnola, che sta attraversando in questi mesi non poche interessantissime novità. Steven ha tra l’altro da poco pubblicato un nuovo libro, “El peso de la nación. Nicola Bombacci, Paul Marion y Óscar Pérez Solís en la Europa de entreguerras” per cui gli faccio i migliori auguri di un chiaro successo. Buona lettura!

di Steven Forti
(ricercatore presso l’Instituto de História Contemporanea dell’Università Nova di Lisbona e presso il CEFID dell’Università Autonoma di Barcellona)

È un momento particolare quello che sta vivendo la Spagna. Senza ombra di dubbio. All’inizio di giugno ha abdicato il re Juan Carlos I, che aveva giurato di rimanere in sella fino alla fine dei suoi giorni. Il governo catalano, guidato dal neoliberista Artur Mas, ha indetto un referendum per l’indipendenza della Catalogna, che si dovrebbe celebrare il prossimo 9 novembre, per quanto il governo di Madrid si sia arroccato su una posizione di intransigente difesa dell’unità della nazione spagnola. 

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